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SEI TU LA MIA FELICITÀ? A dire il vero, non pensavo proprio di sposarmi. E se non fosse stato per la tenacia di mio futuro marito, sarei ancora una donna libera come l’aria. Arturo, come una falena impazzita, volteggiava intorno a me, non mi perdeva mai di vista, faceva di tutto per farmi felice, mi coccolava… Insomma, alla fine mi sono arresa. Ci siamo sposati. Arturo è diventato subito una persona di casa, vicina e familiare, comoda e leggera come un paio di pantofole. Dopo un anno è nato nostro figlio, Sviatoslav. Mio marito lavorava in un’altra città e tornava a casa una volta a settimana, portandoci sempre dolci e prelibatezze. In una di quelle trasferte, come sempre mi sono preparata per lavargli i vestiti, controllando le tasche — ormai un’abitudine — dopo quella volta che ho lavato per sbaglio la sua patente… Da allora, prima di ogni lavatrice, tastavo ogni tasca con cura. Stavolta dai suoi pantaloni è caduto un foglietto piegato in quattro. L’ho aperto e letto: era una lunga lista di materiale scolastico (era agosto). Alla fine, con la calligrafia di un bambino, c’era scritto: “Papà, torna presto.” Oddio, ecco come si diverte mio marito! Un vero bigamo! Niente scenate: prendo la borsa, il piccolo (Svieti non aveva neanche tre anni) per mano e via, da mia madre. Mamma ci sistema in una stanzetta: -Vivete qui finché non vi fate pace. E subito mi viene voglia di vendicarmi del marito ingrato! Mi ricordo del mio ex compagno di classe, Romano. Lui ci ha sempre provato… Lo chiamo. -Ciao, Romano! Ancora non sei sposato? – attacco da lontano. -Nadia! Ciao! Che importa, sposato o divorziato… Ci vediamo? – Romano si anima. La mia storia con Romano dura sei mesi. Arturo ogni mese porta gli alimenti per nostro figlio, li consegna a mia madre e se ne va in silenzio. So che vive con Caterina Esposito. Lei ha una bambina dal primo matrimonio. Caterina ha insistito che la figlia chiamasse Arturo “papà”. Vivono tutti nella casa di Arturo. Appena Caterina ha saputo che me ne sono andata, è venuta con la figlia da un’altra città. Lo idolatrava: gli faceva le calze, i maglioni, lo nutriva con piatti saporiti. Lo scoprirò solo dopo. Rinfaccerò per sempre ad Arturo la storia con Caterina Esposito. All’epoca pensavo che il nostro matrimonio fosse fallito, finito… …Eppure, durante un caffè per discutere il divorzio, su me e Arturo sono piombati dei bei ricordi. Arturo mi confessa un amore eterno e si pente. Dice che non sa come mandare via la fastidiosa Caterina. Mi fa una tenerezza infinita. Torniamo insieme. Per inciso, mio marito non saprà mai di Romano. Caterina e sua figlia lasciano la nostra città per sempre. …Passano sette anni di felice matrimonio. Poi Arturo ha un incidente stradale. Operazioni alla gamba, riabilitazione, il bastone. Ci vorranno due anni per tornare. Questi trattamenti lo sfiancano. Arturo si dà all’alcol, perde la sua umanità, si chiude in se stesso. È difficile vederlo così: tutti i tentativi di aiutarlo falliscono, ci esaspera entrambi. Sul lavoro trovo uno sfogo: Paolo. Mi ascolta in pausa sigaretta, passeggia con me dopo lavoro, mi consola. Paolo è sposato. Aspettano il secondo figlio. Non so come, ci ritroviamo a letto insieme. Assurdo. Lui basso, mingherlino, per nulla il mio tipo! E parte la giostra! Paolo mi porta a mostre, concerti, balletti. Appena sua moglie partorisce la figlia, Paolo smette con tutte le uscite, si licenzia e cambia lavoro. Forse ha pensato di “sparire per dimenticare”? Io non gli ho mai chiesto niente, lo lascio andare serenamente: è solo un modo per lenire il mio dolore. Non volevo invadere la sua vita. Arturo continua a bere. …Cinque anni dopo, io e Paolo ci ritroveremo per caso, lui mi proporrà seriamente di sposarlo. Mi farà sorridere. Il mio Arturo si riprende per un attimo: parte per lavoro in Repubblica Ceca. In quel periodo sono una moglie e madre esemplare, tutta dedita alla famiglia. Arturo torna dopo sei mesi: ristrutturiamo casa, compriamo elettrodomestici, ripara finalmente la sua macchina. Potremmo essere felici. E invece… Ricasca sull’alcol. Inizia di nuovo l’odissea. I suoi amici lo riportano a casa, lui non riesce nemmeno ad arrivare da solo. Spesso lo cerco per il quartiere, lo trovo su una panchina, svuotato, e lo trascino fino a casa. Ne ho viste di tutti i colori. …Una primavera, sono pensierosa alla fermata dell’autobus. Intorno cinguettio di uccellini, sole caldo, ma io sono indifferente. Sento una voce sussurrare: -Posso aiutare la sua tristezza? Mi volto. Santo cielo! Che uomo affascinante! E io ho già 45 anni… Sarò di nuovo una “ragazzina”? Mi imbarazzo… Per fortuna arriva il bus, salto su e vado via. Meglio così. Lui mi saluta con la mano. Tutto il giorno penso solo a lui. Faccio la preziosa per un paio di settimane… Ma Egidio (così si chiama) è tenace come un carro armato: ogni mattina mi aspetta sempre alla fermata. Ormai cerco di non arrivare tardi: guardo da lontano se c’è. Egidio mi manda baci col sorriso. Una volta mi porta un mazzo di tulipani rossi. Gli dico: —E ora che ci faccio coi fiori in ufficio? Le mie colleghe mi sgameranno subito. Egidio sorride: -Oops, non ho pensato alle “terribili” conseguenze. Li regala subito a una vecchietta che ci osservava: la signora ringiovanisce e dice: “Grazie, caro! Che ti arrivi un’amante passionale!” Arrossisco. Egidio insiste: -Nadia, dai, diventiamo colpevoli insieme! Non te ne pentirai. Ammetto che la sua proposta è allettante, e giusta per il momento. Con Arturo ormai non c’è più niente: lui passa le giornate immobile sul letto, in stato confusionale. Egidio non fuma, non beve, ex sportivo, ottima compagnia (ha 57 anni), divorziato, dotato di un magnetismo speciale. Lancio in questa avventura travolgente! Una vera tempesta di passione. Per tre anni ho vissuto tra lui e casa. Fermarmi? Né voglia né forza. Anche quando volevo lasciarlo, non trovavo la forza. Lui mi aveva conquistata completamente! Quando era vicino, mi mancava il respiro. Era una follia! Ma sentivo che questa passione non avrebbe portato bene. Non amavo Egidio. Tornando a casa sfinita, desideravo solo abbracciare Arturo. Anche ubriaco, maleodorante, ma così familiare e pulito! Meglio il pane secco che la torta degli altri. La verità della vita! La passione è fatta per “soffrire”. Solo voglia di finirla, tornare in famiglia, non inseguire altre emozioni. Questo diceva la testa. Ma il corpo faceva il contrario. Mio figlio sapeva di Egidio. Una volta ci ha visto in ristorante con la sua ragazza. Ho dovuto presentare Egidio: si sono stretti la mano, si sono salutati. A cena, Svieti mi guardava in cerca di spiegazioni. Ho scherzato: collega, nuovo progetto… “Sì, al ristorante…” — annuisce Svieti. Non mi giudicava. Mi chiedeva di non divorziare da papà. Mi sentivo una pecora smarrita. Un’amica divorziata mi consigliava di “mandarli al diavolo, quei scalcagnati amanti” e calmarmi. Aveva esperienza con il terzo marito. Questi erano ragionamenti logici, ma ho potuto fermarmi solo quando Egidio ha provato a mettermi le mani addosso. Quella è stata la svolta. Come diceva l’amica: -La tranquillità è solo finché ti resta sulla riva… Finalmente ho riaperto gli occhi. Tre anni di tormento! Sono libera! Arriva la pace tanto cercata. Egidio mi inseguirà ancora, mi cercherà ovunque e chiederà pubblicamente perdono. Io rimarrò ferma! L’amica mi bacerà e regalerà una tazza: “Sei quella giusta!” Arturo invece sapeva tutto di Egidio: glielo raccontava lui stesso, convinto che sarei andata via. Arturo mi confessa: -Quando sentivo le chiacchiere del tuo spasimante, volevo morire. La colpa è tutta mia! Mi sono perso, ti ho lasciata, ho scelto il vino… Idiota. Che avrei potuto risponderti? …Sono passati dieci anni. Io e Arturo ora abbiamo due nipotine. Un giorno, seduti a tavola col caffè, guardo fuori dalla finestra. Lui mi prende la mano e dice dolcemente: -Nadia, non guardare altrove. Sono io la tua felicità! Ci credi? -Certo che ci credo, amore mio…
SEI LA MIA FELICITÀ? A dire il vero, il matrimonio non era nei miei piani. Se non fosse stato per la
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A CUORE APERTO… In questa famiglia ognuno viveva per conto suo. Il papà Sandro, oltre alla moglie, aveva un’amante, spesso sempre diversa. La mamma Eugenia, pur intuendo i tradimenti, non era certo un modello di virtù: anche lei amava passare il tempo fuori casa con un collega sposato. I due figli erano lasciati a loro stessi. Nessuno si curava davvero della loro educazione, per cui finivano sempre a bighellonare. La madre sosteneva che fosse la scuola ad avere la totale responsabilità sugli alunni. La domenica si ritrovavano tutti in cucina solo per un pranzo veloce e silenzioso, prima di sparire ognuno per la propria strada. Così avrebbero continuato a vivere nel loro mondo rovinato, peccaminoso ma dolce, se un giorno non fosse accaduto l’irreparabile. …Quando il figlio minore, Denis, aveva dodici anni, il papà Sandro lo portò per la prima volta con sé in garage come aiutante. Mentre Denis osservava gli attrezzi, il padre si assentò un attimo per raggiungere alcuni amici appassionati d’auto poco lontani. All’improvviso, dal garage di Sandro uscì un fumo nero, poi le fiamme. Nessuno capiva cosa stesse succedendo. (Poi si scoprì che Denis aveva inavvertitamente fatto cadere una lampada a gas accesa su una tanica di benzina.) Tutti erano paralizzati, confusi, il fuoco infuriava. Qualcuno gettò un secchio d’acqua su Sandro e lui corse nel garage in fiamme. Si fermò il tempo. Dopo pochi secondi, Sandro uscì con in braccio il figlio esanime. Denis era ustionato ovunque, solo il viso era illeso, probabilmente perché lo aveva protetto con le mani. I vestiti bruciati del tutto. Arrivarono i pompieri e l’ambulanza. Denis fu trasportato in ospedale: era vivo! Fu subito portato in sala operatoria. Dopo ore di angosciante attesa, il medico uscì dai genitori e disse a voce piatta: – Stiamo facendo l’impossibile. Ora vostro figlio è in coma. Ha una possibilità su un milione. La medicina ufficiale è impotente. Se però Denis troverà una folle voglia di vivere, potrebbe accadere un miracolo. Fatevi forza. Sandro e Eugenia si precipitarono in chiesa sotto un tremendo acquazzone. I genitori disperati non vedevano nulla attorno a sé: dovevano salvare il loro bambino! Bagnati fradici, entrarono per la prima volta in vita loro in una chiesa. C’era calma e poca gente. Vedendo il prete, si avvicinarono timidamente. – Padre, nostro figlio sta morendo! Cosa dobbiamo fare? – singhiozzò Eugenia. – Figli miei, io sono don Sergio. Eh, quando l’angoscia stringe, si torna a Dio… Siete stati molto peccatori? – chiese subito il prete. – Mah, nessuno ha mai ucciso nessuno, – rispose Sandro, abbassando lo sguardo sotto l’occhio indagatore di don Sergio. – Ma l’amore l’avete ucciso! È lì, morto, sotto ai vostri piedi. Tra marito e moglie normalmente non ci passa nemmeno un filo. Tra voi, invece, ci starebbe pure un tronco! Eh, gente mia… Pregate, figli, chiedete la grazia a San Nicola! Pregate con tutta la forza! Ma ricordatevi: tutto è nelle mani di Dio! Non arrabbiatevi con Lui: a volte il Signore ci scuote così, perché altrimenti non capireste mai! Rischiate di perdere l’anima vostra e non accorgervene. Riparate! È l’amore che salva tutto! Sandro ed Eugenia, zuppi di pioggia e lacrime, ascoltavano la dura verità, come due paperi smarriti. Erano una scena straziante. Don Sergio indicò loro l’icona di San Nicola. Sandro ed Eugenia si inginocchiarono davanti all’immagine, pregando e piangendo, facendo promesse… Tutti i tradimenti vennero lasciati alle spalle, dimenticati, cancellati. La vita passata rivoltata filo per filo… Il mattino dopo, il medico chiamò e annunciò: Denis si era risvegliato dal coma. Sandro ed Eugenia erano già accanto al letto del figlio. Denis aprì gli occhi, cercò di sorridere vedendo i genitori, ma il sorriso era forzato: sulla sua faccia c’era una maschera di sofferenza troppo grande per un bambino. – Mamma, papà, vi prego, non separatevi… – sussurrò Denis. – Figlio mio, cosa dici mai? Siamo insieme, – rispose Eugenia, accarezzando la mano calda e debole del bambino. Denis si contorse e sussultò. Eugenia si tirò indietro, turbata. – L’ho visto, mamma! E poi i miei figli porteranno i vostri nomi, – proseguì Denis. Sandro ed Eugenia si guardarono sorpresi. Pensarono fosse delirio: Ma quali figli? Non puoi nemmeno muovere un dito! Sei costretto a letto, debole! Bada a te stesso e ringrazia Dio! …Ma da quel giorno Denis iniziò a migliorare. Tutte le risorse furono dedicate alla sua guarigione. Sandro ed Eugenia vendettero la casa di campagna. Peccato che il garage e la macchina fossero andati distrutti: avrebbero potuto venderli per pagare le cure. Ma l’importante era che il figlio fosse vivo! Tutti i parenti aiutarono come poterono. La famiglia si ritrovò unita davanti alla sventura. …Anche il giorno più lungo, alla fine, passa. Passò un anno. Denis era in un centro di riabilitazione. Già riusciva a camminare e a badare a se stesso. Nella struttura Denis si legò d’amicizia con una ragazza, Maria. Anche lei era sopravvissuta a un incendio. Maria aveva il volto ustionato. Dopo varie operazioni, Maria si vergognava del suo aspetto, dei segni sul viso. Non si guardava mai allo specchio. Aveva paura. Denis provò per Maria un sincero affetto. Quella ragazza emanava una luce particolare. Attirava per la sua saggezza precoce e la sua fragilità. Era impossibile non volerle bene. Tutto il tempo libero era per loro due. Avevano tanto in comune. Avevano provato dolori intollerabili, sconforto, farmaci amari a pugni, superato la paura di aghi e camici bianchi… Avevano argomenti preferiti e non smettevano mai di parlare. Col tempo… …Denis e Maria celebrarono un matrimonio semplice. Nacquero due figli splendidi: prima la piccola Alessia, poi, dopo tre anni, il maschietto Eugenio. Quando finalmente la famiglia poté respirare, Sandro e Eugenia presero la decisione: lasciarsi. Tutta quella terribile storia li aveva svuotati, non riuscivano più a stare insieme. Entrambi desideravano pace e libertà reciproca. Eugenia si trasferì dalla sorella, in provincia. Prima di partire, passò in chiesa per salutare e chiedere la benedizione a don Sergio. Negli ultimi anni era andata spesso da lui, ringraziandolo ogni volta per aver aiutato a salvare il figlio. Ma il prete la correggeva: – Ringrazia il Signore, Eugenia! Non vedeva di buon occhio la sua partenza. – Se proprio non ce la fai, vai. Il silenzio, a volte, fa bene all’anima. Ma torna! Marito e moglie sono una cosa sola! – la ammoniva con calore paterno. Sandro rimase solo nel loro vecchio appartamento. I figli, ormai adulti, vivevano con le loro famiglie. Gli ex coniugi andavano persino dai nipoti in giorni diversi, evitando accuratamente di incontrarsi. Insomma, ora ognuno aveva trovato il suo equilibrio…
A CUORE APERTO… In questa famiglia, ognuno pensava solamente a sé stesso. Il papà, Alessandro
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Non chiamare più! Perché sprecare tempo per qualcosa che non ti interessa? Ho capito da tempo che né te né i tuoi figli vi preoccupate della nonna e di come sta!
Non chiamarmi più! A che serve perdere tempo con qualcosa che non ti interessa? Ho capito da un pezzo
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La sindrome della vita rimandata per sempre… Confessioni di una donna di 60 anni Elena: Quest’anno ho compiuto 60 anni, ma nessuno tra i miei cari mi ha fatto gli auguri, nemmeno al telefono. Ho una figlia e un figlio, un nipote e una nipotina, e anche l’ex marito è vivo e vegeto. Mia figlia ha 40 anni, mio figlio 35. Vivono entrambi a Milano, hanno frequentato prestigiose università milanesi. Sono intelligenti, realizzati. Mia figlia è sposata con un alto funzionario pubblico, mio figlio con la figlia di un noto imprenditore milanese. Entrambi hanno carriere di successo, diverse proprietà, e oltre all’impiego pubblico anche le loro imprese. Tutto stabile. L’ex marito se n’è andato dopo che mio figlio si era laureato, dicendo che era stanco di quel ritmo di vita. Eppure lui faceva un lavoro tranquillo, sempre nello stesso posto, i weekend li passava con gli amici o davanti alla TV, e in vacanza spariva tutto il mese dai parenti al sud. Io invece, niente vacanze, sempre tre lavori: ingegnere in fabbrica, addetta alle pulizie nella direzione dello stabilimento, e il weekend impacchettatrice al supermercato dalle 8 alle 20, più le pulizie nei locali di servizio. Tutto quello che guadagnavo serviva ai figli: Milano è cara, e frequentare atenei rinomati significa anche vestiti alla moda, cibo e divertimenti. Io mi sono adattata agli abiti vecchi, ricuciti come potevo, riparavo le scarpe. Ero sempre pulita, ordinata. Mi bastava. I miei “svaghi” erano i sogni: a volte mi vedevo giovane, felice, ridente. Appena se ne è andato, l’ex marito si è comprato subito una macchina nuova e costosa. Evidentemente aveva risparmiato molto. La nostra vita di coppia era strana – tutte le spese toccavano a me, tranne l’affitto di casa. L’affitto lo pagava lui, e lì finiva il suo impegno verso la famiglia. I figli li ho cresciuti io… L’appartamento dove viviamo, una bella casa d’epoca vicino al centro, mi è stato lasciato dalla nonna. L’ho rimesso a nuovo fino in fondo. C’era un ripostiglio di 8 metri quadri con finestra, l’ho trasformato in mini-cameretta per mia figlia. Io dormivo con mio figlio, tanto tornavo solo la notte. Lui in sala. Quando lei si è trasferita a Milano, ho preso io il suo spazio. Mio figlio è rimasto in camera. Il divorzio è stato silenzioso e pacifico, senza liti né divisioni di beni, senza accuse reciproche. Lui voleva VIVERE, non sopravvivere… Io, ormai esausta, ho tirato un sospiro di sollievo. Non dovevo più cucinare primo, secondo, dolce, e compota; non dovevo più lavare e stirare i suoi vestiti, né sistemarli – quel tempo poteva finalmente essere mio. In quegli anni mi sono ammalata tante volte: la schiena, le articolazioni, il diabete, la tiroide, lo stress. Finalmente presi ferie e mi dedicai alle cure. Non lasciai i lavoretti. Guadagnavo ancora qualcosa. Ho chiamato un bravissimo tecnico e con un collaboratore mi ha rifatto il bagno in due settimane. Per me fu felicità pura! La mia felicità! Felicità personale! Ho sempre mandato soldi ai miei figli invece dei regali per compleanno, Natale, la Festa della Donna, Carnevale. Poi sono arrivati anche i nipoti. Quindi, niente pausa dai lavoretti. Niente soldi per me. Raramente ho ricevuto gli auguri; spesso solo in risposta ai miei. Nessuno mi ha mai fatto regali. Il dolore più grande? Nessuno dei figli mi ha invitata al proprio matrimonio. Mia figlia mi ha detto onestamente: “Mamma, non saresti a tuo agio con la nostra compagnia… ci saranno anche tipi che lavorano con il Presidente.” Il matrimonio di mio figlio? L’ho saputo da lei, dopo che era avvenuto… Almeno non mi hanno chiesto soldi, per fortuna… Nessuno viene mai a trovarmi, anche se li invito sempre. Mia figlia dice che non ha niente da fare nel nostro “paesone” (una città di provincia con un milione di abitanti). Mio figlio invece risponde sempre – Ma dai mamma, non ho tempo! L’aereo per Milano parte sette volte al giorno; il volo dura due ore… Come chiamerei quel periodo della mia vita? Vita di emozioni represse… Ho vissuto come Rossella O’Hara: “Ci penso domani”… Schiacciavo dentro di me lacrime e dolori, tutte le emozioni tra stupore e disperazione. Ero diventata una macchina da lavoro. Poi la fabbrica è stata acquisita da imprenditori milanesi, è partita la riorganizzazione. Hanno tagliato tutti quelli vicini alla pensione, ho perso due lavori ma sono potuta andare in pensione in anticipo. Prendo 800 euro al mese. Prova a viverci… Alla fine mi è andata bene: nel nostro palazzo è rimasto libero il posto di portinaia… ho cominciato a pulire scale – altri 800 euro al mese. I lavoretti del weekend al supermercato non li ho lasciati, il turno era ben pagato – cento euro a volta. L’unica fatica è stare tutto il giorno in piedi. Ho iniziato a fare qualche lavoro di ristrutturazione in cucina. Ho fatto tutto da sola; la cucina me l’ha costruita il vicino, bravo, veloce, onesto. Di nuovo ho iniziato a mettere da parte qualche risparmio. Sognavo di sistemare anche altre stanze, cambiare qualche mobile. Avevo tanti progetti… tranne che per me! Cosa spendevo davvero per me stessa? Solo cibo, il più semplice, e non sono mai stata una grande mangiona. E medicine – tante medicine. L’affitto ogni anno sempre più alto. L’ex marito dice “Venditi la casa, la zona vale molto, ti danno un buon prezzo… comprati un monolocale.” Ma io la casa non la cedo, è il ricordo di mia nonna. I miei genitori non li ricordo nemmeno… Mi ha cresciuta mia nonna. Quella casa è tutta la mia vita. Con il marito ho mantenuto rapporti civili. Ogni tanto ci sentiamo, come vecchi amici. Lui sta bene. Non parla mai della sua vita privata. Una volta al mese passa a portarmi qualche prodotto pesante – patate, verdura, cereali, acqua. I soldi li rifiuta. Dice che la consegna a domicilio porta solo roba guasta e marcia. E mi fido di lui. Dentro di me è come se tutto si fosse spento – vivo senza sogni. Lavoro tanto. Non desidero niente per me stessa. Mia figlia e i nipoti li vedo solo su Instagram. La vita di mio figlio la “spio” su Instagram della nuora. Sorrido, sono felice che stiano bene. Tutti in salute. Vacanze da sogno, ristoranti eleganti. Forse non ho dato abbastanza amore, e così loro non me lo restituiscono. Mia figlia a volte chiede come sto. Rispondo sempre “Tutto bene.” Mai mi lamento. Mio figlio, ogni tanto, manda un audio su WhatsApp: “Ciao mamma, spero davvero che tu stia bene.” Un giorno mi ha confessato che non vuole sentire i problemi tra me e suo padre, perché il negativo gli fa male. Da allora gli dico solo “Sì, tesoro, tutto va bene.” Vorrei tanto abbracciare i miei nipotini, ma temo che loro non sappiano nemmeno che hanno una nonna ancora in vita – la pensionata portinaia. Probabile che, secondo la leggenda, la “nonna” sia già defunta. Non ricordo ormai quando ho comprato qualcosa solo per me, a parte qualche volta intimo o calzini, il più economico. Mai un centro estetico, mai un momento di coccole. Una volta al mese passo dal parrucchiere sotto casa per una spuntata. Mi tingo i capelli da sola. Mi consola che porto lo stesso numero di vestiti da giovane a oggi, 46/48. Niente bisogno di rinnovare il guardaroba. Ho tanta paura, però, di non riuscire più a tirarmi su dal letto una mattina – il mal di schiena è sempre lì. Ho paura di restare immobilizzata. Forse non dovevo vivere così, senza riposo, mai una gioia, sempre a lavorare e a rimandare tutto a “domani”… E dov’è, questo “domani”? Non esiste più. Dentro di me, solo vuoto… nel cuore, totale indifferenza… intorno a me, il nulla. Non accuso nessuno. Ma non riesco nemmeno ad accusare me stessa. Ho lavorato tutta la vita e lavoro ancora. Metto da parte un piccolo salvagente, se un domani non potrò lavorare. Non molto, ma qualcosa… Anche se so bene che, se finirò a letto, smetterò di vivere… Non voglio essere mai un peso per nessuno. Sapete qual è la cosa più triste? Nessuno mi ha mai regalato un fiore… MAI… E sarebbe ironico se qualcuno si ricordasse di portarmi fiori solo sulla tomba… davvero, ci sarebbe da ridere…
Sindrome della vita eternamente rimandata Confessione di una donna di sessantanni Giuseppina: Questanno
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05
Te lo ricorderò — «Maestra Maria Serena, qui proprio non riesco a fare il ricciolo», sussurrò tristemente il piccolo Temmi, alunno di seconda elementare, puntando il pennello verso la fogliolina verde del suo fiore che non voleva saperne di arricciarsi nel verso giusto. «Prova a premere meno, tesoro… Così, fai scorrere il pennello leggero come una piuma sul palmo della mano. Ecco! Perfetto! Non è solo un ricciolo, è un incanto!», sorrise l’anziana maestra. «Chi è la fortunata di questa bellezza che hai creato?» «Per la mamma!», rispose Temmi, il volto illuminato dal sorriso dopo aver domato la ribelle fogliolina, «Oggi è il suo compleanno! Questo è il mio regalo!». L’orgoglio nella voce del bambino cresceva dopo le lodi dell’insegnante. «Che fortuna la tua mamma, Tem. Aspetta, però, non chiudere subito l’album. Lascia asciugare i colori, così non si rovineranno. Una volta a casa, puoi staccare con cura questo foglio. Vedrai, le piacerà tantissimo!». La maestra gettò un ultimo sguardo alla testa china di Temmi sul foglio e, sorridendo ai suoi pensieri, tornò al banco. Un regalo per la mamma! Da quanto non ne riceveva uno così bello? Temmi ha decisamente talento nel disegno! Dovrei chiamare la mamma per proporle di iscrivere il piccolo alla scuola di belle arti. Un dono così non si deve sprecare. E magari chiederle anche, la mia ex alunna, se il regalo l’ha apprezzato? La stessa Maria Serena, davanti a quei fiori sbocciati su carta, faceva fatica a distogliere lo sguardo. Le pareva quasi di sentire il fruscio di quelle foglioline… Eh sì, tutto sua madre quel Temmi! Proprio come la sua Lalla ai tempi — anche lei, a quell’età, disegnava divinamente… ***** «Signora Maria Serena, sono Larisa, la mamma di Matteo Cotta», squillò il telefono la sera nell’appartamento della maestra, «Chiamo solo per avvisare che Matteo domani non verrà». «Buonasera Lalla! È successo qualcosa?», chiese Maria Serena incuriosita. «Altroché! Mi ha rovinato il compleanno! Adesso pure febbre e la guardia medica è appena andata via.» «Come, febbre? A scuola stava bene, il regalo per te lo portava…» «Quel pastrocchio?» «Pastrocchio? Ma no, Lalla! Ti ha fatto dei fiori stupendi! Volevo proprio chiamare per proporre la scuola artistica…» «Non so che fiori fossero, ma di certo non mi aspettavo una cartaccia macchiata!» «Cartaccia? Ma cosa stai dicendo?» — la maestra era sempre più confusa, ascoltando i racconti nervosi della giovane mamma circa il bimbo rientrato tutto infangato, un cucciolo bagnato e puzzolente trovato nella spazzatura, i libri rovinati, le macchie nell’album e la febbre salita a trenta nove… «Lo sai, Lalla, posso passare da voi un attimo? Abito qui vicino, non disturbo…» Qualche minuto dopo, ottenuto il consenso della sua ex alunna — e ora, guarda te il tempo, madre di un suo scolaro — Maria Serena prese dal cassetto l’album spesso di vecchie foto e disegni e uscì decisa. In cucina, dove Lalla la fece accomodare, regnava il caos. La mamma si mise a raccontare di ospiti scappati senza neppure assaggiare la torta, un medico severo, del bambino addormentato e accaldato, dell’album rovinato e del cucciolo riportato di nascosto alla discarica… E non si accorse di come, parola dopo parola, la maestra si rabbuiasse sempre più. Quando sentì la storia del cagnolino, Maria Serena diventò scura come una nuvola di tempesta. Accarezzando l’album distrutto e con voce calma iniziò a parlare… Di riccioli verdi, di fiori che sembravano vivi. Dell’impegno di Temmi e della sua generosità. Del coraggio di un bambino dalla grande anima, delle ingiustizie subite da creature indifese. E poi, prese Lalla per mano e la portò alla finestra: «La vedi quella buca là fuori? Lì non rischiava solo un cucciolo, ma anche Temmi. Eppure, in quel momento pensava forse ai suoi fiori, al suo regalo per te?» «Te lo ricordi, Lalla, com’eri tu nei lontani anni Novanta, piangente sulla panchina della scuola con il micino salvato dai bulli, mentre ti abbracciavamo tutti insieme? E quando tua madre, dopo averti sgridata, poi sì, ha tenuto quel batuffolo in casa…» «Te lo ricorderò! E il tuo Tigro, a cui non volevi dire addio! E il cane Toby, cresciuto con te fino all’università, e quel corvo con l’ala rotta che accudivi nell’aula degli animali…» Maria Serena estrasse dall’album una foto ingiallita con una bimba in grembiule bianco stretta a un gattino, sorridendo tra i compagni. Accanto, il disegno che la stessa bimba fece anni prima: lei, mano nella mano con la mamma e il micino nell’altra. «Te lo ricorderò, la bontà che nel tuo cuore sbocciava piena di colori…» Più severa, la maestra concluse: «Se fosse per me, bacerei sia Temmi sia quel cucciolo! E le macchie colorate le incornicerei. Perché non c’è regalo migliore per una madre che crescere un figlio con il cuore!» Non si accorse che con ogni parola il volto di Lalla si faceva sempre più preoccupato, lo sguardo fisso alla porta della camera del piccolo, le mani strette sull’album sciagurato… «Signora Maria Serena, la prego, resti solo cinque minuti con Temmi. Solo cinque!» Con lo sguardo attento della maestra, Lalla afferrò al volo il cappotto e uscì di corsa verso la discarica. Cercava, chiamava, sotto la pioggia frugava tra le cassette e i sacchi. E ogni tanto guardava verso casa… L’avrebbe mai perdonata? ***** «Temmi, chi è quel musetto tra i tuoi fiori? Il tuo amico Dico?», chiese la maestra. «Proprio lui, signora Maria Serena! Lo riconosce?» «Certo! Guarda, c’ha ancora la chiazza bianca a stella sulla zampa! Come mi ricordo io e tua madre a pulirgli quelle zampette!», rise la maestra. «Ora io gliele lavo tutti i giorni! La mamma dice: hai un amico, devi averne cura! Ci ha comprato pure una vaschetta apposta!» «Hai proprio una brava mamma. Starai disegnando un altro regalo per lei?» «Sì! Lo metterò in cornice. Quella incorniciata con le macchie la fa sempre sorridere… Ma come si fa a sorridere alle macchie?», chiese Temmi. «Macchie?», la maestra sorrise, «Se sono fatte col cuore, anche le macchie fanno sorridere. E come te la cavi alla scuola d’arte?» «Alla grande! Presto farò un ritratto della mamma! Nel frattempo…», Temmi prese un foglio dallo zaino, «Questo è per lei, dalla mamma che ora disegna anche lei». Maria Serena aprì il foglio e sorrise dolcemente: su di esso brillava, come un arcobaleno, il piccolo Temmi accanto al cane nero, felice; a destra, una minuscola bimba in vecchia divisa stringeva un micino; a sinistra, dalla cattedra ricoperta di libri, sorrideva lei stessa, con occhi saggi e vivi. In ogni tratto, in ogni dettaglio, sentiva un’infinita, tacita fierezza materna. E nel più piccolo angolo del disegno, tra fiori e riccioli verdi, una parola sola: «Ricordo».
TI RICORDERÒ IO Signora Maria Serena, qui il bocciolo non mi riesce… sussurrò Tomasino, il piccolo
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Volevo fare una sorpresa a mio marito: sono andata al suo lavoro per portargli il pranzo, ma alla porta ho sentito una conversazione che mi ha sconvolto
Volevo fare una sorpresa a mio marito. Ho deciso di andare al suo lavoro per portargli il pranzo.
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06
Destini Incrociati tra le Corsie d’Ospedale: La Storia di Violenze, Malattie e Rinascita tra un Marito Abbandonato, una Moglie Indifferente e un’Infermiera dal Cuore Grande nell’Italia di Provincia
DIARIO DI UNA INFERMIERA ITALIANA Stamattina, come ormai succede spesso, ho dovuto placare una delle
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095
Se mi chiami solo per parlare di cibo, smettila di chiamarmi! Ho impegni più importanti che discutere di pasti ogni giorno, va bene, mamma? Ci siamo capiti?
Se solo mi chiedi del cibo, è meglio che non mi richiami più! Ho cose più importanti da fare che parlare
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0147
Non guardando il figlio, ha lasciato il passeggino vicino al garage e se n’è andata a rilassarsi.
Alessia, senza voltare lo sguardo al figlio, lascia la carrozzina accanto a un garage fatiscente e si
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01.3k.
Dove stiamo andando? E chi ci preparerà da mangiare?
“Dove vai? E chi ci cucinerà ora?” chiese il marito sorpreso, vedendo cosa stava facendo
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0108
Ancora un anno intero insieme… Da quando Arkadio non usciva più da solo di casa Tutto è cambiato da quel giorno in cui si è smarrito tornando dalla farmacia, dimenticando persino il suo nome e dove abitava Ha vagato a lungo per il quartiere, finché ha riconosciuto la storica Fabbrica degli Orologi dove aveva lavorato per quasi cinquant’anni Guardando quella costruzione famigliare, Arkadio sapeva di conoscerla, ma non ricordava chi fosse… finché l’amico Yuri non lo ha abbracciato e gli ha fatto tornare la memoria Da quel momento la moglie Natalia non lo ha lasciato più uscire da solo: andavano insieme al parco, in farmacia, al supermercato Ma quando Arkadio si ammalò gravemente, Natalia dovette andare in farmacia da sola, nonostante si sentisse anche lei poco bene Sfinita e con la borsa della spesa sempre più pesante, Natalia si fermò sulla neve fresca e si accasciò… I vicini l’hanno trovata, hanno chiamato l’ambulanza e hanno pensato anche ad Arkadio ammalato rimasto solo a casa Arkadio, febbricitante, ha avuto un’allucinazione: credeva che Natalia fosse tornata da lui, lo ha aiutato ad aprire la porta a Yuri e alla vicina Nina Ma Natalia era in rianimazione: solo l’aiuto degli amici ha salvato Arkadio Due settimane dopo, Natalia è tornata a casa e finalmente, davanti all’albero di Natale, si sono ritrovati Ringraziando Nina e Yuri, si sono detti che la vera fortuna è avere delle persone buone intorno E così, con la magia del Capodanno, Natalia ha confessato: “Se festeggiamo insieme questa notte, quest’anno sarà tutto nostro—avremo ancora un intero anno di vita insieme, e sarà una vera felicità!”
Un altro anno insieme Ultimamente Arcadio Rinaldi non usciva mai da solo di casa. Da quel giorno che
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0247
Quando tornai dal mio viaggio, le mie cose erano disperse sul prato con un biglietto: “Se vuoi restare, vivi in cantina”.
Quando rientrai dal viaggio, trovasti le tue cose sparpagliate sullerba, con un biglietto che diceva
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0210
Ai confini del mondo. La neve mi riempiva gli stivali, bruciava sulla pelle. Ma comprare gli stivali di pelo non ci pensavo proprio: meglio gli stivali alti, anche se qui sembrerei ridicola. Del resto, papà mi ha bloccato la carta. – Vuoi davvero vivere in campagna? – mi ha chiesto lui, storcendo la bocca con disprezzo. Papà non sopporta la vita rurale, le vacanze nella natura, qualsiasi posto privo dei confort da cittadino a cui è abituato. E anche Giosuè è così, per questo sono partita. Non che volessi realmente restare qui, anche se, al contrario di mio padre, amo le escursioni, le tende e quella loro romantica atmosfera. Ma vivere in un paesino… Assolutamente no. Anche se a papà ho detto il contrario. – Lo voglio. E lo farò. – Non dire stupidaggini. Che farai lì, girerai la coda alle mucche? Pensavo che quest’estate vi sareste sposati tu e Giosuè, pensavo già di preparare il matrimonio… Il matrimonio. Papà mi “serviva” Giosuè come si offre una semola fredda e piena di grumi, talmente disgustosa che la nausea sale alla gola e non ti lascia per ore. No, Giosuè non è repellente esteticamente, anzi, si può dire pure carino: naso dritto, occhi vivi sotto sopracciglia ben disegnate, capelli leggermente mossi e ben tagliati, fisico robusto. Era il braccio destro di papà e l’uomo perfetto secondo lui per sua figlia. Ma io Giosuè proprio non lo sopporto. Detesto la sua voce monotona, le dita grosse che non stanno mai ferme, le storie vanitose sui soldi che spende per i suoi vestiti, orologio, auto… Soldi, soldi, soldi! Solo quello conta per loro. Io invece volevo l’amore. Quei sentimenti che ti lasciano senza fiato, come nei romanzi. Non li avevo mai provati, ma sapevo che esistono. Mi infatuavo spesso, mi piaceva qualcuno, ma erano emozioni fugaci, che non lasciavano segni. Io invece volevo cicatrici e drammi, non la calma prevedibile di Giosuè. Così, andare a insegnare nella scuola di paese mi sembrava un’idea magnifica. Giosuè di certo non mi avrebbe seguita: si sarebbe spaventato dall’assenza di internet, acqua calda e servizi moderni. Ho scelto apposta una frazione così, dove non c’è niente. Il preside non voleva assumermi, temeva che non sarei sopravvissuta, ma la vecchia insegnante è mancata improvvisamente e io mi sono fatta valere all’Ufficio Scolastico, mostrando tutti i miei diplomi e attestati di aggiornamento. – E cosa farà una giovane insegnante così qualificata in questa frazione? – mi ha chiesto una donna severa dai capelli rossi accesi. – Educherò i bambini, – le ho risposto con serietà. E così ho iniziato. Vivo in una casetta senza acqua calda né scarichi, mi scaldo la stufa da sola. Come previsto, Giosuè è venuto, ha resistito una notte ed è fuggito. Mi ha chiamata, voleva che tornassi; per lui – come papà – è un capriccio che passerà in fretta. All’inizio qui mi piaceva. Ma poi è arrivato l’inverno, la casa si gelava di notte e portare la legna non era certo facile. A tratti volevo tornare indietro, ma a mollare non sono mai stata abituata. Ora che ho anche la responsabilità dei miei alunni. Classe piccola, dodici bambini. All’inizio mi sono sentita persa: al Centro di Creatività Infantile dove lavoravo, i bambini erano brillanti. Qui… mi sembravano senza speranza. Terza elementare e leggono quasi a sillabe, non fanno mai i compiti, durante la lezione sono rumorosi. Ma poi me ne sono innamorata. Semone intagliava animali di legno, veri capolavori: volpi, orsetti, leprotti ed enotteri degni di un grande negozio in centro. Anna scriveva poesie in versi liberi. Vovka rimaneva sempre a pulire la classe, Irina aveva un agnellino che la accompagnava a scuola come un cane. E alla fine hanno imparato anche a leggere: bastava scegliere altri libri, che io andavo a prendere in paese, visto che qui Internet prende male e non si possono ordinare. Solo una bambina mi restava misteriosa. Il padre l’ho visto mentre il vento e la neve mi schiacciavano gli stivali e portavo legna in casa. – Buongiorno, Margherita Egorova, – ha detto lui, fermandosi a pochi passi dal cancello. Mi incuteva timore, lo ammetto. Faccia da duro. Mai un sorriso. Il cuore mi batteva tanto che temevo capisse quanto mi impressionava. – Buongiorno. La voce mi è uscita più acuta del previsto. – Perché Tania prende solo insufficienze? – Non fa nulla. – Allora costringila. Chi è l’insegnante, lei o io? Ero io la maestra. Ma nessuna voglia di costringere nessuno. La bambina probabilmente ha autismo, servirebbe una specialista. – È sempre stato così? – ho chiesto. Vladimir ha esitato. – No, prima faceva tutto con Olga. – Olga chi è? Lui si è rabbuiato come se anche lui avesse la neve negli stivali. – Sua madre. Subito ho capito che la domanda successiva sarebbe stata scomoda. – E ora dov’è? – Al cimitero. Ecco tutto. Era scomodo reggere la legna, ma sembrava fuori luogo dirlo. Quando il ciocco in cima è scivolato e mi è caduto sul piede, ho fatto un grido, ho perso la legna e mi sono trattenuta dal piangere. Pianto doppio, per la vergogna e per il dolore: mi sono sentita goffa davanti a un uomo adulto. Che sciocchezza, anch’io sono adulta. – Faccia lei, se vuole, – mi ha detto lui. – Grazie, ma me la cavo. – Sì, lo vedo. Mi ha portato altra legna, ha sistemato il battente della porta che rimaneva incastrato. – Se ha bisogno, si faccia sentire, – e ha salutato. Perché è venuto? Per la legna, pensa di comprare bei voti per sua figlia? Tutt’altro… Continuavo a pensare a quella bambina. Ho provato di tutto per avvicinarmi, sentivo sia la frustrazione della maestra sia la compassione. Ho perfino chiesto alla vice-preside. – Lascia perdere. Metti le insufficienze, la spediremo in una scuola speciale d’estate. – E come? – Così. La mandiamo in commissione, che le segnino la disabilità. Che vuoi farci… – Ma il padre dice che prima… – Prima la madre si occupava di lei. Lui non potrà mai. Non dar retta: ti racconterà mille cose… – A lei non piace quell’uomo, vero? – ho intuito. La vice ha stretto la bocca: – Non è un dolcino. E la bambina va istruita dove si può. Non ero convinta che dovesse andare in una scuola speciale. Ho chiamato la mia consulente preferita, Lidia Nicolini, le ho chiesto consiglio e sono andata a casa della bambina. Avevo una paura tremenda, ho bevuto perfino una tisana alla camomilla, che nemmeno mi piace. In ricordo di mamma, che diceva calmava i nervi. Mamma anche lei non c’è più. Forse per questo quella storia mi toccava così. Vladimir non mi accolse benissimo, speravo fosse contento del mio aiuto. – Noi non accogliamo ospiti normalmente, – disse lui. Mi feci decisa, come la vice, e gli spiegai che la coordinatrice di classe deve verificare l’ambiente familiare. La camera di Tania era meravigliosa: carta da parati rosa, pupazzi morbidi, tanti libri. Un po’ ho invidiato: mio padre era minimalista, odiava merletti e colori vivaci. Da bambina avevo tutto beige. La prima volta non cavai molto. Le chiesi quali libri le piacessero, sfogliavo, domandavo dei colori. Ha portato i suoi pastelli in silenzio. Solo quando le ho chiesto il nome del coniglio rosa, mi ha risposto: – Si chiama Piumina. La volta seguente le ho portato una maglia per Piumina. Me l’ha insegnato mamma e da allora ho sempre lavorato a maglia per ricordarla. Non sono brava e ho preso la lana troppo grossa, ma Tania si è illuminata, ha provato la maglia e ha detto “Bella”. Le ho chiesto di disegnare Piumina con la maglia nuova. L’ha disegnata. Ho scritto il nome, facendo un errore di proposito. Tania l’ha corretto. Non era affatto una disabile mentale. – Verrò da Tania tre volte a settimana, – ho annunciato a Vladimir. – Non ho soldi da buttar via, – lui scontroso. – Non voglio soldi, – mi sono quasi offesa. E così è rimasta. Quando la vice ha saputo delle mie visite, era scandalizzata. – Ma che fa? Non si può favorire un solo bambino, non è pedagogico! Inutile: li ho già visti questi casi. – Io li ho visti, – le ho risposto. – E so che non è il momento di abbandonarli. La ragazzina era davvero particolare: quasi sempre zitta, evitava il contatto degli occhi, preferiva disegnare invece di scrivere. Ma contava bene e imparava la grammatica in fretta. A fine trimestre i voti non sono più stati inventati: se li era meritati. – A Capodanno se ne va da qui? – mi ha chiesto Vladimir, evitando occhi negli occhi come fa Tania. – No, resto qui, – ho balbettato arrossendo. – Tania vorrebbe invitarla a festeggiare. Era strano. Da lei nessuna parola. Però non volevo ferire la bambina. D’altra parte non mi andava nemmeno di festeggiare con estranei. – Grazie, ci penso, – ho risposto. Quella notte ho dormito male. Non capivo cosa mi turbasse tanto. In fondo, dopo un mese di attenzione, è naturale che Tania sia più aperta. Non è quello che volevo? E che importa cosa pensa Vladimir… Così mi sono addormentata. La mattina dopo ha chiamato Giosuè. – Quando arrivi? – In che senso? – Per Capodanno? Non vorrai certo restare lì… – Invece sì! – Rita… Non basta più? Mio padre è agitato, non continua a chiamarti. Non mi ha mai chiamata. – Che vada dal dottore, – ho tagliato. – Quindi non vieni? – No, non verrò. – E io che faccio? – Quello che vuoi! Non pensavo davvero che Giosuè mi avrebbe preso sul serio e sarebbe venuto con lo spumante, l’insalata e i regali. – Se la montagna non va da Maometto… Sorprendente. Non mi dispiaceva, non pensavo Giosuè capace. Amava Capodanno in ristorante, tra musica e animazione. Qui nemmeno la TV. – Poco importa. Tu ci sei, conta quello. Cercavo il tranello, ma non lo trovavo. “Forse ho giudicato troppo in fretta?” Mi sono sciolta ancora di più quando ho trovato nei suoi regali i miei piatti preferiti e libri di pedagogia, un proiettore e un’agenda per insegnanti. – Grazie, – davvero commossa. – Pensavo avresti comprato solo gioielli e gadget. Ha sorriso: – Rita, ho capito che sei la cosa più preziosa che ho. Se vuoi vivere qui, vivremo qui. Comunque ho portato anche i gioielli. Ha tirato fuori la famosa scatolina rossa. E subito si è capito. – Posso non rispondere subito? – ho chiesto. Giosuè non era offeso. – Avevo paura rifiutassi subito. Posso aspettare quanto serve. Non sapevo che dire. Ho nascosto la scatolina in tasca. Vladimir aveva il mio numero di cellulare, ma mi ha chiamata al fisso. – Ha pensato? – mi ha chiesto. – Scusi, è venuto un amico. – Capisco. Ha messo giù. All’improvviso mi sono sentita male. Che modo di parlare: “Capisco”… Ma cosa capisce? Non ho promesso nulla, non c’è da offendersi! E invece si è offeso? Forse sì. Per Tania. Vuole evitare che sua figlia sia delusa. Mi girava la testa. Giosuè però non se ne accorgeva: tentava sempre di connettere a internet per vedere i film di Capodanno. Ho sentito un fischio: come si chiama un cane. Mi sono ricordata che anche Vladimir fischiava così. Ho buttato lo sguardo fuori. Vladimir e Tania erano davanti al cancello. Mi sono colorata in viso. – Chi sono? – ha chiesto Giosuè sulla difensiva. – Un’alunna, – ho squittito. – Vado ora. Avevo preparato a Tania un regalo: un’amica per Piumina, la coniglietta rosa. Mio padre lo avrebbe chiamato kitsch. Ho preparato anche un regalo per Vladimir. Non ero sicura fosse giusto, ma l’ho fatto: ho lavorato a maglia dei guanti. Ho afferrato i regali e sono corsa fuori, senza berretto e senza calze. La neve negli stivali, ma nessun fastidio. – Ciao Tania! – ho detto cercando di essere affabile. – Buon anno! Guarda cosa ti ho preso. Le ho dato il pacchetto. Tania ha preso la coniglietta e l’ha stretta, ha guardato il papà. Vladimir ha consegnato due pacchetti, uno grande e uno piccolo. Tania ha scartato quello grande: un quaderno con un fumetto disegnato, i suoi disegni. – Grazie, che fumetto bellissimo! Nel piccolo c’era una spilla a uccellino, una piccola colibrì d’oro. L’ho fissato negli occhi. Non guardava me. Tania ha detto: – Era della mamma. Mi si è chiusa la gola. – Allora… noi andiamo, – ha borbottato Vladimir. – Certo. Buon anno anche a voi! – Buon anno a lei… Avrei voluto abbracciare Tania, ma non me la sono sentita: stava ferma, stretta al pupazzo, in silenzio. Alla porta mi sono voltata. Per qualche motivo il cuore mi si è fatto stretto per quei due, e sono entrata in casa singhiozzando e battendo le palpebre. – E allora? – ha chiesto infastidito Giosuè. Ho guardato il quaderno, la spilla in pugno. Mi sono ricordata dei guanti dimenticati, e di quello che ha detto Tania: era della mamma… E poi quel sorriso contagioso di Vladimir che si apre solo quando guarda la figlia. Mi si è conficcato dentro qualcosa. Mi spiaceva per Giosuè, ma non aveva senso fingere con lui e con me stessa. Ho preso la scatolina, gliel’ho restituita e ho detto: – Torna a casa tua. Scusa, non posso sposarti. Scusa, – ho ripetuto. Giosuè si è incupito. Non era abituato ai rifiuti. Per un attimo ho temuto volesse aggredirmi, ma ha solo messo la scatola in tasca, ha preso le chiavi e se n’è andato in silenzio. Ho raccolto in fretta il cibo nei contenitori, i guanti che avevo fatto per Vladimir e sono corsa a raggiungere quegli estranei che, ora, erano tutto per me…
Ai confini del mondo. La neve si infilava negli stivaletti, bruciando la pelle. Eppure, comprare gli
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051
NON HO MAI RUBATO NULLA A NESSUNO La storia di Marta e Nastia: tra gelosie, famiglie difficili, amori giovanili e percorsi di rinascita, dai banchi di scuola a un destino che si incrocia anni dopo davanti allo studio di uno specialista, sullo sfondo di drammi familiari e seconde possibilità all’italiana
NON HO MAI PRESO NULLA DI ALTRUI Diario di Anastasia Caruso Ricordo bene quando ancora ero una ragazzina
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070
Scoprendo che il bambino era nato con handicap, la madre undici anni fa scrisse una «rinuncia». Questa dichiarazione Sanyi l’ha vista di persona, mentre portava i documenti al pronto soccorso.
Scoprendo che il bambino era nato con una lieve menomazione, sua madre, undici anni prima, aveva scritto
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074
UNA VITA IN ORDINE — Lada, ti proibisco di parlare con tua sorella e la sua famiglia! Loro hanno la loro vita e noi la nostra. Hai di nuovo chiamato Natalia? Ti sei lamentata di me? Ti ho avvertita. Non sorprenderti se succede qualcosa — Bogdan mi strinse dolorosamente la spalla. Come al solito in questi casi, mi rifugiavo in silenzio in cucina, in lacrime amare. No, non mi sono mai lamentata con mia sorella della mia vita. Parlavamo soltanto. Abbiamo genitori anziani, c’erano sempre cose da discutere. Questo faceva impazzire Bogdan. Odiava mia sorella Natalia. Nella sua famiglia regnavano pace e benessere, cose che nella nostra vita insieme non esistevano. Quando sposai Bogdan, ero la ragazza più felice al mondo. Mi trascinò in un vortice di passione. Non mi importava che fosse più basso di me, né della madre che si presentò al matrimonio a malapena in piedi. Più tardi scoprii che la mia suocera era un’alcolista di vecchia data. Accecata dall’amore, non vedevo il male. Ma dopo un anno di matrimonio iniziai a dubitare di quella felicità. Bogdan beveva forte, arrivava a casa ubriaco. Poi sono iniziati i tradimenti. Lavoravo come infermiera in ospedale, lo stipendio era misero. Bogdan preferiva passare le giornate fra amici e alcol. Non aveva intenzione di contribuire alla famiglia. All’inizio sognavo dei figli, ora mi prendevo cura del mio gatto di razza. Non volevo più mettere al mondo figli da un uomo che beveva. Eppure amavo ancora Bogdan. — Sei proprio sciocca, Lada! — mi diceva la mia collega e amica — Guarda quanti uomini girano intorno a te, ma tu fissi solo il tuo nano! Sempre piena di lividi per le sue botte. Smettila, prima che ti ammazzi! Sì, Bogdan spesso si lasciava andare alla rabbia, diventava violento. Una volta mi picchiò così forte che non potei andare al lavoro. Mi chiuse in casa e portò via le chiavi. Da allora, cominciai ad averne davvero paura. Mi sembrava che mi punisse perché non ero riuscita a dargli un figlio, per non essere una brava moglie. Mi ero abituata ad obbedire, rinunciare alle amicizie, persino ai miei parenti. Mi piaceva, però, quando mi chiedeva scusa in ginocchio, copriva il letto di rose rubate. In quei momenti mi sembrava di toccare il cielo. Sapevo che quelle rose non provenivano da lui, ma perdonavo tutto come facevano altre mogli. Probabilmente avrei vissuto così per tutta la vita, in una prigione dorata, se il destino non ci avesse messo lo zampino. — Lascia Bogdan, ho un figlio da lui. Tu sei sterile — disse un giorno una donna sconosciuta, senza tanti giri di parole. — Non ci credo! — le urlai contro. Bogdan cercava di negare, ma quando gli chiesi di giurare che non fosse suo figlio restò in silenzio. Capì tutto. — Lada, non ti ho mai vista felice. Problemi? — mi domandò all’improvviso il nostro primario, il dottor Germano Leone. — Tutto a posto — mentii. — È bello quando una persona ha la vita in ordine. Solo così è davvero felice — disse con un sorriso. Dicono che il dottore aveva divorziato per tradimento della moglie. Viveva solo, quarantadue anni, occhiali, stempiatura, non molto alto. Ma quando mi avvicinavo sentivo dentro di me qualcosa di forte, un profumo quasi inebriante. Non riuscivo a resistere al suo fascino. Le sue parole, “È bello quando una persona ha la vita in ordine”, mi colpirono dritto al cuore. Io, invece, ero immersa nel caos. Alla fine tornai dai miei genitori. — Lada, cosa è successo? Ti ha buttata fuori tuo marito? — No, mamma. Poi ti racconterò… Poi chiamò la suocera, mi urlò addosso, mi maledisse. Ma ormai ero libera. Grazie a Germano Leone… Bogdan si arrabbiò, minacciò, mi cercò dappertutto. Ma aveva ormai perso ogni potere su di me. — Bogdan, non perdere tempo con me, pensa a tuo figlio. Io ho già girato pagina. Addio — gli dissi con calma. Finalmente tornai da mia sorella Natalia e dai miei genitori. Mi sentivo di nuovo me stessa. La mia amica notò subito il cambiamento: — Lada, non ti riconosco più. Sei rinata, sei felice come una sposa! E il dottor Germano mi fece una proposta: — Lada, sposiamoci! Prometto che non te ne pentirai. Solo un patto: chiamami per nome, il titolo lasciamolo in ospedale. — Ma mi ami davvero, Germano? — Ah, le donne hanno bisogno di sentirselo dire! Sì, penso di amarti, ma io credo più ai fatti. — Mi baciò la mano. — Accetto, Germano. Penso che ti amerò anch’io. …Sono passati dieci anni. Germano ogni giorno dimostra il suo amore. Non bacia i piedi, non parla a vuoto come il mio ex. Protegge, ama, sorprende con gesti generosi e virili. Non abbiamo avuto figli. Forse ero davvero “spenta”. Germano però non si è mai lamentato, mai una parola fuori posto. — Lada, se è destino staremo solo noi due. Tu mi basti — mi consola quando sono triste. Sua figlia ci ha regalato una nipotina, Alessandra. È diventata la nostra ragione di vita. Quanto a Bogdan, ha continuato a bere fino alla fine prematura. Sua madre, se la incontro al mercato, mi fulmina con lo sguardo. Ma la sua rabbia non mi tocca più. Io e Germano, invece, abbiamo tutto in ordine. La vita è bellissima…
VITA IN ORDINE Lidia, ti ho detto mille volte: basta parlare con tua sorella e la sua famiglia!
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0374
Amici hanno scoperto che affittiamo un appartamento con mia moglie e ora vogliono trasferirsi. Come spiegare che non vogliamo affittare agli amici? È sempre più difficile trattare in queste situazioni
Gli amici hanno scoperto che io e mia moglie affittiamo un appartamento e ora vogliono trasferirsi.
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La Bellezza Nascosta
Ciao, ti racconto una storia un po strana che mi è capitata, così come se ti stessimo chiacchierando
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0280
Leonardo non ha mai voluto credere che Ilaria fosse sua figlia. Vera, la moglie, lavorava in negozio e si diceva che spesso si chiudesse nel retro con uomini stranieri. Così il marito non credeva che la minuta Ilaria fosse sua figlia e non l’ha mai amata. Solo il nonno aiutava la nipote e le ha lasciato la casa in eredità. Ilaria ha ricevuto amore solo dal nonno Da piccola Ilaria si ammalava frequentemente: era fragile e di bassa statura. “Né nella mia famiglia né nella tua esistono bambini così minuti”, diceva Leonardo. “Questa bambina è alta quanto una pentola”. Con il tempo la freddezza del padre si trasmise anche alla madre. Una sola anima ha veramente amato Ilaria – il nonno Matteo. La sua casa era sull’estremo confine del paese, vicino al bosco. Matteo era stato forestale tutta la vita. Anche in pensione, andava ogni giorno nel bosco, raccoglieva bacche, erbe medicinali, in inverno dava da mangiare agli animali. Lo reputavano un po’ strano e lo temevano, ma venivano da lui per le sue tisane benefiche. La moglie di Matteo era morta da tempo: le sue consolazioni erano il bosco e la nipote. Da quando Ilaria ha iniziato la scuola, viveva più dal nonno che a casa. Matteo le insegnava le virtù delle erbe e delle radici: Ilaria imparava tutto con facilità. Alla domanda “Cosa vuoi fare da grande?”, rispondeva: “Vorrei curare le persone”. Ma la madre diceva che non aveva i soldi per farla studiare. Il nonno invece la rassicurava: “Non sono povero. Se serve, vendo anche la mucca”. Ha lasciato alla nipote la casa e una profezia di felicità La figlia Vera veniva raramente a trovare il padre, ma un giorno si è presentata improvvisamente per chiedere soldi: il figlio aveva perso tutto giocando a carte in città e dopo essere stato picchiato era stato minacciato. “Quando ti serve vieni da me?”, chiese severamente il nonno Matteo. “Sono anni che non ti fai vedere!” E rifiutò di aiutare la figlia: “Non pagherò i debiti di Andrea. Devo pensare a Ilaria”. Vera scoppiò di rabbia: “Non voglio più vedere né te, né Ilaria! Non ho più né padre né figlia!”, gridò, uscendo furiosa dalla casa. Quando Ilaria fu ammessa alla scuola di infermiera, i genitori non le diedero neanche un centesimo. Solo Matteo la aiutava. La borsa di studio la aiutò, perché studiava con successo. Prima di finire gli studi, Matteo si ammalò. Sentendo avvicinarsi la fine, disse di aver lasciato la casa in eredità alla nipote. Le ordinò di trovare lavoro in città ma di non dimenticare la casa: “La casa vive finché dentro c’è lo spirito umano. D’inverno devi accendere il camino. Non aver paura di dormire qui sola. Qui troverai il tuo destino”, profetizzò Matteo. “Sarai felice, piccola”. Forse lui sapeva qualcosa. La profezia di Matteo si avverò Matteo morì in autunno. Ilaria lavorava come infermiera all’ospedale di zona e nei weekend andava nella casa del nonno. Accendeva il camino; il nonno aveva messo da parte tanta legna. Il tempo era brutto, con nevicate in arrivo. Ilaria affittava una stanza presso parenti anziani di una compagna di studi. Arrivò in paese la sera. Di notte scoppiò la bufera: al mattino la neve continuava a cadere, la strada era impraticabile. Un colpo alla porta la sorprese. Era un giovane sconosciuto: “Buongiorno. Dovrei dissotterrare la macchina che è bloccata davanti alla sua casa. Ha una pala?”. “C’è una pala vicino all’ingresso, la prenda. Vuole aiuto?”, rispose lei. Il giovane sorrise ironico: “Non vorrei che anche lei restasse bloccata sotto la neve”. L’uomo maneggiava la pala con destrezza, accese la macchina ma si impantanò di nuovo. Così Ilaria lo invitò a entrare per un tè caldo. La bufera presto sarebbe finita, la strada ripulita: non era una zona isolata. Lo sconosciuto, che si chiamava Stefano, accettò: “Non ha paura a vivere sola vicino al bosco?” Le spiegò che lei era lì solo nei weekend, lavorava in città, e ora doveva capire come tornare. Stefano propose di darle un passaggio, visto che anche lui doveva andare in paese. Ilaria accettò. Un giorno, tornando a casa a piedi, Ilaria si trovò davanti Stefano: “Forse il suo tè di erbe ha qualcosa di magico”, scherzò lui. “Mi è venuta ancora voglia di rivederla. E magari bere di nuovo quel tè”. Non ci fu mai il matrimonio: Ilaria non lo volle. Stefano all’inizio insisteva, poi cedette. Ma tra loro era vero amore. Così Ilaria capì che non solo nei libri gli uomini portano le mogli in braccio. Quando nacque il loro primo figlio, in ospedale si stupirono che da una donna così minuta fosse nato un bambino così forte! Alla domanda su come lo avrebbero chiamato, Ilaria rispose: “Matteo, in onore di una persona davvero speciale”.
Ti racconto una storia che mi sta davvero a cuore, sai di quelle che ti lasciano tra il sorriso e il magone?
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030
Non ho perdonato
Stavo nella piccola clinica del borgo, ascoltando lo scricchiolio dei passi sul pavimento di legno uno
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0238
Dieci anni da cuoca e domestica nella famiglia del figlio, senza ricevere alcuna gratitudine: la storia di un’insegnante italiana, pensionata a 55 anni, che ha vissuto per dieci anni con il figlio e la nuora, accudendo il nipote e gestendo la casa, per poi riconquistare la libertà e scoprire la gioia di vivere per sé stessa a 65 anni
Per dieci lunghi anni lavorai come cuoca nella casa di mio figlio e non ricevetti mai un grazie.
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051
Felicità Amara: La storia di Denis, eterno single tra mamme premurose, amori difficili e l’incontro in treno con Larisa, l’inaspettata compagna della vita, madre di tre figli e vedova, e la nascita della loro bambina speciale che cambierà per sempre la famiglia
LA FELICITÀ AMARA Ma cosa ha che non va quella ragazza? È una brava giovane, timida, pulita, studia alluniversità
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063
LA MOGLIE DI CASA «E come fai a vivere tanti anni con la stessa moglie? Qual è il segreto?» — ogni volta che veniva a trovarmi, mio fratello faceva sempre le stesse domande. «Amore e tanta, tanta pazienza. Tutto qui.» — rispondevo sempre uguale. «Questa ricetta non fa per me. Io amo tutte le donne. Per me ognuna è un mistero. E vivere con un libro già letto? No, grazie.» — sorrideva ironico mio fratello. Mio fratello minore, Pietro, si è sposato a diciott’anni. La sua sposa, Asia, era di dieci anni più grande. Dolce e innamorata perdutamente, Asia pensava di aver trovato la felicità. Vivevano nella nostra casa piena di parenti. Asia aveva una preziosa collezione di statuette di porcellana, amatissime, in bella mostra sul comò: tutta la famiglia sapeva quanto ci tenesse. In quegli anni io stavo giusto cercando la mia compagna per la vita. Desideravo trovare l’unica, per sempre… Pietro e Asia restarono insieme dieci anni. Lei lo amava e cercava di essere la moglie ideale, ma qualcosa mancava a mio fratello… Una sera Pietro tornò tardi e, senza motivo, si scagliò contro Asia: lei, per evitare il peggio, uscì in giardino col figlio. All’improvviso, un grande tonfo: erano le amate statuette, infrante sul pavimento—tranne una, l’unica superstite. Asia, muta e in lacrime, non disse una parola al marito. Da quel giorno, tra loro si creò una frattura. Pietro iniziò a bere e frequentare donne e amici discutibili. Sempre più assente, finché Asia e Pietro divorziarono, senza liti né rancori: Asia tornò al paese natale con il figlio, lasciando la statuetta rimasta come ricordo. Pietro non stette solo: visse una vita sregolata, tra nuovi matrimoni e altrettanti divorzi. Nonostante il talento da economista e una carriera promettente, la sua vita privata crollava… Un giorno, quando ormai era malato e solo, ci chiamò accanto a sé. «Sotto il letto c’è una valigia. Sem, passamela… L’ho riempita di statuette di porcellana. Le ho raccolte per Asia, per farmi perdonare, ovunque andassi per lavoro. C’è anche del denaro: consegnali tutto. Fai in modo che lei mi perdoni.» Dopo il funerale di Pietro, raggiunsi Asia per mantenere la promessa. Le consegnai la valigia e le mie scuse: «Asia, perdona tuo marito. Sei stata la sua vera moglie. Non dimenticarlo.» Anni dopo ricevetti una sola lettera da lei: «Sem, grazie a te e a Pietro per tutto. Abbiamo venduto le statuette, così io e mio figlio siamo riusciti a trasferirci in Canada: la nuova vita ci ha dato speranza e a Mitya la salute. Non avrei potuto più guardare quelle statuette—ci vedevo il mio amato Pietro. Mi ha chiamata sua moglie, e questo mi basta… Addio.» Non lasciò nessun indirizzo di ritorno…
MOGLIE VERA Ma dimmi, come fai a stare tanti anni con la stessa moglie? Qual è il segreto? Mio fratello
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0177
„Resta ferma, non dire nulla, sei in pericolo.” La giovane donna senza…
«Stai fermo, non dire nulla, sei in pericolo». La giovane senzatetto la trascinò in un angolo buio e
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Non ce lo aspettavamo Il nostro papà, mio e di Mariella, se n’era andato via per lavoro e sparì quando io ero in quinta elementare e mia sorella in prima. Più precisamente, questa volta sparì per sempre. Prima invece partiva e scompariva per mesi. Lui non era sposato con la mamma: era uno spirito libero, sempre in giro per l’Italia, tornava quando e come voleva, però con soldi e regali. La mamma sopportava tutto perché lo amava follemente. – Volodino, torna presto – lo pregava lei. – Dai, non farti venire la tristezza. Aspettami con i regali. La baciava distrattamente e spariva. Nel frattempo, il fratello di papà, zio Nicola, si occupava di noi. Credo che la mamma gli piacesse – ma non lo disse mai, mai nessuna attenzione speciale. Sapevamo solo che potevamo sempre contare su di lui. – Allora, come va qui, Taide? – chiedeva zio Nicola entrando. – E i piccoli? – Urrà, è arrivato lo zio Nicola! – gridavo abbracciandolo. – Ciao, Denis – mi stringeva brevemente. Per me sarebbe stato meglio se fosse stato lui mio padre. Nei fine settimana ci portava a passeggio mentre la mamma si riposava. Qualche volta usciva anche lei, altre volte preferiva restare a casa a riflettere sulla sua difficile vita da donna. Quando sono cresciuto un po’, zio Nicola portò a casa una parete ginnica e la montò nel corridoio. Papà allora non c’era da quasi sei mesi. L’ho aiutato con gli attrezzi, Mariella osservava da parte quanto era bravo zio Nicola con il montaggio di sbarra, corda e anelli. – Zio Nicola, perché non ti sposi? Dovresti, con quelle mani d’oro qualsiasi donna ti ruberebbe subito – commentò Mariella con una saggezza già da donna. Una saggezza maturata ascoltando le chiacchiere tra mamma e le sue amiche. – Non mi piace nessuna, Maria. Se trovo quella giusta, allora mi sposerò. – E non vuoi avere figli tuoi? Mariella allargò le braccia buffamente. Zio Nicola lasciò gli attrezzi e disse serio: – Per ora mi bastate voi. E tu, che vuoi, mandarmi via? – strizzò gli occhi. Mariella non era stupida. – Chi io?! Ma che dici, zio Nicola, sono sempre felice quando sei qui. A sera chiesi a Mariella: – Perché gli dai fastidio? Poi si offende e smette di venire. – Ma papà porta i regali… – sospirò mia sorella, – forse arriverà presto. – Uffa, che sciocca! Ti compri per i regali, sai quanto costa la parete che ci ha portato? – E a me che importa? Io voglio vestiti nuovi e bambole. Non sono una scimmia, a saltare su quei tuoi attrezzi. Questa volta Mariella aspettava invano il ritorno del padre. Non arrivò. Un giorno zio Nicola parlò a lungo con mamma in cucina, lei piangeva disperata. – Non piangere, Taide, io non vi abbandono. Lo sai, lui cerca sempre solo dove conviene di più. Mamma si mise a singhiozzare forte, “Oh-oh-oh!”, e pianse ancora a lungo. Poi tutto restò come prima. Zio Nicola continuava a venire: a dare una mano, a sistemare, a portarci in giro. Un giorno trovò il coraggio di parlare con mamma dei suoi sentimenti. Io ascoltavo con la coscienza pulita. – Nicola, non ti servo! Sei così bravo, ti meriti la felicità – diceva la mamma. – Lo so io, Taide, di chi ho bisogno – replicò lui, deciso. – E se lui torna? Nicola non rispose. – Io lo aspetto comunque. Lo amo, Nicola! Non posso farci nulla. Se davvero pensi che ti vada bene una così… senza cuore. Mi allontanai dalla porta sulle punte. Avrei voluto urlare alla mamma – che sciocca, quel padre aveva scelto di non tornare! Andammo avanti. Mariella tutta papà: dove si mangia, lì si resta. Non potevo accusarla. Ma anche lei, mi sa, capì che dei regali del padre era meglio smettere di aspettare. Zio Nicola si dava da fare. Lavorava per quella nostra grande famiglia. La mamma gli diede un figlio, Vado. Zio Nicola era al settimo cielo. Si sposarono, tutto tornò a posto. Finivo la scuola senza brutti voti, ero pronto per l’università. La mamma era radiosa come un samovar. – Dai, Koli’, avremo un figlio studioso in famiglia! – Eh già, anche noi sappiamo come si fa la zuppa, eh? – Ma smettetela! Che studioso – arrossivo, – datemi solo un po’ di spumante, da provare. – Ma se già lo hai provato – sbuffava Mariella, e io la fulminavo con lo sguardo. Vado tentava di arrampicarsi sul tavolo come una scimmietta, zio Nicola lo acchiappava e lo teneva in braccio. – Dai, figliolo, comportati bene. Non sei mica più un neonato! Vado afferrò un cucchiaio, se lo mise sul naso e fece il buffone. Tutti ridevano. – Senti, suonano alla porta? – si fece attenta Mariella. La mamma aprì e indietreggiò, un po’ tramortita. Nel vano apparve mio padre. Silenzio totale. Lui scrutò la stanza e disse: – Oh, che c’è? Continuate pure la festa. Noi zitti. Vado scese dalle braccia di zio Nicola e andò verso quell’uomo sconosciuto. Il padre non gli prestò attenzione, mamma prese Vado e lo strinse come uno scudo. Zio Nicola si alzò, titubante. – Dove vai? – domandò mamma, la voce irriconoscibile. – Devo… devo prendere aria. Uscì, scostando Nicola con la spalla. Io mi alzai, volevo seguirlo. Mariella subito dietro. – Guarda, Mariella, che vestiti alla moda ti ho portato – propose papà. Mariella nemmeno lo guardò, seguì me nel corridoio, bisbigliò all’orecchio: – Dai, vado io dietro a Nicola. Tu ascolta cosa succede qui. – Ma… – Dai, Denis! Sei il migliore a origliare. Accidenti, aveva ragione! Quasi da spia. Mariella uscì dietro a Nicola, io mi nascosi nel corridoio, terrorizzato: ora la mamma… lo aspettava da tutta la vita. E ora che succedeva a noi? – Taide, che hai fatto, ti sei sposata con Nicola? – ironizzò papà. Mamma taceva. – Taide, dai, cos’è stato è stato. Ma chi non ha sbagliato? Basta. Sono tornato. Rumore di colluttazione, uno schiaffo e il pianto spaventato di Vado. – Vattene, Vova… lontano da qui. – Dai Taide, che ti prende? – Ho detto basta. Vai via. Nessuno qui ti aspettava. – Non è vero. Lo leggo dagli occhi. Gli occhi non mentono. – Io ho detto basta – tagliò secca la mamma. Papà uscì, mi vide nel corridoio. – Ascolti di nascosto? Allora andrai lontano. Ma a me non importava. Rientrai in soggiorno, pensavo di trovare la mamma disperata, invece calmava Vado, si sistemava i capelli e risistemava la tavola, come Giulio Cesare multitasking. – Uff, stava per rovinarci la festa, eh? – sorrise un po’ storta la mamma. – E adesso, dove sono tutti quanti? Vado aveva già dimenticato che mamma aveva litigato: era felice e si sedeva a posto tutto. Uscivo sulla strada. Mariella e zio Nicola erano seduti sulla panchina nel parco opposto. Lei gli stringeva il braccio e gli poggiava la testa sulla spalla, come se temesse che lui sparisse. Mi avvicinai, guardai il volto perso di Nicola. Che voglia che avevo di dirlo da tanto. Mi spostai davanti alla panchina, lo fissai negli occhi: – Dai, papà, basta stare qui, torniamo a casa. La mamma ti chiama. Alle mani di Nicola venne il tremito. Mariella gli coprì le mani con le sue, staccò la testa, lo guardò: – È vero, papà, dai torniamo? Andammo. Alla fine, quel giorno era una festa: avevo finito la scuola.
Non se lo aspettava nessuno Quando ero in quinta elementare e mia sorella Bianca era in prima, nostro