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Il Diritto di Scegliere: Una Libertà Fondamentale
Alzarsi un minuto prima che suoni la sveglia sembra un atto di ribellione contro il tempo. La camera
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Il vestito degli altri All’epoca, nella nostra via, proprio tre case dopo l’ambulatorio, viveva una donna chiamata Speranza. Aveva un cognome comune—Bianchi—andava sempre in punta di piedi, discreta, come l’ombra di un pioppo in pieno mezzogiorno. Speranza lavorava nella piccola biblioteca di paese. Lo stipendio, se arrivava, te lo davano in pacchetti di riso, grappa o, scusate il termine, vecchie ciabatte. Suo marito non c’era. Era partito per il Nord in cerca di fortuna quando la figlia, Lucia, era ancora in fasce, e poi era sparito per sempre—chi dice che si sia rifatto una vita, chi che sia scomparso nei boschi del Trentino. Nessuno lo sapeva. Speranza ha tirato su Lucia da sola, facendo di tutto, cucendo di notte davanti alla sua vecchia Singer. Era una maga della stoffa: per sé nulla, ma che Lucia avesse sempre le calze senza buchi e fiocchi nei capelli, come le altre ragazzine. Lucia cresceva… bella, uno splendore. Occhi azzurri come fiordalisi, capelli dorati, fianchi sottili—ma orgogliosa, tantissimo, e si vergognava della loro povertà. Voleva ballare, voleva vivere, e invece si trovava con le scarpe rattoppate per il terzo anno di fila. Poi arrivò quella primavera: l’ultimo anno di scuola. Il tempo dei sogni delle ragazze, dei batticuori. Una volta Speranza venne da me a misurarsi la pressione, era maggio, i ciliegi fiorivano. Seduta sulla brandina, esile, le spalle appuntite sotto la maglietta scolorita. —Valentina, — mi dice, intrecciando nervosamente le dita. —Ho un problema grosso. Lucia non vuole andare alla festa di diploma. Sta facendo i capricci. —E perché? — le chiedo, mentre stringo la fascia sulla sua braccia sottile. —Dice che si vergogna. La figlia del sindaco, Elena Zotti, ha un vestito bellissimo, comprato a Milano, un sogno. Io non ho nemmeno i soldi per un po’ di cotone, Valentina. Abbiamo consumato tutte le scorte d’inverno. —E cosa pensi di fare?—chiedo. —Ho già un’idea,—gli occhi di Speranza si illuminano—Ti ricordi le tende di mamma chiuse nel baule? Sono di raso buono, un colore meraviglioso. Tolgo il pizzo dal colletto vecchio, ci ricamo delle perline. Non sarà un vestito: sarà un quadro! Annuii, ma conoscevo Lucia. A lei non interessava la bellezza: voleva lusso, etichette firmate, la moda della città. Ma zitto fui: la speranza di una madre è cieca e sacra. Tutto maggio le luci a casa Bianchi restavano accese fino a notte fonda. La macchina da cucire batteva come un mitra: tac-tac-tac. Speranza stregava la stoffa, dormiva tre ore, aveva gli occhi rossi, le mani punte, ma in viso la felicità. Il problema arrivò tre settimane prima della festa. Portai a Speranza un unguento per la schiena: le faceva male dopo notti seduta piegata. Appena entrata, non mi pareva di vedere un vestito: era un sogno sul tavolo. La stoffa scivolava e brillava, il colore un rosa cenere sofisticato, ogni cucitura, ogni perlina cucita con amore: sembrava illuminarsi da sola. —Che ne pensi?—chiede Speranza, e sorride timida, le mani tremano, tutte cerottate. —Una regina—le dico, sinceramente.—Speranza, sai lavorare l’oro. Lucia l’ha visto? —No, è a scuola. Voglio farle una sorpresa. Arriva Lucia, arrabbiata, paonazza, lancia lo zaino in un angolo. —Elena si vanta ancora! Le hanno comprato le scarpe nuove, di vernice! E io che cosa metto, le Converse rotte?! Speranza le va incontro con il vestito in mano: —Figlia mia, guarda… è pronto. Lucia si blocca, osserva il vestito, mi pare che si emozioni, e invece scoppia: —Cos’è questo?—il tono è gelido.—Sono le tende della nonna! Le ho riconosciute! Puzzavano di naftalina da cent’anni! Mi prendi in giro?! —È vero raso, guarda com’è bello…—balbetta Speranza. —Le tende!—urla Lucia, il vetro delle finestre vibra.—Vuoi che vada sul palco vestita da tendone? Che tutti mi prendano in giro? “La poveraccia Bianchi si è avvolta nella tenda!” Mai! Piuttosto nuda! Prende il vestito, lo getta a terra, lo calpesta. Sulle perline, sul lavoro della mamma. —Ti odio! Odio questa miseria! Odio te! Tutte le altre madri si danno da fare, e tu… Tu non sei nemmeno una madre! Un silenzio terribile calò. Speranza diventò bianca come il muro. Non urlò, non pianse, si chinò piano, da vecchia, raccolse il vestito, lo accarezzò, lo strinse al petto. —Valentina,—mi disse sottovoce, senza guardare la figlia.—Vai, ti prego. Dobbiamo parlare. Me ne andai. Avevo il cuore pesante, avrei voluto dare una lezione a quella ragazza… La mattina dopo Speranza era sparita. Lucia corse da me in ambulatorio, a mezzogiorno. Era pallida, la superbia scomparsa, negli occhi solo paura. —Valentina… La mamma non c’è. —Non c’è? Sarà in biblioteca? —No, chiusa. E non è tornata a casa. E…—Lucia si blocca, il mento trema.—E la madonna non c’è. —Quale madonna?—mi siedo. —San Nicola, quella nell’angolo rosso. Antica, d’argento. La nonna diceva che ci aveva salvato dalla guerra. Mamma diceva sempre “Questo è il nostro ultimo pane, Lucia. Per il giorno più nero”. Dentro mi gelo. Capisco cosa vuole fare Speranza. All’epoca le icone antiche le compravano a caro prezzo, ma potevano anche uccidere, truffare, sparire nei boschi. Speranza, ingenua come un bambino—era a Milano, a venderla per comprare il vestito alla figlia. —Cerca il vento nel campo,—sussurro.—Oh Lucia, cosa hai combinato… Tre giorni vissi nell’inferno. Lucia stava con me, aveva paura a dormire sola. Non mangiava, beveva solo acqua, aspettava, scrutava la via, ogni motore, ogni rumore, sperava di vedere la mamma. —È colpa mia,—ripeteva la notte, raggomitolata. —L’ho uccisa con le mie parole, don Valentina. Se torna, mi butterò ai suoi piedi. Il quarto giorno, la sera, squilla il telefono dell’ambulatorio, forte, urgente. —Pronto! Punto medico! —Valentina?—una voce maschile, stanca.—Chiamo dall’ospedale provinciale. Rianimazione. Mi piego sulla sedia. —Che succede? —È arrivata da noi una donna, tre giorni fa, senza documenti. L’hanno trovata in stazione, colpita da infarto. Si è svegliata un attimo, ha detto il nome del paese e il suo. Bianchi Speranza. La conoscete? —Viva?!—grido. —Ancora sì. Però è grave. Venite subito. Andare in provincia fu un’avventura. Il bus era già andato, mi rivolgo al sindaco, in ginocchio, ottengo un vecchio “Panda” col driver. Lucia non parlava, stretta al manico della porta, muta e pallida, mormorando preghiere—le prime della sua vita. In ospedale c’era odore di fallimento, disinfettante, silenzio di ruoli tra vita e morte. Il medico, giovane, ci riceve con occhi rossi di fatica. —Volete vedere Bianchi? Solo un minuto. E senza piangere! Non si deve agitare. Entriamo. Macchine che fanno beep, tubi, e sul letto c’è Speranza… La pallida piccola sotto la coperta, sembra una bambina. Lucia la vede e si inginocchia al capezzale, la testa sul lenzuolo, trema, trattiene le lacrime. Speranza apre gli occhi a fatica, il volto sfocato—poi la mano, blu dalle flebo, accarezza la testa di Lucia. —Lucia…—mormora, appena udibile.—Ti ho trovata… —Mamma,—piange Lucia, bacia la mano fredda.—Mamma, perdonami… —Soldi…—Speranza sfiora la coperta.—Li ho venduti, figlia… sono nella borsa. Prendili. Comprati il vestito… col filo d’oro… Come lo volevi tu… Lucia solleva la testa, la guarda, piange a fiumi. —Non mi serve un vestito, mamma! Non mi serve niente! Perché mamma, perché?! —Perché tu fossi bella…—Speranza sorride debolmente.—Perché tu fosse come le altre… Sto sulla porta, il nodo in gola non mi lascia nemmeno respirare. Guardo loro due e capisco cos’è l’amore di una madre: non ragiona, non pesa, si dona tutto, fino all’ultima goccia, all’ultimo battito. anche se il figlio è cieco, crudele. Cinque minuti, poi il medico ci caccia. —Basta,—dice.—Le sue forze sono finite. La crisi è passata, ma il cuore è debole. Sta a letto a lungo. Inizia l’attesa. Quasi un mese Speranza resta ricoverata. Lucia va a scuola, dà gli esami, il pomeriggio va in provincia sui passaggi. Libri, brodi, mele grattugiate. Non la riconoscevo più: la superbia sparita, la casa pulita, l’orto ordinato, gli occhi adulti. —Lo sa, Valentina,—mi disse.—Dopo quella lite, ho provato il vestito. Di nascosto. Era così delicato, profumava di mani materne. Sono stata stupida. Pensavo che, se il vestito fosse bello, mi avrebbero rispettata. Ora capisco che, senza mamma, non mi serve nessun vestito al mondo. Speranza migliorò. Piano, ma ce la fece. I medici parlavano di miracolo, io sapevo che la forza di Lucia l’aveva salvata. Fu dimessa giusto alla vigilia della festa di diploma. Ancora debole, ma voleva tornare a casa. Arrivò la sera della festa. Tutto il paese davanti alla scuola. Si ballava, “Ricchi e Poveri” dai diffusori. Le ragazze in abiti vari, Elena Zotti nel suo vestito di tulle da matrimonio, vanitosa e snob. Ed eccola, la folla si apre. Silenzio. Arriva Lucia, a braccio con la madre. Speranza pallida, si appoggia pesante, ma sorride. E Lucia… Non ho mai visto tanta bellezza. Aveva quel vestito. Di tende. Al tramonto, il rosa cenere risplendeva di luce irreale. Il raso cadeva sulla figura sottile, coprendo dove serviva, valorizzando il resto, il pizzo brillava sulle spalle. Ma la vera bellezza non era il vestito. Era Lucia. Camminava come una regina, fiera, ma negli occhi non c’era più superbia. C’era forza, rispetto, e portava la madre come se fosse di cristallo, mostrando con orgoglio: “Guardate, questa è mia madre. Ne sono fiera.” Il solito burlone, Nicola, tentò di ridere: —Oh look, la tendina! Lucia si voltò, calma, lo fissò negli occhi. —Sì,—disse forte.—Le mani di mamma l’hanno cucito. E questo abito vale più dell’oro. Tu, Nicola, non capisci la vera bellezza. Il ragazzo arrossì e tacque. E Elena Zotti nella sua gonna da sogno, all’improvviso, sembrava sbiadita. Non sono i vestiti che contano—mai. Lucia non ballò tanto. Restò con la madre, la copriva, le portava acqua, le stringeva la mano. In quel tocco c’era tanta dolcezza che le lacrime mi salivano agli occhi. Speranza guardava la figlia e il suo volto risplendeva: ora sapeva che tutto era stato giusto. E quell’icona miracolosa aveva aiutato non coi soldi, ma salvando l’anima. Sono passati anni. Lucia ha studiato cardiologia a Milano. Ora è un medico stimato, salva vite. Ha portato Speranza con sé, la coccola, vivono felici. Dicono che Lucia abbia anche ritrovato quell’icona nei mercatini, ha pagato caro per riaverla: ora è nella casa nuova, con una candela sempre accesa davanti. Guardando i giovani d’oggi, penso a quanto feriamo chi amiamo per piacere agli altri—quanto ci costa l’opinione altrui. Ma la vita è breve, una notte d’estate. La mamma è il nostro scudo dai venti eterni. Finché vive, siamo bambini. Quando va, siamo allo scoperto. Coccolate le vostre madri. Chiamatele adesso, se potete. E se non ci sono più, pensatele con dolcezza: lassù, ascolteranno. Se la storia vi è piaciuta, tornate a trovarmi, iscrivetevi al canale. Così ricorderemo insieme, piangeremo e sorrideremo di cuore. Per me ogni iscrizione è come una tazza di tè caldo in una lunga notte d’inverno. Vi aspetto!
Labito di qualcun altro Allora, in quel periodo abitava nella nostra via una donna di nome Speranza
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Una Giovane Donna Intraprendente
Una giovane donna, con una bimba stretta tra le braccia, scese dal pullman in una piccola frazione di
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Riparare la Fiducia: Un Viaggio di Riconquista e Rinnovamento
Sergio Niccolò camminava verso il centro civico di formazione di Bologna come se cercasse ancora il locale
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Nata non riusciva a credere a ciò che le stava capitando: suo marito, l’unico amore che considerava il suo sostegno e la sua roccia, quel giorno le disse: «Non ti amo più». Sconvolta, si immobilizzò mentre lui preparava la valigia e cercava le chiavi, proprio quando lei ne avrebbe avuto più bisogno: poche settimane prima aveva perso il padre improvvisamente, era costretta per senso di responsabilità a sostenere la mamma ormai canuta e la sorellina, invalidata a 18 anni da un grave trauma cranico. I familiari vivevano in un paese vicino. Il figlio era appena entrato in prima elementare. A giugno la ditta dove lavorava aveva chiuso; ora era disoccupata. E ora, anche il marito… Natascia si cinse la testa tra le mani, si sedette al tavolo e scoppiò in lacrime amare. – Oddio, cosa devo fare? Come sopravviviamo? Oh, Ales­sandro! Devo andare a prenderlo a scuola! L’urgenza delle piccole responsabilità quotidiane la costrinse a rimettersi in piedi. – Mamma, hai pianto? – No, Alessandro, no. – Piangi per nonno? Mi manca tanto, mamma! – Anche a me, tesoro. Ma dobbiamo essere forti. Il nonno è sempre stato forte. Ora sta bene con il Signore, non preoccuparti! Si merita il riposo, in vita non si è mai fermato. – E papà dov’è? – Papà? Sarà di nuovo in trasferta. E tu come va a scuola? La vita deve andare avanti. Non ti ama più? Non puoi farci nulla. L’amore non si impone. Nella confusione della sua vita qualcosa le era sfuggita… Mentre Alessandro pranzava e giocava con i soldatini, Natascia accese il computer del marito. Non lo aveva mai fatto prima; la password era a lato, facilissima. Lui non aveva nemmeno cancellato l’ultima mail. C’erano prove evidenti del suo amore per un’altra. E lei era ormai la “non amata”. Per dieci anni era “il suo sole”, dopo otto anni di battaglie per avere un figlio era diventata anche “la mamma”. Ora tutto era cambiato. E bisognava abituarsi. Prima di tutto, trovare lavoro. Nessuno si preoccupava della sua laurea a pieni voti. Il sussidio della disoccupazione non risolveva nessun problema. Cosa era successo, dove aveva sbagliato? Un marito affidabile, attento quanto basta, improvvisamente era diventato uno sconosciuto. Le sue riflessioni portavano a una sola conclusione: lui “era impazzito”. La casa costruita con i mattoni del sacrificio non era finita. Per fortuna avevano un tetto sopra la testa e una stanza dove dormire. – Lavoro, quanto mi servi! – Natascia stava per ricominciare a piangere, ma non ce n’era tempo. Aveva bisogno di un impiego, subito! I tentativi durarono giorni. Senza risultati! Il lavoro a scuola di Alessandro e la sua nuova solitudine riducevano le possibilità al minimo. La sera di un altro giorno fallimentare arrivò la telefonata di Romano, il suo compare: – Natascia, allora, non è tornato? – No. – Fare la magazziniera ti va? – Sei serio? – Sì, lo so che ora non hai voglia di scherzare. È con orario flessibile, puoi andare a prendere il figlioccio o fare il doposcuola. Lo stipendio è 1.200 euro. Pochino, ma meglio che niente. Domani vi porto un po’ di patate, cipolle e pollo. – Romano, ho già le galline che ci sfamano, mi fanno le uova! – Allora che ti continuino a sfamare: le tue galline non si toccano. – Grazie. E Galina? – Si tiene: è una roccia. Così era sempre stato: sua moglie Galina aveva subìto una dura operazione e faceva la chemio, ma Romano non si lamentava mai. “Va tutto bene”. Natascia pensò che forse poteva farcela. “Grazie a Dio – pregò – tu sei il più affidabile, vedi tutto e non abbandoni mai. Grazie per il mio compare.” Il lavoro fu facile da apprendere e c’erano momenti per restare sola e riflettere su tutto quello che era successo. I giorni, le settimane, i mesi passarono. Dopo un anno, Natascia si accorse di avere di nuovo appetito, di riuscire a dormire, a ridere, a gioire dei progressi di suo figlio. Il dolore per il tradimento del marito tornava solo quando lui si presentava per portare Alessandro nei weekend. Non gli negava il bambino, il loro rapporto non doveva rendere il figlio infelice. Avrebbe voluto chiedergli in cosa avesse sbagliato, anche se sapeva che non era quello il motivo, ma la passione improvvisa del marito per un’altra donna. Le tornò in mente una frase di un film: “L’amore dura fino alla prima curva, poi comincia la vita vera.” Per lei, amore e vita erano un tutt’uno. Per lui? L’autunno quell’anno sembrava un prolungamento dell’estate: caldo, alberi ancora verdi, voci di bambini in strada, colori di astri e crisantemi in giardino. Il giorno in cui Natascia incrociò lo sguardo di Michele non era diverso dagli altri, forse c’era più sole, la musica alla finestra era più alta, oppure era davvero il destino che aveva deciso di far incontrare due solitudini al momento giusto. – Signorina, la aiuto io. Non può caricarsi così, sa? – Mi sono abituata. – Eh no, una bella donna come lei non dovrebbe abituarsi a portare pesi. – Aiuta tutte le donne belle? Sei di turno davanti al negozio? – Eccome, ‘sto turno l’ho fatto a lungo, finalmente ti ho incontrata. Non si poteva evitare di ridere. E risero forte, di cuore, senza fermarsi. – Michele, – si presentò con la mano tesa e il sorriso negli occhi. – Natascia. – “Natascia, Natascia, la donna d’altri…” conosci la canzone? – No. Ma non sono la donna di nessuno. – Davvero? Che fortuna! Finalmente incontro una donna che sembra uscita da un sogno, e che è libera. Ma sono tutti impazziti, qui intorno, o sono ciechi? – Vedo che il senso dell’umorismo non ti manca. E la serietà? – Anche quella: Natascia, oggi andiamo al cinema insieme, parliamo, ci conosciamo. – Non posso, devo prendere mio figlio dal doposcuola. – Ma non ci credo: hai un figlio?! Avrai sì e no vent’anni, che doposcuola? – Ne ho 35. – Anch’io. Che coincidenza. Ma davvero pensavo fossi giovanissima. – E adesso? – Adesso sto realizzando. Tutti i papà sognano un figlio. E tu, così leggera: non sei sposata, dov’è il padre di tuo figlio? – Preferirei non parlarne ora. – Capito. E non insistiamo. Allora nel weekend. Possiamo andare al cinema per bambini, anche con tuo figlio. – Nel weekend va dal padre. – Non voglio essere invadente. Ma se hai due ore libere, chiamami. Ecco il mio biglietto: pediatra, ematologo pediatrico. – Questo sì che è serio. – E non ho tempo per cercare donne, di solito! – Va bene, Michele. Ti chiamerò, – rispose sinceramente. – Ti aspetto. Che autunno magnifico! Era proprio il loro regalo. I raggi tiepidi del sole mescolavano tra le foglie incredibili sfumature. Giornate limpide che li portarono in tutti i parchi della città. E poi la loro dolcezza, che bucò il dolore e li travolse in una danza d’autunno sotto il fogliame. Si avvicinarono con la delicatezza di chi ha paura di rovinare tutto: Natascia sentì di essere profondamente attratta da quell’uomo speciale. E, quasi un mese e mezzo dopo il primo incontro, si azzardò a proporgli un “tè insieme”. – Natascia, non offenderti: non verrò a casa tua. Per me è importante. Voglio custodire bene ciò che succede ora. Ti fidi? Quel weekend andarono nel parco naturale, Michele affittò una casetta che sembrava un castello. Dentro era calda e accogliente, ma Natascia non vedeva altro che gli occhi scuri dell’uomo che ormai amava, e si perdeva in loro. Non sapeva che la vera intimità tra uomo e donna potesse essere così dolce. – Michele, dove sono? Sembra di morire dal bene che provo. Ti amo. Come ho fatto senza di te? – Sei meravigliosa! Quanto sono felice! Di mese in mese sentivano sempre più forte il bisogno di stare insieme. – Natascia, sposami. – Michele, il mio divorzio è a fine mese. – E subito dopo ti sposo. Così nessuno mi ruba la “mia ragazza”. – Ma la ragazza decide per sé. Non è per chiunque. Ha già il suo uomo. Michele, niente feste: solo la firma e via, portami in quel castello dove sono diventata tua moglie per sempre. – Come vuoi, amore, così sarà. Solo Romano e Galina furono testimoni alle nozze. Mamma e sorella mandarono un telegramma festoso. Si trasferirono nella casa presa da Michele e, insieme, con passione la ristrutturarono: in particolare, la stanza per Alessandro. Il nuovo papà lo aveva già conosciuto, ma Alessandro, per cui la mamma e il papà erano le due metà inseparabili, con fatica accettava Michele. – Natascia, non spaventarti, facciamo controllare il sangue ad Alessandro. È troppo pallido. – Dai, Michele… è solo stress, soffre molto per il divorzio. Dicono che il divorzio per i bambini è peggio della morte di uno dei genitori. – Lo so, donna saggia. Anch’io da bambino ho vissuto il divorzio come una fine del mondo. Ma gli esami li facciamo lo stesso, piccolino? Il giorno dopo Michele tornò a casa con la testa bassa. Natascia capì subito: qualcosa non andava. – Natascia, non agitarti. Nel sangue di Alessandro ci sono delle anomalie. L’intuizione non mi ha tradito. Domani lo porto con me. Sembrava ingiusto. Si deve pagare la felicità con un prezzo così alto? Leucemia. Una parola da brivido. La loro vita cambiò. Natascia chiese un congedo non retribuito, non sapeva come avrebbe supportato Alessandro tra flebo e prelievi. Gli teneva la mano e gli diceva: – Resisti, tesoro! Sei forte! Sei il mio migliore amico! Non ti lascerò mai, resteremo sempre insieme! Quando non ce la faceva più, Michele le ordinava di dormire mentre lui restava con il bambino. Dormire non riusciva, fissava il soffitto. Il suo ex richiese che lei uscisse dalla casa in costruzione. – Al figlio penserò io. Starà a casa sua da me. – Visitalo, piuttosto. – Ora non posso, sono in trasferta. Michele, ascoltando tutto, la tranquillizzò: – Natascia, ce la faremo. Non pensare al passato. – Fa male. Lavoravo, investivo tutto in casa. E ora devo pensare a essere cancellata? – Non pensarci. Ogni pensiero lo dedica ad Alessandro. Io ce la farò. La famiglia è sempre stato il mio sogno. Dio lo sa. Non ci lascerà. – Michele, gli esami? – Continuiamo. I risultati non sono buoni. Natascia piangeva silenziosamente. Alessandro non doveva capire che stava male. – Papà Michele, cosa ho nel sangue? – Vedi, ci sono dei vascelli rossi e bianchi. Si danno battaglia… – Chi vince? – I bianchi, per ora. – E poi? – Aiuta i rossi. – Mamma, mi portate via? Sono stanco. – Natascia, volevo proporlo anch’io. Portiamolo nel nostro castello. Adesso c’è bel tempo, andiamo nel bosco. Si riposa. La primavera fiorì con i suoi colori attorno a loro. Camminavano nel bosco, gioivano di ogni fiore e filo d’erba. Alessandro, però, si concentrava con aria strana: – Cosa c’è, amore, stai male? – Mamma, non parlare. Sto facendo una battaglia navale. La piccola vacanza finì. Il bambino sembrava rinato: più fresco, con le guance colorate. – Mamma, dov’è papà? – In trasferta, amore. – Di nuovo? Vabbè… Rientrando in clinica, rifecero gli esami. La capolaboratorio chiese a Michele: – Michele, dove avete portato il bambino? – Vicino, in una riserva naturale. Perché? – Il sangue è ottimo. È in remissione. Michele fece un salto nella stanza: – Alessandro, che hai fatto? Stai meglio! Non piangere, Natascia. Sta guarendo. Che hai fatto, piccolo? – Papà, ricordi i vascelli? Ad ogni battaglia vincevano sempre quelli rossi.
Diario di Caterina Non riesco ancora a credere a ciò che mi sta succedendo. Fabio, mio marito, lunico
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Nata non riusciva a credere a ciò che le stava capitando: suo marito, l’unico amore che considerava il suo sostegno e la sua roccia, quel giorno le disse: «Non ti amo più». Sconvolta, si immobilizzò mentre lui preparava la valigia e cercava le chiavi, proprio quando lei ne avrebbe avuto più bisogno: poche settimane prima aveva perso il padre improvvisamente, era costretta per senso di responsabilità a sostenere la mamma ormai canuta e la sorellina, invalidata a 18 anni da un grave trauma cranico. I familiari vivevano in un paese vicino. Il figlio era appena entrato in prima elementare. A giugno la ditta dove lavorava aveva chiuso; ora era disoccupata. E ora, anche il marito… Natascia si cinse la testa tra le mani, si sedette al tavolo e scoppiò in lacrime amare. – Oddio, cosa devo fare? Come sopravviviamo? Oh, Ales­sandro! Devo andare a prenderlo a scuola! L’urgenza delle piccole responsabilità quotidiane la costrinse a rimettersi in piedi. – Mamma, hai pianto? – No, Alessandro, no. – Piangi per nonno? Mi manca tanto, mamma! – Anche a me, tesoro. Ma dobbiamo essere forti. Il nonno è sempre stato forte. Ora sta bene con il Signore, non preoccuparti! Si merita il riposo, in vita non si è mai fermato. – E papà dov’è? – Papà? Sarà di nuovo in trasferta. E tu come va a scuola? La vita deve andare avanti. Non ti ama più? Non puoi farci nulla. L’amore non si impone. Nella confusione della sua vita qualcosa le era sfuggita… Mentre Alessandro pranzava e giocava con i soldatini, Natascia accese il computer del marito. Non lo aveva mai fatto prima; la password era a lato, facilissima. Lui non aveva nemmeno cancellato l’ultima mail. C’erano prove evidenti del suo amore per un’altra. E lei era ormai la “non amata”. Per dieci anni era “il suo sole”, dopo otto anni di battaglie per avere un figlio era diventata anche “la mamma”. Ora tutto era cambiato. E bisognava abituarsi. Prima di tutto, trovare lavoro. Nessuno si preoccupava della sua laurea a pieni voti. Il sussidio della disoccupazione non risolveva nessun problema. Cosa era successo, dove aveva sbagliato? Un marito affidabile, attento quanto basta, improvvisamente era diventato uno sconosciuto. Le sue riflessioni portavano a una sola conclusione: lui “era impazzito”. La casa costruita con i mattoni del sacrificio non era finita. Per fortuna avevano un tetto sopra la testa e una stanza dove dormire. – Lavoro, quanto mi servi! – Natascia stava per ricominciare a piangere, ma non ce n’era tempo. Aveva bisogno di un impiego, subito! I tentativi durarono giorni. Senza risultati! Il lavoro a scuola di Alessandro e la sua nuova solitudine riducevano le possibilità al minimo. La sera di un altro giorno fallimentare arrivò la telefonata di Romano, il suo compare: – Natascia, allora, non è tornato? – No. – Fare la magazziniera ti va? – Sei serio? – Sì, lo so che ora non hai voglia di scherzare. È con orario flessibile, puoi andare a prendere il figlioccio o fare il doposcuola. Lo stipendio è 1.200 euro. Pochino, ma meglio che niente. Domani vi porto un po’ di patate, cipolle e pollo. – Romano, ho già le galline che ci sfamano, mi fanno le uova! – Allora che ti continuino a sfamare: le tue galline non si toccano. – Grazie. E Galina? – Si tiene: è una roccia. Così era sempre stato: sua moglie Galina aveva subìto una dura operazione e faceva la chemio, ma Romano non si lamentava mai. “Va tutto bene”. Natascia pensò che forse poteva farcela. “Grazie a Dio – pregò – tu sei il più affidabile, vedi tutto e non abbandoni mai. Grazie per il mio compare.” Il lavoro fu facile da apprendere e c’erano momenti per restare sola e riflettere su tutto quello che era successo. I giorni, le settimane, i mesi passarono. Dopo un anno, Natascia si accorse di avere di nuovo appetito, di riuscire a dormire, a ridere, a gioire dei progressi di suo figlio. Il dolore per il tradimento del marito tornava solo quando lui si presentava per portare Alessandro nei weekend. Non gli negava il bambino, il loro rapporto non doveva rendere il figlio infelice. Avrebbe voluto chiedergli in cosa avesse sbagliato, anche se sapeva che non era quello il motivo, ma la passione improvvisa del marito per un’altra donna. Le tornò in mente una frase di un film: “L’amore dura fino alla prima curva, poi comincia la vita vera.” Per lei, amore e vita erano un tutt’uno. Per lui? L’autunno quell’anno sembrava un prolungamento dell’estate: caldo, alberi ancora verdi, voci di bambini in strada, colori di astri e crisantemi in giardino. Il giorno in cui Natascia incrociò lo sguardo di Michele non era diverso dagli altri, forse c’era più sole, la musica alla finestra era più alta, oppure era davvero il destino che aveva deciso di far incontrare due solitudini al momento giusto. – Signorina, la aiuto io. Non può caricarsi così, sa? – Mi sono abituata. – Eh no, una bella donna come lei non dovrebbe abituarsi a portare pesi. – Aiuta tutte le donne belle? Sei di turno davanti al negozio? – Eccome, ‘sto turno l’ho fatto a lungo, finalmente ti ho incontrata. Non si poteva evitare di ridere. E risero forte, di cuore, senza fermarsi. – Michele, – si presentò con la mano tesa e il sorriso negli occhi. – Natascia. – “Natascia, Natascia, la donna d’altri…” conosci la canzone? – No. Ma non sono la donna di nessuno. – Davvero? Che fortuna! Finalmente incontro una donna che sembra uscita da un sogno, e che è libera. Ma sono tutti impazziti, qui intorno, o sono ciechi? – Vedo che il senso dell’umorismo non ti manca. E la serietà? – Anche quella: Natascia, oggi andiamo al cinema insieme, parliamo, ci conosciamo. – Non posso, devo prendere mio figlio dal doposcuola. – Ma non ci credo: hai un figlio?! Avrai sì e no vent’anni, che doposcuola? – Ne ho 35. – Anch’io. Che coincidenza. Ma davvero pensavo fossi giovanissima. – E adesso? – Adesso sto realizzando. Tutti i papà sognano un figlio. E tu, così leggera: non sei sposata, dov’è il padre di tuo figlio? – Preferirei non parlarne ora. – Capito. E non insistiamo. Allora nel weekend. Possiamo andare al cinema per bambini, anche con tuo figlio. – Nel weekend va dal padre. – Non voglio essere invadente. Ma se hai due ore libere, chiamami. Ecco il mio biglietto: pediatra, ematologo pediatrico. – Questo sì che è serio. – E non ho tempo per cercare donne, di solito! – Va bene, Michele. Ti chiamerò, – rispose sinceramente. – Ti aspetto. Che autunno magnifico! Era proprio il loro regalo. I raggi tiepidi del sole mescolavano tra le foglie incredibili sfumature. Giornate limpide che li portarono in tutti i parchi della città. E poi la loro dolcezza, che bucò il dolore e li travolse in una danza d’autunno sotto il fogliame. Si avvicinarono con la delicatezza di chi ha paura di rovinare tutto: Natascia sentì di essere profondamente attratta da quell’uomo speciale. E, quasi un mese e mezzo dopo il primo incontro, si azzardò a proporgli un “tè insieme”. – Natascia, non offenderti: non verrò a casa tua. Per me è importante. Voglio custodire bene ciò che succede ora. Ti fidi? Quel weekend andarono nel parco naturale, Michele affittò una casetta che sembrava un castello. Dentro era calda e accogliente, ma Natascia non vedeva altro che gli occhi scuri dell’uomo che ormai amava, e si perdeva in loro. Non sapeva che la vera intimità tra uomo e donna potesse essere così dolce. – Michele, dove sono? Sembra di morire dal bene che provo. Ti amo. Come ho fatto senza di te? – Sei meravigliosa! Quanto sono felice! Di mese in mese sentivano sempre più forte il bisogno di stare insieme. – Natascia, sposami. – Michele, il mio divorzio è a fine mese. – E subito dopo ti sposo. Così nessuno mi ruba la “mia ragazza”. – Ma la ragazza decide per sé. Non è per chiunque. Ha già il suo uomo. Michele, niente feste: solo la firma e via, portami in quel castello dove sono diventata tua moglie per sempre. – Come vuoi, amore, così sarà. Solo Romano e Galina furono testimoni alle nozze. Mamma e sorella mandarono un telegramma festoso. Si trasferirono nella casa presa da Michele e, insieme, con passione la ristrutturarono: in particolare, la stanza per Alessandro. Il nuovo papà lo aveva già conosciuto, ma Alessandro, per cui la mamma e il papà erano le due metà inseparabili, con fatica accettava Michele. – Natascia, non spaventarti, facciamo controllare il sangue ad Alessandro. È troppo pallido. – Dai, Michele… è solo stress, soffre molto per il divorzio. Dicono che il divorzio per i bambini è peggio della morte di uno dei genitori. – Lo so, donna saggia. Anch’io da bambino ho vissuto il divorzio come una fine del mondo. Ma gli esami li facciamo lo stesso, piccolino? Il giorno dopo Michele tornò a casa con la testa bassa. Natascia capì subito: qualcosa non andava. – Natascia, non agitarti. Nel sangue di Alessandro ci sono delle anomalie. L’intuizione non mi ha tradito. Domani lo porto con me. Sembrava ingiusto. Si deve pagare la felicità con un prezzo così alto? Leucemia. Una parola da brivido. La loro vita cambiò. Natascia chiese un congedo non retribuito, non sapeva come avrebbe supportato Alessandro tra flebo e prelievi. Gli teneva la mano e gli diceva: – Resisti, tesoro! Sei forte! Sei il mio migliore amico! Non ti lascerò mai, resteremo sempre insieme! Quando non ce la faceva più, Michele le ordinava di dormire mentre lui restava con il bambino. Dormire non riusciva, fissava il soffitto. Il suo ex richiese che lei uscisse dalla casa in costruzione. – Al figlio penserò io. Starà a casa sua da me. – Visitalo, piuttosto. – Ora non posso, sono in trasferta. Michele, ascoltando tutto, la tranquillizzò: – Natascia, ce la faremo. Non pensare al passato. – Fa male. Lavoravo, investivo tutto in casa. E ora devo pensare a essere cancellata? – Non pensarci. Ogni pensiero lo dedica ad Alessandro. Io ce la farò. La famiglia è sempre stato il mio sogno. Dio lo sa. Non ci lascerà. – Michele, gli esami? – Continuiamo. I risultati non sono buoni. Natascia piangeva silenziosamente. Alessandro non doveva capire che stava male. – Papà Michele, cosa ho nel sangue? – Vedi, ci sono dei vascelli rossi e bianchi. Si danno battaglia… – Chi vince? – I bianchi, per ora. – E poi? – Aiuta i rossi. – Mamma, mi portate via? Sono stanco. – Natascia, volevo proporlo anch’io. Portiamolo nel nostro castello. Adesso c’è bel tempo, andiamo nel bosco. Si riposa. La primavera fiorì con i suoi colori attorno a loro. Camminavano nel bosco, gioivano di ogni fiore e filo d’erba. Alessandro, però, si concentrava con aria strana: – Cosa c’è, amore, stai male? – Mamma, non parlare. Sto facendo una battaglia navale. La piccola vacanza finì. Il bambino sembrava rinato: più fresco, con le guance colorate. – Mamma, dov’è papà? – In trasferta, amore. – Di nuovo? Vabbè… Rientrando in clinica, rifecero gli esami. La capolaboratorio chiese a Michele: – Michele, dove avete portato il bambino? – Vicino, in una riserva naturale. Perché? – Il sangue è ottimo. È in remissione. Michele fece un salto nella stanza: – Alessandro, che hai fatto? Stai meglio! Non piangere, Natascia. Sta guarendo. Che hai fatto, piccolo? – Papà, ricordi i vascelli? Ad ogni battaglia vincevano sempre quelli rossi.
Diario di Caterina Non riesco ancora a credere a ciò che mi sta succedendo. Fabio, mio marito, lunico
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Ho comprato una fattoria per godermi la mia pensione, ma mio figlio ha voluto portare un’intera comitiva e mi ha detto: “Se non ti piace, torna in città!
29 ottobre 2025 Diario Ho acquistato una tenuta in Abruzzo per godermi la pensione, ma mio figlio Luca
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“Mi dispiace, Mamma. È un evento elegante. A Melissa non piace che tu ci sia. Pensa che tu sia troppo teatrale.”
Scusa, mamma. È un evento elegante. Michela non vuole che ci sei. Pensa che sei troppo drammatica.
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La suocera mi chiama “solo per due ore” ad aiutare per un anniversario, ma pretende obbedienza assoluta
La suocera mi chiama per due ore a darle una mano per il compleanno e pretende obbedienza. La voce al
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Mia nuora mi ha tagliato i capelli di nascosto mentre dormivo!
Mi chiamo Patrizia Mendoza. Ho cinquantotto anni e non avrei mai immaginato di vivere quello che sto
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«Non hai una famiglia, lascia la casa a tua sorella, per lei è più difficile adesso» mi disse mia madre. «Per te è tutto più facile, tua sorella invece ha una famiglia numerosa, devi capirlo.» — Perché sei così musona? Mia sorella si è seduta accanto a me sul divano con un bicchiere di succo in mano. I bambini facevano confusione intorno al tavolo, suo marito chiacchierava con la suocera agitando una forchetta con una fetta di torta. — Tutto bene, — ho distolto lo sguardo, — sono solo stanca, oggi è stata una giornata tremenda al lavoro. Lei sorrise e si aggiustò una ciocca di capelli. — Da qualche giorno volevo parlarti. Della casa di papà. — Dimmi pure. Si avvicinò abbassando la voce. — Abbiamo pensato… A te e a tuo marito a cosa serve questa casa? Siete in due, avete un appartamento vostro. Noi invece siamo in cinque in un bilocale in affitto. Se potessimo trasferirci lì — aria pulita, un giardino, spazio per tutti. Sono rimasta in silenzio fissando mia nipote che spegneva le candeline. Sei anni. La più grande dei tre. — Davvero a voi quella casa non serve — continuò lei — comporta solo spese. Il tetto perde, il recinto è storto, lavori infiniti. “Ma voi con che soldi li fate?” mi è passato per la testa. Ho taciuto. — Anche mamma pensa sia la scelta più logica — aggiunse — Non stiamo chiedendo un regalo, solo rinuncia alla tua parte. Poi ci si mette d’accordo. Ho annuito, anche se dentro di me qualcosa si stringeva. Sulla strada di casa mio marito guidava in silenzio. — Cos’è successo? — Vogliono che rinunci alla mia parte della casa. — In che senso, che la regali? — Esatto. Dicono che serve a loro. E che noi abbiamo già tutto. — Tutto? — ha sorriso amaramente — Il nostro monolocale ipotecato? Il giorno dopo mi ha chiamato mia madre. — Hai riflettuto? — Non c’è molto da riflettere. La casa è metà mia. — Sempre a parlare di diritti — mi ha rimproverata — E la famiglia allora? Loro hanno tre figli. Tu sei sola. — Il nostro appartamento è a rate. Lo finiremo di pagare fra dieci anni. — Loro nemmeno quello hanno. — Io mi sono occupata di papà negli ultimi mesi. Lo portavo negli ospedali. Compravo le medicine. Tua sorella è venuta due volte. — Tu sei la sorella maggiore. Devi capire. Sei libera. Libera. Questa parola mi ha trafitto. Quella sera ero in cucina con una tazza di tè. — Anche tua sorella insiste? — ha chiesto mio marito. — Sì. Il giorno dopo ho incontrato un’amica. — Quand’è l’ultima volta che tua sorella ti ha aiutata? — mi ha chiesto. Non ho saputo rispondere. — Sanno quanti soldi avete speso per la fecondazione assistita? — No. — Quasi un milione di euro. E nessuna gravidanza. Eppure pensano che per te sia tutto facile. Ho deciso di andare alla casa. Ci sono andata da sola. Giardino abbandonato. Porta che cigola. Odore di polvere e ricordi. Ho trovato un quaderno con la grafia di mio padre: preventivi per lavori che voleva fare. Non ci è riuscito. Il melo che avevamo piantato insieme da piccola. Quella casa non era solo una proprietà. Era memoria. Quando mia madre è arrivata e ha detto: — Tu sei senza famiglia, per te è più facile… Non ho abbassato la testa. — Tre tentativi di fecondazione assistita. Tre. E per la prima volta ho detto: — Questa casa è mia. E non la cedo. Il silenzio che è seguito non era più vuoto. Era liberatorio. La primavera è arrivata presto. La vicina mi disse: — Ti stava aspettando solo lui. Ero seduta in veranda, con una tazza di tè, indossando il maglione di papà, davanti al melo. Quella era la mia casa. Non perché ho rinunciato. Ma perché ne avevo diritto.
Tu non hai famiglia, lascia la casa a tua sorella, lei adesso ne ha più bisogno. così dichiarò mia madre
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A Natale a casa di mio figlio, lui mi ha guardato e ha detto: “Quest’anno il Natale è solo per la famiglia ristretta, sarà meglio senza di te,” e mentre ero ancora sotto shock, mentre tutti alzavano i bicchieri, il mio telefono ha squillato da un numero sconosciuto dicendo,
Caro diario, Questanno, a cena di Natale nella casa di mio figlio Roberto, mi ha guardato con occhi freddi
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Ho sposato una donna con una bambina. Diciotto anni dopo lei mi ha lasciato, ma sua figlia ha scelto di trascorrere le feste con me.
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«Non sei la padrona, sei solo la serva»
Caro diario, «Non sei la padrona, sei la serva». queste parole di mia suocera, Teresa Bianchi, mi hanno
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Il mio ex si è presentato un sabato pomeriggio con un enorme mazzo di fiori, cioccolatini, una borsa piena di regali e quel sorriso che non vedevo da mesi: pensavo venisse per parlarci e chiarire, ma dopo mesi di freddezza era tutto strano. Raccontava di aver pensato molto, che gli mancavo, che ero “la donna della sua vita” e che aveva capito i suoi errori, con una dichiarazione da copione. Poi, dopo regali, abbracci e robe sdolcinate, la verità: dovevo firmargli un prestito in banca per il “nostro futuro”. Quando ho rifiutato, ha cambiato tono, ha gridato, si è risentito e si è portato via quasi tutti i regali, lasciando solo i fiori sul pavimento. Così è finito il suo tentativo di riconciliazione, tutto in quindici minuti.
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Alla festa di mio figlio, ha preso il microfono e ha annunciato: “Mio suocero ha pagato per tutto — mia madre non ha nemmeno comprato la torta!
Al compleanno di mio figlio, lui afferrò il microfono e proclamò: Il suocero ha pagato tutto mia madre
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Non avrei mai immaginato che cinque minuti di attesa potessero cambiarmi la vita. Eppure è proprio quello che è successo.
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Mio figlio mi ha chiamato dicendo: “Mama, la settimana scorsa ci siamo trasferiti in un’altra regione. Mia moglie dice che ha bisogno del suo spazio.” Sono rimasta ferma per cinque secondi, poi ho risposto: “Va bene, figlio mio. Buona fortuna.”
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Ah, mio caro, è tornato – si rallegrò Eudocia!
Oh, il figlio è arrivato! esclamò Eufemia Bianchi, tirando su il velo dalla cucina. Niccolò Rossi sistemò
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Il giorno in cui mia nonna ha sposato il figlio dell’uomo che l’aveva lasciata all’altare: il più grande scandalo del paese dai tempi in cui qualcuno rubò i soldi della sagra
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Mi ci sono voluti quindici anni per capire che il mio matrimonio somigliava a quell’abbonamento in palestra che fai a gennaio: all’inizio pieno di buoni propositi, poi deserto per tutto il resto dell’anno.
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La Solitudine Svelata: Un Viaggio attraverso le Ombre dell’Anima Italiana
15 ottobre 2023 Mi sento avvolta da una solitudine che pesa più di una colonna di marmo. Ho accettato
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Mia nuora ha dimenticato il suo telefono a casa. Ha iniziato a squillare e sulla schermata è apparsa una foto di mio marito, scomparso cinque anni fa.
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Il Lupo e le Avventure del Passato: Un Viaggio nel Cuore della Tradizione Italiana
Caro diario, la vita di Vincenzo Rossi è partita con un rifiuto, senza motivo alcuno. La sua mamma, nel