Mia madre e mia sorella mi consideravano solo un portafoglio vivente non si presero mai la briga di interessarsi
Caro diario, La mia mamma è venuta a mancare quando avevo appena otto anni. Mio papà ha iniziato a bere
Dante, ti ho già spiegato cento volte chiude Antonella il portatile e si volta verso il marito.
SENZA UN TETTO Lucia non sa proprio dove andare. Non ha nessun posto… «Posso passare un paio di
Pensiamo che la vita sia già complicata, ma poi la rendiamo ancora più intricata. Fin dai primi anni
Non solo tata Erano anni ormai che ripensavo a quel periodo della mia giovinezza, quando studiavo alluniversità
Dopo 19 anni, mia madre è riapparsa ora vuole soldi e un tetto Avevo dieci anni quando ho capito che
Diario di Mariangela, 3 aprile Oggi sento il bisogno di mettere per iscritto i pensieri che mi affollano la mente.
Un GATTO RANDAGIO si INFILTRÒ nella stanza del miliardario in coma e CIO CHE SUCCESSE FU UN MIRACOLO
Mio figlio non vuole portare sua madre a vivere con noi perché in casa c’è già una sola padrona, e quella sono io. – “Non è giusto! È pur sempre sua madre, potrebbe tranquillamente ospitarla in casa sua!” – così si esprimono i parenti di mio marito. So che anche i nostri amici la pensano così, anche se nessuno ha il coraggio di dirmelo in faccia. Tutto questo nasce dalla situazione con mia suocera.
Barbara ha 83 anni e pesa più di cento chili, con frequenti problemi di salute. “Perché non portate Barbara a vivere con voi?” mi ha chiesto anni fa una cugina. “Va bene darle una mano ogni giorno, ma se dovesse succedere qualcosa di notte? È dura starle vicino in queste condizioni. Tuo figlio Daniel è il suo unico sostegno.”
È scontato che della nonna debbano occuparsi il suo unico figlio, la sua unica nuora e l’unico nipote. Negli ultimi cinque anni Barbara non è mai uscita di casa: le gambe fanno male e il peso non le permette più di muoversi. Il problema però parte da lontano, trent’anni fa, quando mia suocera era ancora giovane, energica, sana e autoritaria.
“Chi hai portato qui?” si indignò la madre del mio futuro marito Daniel. “Ho dedicato la mia vita a te solo per vedere questo?” Dopo quelle parole, rimasi in silenzio e me ne andai in autobus. All’epoca, la madre di mio marito viveva in una prestigiosa villa alle porte della città. Suo marito aveva un ottimo lavoro, quindi Barbara aveva vissuto bene anche dopo la sua morte. Quella sera Daniel mi rincorse per tornare con me. Ho avuto fortuna: mio marito non si è mai fatto comandare dalla madre, ma la rispettava comunque come anziana. Tentò di calmarmi e mi disse che sua madre “era fatta così”.
Dopo il matrimonio iniziammo a mettere i soldi da parte per comprarci una casa. Daniel lavorava fuori città per mesi e in pochi anni ci siamo riusciti. Era raro andare a trovare Barbara, che intanto raccontava assurdità su di me a Daniel e a chiunque incontrasse: “Vedi? Tua moglie non ti lascia aiutare la mamma…” e così via.
Quando Barbara decise di trasferirsi in città, i soldi ricavati dalla villa non bastarono per un appartamento. Ci chiese di integrare la cifra e promise che avrebbe intestato la casa a nostro figlio, suo nipote. Ma dal notaio cambiò idea improvvisamente: “La casa deve restare intestata a me,” disse, “altrimenti rischio di ritrovarmi per strada come mi ha raccontato un’amica!” Poi dichiarò che avrebbe lasciato l’appartamento a chi si sarebbe preso cura di lei da anziana. Voleva restare l’unica padrona! Ci accusava di volerla ingannare e abbandonare.
Da quel momento sono passati quasi vent’anni. Ancora ricordo i suoi lamenti nello studio del notaio e il nostro imbarazzo. Decidemmo di lasciar perdere. Lei si trasferì subito, non permettendoci nemmeno dei piccoli lavori di ristrutturazione. Dopo un mese cominciò a lamentarsi che la casa era vecchia e cadeva a pezzi. Mi accusava di averle fatto trovare una casa “indegna” e di volerla truffare.
Barbara adorava i figli della cugina, ma ignorava il proprio nipote, arrivando persino a fingere di non ricordare la sua data di nascita! Qualche anno fa si è ammalata e, ingrassando molto, faticava a spostarsi. Le portavo cibo dietetico prescritto dal medico, ma lei insultava e rifiutava ogni piatto: “Solo la cugina sa sfamarmi, tu invece mi fai morire di fame!”
L’anno scorso mio marito mi ha chiesto di prenderla a casa nostra. Secondo lui, la madre aveva capito l’importanza di ascoltare il medico. “D’accordo,” ho detto, “ma a queste condizioni: la cucina è solo mia, solo io decido cosa si mangia, e niente visite delle sue cugine!”
Mia suocera si è offesa e ha rifiutato: pensava di venire qui e comandare come in casa sua. Ma a casa mia l’unica padrona sono io! Ho dovuto continuare ad assisterla: pulizie, pasti, anche la notte. La cugina rimaneva solo a promettere visite al telefono.
La suocera chiamava lamentandosi che la affamavo (niente dolci, niente salumi), chiedendo alla cugina di portarle torte, che però si faceva sempre desiderare, pur abitando molto più vicino di me. Veniva solo una volta al mese per portare qualche cibo poco sano, mentre io ogni giorno mi prendevo cura di Barbara.
Un giorno la suocera convocò la cugina, denunciando che era sparita una collana con un crocifisso, suggerendo che potevo essere stata io. Non dissi nulla, ma poggiai il pranzo sul tavolo e raccolsi gioielli che erano scivolati vicino al comodino. Tornata a casa raccontai tutto a mio marito e insieme abbiamo deciso: basta. Ho proposto di mandarla in una casa di riposo. Daniel ha accettato.
Mi figlio non vuole portare sua madre a vivere con noi perché in casa nostra c’è una sola vera padrona… e quella sono io! Mio figlio non vuole portarsi la mamma a vivere con lui, perché in casa cè già una sola padrona, e quella sono io.
Nel villone aleggiava profumo di Chanel e assenza d’amore. La piccola Lisa conosceva una sola carezza vera: le mani calde della domestica Nunzia. Ma un giorno dal cassetto sparirono dei soldi e quelle mani scomparvero per sempre. Sono passati vent’anni. Ora Lisa è lei a bussare a una porta, con un bambino in braccio e una verità che brucia la gola…
***
L’impasto sapeva di casa. Non quella casa con la scalinata in marmo e il lampadario di cristallo, dove Lisa è cresciuta, ma la casa vera—quella inventata seduta sghemba sullo sgabello, in cucina a guardare le mani di Nunzia, rosse d’acqua, che impastano forte.
— Perché l’impasto è vivo, zia Nunzia? — chiedeva Lisa a cinque anni.
— Perché respira, tesoro. Vedi quant’è felice che presto finisce in forno?
Allora Lisa non capiva. Ora sì.
Se ne sta sul ciglio di una strada sterrata, stringe il piccolo Michele che non piange più—ha imparato. Guarda la madre con gli occhi scuri e seri, gli occhi del padre.
Non pensare a lui. Non ora.
— Mamma, ho freddo.
— Lo so, amore. Adesso troviamo.
Non sa nemmeno se Nunzia sia ancora viva, dopo vent’anni. Le è rimasto in mente solo: “Borgo Pini, provincia di Treviso”. E quell’odore di pane. E il calore di quelle mani—le uniche a coccolarla, senza motivo.
Cammina tra le corti buie, si ferma davanti a una casetta, sfinita, con Michele che pesa come un macigno.
Due gradini di legno sotto la neve, la porta scrostata.
Bussa.
Silenzio.
Poi passi sfregati, la voce roca che riconosce subito:
— Chi va in giro con questo buio?
Apre la porta.
Nunzia, in cardigan sopra la camicia da notte—il viso una mela cotta piena di rughe ma con quegli stessi occhi azzurri, vivi.
— Nunzia…
La vecchina si blocca, poi le accarezza la guancia con una mano nodosa:
— Santa Madonna… Lisetta?
Le ginocchia cedono a Lisa. Tiene stretto suo figlio, non riesce a parlare—scende solo il pianto caldo sulle guance gelate.
Nunzia non chiede nulla. Né “da dove”, né “perché”. Le mette il cappotto sulle spalle, prende Michele—che si lascia abbracciare—e sussurra:
— Ben tornata a casa, rondinella. Entra, vieni dentro.
***
Vent’anni.
Bastano per costruire un impero e perderlo. Per dimenticare una lingua. Per seppellire i genitori—anche se i suoi sono vivi, ma ormai estranei.
Da bambina, credeva che la villa fosse tutto il mondo: quattro piani di felicità, la biblioteca con il camino, lo studio del papà pieno di fumo e severità, la camera di mamma con le tende di velluto. Giù in cucina, invece, si sentiva giusta. Lì Nunzia le insegnava a fare i ravioli, male e storti com’erano. Aspettavano insieme che lievitasse la pasta:
— Zitta, Lisetta, se no s’offende e si sgonfia.
Quando sopra iniziavano le liti, Nunzia la prendeva in grembo e le cantava nenie di campagna.
— Nunzia, sei tu la mia mamma?
— Ma che dici, signorina!
— Perché allora voglio più bene a te che a mamma?
Nunzia taceva a lungo, poi:
— L’amore arriva e basta. Tu la ami la mamma, solo che è diverso.
Lisa già allora sapeva che non era vero. Mamma era bella, elegante e sempre assente, in viaggio a Parigi o in telefonate infinite.
Quella sera cambiò tutto.
***
— Ottantamila euro, — sentì Lisa dietro la porta socchiusa. — Dal cassetto. Sono sicura di averli messi lì.
— Forse li hai spesi e ti sei dimenticata?
— Luca!
Il tono del padre: spento, come tutto in casa, ormai.
— Chi ha il codice del cassetto?
— Nunzia fa le pulizie—gliel’ho detto io.
— Sua mamma è malata di tumore. Cure costose. M’ha chiesto l’anticipo il mese scorso.
— Non gliel’ho dato.
— Perché?
— Perché è la servitù, Luca. Se inizi a regalare soldi a ogni domestica…
Lisa chiuse gli occhi. Capiva troppo, troppo piccola per cambiare qualcosa.
Il mattino dopo, Nunzia preparò la borsa.
Lisa la guardava nascosta, in pigiama, nuda e tremante sul pavimento freddo. Nunzia piegava il suo poco: una vestaglia, le pantofole, l’icona di San Nicola.
— Nunzia…
La donna si volta, il viso sereno ma gli occhi arrossati.
— Lisetta, perché non dormi?
— Vai via?
— Vado, cara. Da mia mamma che sta male.
— E io?
Nunzia si inginocchia, così da guardarla negli occhi. Sa di pane, come sempre, anche quando non cuoce nulla.
— Crescerai, Lisetta. Diventerai una brava persona. Magari un giorno verrai a trovarmi, a Borgo Pini. Te lo ricordi?
— Borgo Pini.
— Brava.
Un bacio sulla fronte.
Porta chiusa. Rumore di chiave. E quell’odore scomparso per sempre.
***
La casa era minuscola.
Una stanza, la stufa in un angolo, il tavolo coperto da una cerata, due letti dietro una tenda a fiori. Sul muro l’icona annerita di San Nicola.
Nunzia si affaccenda—mette a bollire il tè, tira fuori la confettura dalla cantina, sistema Michele a dormire.
— Siediti, Lisetta. Riposati.
Ma Lisa non riesce. Sta in piedi, figlia di chi possedeva una villa da quattro piani—persa tra quelle pareti povere—ed è la prima volta che sente pace.
— Nunzia, perdonami.
— Per cosa, cara?
— Per non averti difeso, per aver taciuto vent’anni, per…
Il piccolo già dorme, Nunzia siede di fronte con il tè in mano e ascolta in silenzio.
Lisa racconta. La casa diventata straniera, i genitori divorziati dopo due anni, il padre caduto in rovina, la madre risposata in Germania, il padre morto solo e lei rimasta sola.
— Poi ho conosciuto Lorenzo, — abbassa lo sguardo. — Te lo ricordi, veniva a casa nostra?
Nunzia annuisce.
— Sì, il ragazzino magrolino.
— Pensavo “ecco, la famiglia vera”. E invece… era un giocatore. Gioco d’azzardo. Quando l’ho scoperto era troppo tardi. Debiti, minacce, Michele…
Silenzio. Il fuoco scoppietta, la lampada davanti all’icona tremola sul muro.
— Quando ho chiesto il divorzio, Lorenzo… voleva confessarmi una cosa, credeva bastasse a fermarmi, farmi perdonare.
— Cosa?
Lisa la guarda:
— È stato lui a rubare. I soldi, vent’anni fa. Sapeva il codice. E hanno accusato te.
Nunzia resta impassibile, stretta alla tazza.
— Perdonami. L’ho saputo solo una settimana fa. Non lo sapevo…
— Schhh.
Nunzia si alza, con fatica si inginocchia davanti a Lisa per guardarla negli occhi.
— Tesoro, tu che colpa hai?
— Tua madre è morta di tumore, ti servivano quei soldi…
— Mamma mia è mancata l’anno dopo. Almeno quell’anno l’ho passato con lei.
— Ma ti hanno cacciata come una ladra!
— Non vedi che a volte la menzogna ti porta dove devi davvero essere? Se non mi cacciavano, non avrei salutato la mamma per l’ultima volta.
Lisa piange, sommersa da tutto insieme.
— Eri arrabbiata?
— Certo. Ma poi passa. Porta rancore ed è solo veleno.
Nunzia stringe le mani di Lisa fra le sue, nodose, dure.
— Sei tornata. Con tuo figlio. Da me, vecchia, in una casa che cade a pezzi. E questo vale più di cento cassette forti, Lisetta.
Lisa piange forte come una bambina, col viso vicino alla spalla sottile di Nunzia.
***
Al mattino, Lisa si sveglia per un odore.
Pane.
Michele dorme ancora accanto a lei. Dietro la tenda Nunzia armeggia.
— Nunzia?
— Sveglia? Su, i panzerotti si raffreddano!
Lisa si alza stordita. Sul tavolo, coperti di giornale, stanno i panzerotti, dorati, storti, come da bambina. Profumano di casa.
— Pensavo… dovresti cercare lavoro, Lisetta. La biblioteca in paese cerca aiuto. Pagano poco ma qui si spende niente. Michele lo affidiamo all’asilo, c’è Veronica, una brava donna…
Lo dice con naturalezza, come fosse normale accogliere una quasi sconosciuta.
— Nunzia… io per te non sono nessuno. Perché mi accogli così?
Nunzia la guarda con lo sguardo limpido e buono di sempre.
— Ti ricordi perché il pane è vivo?
— Perché respira.
— Ecco. Anche l’amore è così. Respira. Non lo cacci via. Resta dov’è, vent’anni, trent’anni…
Le porge un panzerotto caldo, ripieno di mele.
— Mangia, signorina. Sei diventata un figurino.
Lisa prende il primo morso. E finalmente, dopo tanto tempo, sorride.
Fuori l’alba illumina la neve e tutto sembra semplice e giusto come quei panzerotti, come le mani di Nunzia, come un amore che non se ne va.
Michele si affaccia dalla tenda, annusa:
— Mamma, che profumo!
— È la nonna Nunzia che li ha fatti.
— No-nna? — ripete incuriosito. Guarda Nunzia, che ride con le rughe luminose sul volto:
— Sì, nonna. Vieni a mangiare con noi.
E lui si siede, ride per la prima volta dopo mesi mentre Nunzia gli mostra come fare gli omini di pane.
Lisa li guarda—suo figlio e quella donna che per lei è stata madre—e capisce: ecco, questa è casa. Non le pareti, non i lampadari, non il marmo. Solo mani calde. L’odore del pane. Un amore discreto e quotidiano, che non si compra né si vende.
Un amore che resta.
Strana la memoria del cuore: dimentichi volti, anniversari, dolori, ma il profumo dei panzerotti della mamma lo porti dentro tutta la vita. Forse perché l’amore non vive nella testa, ma più giù, dove non arrivano né tempo né rancore. E a volte devi perdere tutto—status, denaro, orgoglio—per ricordare la strada di casa. Verso quelle mani che ti aspettano. Nella villa aleggiava il profumo dei profumi francesi e della mancanza damore. La piccola Giulia conosceva
La sua amica si è dimenticata di chiudere la chiamata dopo una conversazione e Cosima ha scoperto molte
Mia madre fa finta di essere malata per non lavorare e vive alle nostre spalle. Non ha mai avuto la minima
Mi prometti di badare al nipotino solo per qualche giorno? la voce di Ludovica tremava, un misto di disperazione
Il marito se ne è andato per una donna più giovane. Non ho pianto. Mi sono seduta, ho respirato e, per
Ricordo che, dopo un anno di silenzio, Alessandro bussò di nuovo al portone di casa nostra a Roma, con
Ho tagliato i ponti con la mia famiglia e per la prima volta, respiro liberamente. Cresciuto con la convinzione
Per anni, sono stata unombra silenziosa tra gli scaffali della grande biblioteca comunale di Milano.
Ho vissuto con mia moglie per 34 anni, ma ora mi sono innamorato di un’altra donna. Non so cosa fare.
Mi chiamo Adriano, ho 65 anni. Sono sposato, ma in età avanzata mi sono innamorato di un’altra donna. Mia moglie ha 62 anni. Abbiamo un figlio adulto, già sposato e con figli.
Da quando nostro figlio è diventato grande e si è sposato, io e mia moglie siamo diventati quasi due estranei.
Dopo il pensionamento volevo che comprassimo una casa in campagna. A mia moglie non andava molto. Ma sono riuscito a convincerla. Abbiamo trovato una bella casetta e ci siamo trasferiti lì d’estate. Io adoravo la vita in campagna, mentre lei preferiva stare sul divano a leggere e guardare la TV. Non voleva aiutarmi in giardino, diceva che non si sentiva bene. Ho dovuto fare tutto da solo.
In autunno siamo tornati in città. Mia moglie era felicissima, io invece no. Dopo una settimana ho fatto le valigie e sono tornato da solo in campagna, semplicemente lì mi sentivo meglio. Mia moglie è rimasta in città. Ora ci vediamo raramente. In campagna mi sono innamorato di una donna di 60 anni. All’inizio non sembrava corrispondere i miei sentimenti, ora invece stiamo molto bene insieme. Vorrei divorziare, ma temo la reazione di nostro figlio. Dico ancora a mia moglie che sto facendo lavori nella casa di campagna, ma passo molto tempo con la donna che amo.
Mia moglie ancora non sa niente. Non riesco a decidermi se confessarle che voglio divorziare. Davvero, non so cosa dovrei fare. Ti racconto una cosa che ultimamente mi toglie il sonno. Mi chiamo Stefano, ho 65 anni, e sono sposato
Mi ha lasciato per una più giovane. Poi mi ha telefonato chiedendo se può tornare. Prende la valigia
I parenti misero subito fuori dalla porta la scatola con i gattini. Corgi andò dietro di loro e si rifiutò
Mamma, sei impazzita! gridò la mia figlia Maddalena, fissandomi come se fossi una pazza. Ti sei innamorata?
Allora, ascolta questa storia che devo proprio raccontarti. Mi viene ancora la pelle doca a pensarci.
E come fa la terra a sopportare certe madri! Ha mandato suo figlio in un orfanotrofio, perché non voleva
La cognata passava le vacanze in qualche lussuoso agriturismo in Toscana, mentre noi ci spaccavamo la