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027
Grazie per l’esperienza che ho vissuto nel matrimonio con tuo figlio. Ti riporto indietro l’amore di una vita.
Caro diario, Oggi ho messo nero su bianco le parole che ho tenuto dentro per troppo tempo. È un atto
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059
Tornata alla mia casa di campagna, ho scoperto che mia suocera e mio marito la mostravano a un compratore, convinti che non l’avrei mai sapu
Un sabato limpido di ottobre, con laria già frizzante dellautunno, Beatrice si svegliò presto, bevve
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030
La suocera derideva mia madre perché faceva le pulizie nelle case degli altri… oggi fa le pulizie nella mia casa.
Diario caro, Non dimenticherò mai il primo incontro tra mio marito e i miei genitori. Mia madre aveva
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023
Il rapimento del secolo — “Voglio che gli uomini corrano dietro a me e piangano perché non riescono a raggiungermi!” — Marina lesse ad alta voce il desiderio scritto su un foglietto e lo bruciò con un accendino. La cenere finì nel calice che svuotò tra le risate delle amiche. L’albero di Natale ammiccò con le luci, la musica salì, i brindisi risuonarono e i volti si confusero in un unico scintillante carosello di festa. Dalle fronde scese una polvere dorata—o forse così sembrò… “Mamma… Ma-ma, svegliati!” Marina aprì a fatica un occhio. Davanti a lei una squadra di ragazzini pronti a scendere in campo. “Voi chi siete? Vi conosco, bambini?” Scherzando, i bambini si presentarono, inclinando la testa: “Mamma, prova a ricordare! Matteo—9 anni, Alessio—7, Sandro—5, Davide—3 anni!” Tutti al completo, faccette furbe e determinazione da vendere. Non erano certo questi gli uomini che sognava le corressero dietro la notte di San Silvestro… “E dov’è il vostro mister?… Cioè… Papà vostro dov’è?” riuscì a sussurrare lei con la voce arrochita. “Portate un po’ d’acqua alla mamma… ” Appena chiuse gli occhi, si sentì subito: “Ma-ma!” Esi arrivarono due bicchieri d’acqua, un mandarino e una tazza di brodo di cetriolo sotto il naso. Il maggiore già sa come rianimare la mamma dopo i festeggiamenti. Crescono, questi ragazzi. “Mamma, dai che avevi promesso…” mugolano i più piccoli. Marina cercava sinceramente di ricordare come fosse arrivata lì e cosa aveva promesso. “Cinema?” “Nooooo!” “McDonald’s?” “No!” “Giocattoli?” “Dai mamma, non fare finta! Siamo già quasi pronti e tu ancora a letto!” “Ma almeno ditemi dove state andando, fatemi partecipe!” Si arrese lei. “Amore, su, svegliati,” arrivò la voce maschile. Entrò in stanza un uomo alto, moro, con scintille dorate negli occhi nocciola. Un vero sciupacuori! “Siamo pronti, ho già caricato l’auto. Passiamo al supermercato—e si parte!” Marina tentò sinceramente di ricordare chi fosse quell’uomo, perché quei bambini la chiamassero “mamma”. Nella testa, vuoto assoluto. Nemmeno un indizio. “Mamma, non dimenticare i nostri costumi! E prendi i tuoi!” gridò qualcuno dalla cameretta. Allora c’è pure la piscina? pensò. Ma che vita è questa? E perché non ricorda nulla…? Marina aprì gli occhi e guardò con attenzione la stanza. Ogni dettaglio era estraneo — mobili, tende, fotografie: tutto sconosciuto. Solo una pianta natalizia—una stella di Natale rosso cremisi, la classica “Poinsettia” in vaso bianco décorato da perle—le sembrava familiare. Provò pian piano a riavvolgere il nastro della sera precedente. Festa di Capodanno al ristorante con le amiche, Secret Santa, brindisi, risate… Erano finalmente riuscite a evadere, anche solo per poco, dalla solita routine: mariti, figli, compiti, asilo, pentole. Brillavano di quella libertà rara. E solo Marina sembrava sempre tranquilla e perfetta: single, padrona di sé, ultima “promessa sposa”, come la prendevano in giro le amiche. Nessuno da avvisare, nessuno che l’aspettasse o a cui dover rendere conto. Aveva regalato un set di crema “oro e caviale” all’amica: tutte a ridere che “sta roba va sul pane per colazione con lo champagne!”. E lei in cambio ricevette la stella di Natale in vaso e una bottiglia di bollicine francesi da una dimora antica—da gustare solo in occasioni speciali. Poi, un bigliettino di auguri letto a voce alta… e poi il buio. Da lì, come nei film: “Andai—crollai—mi svegliai—gesso!” Si guardò allo specchio: stessa giovane donna della notte di Capodanno, perfino il trucco era intatto. Ma i bambini, il marito? Non ne ricordava la nascita, la cura, né—tanto meno!—le nozze col bellone. Sapeva i nomi dei figli, ma non del marito. Che storia è questa?! Uscì in corridoio: trolley griffati, zainetti sportivi. Ma allora non era un picnic. Era un vero viaggio!? In quell’attimo rientrò il “marito”, sorridente e deciso a partire. Niente fedi, né sulla sua mano né su quella di lei. Ancora più strano… I bambini salirono sul minivan, i bagagli al loro posto, le cinture scattarono in automatico. Lui le passò il caffè: tiepido, macchiato—proprio come NON le piaceva. E questo la colpì più di tutto. Via, verso l’autostrada, mentre lei si sentiva come il riccio nella nebbia: tutto appare normale, ma nulla torna davvero. Ben presto la convinzione: “Questa non è la mia famiglia! Quest’uomo… mi ha rapita!”. Decisa a non farsi fregare, si preparò interiormente alla fuga. Prima occasione, una sosta all’autogrill: lei sgattaiola verso il minibus, pronta a scappare… ma niente chiavi nel quadro! “Eccoti! Ti stavamo cercando,” le fece lui dalla finestra. “Su, andiamo. Amore, riposa pure, guido io.” Di nuovo in viaggio, compare l’aeroporto. Tutti insieme nell’atrio. Lei, ormai sul chi va là, si stacca e grida a un vigilante: “È un rapimento! Aiuto!”. Fu subito stesa, ammanettata, circondata da poliziotti armati. Ma ecco che lui, calmo, protesta: “È uno scherzo di Capodanno! Nulla di violento, lo giuriamo!”. Ed ecco apparire le sue amiche dietro una colonna pubblicitaria, timide e complici, mentre i “figli” corrono ad abbracciare una delle donne—che era la vera mamma. Nessun vero marito, nessun rapimento: era tutto uno scherzo! Le amiche, tutte sorridenti e trafelate: “Volevamo solo farti sentire cosa vuol dire una vera famiglia e farti conoscere quel bravo ragazzo che ti fa la corte da una vita!”. Il principe azzurro—Vlad—le tende la mano: “Piacere, vuoi lasciarti rapire davvero stavolta?”. Marina sorride, dà l’ok. “Ma solo se lasciamo i bambini a casa…” Si avviano insieme verso il gate del loro volo per il Sud—Verso il sole, il mare, la vera avventura… e la vita che a volte non rapisce, ma ci porta semplicemente dove siamo sempre dovuti arrivare.
Il Colpo del Secolo Voglio che gli uomini mi inseguano e piangano perché non riescono a raggiungermi!
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047
Ecco come si tratta i nostri anziani! Mio fratello è tornato dagli Stati Uniti.
Che cura si ha per gli anziani! Mio fratello maggiore è tornato dagli Stati Uniti. «Il mio fratello più
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0151
«Quando è stata l’ultima volta che ti sei guardata allo specchio?» chiese Luca. La reazione di sua moglie lo lasciò senza parole Luca stava finendo il suo caffè mattutino, osservando di sottecchi Martina. Capelli raccolti con un elastico, quello… da bambina. Con i gattini dei cartoni animati. Eppure Silvia, la vicina del piano di sopra, era sempre impeccabile, fresca, con quel profumo costoso che restava in ascensore anche dopo che lei era uscita. «Sai,» disse Luca posando il telefono, «a volte mi sembra che viviamo come… beh, come vicini di casa.» Martina si fermò, la spugna bloccata in mano. «Che vuoi dire?» «Niente di speciale. Solo… quando è stata l’ultima volta che ti sei guardata allo specchio?» A quel punto lo guardò dritto negli occhi. Ed ecco, Luca capì che qualcosa stava andando fuori copione. «E tu, invece, Luca, quando è stata l’ultima volta che mi hai guardata tu?» chiese Martina sottovoce. Seguì una pausa imbarazzante. «Marti, non fare drammi. Dico solo che una donna dovrebbe essere sempre splendida. È fondamentale! Guarda Silvia… eppure ha la tua età.» «Ah, Silvia…» fece Martina, e nel suo tono c’era qualcosa che mise Luca in allerta. Come se avesse appena capito qualcosa di fondamentale. «Luca,» disse lei dopo una pausa, «facciamo così. Vado a stare un po’ da mia mamma. Rifletterò su quello che hai detto.» «Va bene. Viviamo separati, pensiamoci su. Ma sappi che non ti sto cacciando!» «Sai,» Martina appese la spugna al gancio con gesti precisi, «forse hai ragione. Devo davvero guardarmi allo specchio.» E iniziò a preparare la valigia. Luca restò in cucina, a pensare: «Accidenti, era proprio quello che volevo.» Solo che ora non si sentiva felice, ma vuoto. Per tre giorni visse come in vacanza. Colazione lenta, la sera tutto quello che voleva. Niente telenovele sull’amore e il tradimento. Libertà, capite? Quella mitica libertà maschile. La sera incontrò Silvia all’entrata del palazzo. Lei con le borse di Eataly, sui tacchi, vestito che le stava a pennello. «Ciao Luca!» sorrise lei. «Tutto bene? Non vedo Martina da un po’.» «È dalla madre. Si riposa,» mentì con facilità. «Ah.» Silvia annuì comprensiva. «Sai, a volte le donne hanno bisogno di una pausa. Dal tran tran, dalla routine.» Lo diceva come se la routine fosse un qualcosa che lei non aveva mai conosciuto. Come se a casa sua tutto si sistemasse da solo e la cena apparisse per magia. «Silvia, magari un caffè qualche volta? Tra vicini.» «Perché no,» sorrise lei. «Domani sera?» Tutta la notte Luca pianificò il domani. Camicia – quale? Jeans o pantaloni? Profumo – senza esagerare. Al mattino squillò il telefono. «Luca?» voce sconosciuta. «Sono Giuliana, la mamma di Martina.» Il cuore sobbalzò. «Sì, mi dica.» «Martina mi ha chiesto di dirti che passerà a prendere le sue cose sabato, quando tu non ci sarai. Lascerà le chiavi dalla portinaia.» «Aspetti, come sarebbe a dire che prende le sue cose?» «E secondo te? Mia figlia non può aspettare in eterno che tu decida se la vuoi o no.» «Signora Giuliana, io non ho mai detto nulla…» «Hai detto fin troppo. Addio, Luca.» E riagganciò. Luca rimase in cucina, fissando il telefono. Ma che diavolo? Non stava mica divorziando! Voleva solo una pausa. Un po’ di tempo per pensare. E invece avevano già deciso tutto, senza di lui! Quella sera il caffè con Silvia fu strano. Lei simpatica, raccontava del lavoro in banca, rideva alle sue battute. Ma quando lui cercò di prenderle la mano, lei la ritrasse con dolcezza. «Luca, capisci… non posso. Sei un uomo sposato.» «Ma ora viviamo separati.» «Ora. E domani?» Silvia lo osservò profundamente. Luca la accompagnò alla porta e salì in casa. Lo accolse il silenzio e il profumo da single. Sabato. Luca uscì apposta: niente scene, spiegazioni, lacrime. Che Martina prendesse le cose in pace. Ma alle 15 era già divorato dalla curiosità. Cosa aveva preso? Tutto? O solo l’indispensabile? E poi… com’era? Alle 16 non resistette e tornò a casa. Davanti al portone c’era un’auto con la targa della città. Al volante un uomo di quarant’anni, distinto, bel giubbino. Aiutava qualcuno con delle scatole. Luca si sedette su una panchina, aspettando. Dieci minuti dopo dal portone uscì una donna in abito blu. Capelli scuri raccolti non con l’elastico coi gattini, ma con una bella forcina. Trucco leggero che le sottolineava gli occhi. Luca guardava incredulo. Era Martina. La sua Martina. Ma diversa. Portava l’ultima borsa, e l’uomo la aiutò con premura, facendola accomodare in macchina come fosse di cristallo. A quel punto Luca non resistette. Si avvicinò. «Martina!» Lei si voltò. E lui vide il suo viso: sereno, bellissimo. Senza quell’eterna stanchezza che ormai ci si era abituato a vedere. «Ciao, Luca.» «Sei… tu?» L’uomo al volante si irrigidì, ma Martina sfiorò la sua mano, tranquilla. «Sì, sono io. Solo che tu da tempo non mi guardavi.» «Martina, aspetta. Possiamo parlare.» «Di cosa?» nessuna rabbia, solo sorpresa. «Tu hai detto che una donna deve essere sempre splendida. Così ti ho dato retta.» «Ma non intendevo questo!» Luca sentiva il cuore salire in gola. «E cosa volevi, Luca?» Martina inclinò la testa. «Che io diventassi bella solo per te? Che fossi interessante, ma solo a casa? Che imparassi ad amarmi, ma non troppo da lasciarti, se nemmeno mi vedi?» Ascoltava, e sentiva qualcosa cambiare dentro di sé. «Sai,» continuò lei piano, «ho capito che avevo smesso di curarmi. Non perché fossi pigra. Ma perché mi ero abituata a essere invisibile. In casa mia, nella mia vita.» «Martina, non volevo…» «Volevi. Volevi quella moglie invisibile che fa tutto, ma non disturba. E appena ti stanchi, puoi cambiarla con un modello più brillante.» L’uomo in macchina le disse qualcosa. Martina annuì. «Dobbiamo andare,» disse a Luca. «Vittorio mi aspetta.» «Vittorio?» Luca si sentì la gola asciutta. «Chi è?» «Qualcuno che mi vede,» rispose Martina. «Ci siamo conosciuti in palestra. C’è un centro fitness vicino a casa di mamma, sai. A quarantadue anni, primo allenamento della vita.» «Martina, ti prego. Proviamo ancora. Ho capito, sono stato uno stupido.» «Luca,» lo guardò intensamente, «ricordi quando è stata l’ultima volta che mi hai detto che ero bella?» Luca tacque. Non ricordava. «E quando mi hai chiesto come stavo?» Capì di aver perso. Non contro Vittorio. Contro se stesso. Vittorio accese il motore. «Luca, non sono arrabbiata con te. Sul serio. Mi hai aiutato a capire una cosa: se non vedo me stessa, nessuno potrà mai vedermi.» L’auto si allontanò. Luca rimase davanti al portone, a guardare la sua vita che se ne andava. Non la moglie – la vita. Quindici anni che aveva scambiato per routine, ma era felicità. Solo che non lo aveva mai capito. Sei mesi dopo, Luca incontrò Martina al centro commerciale. Per caso. Sceglieva con cura una confezione di caffè. Vicino a lei una ragazza di vent’anni. «Prendi questa,» le diceva. «Papà dice che l’arabica è migliore della robusta.» «Martina?» Luca si avvicinò. Martina si voltò. Sorrise, leggera. «Ciao, Luca. Ti presento – questa è Chiara, la figlia di Vittorio. Chiara, lui è Luca, il mio ex marito.» Chiara annuì educatamente. Bella ragazza, studentessa forse. Guardava Luca con curiosità, ma senza ostilità. «Tutto bene?» chiese lui. «Sì. E tu?» «Insomma.» Seguì una pausa imbarazzante. Cosa si dice ad una ex moglie che è diventata un’altra persona? Restarono tra gli scaffali. Lui la osservava: abbronzata, blusa leggera, nuovo taglio di capelli. Felice. Ecco: proprio felice. «E tu?» chiese lei. «Come va la vita sentimentale?» «Niente di che,» sospirò lui. Martina lo guardò attentamente. «Sai, Luca, stai cercando una donna che sia bella come Silvia, ma remissiva come ero io. Intelligente, ma non al punto da notare quando guardi le altre.» Chiara ascoltava a bocca aperta. «Una donna così non esiste,» concluse Martina serena. «Martina, andiamo?» intervenne Chiara. «Papà ti aspetta in macchina.» «Sì, certo.» Martina prese il caffè. «Buona fortuna, Luca.» Se ne andarono, e Luca rimase tra gli scaffali. Pensando che Martina aveva ragione. Cercava davvero una donna che non esiste. La sera, seduto in cucina con il tè, pensò a Martina. A chi era diventata. Che a volte la perdita è l’unico modo per capire il valore di ciò che si aveva. Forse la felicità non sta nel trovare la moglie perfetta. Ma nell’imparare a vedere davvero la donna che abbiamo accanto.
Dimmi, quando è stata l’ultima volta che ti sei guardata allo specchio? mi fa Sergio, mentre finiva
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059
Mio figlio non è pronto a diventare padre… «Svergognata! Ingrata e maialina!», urlava la madre contro la figlia Natalia, non badando minimamente al pancione che cresceva. Anzi, ciò le scatenava ancor più rabbia. «Fuori di casa! E non tornare mai più! Non voglio vederti nemmeno in fotografia!» La madre davvero la cacciò via. Non era la prima volta che succedeva per piccoli screzi, ma stavolta le disse di non ripresentarsi finché non avesse sistemato tutto. In lacrime, con una valigia scarna, Natalia si rifugiò dal suo ragazzo spaesato. Scoprì che Nazar non aveva nemmeno detto ai genitori di averla messa incinta. La madre di Nazar le chiese subito se non fosse troppo tardi per“sistemare” le cose. Ma era troppo tardi: il pancione era ormai evidente. Scioccata e impaurita, Natalia avrebbe fatto qualsiasi cosa per un aiuto. Solo un mese prima aveva respinto con forza le proposte della madre, ora si sentiva schiacciata dal futuro. — Mio figlio non è pronto a essere padre, — dichiarò decisa la madre di Nazar. — È ancora giovane, rischieresti di rovinargli la vita. Certo, ti daremo una mano come possiamo. Nel frattempo ti ho trovato un posto in un centro di accoglienza per ragazze come te: giovani incinte lasciate sole. Lì Natalia ebbe una stanza tutta sua. Finalmente poté riposare, prepararsi al parto, seguita anche da una psicologa. Quando finalmente nacque la sua bambina, la paura si impadronì di Natalia — ma poi, guardando la sua piccola, si sorprese a studiarla, piena di stupore e amore. Mancava poco a Natale, ma invece di belle notizie le dissero che presto avrebbe dovuto lasciare il centro: c’era già la lista d’attesa. Con la sua piccola Eva, di appena un mese, Natalia non sapeva come andare avanti — dove trovare i soldi, dove andare a dormire, chi chiamare. Il cuore della sua mamma restava duro: non volle nemmeno vedere la nipotina, cancellandole entrambe dalla sua vita. — Povera piccola, che triste questo nostro Natale… — sussurrò Natalia alla figlia. Lei aveva sempre amato questa festa: da bambina andava a cantare i canti di Natale per le case, conosceva tutte le canzoni e racimolava bei soldini, gironzolando coi bambini del quartiere. Quel sentimento le mancava: voleva tornare a sentire l’atmosfera delle feste andando di casa in casa. “Perché no?”, pensò. “La bimba è calma, la copro per bene e la porto con me. Canto un po’, magari ci aiuta. E chi non mi apre? Pazienza, che il Signore li benedica.” Il giorno dopo la Vigilia, Natalia scelse un quartiere residenziale tranquillo per la sua improvvisata tournée natalizia. Come sospettava, pochi le aprivano: tutti si aspettavano i soliti maschietti allegri. Ma dove riusciva a entrare, cantava così bene — e con tanta sincerità — che veniva ricompensata non solo coi soldi, ma anche con dolci e leccornie. Tutti si intenerivano a vedere la giovane mamma con la neonata. Capivano che una donna con un bebè non va certo a bussare per divertimento. Girare così non era facile. “Facciamo ancora quella villa là in fondo, magari i signori sono generosi,” pensò soddisfatta: ormai in tasca aveva messo insieme una bella cifra che le dava un po’ di sollievo. — Posso cantare una canzone di Natale per voi? — chiese, quando il proprietario la invitò ad entrare. Ma il comportamento del signore la spiazzò: la fissava, poi guardava il bebé, e improvvisamente diventò pallido, barcollando fino al divano. — Nadia? — sussurrò. — Prego? No, mi chiamo Natalia… Avrà confuso con qualcun’altra. — Natalia? Sei identica a mia moglie… — balbettò lui. — E una bambina… anche la mia era così. Loro… sono morte. In un incidente. E proprio qualche notte fa ho sognato che tornavano… È incredibile. — Non so cosa dire… — Vieni, accomodati! Raccontami la tua storia, per favore… Natalia era titubante: l’uomo sembrava davvero troppo emozionato. Però non aveva altro posto dove andare. Entrò quindi nella grande casa del signore solo. Subito notò la foto della moglie e della figlia: la somiglianza era davvero forte… Piano piano, iniziò a raccontare la propria vita, lasciandosi andare. Finalmente c’era qualcuno che voleva ascoltare. L’uomo la ascoltava in silenzio, uno sguardo pieno di attenzione, ogni tanto osservava la bimba che dormiva serena, con un piccolo sorriso — come se avesse sentito di essere finalmente tornata a casa, quella che presto sarebbe diventata veramente la sua nuova famiglia…
Il figlio non è pronto a diventare padre «Svergognata! Ingrata maiala!» urla la madre contro la figlia
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056
I miei familiari sono riemersi dopo che ho costruito una casa sul mare.
Sono nato in un paesino delle colline umbre. Ho ventidue anni e, da poco, i miei genitori, Giovanni e
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070
Quando il risparmio diventa una gabbia: la storia di Valeria e Ivan tra bollette risicate, sacrifici continui e il prezzo umano di quindici anni senza vacanze, vestiti nuovi o una casa tutta loro – fino al giorno in cui lei decide che basta, è ora di smettere di accumulare per iniziare finalmente a vivere
Guarda, ieri pomeriggio ero in cucina da Lavinia, che stava lavando i piatti quando è arrivato Stefano.
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0285
— E tu non devi sederti a tavola. Devi servirci tu! — dichiarò mia suocera. Rimasi accanto ai fornelli nella silenziosa cucina del mattino — in pigiama sgualcita e capelli legati in fretta. Profumava di pane tostato e caffè intenso. Sullo sgabello era seduta la mia bambina di 7 anni che, col naso immerso nell’album, disegnava ghirigori colorati coi pennarelli. — Ancora con quei tuoi panini dietetici? — risuonò una voce alle mie spalle. Sobbalzai. Alla porta stava mia suocera: sguardo severo, la voce che non ammette repliche; in vestaglia, capelli raccolti, labbra strette. — Ieri, tra l’altro, a pranzo ho mangiato quello che c’era! — continuò, sbattendo lo strofinaccio sul bordo del tavolo. — Né una zuppa, né un pasto normale. Sai fare le uova? Come si deve, non in quei tuoi… modi moderni! Spensi il fornello e aprii il frigorifero. Dentro mi girava una spirale tesa di rabbia, ma la ingoiai. Non davanti a nostra figlia. E non tra queste mura, dove ogni centimetro sembra ripetermi: “Tu qui sei solo di passaggio.” — Ora faccio — risposi con fatica, girandomi per non farle vedere che mi tremava la voce. Mia figlia non staccava gli occhi dai pennarelli, ma osservava la nonna di sottecchi — silenziosa, guardinga, in apnea. “Vivremo a casa di mia madre” Quando mio marito propose di trasferirci da sua madre, sembrava la scelta logica. — Stiamo da lei — solo per poco. Due mesi al massimo. Tanto è vicina al lavoro, e presto ci approveranno il mutuo. Lei non si è opposta. Io fui titubante. Non perché fossi in conflitto con mia suocera. No. Noi eravamo sempre cordiali. Ma conoscevo la verità: due donne adulte in una cucina — è un campo minato. Mia suocera era una donna che aveva bisogno di ordine, controllo e giudizi morali. Non avevamo molte alternative. Avevamo venduto in fretta il nostro vecchio appartamento; il nuovo era ancora da sistemare. Così ci siamo ritrovati tutti e tre nel suo bilocale. “Solo temporaneamente.” Il controllo quotidiano I primi giorni passarono tranquilli. Mia suocera era insolitamente gentile, mise uno sgabello in più per la bambina e ci offrì una torta. Ma già dal terzo giorno iniziarono le “regole”. — In casa mia si fa l’ordine — annunciò durante la colazione. — Si sveglia alle otto, le scarpe stanno nella scarpiera, le provviste si consultano, la TV va tenuta bassa che io non sopporto il rumore. Mio marito fece spallucce e sorrise: — Mamma, è solo per poco. Sopportiamo. Io annuii in silenzio. Solo che quel “sopportiamo” cominciava a suonare come una condanna. Io stavo svanendo Passarono una settimana, poi un’altra. La routine diventava sempre più rigida. Mia suocera tolse i disegni di mia figlia dal tavolo: — Danno fastidio. Tolta la tovaglia quadrettata che avevo messo io: — Non è pratica. I miei cereali sparirono dalla mensola: — Saranno vecchi. I miei shampoo “spostati”: — Non voglio che girino in giro. Non mi sentivo un’ospite, ma una persona senza voce né diritto. Il mio cibo era “sbagliato”. Le mie abitudini — “superflue”. Mia figlia — “troppo rumorosa”. E mio marito ripeteva sempre: — Porta pazienza. Questa è casa di mamma. Lei è fatta così. Io giorno dopo giorno perdevo me stessa. Sempre meno rimaneva della donna che era sicura e tranquilla. Ora c’era solo aggiustarsi e sopportare. Vita secondo regole che non sono mie Ogni mattina mi svegliavo alle sei, per prendere la doccia per prima, preparare la pappa, sistemare la bimba… ed evitare le ire della suocera. Alla sera preparavo due cene: Una per noi. Una “come si deve” per lei. Senza cipolla. Poi con cipolla. Poi solo nella sua pentola. Poi solo nella sua padella. — Non chiedo molto — diceva con tono di rimprovero. — Solo come si fa. Come si deve. Il giorno dell’umiliazione pubblica Una mattina ero appena riuscita a lavarmi e mettere il bollitore, quando mia suocera entrò in cucina come se fosse normale. — Oggi vengono le mie amiche. Alle due. Tu sei a casa, quindi prepari la tavola. Qualcosa di fresco, insalata, stuzzichini — niente di che. “Niente di che” per lei significava una tavola da pranzo di festa. — Eh… non sapevo. Devo… — Vai a comprare. Ti ho fatto la lista. Nulla di difficile. Mi vestii e andai al supermercato. Comprai tutto: pollo, patate, aneto, mele per la torta, biscotti… Rientrai e cucinai senza fermarmi. Alle due era tutto pronto: tavola apparecchiata, pollo al forno, insalata fresca, torta dorata. Arrivarono tre pensionate — ben vestite, con capelli curati e profumo d’altri tempi. E subito capii che non ero “dei loro”. Ero “la cameriera”. — Dai, vieni… siediti qui, vicino a noi — sorrise mia suocera. — Così ci servi. — Servirvi? — ripetei. — Che sarà mai? Noi siamo anziane. Tu non fai fatica. Ed eccomi di nuovo: con il vassoio, i cucchiai, il pane. “Porta il tè.” “Dammi lo zucchero.” “L’insalata è finita.” — Il pollo è asciutto — borbottava una. — La torta l’hai cotta troppo — diceva l’altra. Io stringevo i denti. Sorridevo. Raccoglievo i piatti. Versavo il tè. Nessuno mi chiese se volevo sedermi. O respirare un attimo. — Com’è bello avere una giovane donna in casa! — proclamò mia suocera con falsa dolcezza. — Su di lei si regge tutto! Fu allora che dentro di me qualcosa si ruppe. La sera ho detto la verità Quando le ospiti se ne andarono, lavai tutti i piatti, riposi gli avanzi, lavai la tovaglia. Poi mi sedetti in fondo al divano con una tazza vuota tra le mani. Fuori si faceva buio. La bambina dormiva raggomitolata. Mio marito era lì — immerso nel cellulare. — Senti… — dissi piano, ma decisa. — Così io non ce la faccio più. Lui mi guardò, sorpreso. — Viviamo da estranei. Io sono solo quella che serve tutti. E tu… tu te ne accorgi? Non rispose. — Questa non è casa. Questa è una vita dove io mi adatto e sto zitta. E io… sono qui con nostra figlia. Non voglio resistere ancora mesi. Mi sono stancata di essere invisibile e comoda per tutti. Lui annuì… lentamente. — Ho capito… Perdonami se non l’ho visto prima. Cercheremo una casa. Prendiamo quello che capita… ma che sia nostro. E abbiamo iniziato subito quella sera. La nostra casa — anche se piccola L’appartamento era piccolo. Il proprietario aveva lasciato i mobili vecchi. Il pavimento di linoleum scricchiolava. Ma appena varcai la soglia… sentii leggerezza. Come se finalmente avessi riavuto la mia voce. — Ecco… finalmente siamo arrivati — sospirò mio marito, posando le borse. Mia suocera non disse nulla. Non cercò nemmeno di fermarci. Non so se ci è rimasta male, o ha capito di aver esagerato. Passò una settimana. Le mattine iniziarono con musica. La bimba disegnava per terra. Mio marito preparava il caffè. E io guardavo tutto questo e sorridevo. Senza stress. Senza fretta. Senza “porta pazienza”. — Grazie — mi ha detto una mattina, abbracciandomi. — Per non aver taciuto. L’ho guardato negli occhi: — Grazie a te che mi hai ascoltata. Ora la nostra vita non è perfetta. Ma questa è casa nostra. Con le nostre regole. Il nostro rumore. La nostra vita. E questa è la vera felicità. ❓Tu cosa pensi: al posto della protagonista, avresti resistito “per poco” oppure te ne saresti andata dopo la prima settimana?
Tu non hai alcun motivo di sederti a tavola. Devi solo servirci! disse mia suocera, secca. Ero lì, accanto
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0671
Se osi chiamare la mia cena ‘immondizia’ ancora una volta, mangerai per strada!” minacciò Giulia alla suocera
“Se osi chiamare ancora la mia cena ‘immondizia’, ti ritroverai a mangiare per strada!”
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0136
Nemmeno trent’anni di matrimonio sono una ragione per sopportare il tradimento
Nemmeno trentanni di matrimonio sono motivo per sopportare un tradimento Lucia stava rigirando tra le
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022
— Di nuovo si lecca tutto! Massimo, porta via questo cagnone! Nastja guardava con irritazione il cane Teo, che saltellava confuso ai suoi piedi. Ma come avevano fatto a scegliersi un tipo simile? Ci avevano pensato tanto, avevano consultato allevatori, discusso e scelto con responsabilità. Alla fine avevano puntato sul pastore tedesco: volevano un amico fidato, un guardiano, un protettore. Tipo “shampoo tre in uno”. Peccato che il protettore spesso vada difeso persino dai gatti di cortile… — Ma è ancora piccolo, vedrai quando crescerà. — Eh, già. Aspetto con ansia che questo “cavallo” diventi grande. Hai visto quanto mangia? Più di noi due! Come faremo a nutrirlo? E poi basta pestare così, che risvegli la bambina! — brontolava Nastja, raccogliendo le scarpe che Teo aveva sparso ovunque. Abitavano in via Garibaldi, piano terra di un grande palazzo d’epoca: finestre basse, quasi affogate nell’asfalto. Bellissima zona, se non fosse per un piccolo dettaglio: le finestre davano su un angolo cieco del cortile interno, dove la sera si aggiravano ombre, qualche uomo si attardava a bere e, ogni tanto, scoppiava una rissa. Quasi tutto il giorno Nastja restava sola in casa con la neonata, Caterina. Massimo lavorava ai Musei Capitolini e nel tempo libero girava per mercatini dell’antiquariato e bancarelle di libri. Occhio esperto di storico dell’arte — battuta tipica di Nastja: “un occhio da gioielliere” — riusciva a scovare opere d’arte, libri rari e oggetti da collezione tra la massa. Così, a poco a poco, avevano accumulato quadri preziosi e vetrinette con piatti di porcellana di Capodimonte, statuette social-realiste e argenteria primi Novecento… A Nastja però risultava inquietante rimanere sola col “tesoretto” e la bimba: in quella zona i furti non mancavano mai. — Massimo, secondo te quando è meglio portare a spasso Teo? Ora o dopo pranzo? — Non lo so. E poi non è “roba mia” questa qui del cane! Non appena sentiva “andiamo a spasso”, Teo, come impazzito, si precipitava in corridoio scivolando in curva, prendeva il guinzaglio e tornava indietro saltando fin quasi al soffitto. Un cavallo, non un cane! Amava tutti, portava la palla a chiunque, ma i veri ospiti non li lasciava entrare. Un’anima aperta, semplice, ma l’avevano scelto per difenderli! Invece lui, persino coi gatti del cortile, ci voleva giocare… E infatti si ritrovava spesso “arruffato” da loro: gatti tosti in quel quartiere, altro che. E domani Nastja sarebbe rimasta di nuovo tutto il giorno da sola: Massimo partiva per la Festa di Levitan a Velletri, e lei? A fare la guardia alle porcellane e a spasso col quadrupede! Come direbbe una nonna romana, “Un pensiero in più…” All’alba Massimo si alzò in silenzio per non svegliarla. Ma come si fa? Nastja sentiva tutto: il bollitore in cucina, il tintinnio del guinzaglio, Massimo che sibilava a Teo di smetterla con i lamenti. In quella pace si riassopì; e poi la svegliò la figlia, Massimo già uscito. Una giornata normale, serena. E non è forse questa la felicità? Le amiche le dicevano: “Ma come, Nastja, sposata così giovane, ti dividi tra figlia, marito, la casa… Che noia!” Eppure, anche la vita quotidiana ha il suo fascino. Anche se non tutto era come aveva sognato: assenze troppo frequenti del marito, casa piccola, soldi scarsi e la passione di Massimo a svuotare il portafoglio… E adesso, pure il cane (che però poi spettava a lei gestire). Ma Nastja lo sapeva: bisogna amare i propri cari per ciò che sono, con pregi e difetti. Nessuno ti garantisce la perfezione… Capito questo, si sentì serena e decise di godersi ciò che aveva, senza rimpiangere ciò che mancava. Era in cameretta a dare da mangiare a Caterina, che si addormentava durante la poppata, e allora bisognava aspettare che si risvegliasse e ricominciasse. Suonò il citofono, ma Nastja non aprì: non attendeva nessuno e nessuno attraversa Roma per caso senza preavviso. Preziose ore mattutine, quanto le piacevano! La casa era silenziosa: solo il ticchettio dell’orologio antico nell’ingresso e, fuori dalla finestra, i rumori familiari della città: sibilo di tram, motori rombanti, passate di scopa sull’asfalto, voci di bambini… Ma dov’era il cane? Non si vedeva da un po’, troppo strano. A dire il vero, Teo non aveva neppure le orecchie troppo grandi: solo che, di carattere, era un po’ “testone”, tutto qua. Ora, eccola qui: a convivere con questo amicone, a dargli da mangiare e portarlo fuori — ma a che serve? Forse era meglio prendere un volpino… Nastja si perse a guardare la figlia, che sazia si era staccata dal seno. Una meraviglia, la loro piccola! “Zucchero mio…” Le bisbigliava mentre la metteva giù. “Cresci felice!” — cos’altro si può volere dalla vita? Proprio allora dal salotto arrivò un rumore strano, un misto tra uno strappo e un gemito. Nastja si mise in ascolto. Il rumore si ripeté. Senza fiato, tolse le ciabatte e scivolò nel soggiorno. La prima cosa che notò fu la schiena di Teo: stava nascosto dietro la tenda che divideva l’ingresso dal salone. Rannicchiato sulle quattro zampe, la lingua in fuori, fissava intensamente dentro la camera. Nastja seguì il suo sguardo e inorridì: dalla finestra, o meglio dalla finestrina in alto, spuntava mezza figura d’uomo. Tipica pelata da bandito, braccia e spalle già dentro, che si sforzava mugugnando di entrare con tutto il corpo. Un incubo! Cosa fare? Urlare? L’uomo era quasi dentro! Ancora un attimo e… Sobbalzò per il grido. Un’ombra nera scattò verso la finestra e Nastja capì dopo un attimo che era Teo. Saltò sul davanzale e si aggrappò al collo del ladro! “Aaaahhh!” urlò l’uomo con una voce roca, sgranando gli occhi fuori dalle orbite. Nastja corse fuori, chiamò i vicini e il peggio era passato: arrivarono tutti, chiamarono la polizia. Ognuno voleva aiutare: e la loro sola presenza diede coraggio. Cos’avrebbe fatto da sola? Superando la paura, Nastja si avvicinò al ladro: non sia mai che Teo gli morda la gola! Ma il cane, furbo, lo teneva ben saldo per il colletto, senza far male. Neanche una goccia di sangue. Solo se il ladro si agitava, stringeva la presa, ma bastava che restasse fermo perché Teo allentasse la stretta. Che intelligenza! Il “cagnone con la palla” agiva come un vero professionista. In silenzio, aveva appostato una trappola dietro la tenda, lasciando che il ladro s’incastrasse per bene, poi era saltato addosso col morso giusto… come diceva il proverbio: “il nostro compito è fermarlo, poi penserà la Giustizia.” Neanche i poliziotti più anziani ricordavano di aver mai visto un ladro così felice di farsi arrestare. L’uomo, terrorizzato dai denti di Teo, si arrese all’istante; il cane invece ormai ci aveva preso gusto e non voleva lasciar andare la “preda”. Solo all’arrivo del maresciallo cinofilo, che gli diede il comando, Teo mollò la presa: “Bravo cane!”, disse sedendosi davanti al finestrone, pronto agli ordini, commosso. “Ci vorrebbero più cani così nei nostri reparti,” mormorò il maresciallo passandogli una mano sulla testa, “Ce lo vedo in questura con noi…” Massimo tornò tardi la sera. Aprì la porta e rimase a bocca aperta: la prima cosa che vide fu Teo sdraiato sul divano (cosa assolutamente proibita), in una posa dignitosissima — o quasi sconcia — pancia all’aria, mentre Nastja gli grattava la pancia, lo coccolava e diceva: “Sei la mia gioia, il mio puledrino! Cresci forte, per la felicità della mamma e del papà. E come sono stata ingiusta con te… Spero non mi porterai rancore…” Questa storia me l’ha raccontata a una festa di Levitan proprio uno dei protagonisti: lo storico dell’arte. Teo l’avrebbe riferita meglio: come aveva spiato, come aveva agito, come aveva consegnato il ladro ai poliziotti. Era tanto tempo fa… ma la storia è rimasta viva nella memoria. A volte mi sembra di sentire Teo che gratta la porta della mia scrivania, come se volesse uscire su queste pagine — e oggi l’accontento.
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