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03
Jack, non contare i corvi! Da diversi giorni Jack rifiutava il cibo che gli portava Ludmila: — Ma dai, caro, sono le stesse polpette che ti comprava il signor Michele. Non verrà ancora per un po’… Non aspettarlo, — Ludmila allargava le braccia… Che scena strana… Alla lunga fermata gialla del pullman, tutti gli operai della fabbrica erano raggruppati da un lato mentre dall’altro non c’era nessuno, se non un cane fulvo e arruffato sdraiato davanti alla panchina… Jack aveva già quasi quattro anni e conosceva la vita come le sue quattro zampe. Passava le giornate alla fermata degli autobus, proprio davanti allo studentato. Dietro, la fabbrica e oltre solo la campagna. Niente di interessante – lì Jack c’era già stato, e più volte. Come fosse diventato “Jack”, nemmeno lui sapeva più. Così lo chiamavano alcune donne giovani dello studentato, che, impietosite dalla sua sorte, ogni tanto lo sfamavano. Per il resto, la gente lo evitava. Jack non ti guardava mai in modo languido né scodinzolava simpaticamente… Era un cane già adulto, ma col caratteraccio di un vecchio brontolone. Jack terrorizzava tutti con il suo cattivo umore. La gente… Cosa si può dirne di buono? Della maggior parte? Niente, davvero! Quelle due ragazze che lo nutrivano Jack concesse nella sua clemenza di non metterle “tra la maggioranza”. Jack non amava la gente, non amava i corvi e guardava con disprezzo i passeri che cinguettavano e si bagnavano nelle pozzanghere. Il tempo in cui sei cucciolo e credi che ogni essere umano voglia solo accarezzarti, finisce. Era finito anche per Jack. Anzi, secondo lui, le persone e i corvi facevano suoni altrettanto spiacevoli. Si mettevano a litigare per la fermata, a spintonarsi. E spingevano via il cane, per non averlo tra i piedi. Perché amarli? Nemmeno vale la pena chiederselo… Quanto ai corvi era un’altra storia: quei ladri si prendevano il poco cibo che le ragazze dello studentato lasciavano a Jack. Jack li scacciava, i corvi volavano via per poi tornare, pronti a tornare all’attacco senza arrendersi. Così passavano le giornate: Jack litigava coi corvi, li contava per vedere chi perdeva per primo un pezzo di coda, e poi abbaiava ai bipedi… Alla fermata gialla, insomma, non si stava neanche male. Non era certo un palazzo, ma un riparo da vento e pioggia c’era sempre, e anche l’ombra nei giorni caldi. Solo c’era sempre troppa gente… — Ma guarda come si è sdraiato, il signorino! Lascia passare, va’! — una scarpa interrompeva il sonno del cane. Jack apriva gli occhi. La scarpa tentava di scavalcarlo, ma il padrone della fermata non era d’accordo: “Vuoi fare a botte? Te la faccio vedere io!” Jack si alzava di scatto. La scarpa voleva scappare sana, ma proprio allora arrivava il bus dell’uomo. La cosa che Jack odiava di più era vedere le persone saltare felici sul bus, lasciandolo vittorioso solo su metà del campo di battaglia. Ma in effetti, la scarpa rimaneva lì, come un trofeo. Sola e senza padrone. “Ti sta bene!” pensava Jack, soddisfatto. Rosicchiava il trofeo con cura e poi trascinava la scarpa vicino al cestino dell’immondizia. — Tania, lascia stare quel cane matto! — una signora bionda strattonava l’amica più in là. — Un bestione così, nessuno lo tiene a bada, — annuiva un uomo con la sigaretta. La cicca volava vicino al cane, che ringhiava di nuovo. L’uomo, brontolando, si spostava all’altro lato della fermata… ***** Il giorno dopo Jack incontrava di nuovo il padrone della scarpa. Con lui c’era un altro uomo. — Eccolo! — il dito del “della Scarpa” indicava furioso Jack, tenendosi comunque a distanza di sicurezza. — Quel cane aggressivo! Fate qualcosa! — Cosa dovremmo fare? — l’altro uomo si stringeva nelle spalle. — Non siete mica il primo a lamentarsi, ma in questo paese non abbiamo il servizio per prendere i cani randagi. Il “della Scarpa” abbassava il dito e gesticolava come una gazza parlando a raffica. Jack ascoltava a orecchie dritte. Alla fine anche il secondo uomo si metteva a urlare. Jack li guardava soddisfatto: che scena, meglio di una battaglia fra corvi per una noce! Al “della Scarpa” sembrò pure di vedere un sogghigno comparire sul muso di Jack. Possibile? — Io proteggo lo studentato, non la fermata! — il custode tornava verso il suo posto. Poi però si fermava e tornava indietro: — Buttagli un osso ogni tanto e non ti caccerà più dalla fermata. — Grazie eh! Magari la prossima volta gli porto anche metà delle mie polpette! — replicava sardonico il “della Scarpa”. E rivolto a Jack: — E tu, cane? Niente da ringhiare oggi? Bel tipo! La “bestia”, capendo benissimo il tono, aiutava di nuovo a mandare il signore nel bus, abbaiandogli dietro come un diavolo scatenato. Il signore col viso ormai rosso, che tutti chiamavano Michele, lo fissava anche dal finestrino appannato del bus, sempre brontolando… L’ennesimo incontro era inevitabile. Ora Michele era appena diventato vicedirettore dello stabilimento. Tutto per lui era nuovo, anche la rogna con questo randagio della fermata. Capitava proprio a lui in un periodo in cui anche la sua auto era in officina: ogni mattina lo aspettava il solito abbaiare furioso. Perché questo demonio con la coda ce l’aveva sempre con lui?! Da quel giorno, Jack sembrava odiare solo Michele. Gli altri umani erano diventati invisibili per lui. Jack non vedeva l’ora che arrivasse il pullman di Michele: gli bastava l’odore della sua scarpa per agitarsi! Stufo degli sguardi e dei commenti degli altri, Michele aveva deciso di seguire il consiglio del custode: prendere una polpetta in mensa e offrirla a Jack. — Tieni! – rovesciava il regalo dal sacchetto davanti all’autobus sperando in un miracolo. Jack era lì lì per scortare “il della Scarpa” sul pullman a suon di abbaiate, ma il profumo della polpetta era irresistibile. La polpetta spariva in un attimo, lasciando solo il profumo tra la polvere… Jack leccava il pavimento, poi lanciava uno sguardo al suo uomo. — Guarda che faccia! Ne vuoi altra? Eh no caro! Sono single, non so nemmeno cucinare le polpette. E se ogni giorno te le porto dalla mensa, la tua faccia cattiva scoppierà tutta! ***** La mattina seguente Michele rimaneva colpito da un silenzio insolito. — Michele, cosa succede? Jack non ti abbaia più! — rideva la segretaria, signora Ludmila. — Sì, Ludmila, ora mi rispetta, — rispondeva Michele ancora perplesso guardando Jack. Da quel giorno il cane fulvo cominciava ad aspettare la polpetta che Michele portava ogni mattina. Forse, pensava Jack, non tutti gli uomini sono stupidi come sembrano. Forse sono diversi dai corvi che litigano all’alba per un coperchio… L’inverno si avvicinava. Un mattino la fermata era coperta da uno strato di neve fresca. Col primo vento gelido, Michele lasciava la solita polpetta e un altro regalo davanti a Jack. Il cane tremava, pronto a divorare la sua colazione. Non faceva nemmeno in tempo a vederla che la polpetta spariva subito: polpetta magica… Michele fissava il cane tremolante. — Arriva il bus, Michele, — Ludmila lo tirava per il cappotto, ma l’uomo restava lì. — Uffa! — sbuffava Michele, allontanandosi dalla fermata. Poco dopo tornava e, con un guanto nero, accarezzava Jack. — Hai freddo eh, randagio? Stenditi sul cartone, è meno freddo. Mettiamo qui questa scatola, che fa meno corrente… Ecco un’altra polpetta… ***** Sabato Michele restava a casa. I giardini davanti alla sua villetta erano sotto una coltre di neve. Il vento gelido soffiava forte. Michele preparava la colazione – uova e salame – poi si metteva a spalare la neve. Ma col pensiero era sempre lontano… A un tratto, guardava i fiocchi di neve volteggiare nell’aria. Lanciava la pala e correva fuori dal cancello… Alla fermata non c’era nessuno. Jack sapeva che in certi giorni la gente quasi non circola e il bus si svuota in un attimo. In quei giorni il suo stomaco brontolava più forte. Le ragazze dello studentato non si vedevano… Jack sapeva che doveva fare un bel po’ di strada fino al negozio vicino alle case: lì, forse, avrebbe racimolato qualcosa. Era pronto a lasciare il suo rifugio quando si fermava davanti a lui un bus. — Dove vai? Vuoi perderti nella tormenta? Michele lasciava a Jack delle salsicce. Il cane le divorava come se stesse per sparire tutto. — Oggi niente polpette, la mensa è chiusa, — si giustificava Michele. — Guarda cosa ti ho portato… Alla fermata spuntava una scatola grande con dentro una coperta vecchia. — Non avevo nient’altro. Vai, entra lì: almeno è un po’ più caldo… All’improvviso neve e vento non esistevano più per Jack. Sentiva solo un gran calore dentro di sé: una sensazione nuova. Nessuno aveva mai fatto niente di simile per lui… ***** Da giorni Jack rifiutava il cibo che gli portava Ludmila. — Sono le stesse polpette che ti portava Michele. Lui non viene ancora, si è preso un gran raffreddore… Non aspettarlo, — sospirava Ludmila. Jack la guardava con le orecchie basse. Scattava ogni volta che si apriva la porta del pullman, nella speranza di vederlo. Ma niente… Sentendosi solo, si acciambellava nella coperta dentro la sua scatola, mentre i corvi si azzuffavano per un tozzo di pane dietro la fermata. Ognuno portava via la preda nel suo rifugio segreto. Jack li fissava. Bah! Sciocchi uccelli! Anche lui aveva un nascondiglio segreto, una tana sotto la pensilina, proprio dietro il cestino. Ci si infilava, pensieroso: non era come quei corvi che dimenticavano i posti nascosti delle loro “ricchezze”. Ecco lì la scarpa… Se la ricordava bene! La odiava tanto, all’inizio. E ora? Qualcosa di inspiegabile gli straziava il cuore. Trascinava fuori la scarpa. Dov’era Michele? Ormai sapeva che la gente chiamava lui “il suo uomo”. Ma può un vero cane perdere il proprio padrone, una volta che finalmente lo trova? Ringhiava ai corvi: “Basta! Non voglio stare più qui con voi!” — Michele! Michele! Jack drizzava le orecchie: una ragazza col telefono invocava proprio quel nome. — Prendo il bus… Ho preso i documenti da firmare… Ludmila saliva sul pullman senza notare la coda fulva che la seguiva come un’ombra… ***** Il cane, pieno di speranza, fissava la ragazza che chiamava il suo uomo. Ludmila, avvolta nella sciarpa, scendeva dal bus. Jack la seguiva con la scarpa in bocca. Aveva il cuore leggero. Ma come aveva potuto pensare che quella neve fosse così cattiva? Ludmila suonava il campanello e, dopo poco, una voce familiare rispondeva. Jack abbaiava forte. Ludmila, sorpresa, scivolava nella neve mentre il plico di documenti atterrava tra i fiocchi… — Michele, mi aiuti prima a rialzarmi invece di abbracciare il cane? Gli occhi di Michele brillavano umidi. Da dove venivano quelle lacrime? — Sei venuto da me? Mi hai portato pure un pensierino? — continuava emozionato, stringendo il cane con una mano e la scarpa con l’altra. Ludmila, naturalmente, si rialzava e si scaldava con una tazza di tè. — Non ho mai capito, Michele, — diceva guardando Jack che si aggirava curioso in cucina, — perché non ti sei mai portato il cane a casa prima? Un casolare, con tutto lo spazio che vuoi… — Avevo paura, — sospirava Michele, — stavo solo da troppo tempo. Un cane è una responsabilità, è come una piccola famiglia… Ma ora non lo lascio più andare. Appena guarisco, imparerò a fare le polpette da solo… — Quindi dovevo venirti a prendere per sfinimento? — Ludmila rideva, scuotendo la testa. — Beh, meno male che Jack è venuto lui da te! E Ludmila provava a nascondere il sorriso sorseggiando il suo tè…
Gianni, smettila di contare le gazze! Da qualche giorno Gianni rifiutava il cibo che gli portava Lucia.
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04
Il Compagno di Code: Un Amico Fedele A Quattro Zampe
Federico non è odiato al lavoro; lo evitano più che altro. È un uomo pratico, autista esperto e dipendente
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02
L’ultima estate nella casa di famiglia: un ritorno a sorpresa in campagna, tra ricordi, vecchie ferite e il sogno di un mese insieme come una volta
Lultima estate a casa Arrivai di mercoledì, quando il sole era già alto e arroventava il tetto così tanto
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068
I pavimenti non si lavano da soli: la storia di Olga, due gemelli in arrivo e una suocera troppo presente
Il pavimento non si laverà mica da solo Giulia, mentre Matteo è al lavoro, devi occuparti tu della casa
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054
Vivremo l’uno per l’altro: una storia di famiglia, dolore e perdono nella provincia italiana
Dopo la morte della mamma, Marco si riprese un po. Negli ultimi tempi la madre era in ospedale, lì se
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033
Quando lo portarono nella sala di accoglienza dell’ospedale, era chiaro che si trattava di un annegato…
Quando mi fermarono allingresso del pronto soccorso dellOspedale San Raffaele, fu subito chiaro che avremmo
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042
Vattene, Kostià I piatti con la cena fredda erano ancora lì sul tavolo. Marina li guardava senza vederli. Ogni dettaglio del tempo che scorreva le era invece chiarissimo: le cifre dell’orologio si muovevano lente, quasi crudeli. 22:47. Kostià aveva promesso che avrebbe fatto presto, per le nove. Come sempre… Il telefono restava muto. Marina non era più arrabbiata. Tutto quello che c’era di vivo dentro di lei si era spento, lasciando solo una fredda stanchezza. Verso mezzanotte la chiave girò nella serratura. Marina non si voltò nemmeno. Sedeva sul divano, avvolta in una coperta, fissando un punto nel vuoto. – Ciao, cara. Scusa, mi hanno trattenuto al lavoro, – la sua voce stanca cercava di sembrare allegra, ma c’era qualcosa di falso. Kostià faceva sempre così, quando mentiva. Si avvicinò, chinandosi per baciarla sulla guancia. Marina si scansò istintivamente. Poco, ma abbastanza perché lui lo notasse. – Qualcosa non va? – chiese, slacciandosi la sciarpa. – Ti ricordi che giorno è oggi? – la voce di Marina era flebile, spenta. Lui si bloccò un secondo a pensare. – Mercoledì. Perché? – È il compleanno di mia mamma. Dovevamo andare da lei col dolce. Me l’avevi promesso. Il volto di Kostià cambiò all’improvviso. Sorriso sparito, lasciando spazio a colpa e panico. – Dio mio, Marina, me ne sono completamente dimenticato. Scusami, davvero, il lavoro… Non ho avuto un attimo. Le telefono domani, te lo prometto. Andò in cucina. Marina lo sentì armeggiare con piatti e sportelli. Si rifugiava sempre così: tra stoviglie e bicchieri era facile nascondersi dalle domande scomode. Ma quella sera Marina non intendeva risparmiarlo. Si alzò e andò sulla soglia della cucina. – Kostià, con chi hai davvero “lavorato” fino alle undici questa sera? Lui si voltò, la mano che stringeva un cartone di latte tremò: – Con il team. Abbiamo una scadenza importante, lo sai anche tu come funziona. – Certo che lo so, – annuì. – E so anche che oggi alle tre dicevi: “Elena, capisco tutto ma devo sistemare questa cosa”. Elena. La sua ex moglie. Il fantasma che li aveva seguiti per tre anni, portando con sé un gelo di rimproveri mai detti. Kostià impallidì. – Hai… origliato? – Non serviva. Parli così forte al telefono che sentivo tutto anche dal bagno. Appoggiò il latte e si sedette pesantemente. – Non è come pensi. https://clck.ru/3R8onP – E allora come dovrei pensarla? – stavolta nella voce di Marina filtravano finalmente delle emozioni. – È da mesi che sei inquieto! Sparisci alla sera! Mi guardi senza vedermi! Vuoi tornare da lei? Dimmelo in faccia, reggo il colpo. Con la testa bassa, Kostià fissava le sue mani. Forti, capaci, ma incapaci di costruire anche un grammo di felicità. – Non voglio tornare da lei, – disse piano. – E allora? Ci sei tornato a letto insieme? – No! – i suoi occhi gridavano sincerità e disperazione tali che Marina ebbe un attimo di dubbio. – Marina, giuro che non c’è niente di tutto questo. – E allora cos’è?! Cosa cerchi di “sistemare”?! – gridò quasi. – Paghi i suoi debiti? Risolvi i suoi problemi? Vivi la sua vita invece di vivere con me? Kostià taceva. Le parole che Marina aveva trattenuto per troppo tempo uscirono a valanga. – Vattene, Kostià. Vai da lei, se è così importante per te. Oppure da chi vuoi tu. Rimedia ai tuoi errori. Solo lasciami in pace. Non ce la faccio più. E nemmeno lo voglio. Voleva andarsene, ma Kostià scattò e le sbarrò la strada: – Non so dove andare! Non c’è nessuna Elena! Nessuna nuova, nessuna vecchia! Io… neppure io so cosa mi succede! Voglio solo sistemare le cose! Si voltò, deglutendo a fatica. – Non parlare per enigmi, – biascicò Marina. – Chiedi cosa sto sistemando? – esplose Kostià – Me stesso! Ci provo, ma non ci riesco. Capisci? Tu – non sei lei. Sei più paziente, più buona, hai creduto in me anche quando io non ci credevo più. Con te doveva andare tutto bene. Io dovevo essere giusto, nuovo. Ma non ci riesco! Continuo a rovinare tutto: dimentico compleanni, lavoro troppo anche se so che mi aspetti, sto zitto invece di parlare. E vedo la luce spegnersi nei tuoi occhi – come un tempo nei suoi. Marina restò zitta. – Non voglio trovarmi un’altra, – continuò piano Kostià – ho paura che, di nuovo, rovinerò tutto. Farò piangere anche lei. Non so… essere marito. Non so vivere insieme… giorno dopo giorno, senza drammi né litigi. Distruggo tutto quello che tocco. Per questo mi sento come su una corda, sempre in bilico. E tu… pure tu accanto a me sembri già spenta… Kostià fissò Marina. Gli occhi erano persi ma sinceri: – Il problema non sei tu. E non è Elena. Sono io. Marina ascoltò quel discorso sconclusionato e capì all’improvviso: Kostià non l’aveva mai tradita con un’altra donna, ma col suo stesso terrore di vivere. Non era cattivo, era solo perso, incapace di sapere come andare avanti. – E adesso, Kostià? – chiese senza rabbia. – Lo hai capito. E ora? – Non lo so, – ammise lui. – Allora chiarisciti le idee da solo, – sibilò Marina. – Vai da uno psicologo, leggi, sbatti la testa contro il muro – fai qualcosa. Basta correre in tondo sperando in una scorciatoia magica che aggiusti tutto. Non esiste nessun bottone miracoloso. Esiste solo il lavoro. Su te stesso. Vai a farlo. Da solo. Senza di me. Uscì dalla cucina, passandogli accanto nell’ingresso mentre si metteva il cappotto. *** La porta si chiuse. Kostià rimase solo, nella casa dove l’unico rumore era la pioggia contro i vetri. Si avvicinò alla finestra, guardò il profilo di Marina svanire nella notte bagnata, e sentì un peso nuovo e insostenibile. Il suo fallimento ormai non era più solo un fantasma. Era lì, coi piatti freddi, nel silenzio, nelle sue stesse mani incapaci di trattenere nulla. E invece di correre dietro a Marina, aprì una bottiglia di cognac…
Piatti con la cena ormai fredda restavano ancora sul tavolo. Guardavo quei piatti senza realmente vederli.
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0101
La porta chiusa in faccia: il giorno in cui ho scoperto che papà aveva già una nuova famiglia e la verità sulle bugie della nonna
Mamma, lo so che tu non mi vuoi bene… Martina si bloccò in mezzo alla cucina, il canovaccio tra le mani.
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044
Vendetta: Un’odissea di giustizia e riscatto
Due anni fa avevo tutto: una famiglia, una moglie, progetti per il futuro, speranze Ora non resta più nulla.
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042
Nadia non riusciva a credere a ciò che stava vivendo: suo marito, l’unico uomo in cui aveva sempre riposto fiducia e protezione, le aveva appena detto: «Non ti amo più». Lo shock la paralizzò, proprio quando aveva appena perso il papà e, schiacciata dalle responsabilità verso la mamma anziana e la sorella disabile, si ritrovava senza lavoro, con un figlio al primo anno di elementari e ora pure senza marito. Solo le necessità quotidiane la spinsero a reagire, ma la scoperta di un tradimento e il peso di tanti dolori la portarono a domandarsi come ricominciare da capo e cercare lavoro. Un piccolo spiraglio arrivò dall’amico Roman, che le offrì un posto da magazziniera: pagava poco, ma era meglio di niente. Passato un anno di fatica e lacrime, una tiepida e colorata autunno portò nella sua vita Michele, un medico ematologo che seppe ridarle il sorriso e l’apertura verso una nuova felicità. Ma quando sembrava che finalmente la vita ricominciasse, una diagnosi inaspettata colpì il piccolo figlio Alessio: leucemia. Iniziò così una dura battaglia dove l’amore, il coraggio e l’unione della nuova famiglia divennero fondamentali per affrontare terapie, paure e incertezze, fino alla sorprendente remissione. Una storia vera di rinascita dopo il dolore, di speranza e incontri che cambiano la vita, sullo sfondo di un’Italia fatta di solidarietà, piccole gioie quotidiane e resilienza.
Antonella non riesce ancora a credere a ciò che le sta succedendo. Suo marito, lunico uomo che abbia
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026
Basta! Tre anni di critiche dalla suocera modello: quando finalmente una mamma italiana alza la testa e mette i puntini sulle “i” nella propria casa acquistata con il proprio lavoro
Ma ascolta, ti racconto una scena che sembra uscita da una commedia italiana, ma purtroppo era la mia
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0415
SUOCERO IMPERTINENTE
Papà, ti dispiace se per qualche mese ci sistemiamo da te? chiese timidamente Marco al padre.
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050
La padella per le crêpes Secondo orologio, Galina era già in ritardo al lavoro, rischiando l’ennesima multa e un’altra discussione spiacevole col suo capo puntuale. Colpa di un accumulo di contrattempi mattutini: il secondogenito, Edoardo, rifiutava la pappa lamentandosi del mal di gola; indossati gli occhiali da lettura, Galina controllava se trovava almeno un arrossamento, ma, scovato l’inganno, minacciava lo scaltro lazzarone di sculacciate e gli infilava lo zaino. Intanto il maggiore, Marco, correva nervoso per casa cercando il diario scolastico e Galina, esasperata da quel via vai, urlava ai figli pasticcioni, afferrava la mano del più piccolo e usciva di corsa sul pianerottolo. Nessun viaggio in macchina, però, senza aver aspettato che il marito finisse di lavarla. Quando finalmente partirono e si immetterono sul viale, furono travolti da una coda interminabile che spazzò definitivamente i sogni d’arrivare puntuali. Galina quasi inciampò sull’asfalto appena bagnato, correndo verso l’ufficio biglietteria ferroviaria. Fu un’enorme valigia che la salvò dal cadere su una piattaforma sporca: aggrappandosi, rimase miracolosamente in piedi. Riconoscente, restituì la valigia alla sua anziana proprietaria e tirò un sospiro, sapendo che il capo non era ancora arrivato. Mezzo bicchiere d’acqua, e si buttò nel lavoro. In pausa pranzo, Galina notò di nuovo l’anziana signora con la valigia: c’era qualcosa di triste in lei, e il suo sguardo spento sembrava indifferente a tutto. Il biglietto serrato nella mano tremava al vento, quasi volesse volare via—ma lei era come una statua, insensibile al freddo. — Quanto è che sta lì seduta? — chiese Galina alla collega. — Dicono che è il secondo giorno. — E dove deve andare? — A Frosinone. — Strano: per Frosinone ci sono treni ogni giorno… perché non parte? Presa dalla curiosità, Galina uscì dall’ufficio con una tazza di tè e una fetta di ciambellone, si sedette accanto all’anziana e le parlò: — Forse si ricorda di me, stamattina la sua valigia mi ha salvato da una caduta… Posso chiederle dove è diretta? — A Frosinone, — rispose lei, sorseggiando il tè. — Però il suo treno è partito due giorni fa… perché è ancora qui? La donna sistemò il cappellino di feltro, tossì e disse rauca: — È che do fastidio a tutti, anche qui… non si preoccupi, mi sposto. Ma Galina la trattenne con dolcezza: — No, resti pure dove sta. Qui è freddo e umido… — Creda, non sento proprio nulla… è come se avessi già sofferto tutto. — Poi, con un fazzoletto ricamato ad asciugare qualche lacrima, raccontò: — Non ho più nessuno a cui andare. Solite storie di famiglia, sa? Mio figlio non mi vuole più perché sua moglie bella e arrivista vede in me una seccatura. Per compiacerla, mio figlio mi ha comprato un biglietto per andare da mia sorella, ma lei è morta tre anni fa e la casa venduta. Non ho avuto il coraggio di dirlo a mio figlio… e sono rimasta qui. Aspetto forse che mi raccolgano e mi portino in una casa di riposo… Grazie, figlia, solo ora capisco quanto avevo fame. “Figlia…” Quella parola in bocca a una sconosciuta riportò Galina indietro alla sua infanzia in orfanotrofio, dove desiderava tanto una famiglia e quell’abbraccio materno mai avuto. Ricordò la vita da apprendista in fabbrica, la stanza condivisa fino al matrimonio—finalmente, un matrimonio felice. “Figlia…” Quell’appellativo le fece sciogliere il cuore e le accarezzò le guance come una carezza mai ricevuta, placandole l’anima. Toccandole la spalla, Galina sussurrò: — Resti, la prego. Quando finisco il turno, veniamo a casa con noi. È grande, c’è spazio per tutti. Se non si trova bene, potrà sempre tornare qui. Promesso? Vide nel volto rugoso dell’anziana donna un tremolio di commozione e lacrime sincere. E in macchina si presentarono: — Io sono Galina; lui è mio marito Sergio; i nostri figli sono Marco ed Edoardo. E lei, come la chiamiamo? — Chiamatemi nonna Tina, — rispose l’anziana, intiepidita. La mattina dopo era domenica. Galina si svegliò col profumo invitante della cucina: uscita sulla veranda, vide una torre di crêpes soffici e dorate. Nonna Tina, con abilità, manovrava la padella senza che nessuna si attaccasse, servendo marito e figli che facevano festa. Vedendo Galina, nonna Tina si giustificò: — Non sgridarmi, figlia mia. Ho trovato questa padella magica, così ho pensato di preparare colazione. Vieni ad assaggiare… Dopo il pranzo raccolsero insieme le foglie secche in giardino, cuocendo patate nella brace. Galina osservava Tina con sorpresa: era ringiovanita, canticchiando canzoni sconosciute. — Non ti stupire, sono forte. In guerra mi chiamavano Tina-cavallo: portavo fuori i feriti da sola, anche i più pesanti, finché non mi colpirono anche a me. In infermeria poi mi sono sposata e ho avuto mio figlio. Ma mio marito si è spento per una ferita ai polmoni… Sono rimasta sola, ma mi sono fatta forza. Ho cresciuto mio figlio da sola e l’ho fatto studiare. Si zittì, poi si immerse nei suoi pensieri, rastrello in mano e di nuovo via per il giardino a cantar sottovoce. Lunedì tutto ricominciò, tra i soliti pasticci mattutini. Quando Galina fu pronta con i figli, trovò nonna Tina col suo bagaglio sulla porta: — Grazie di tutto, cara. Sono stata bene, ma ora devo andare… — Nonna Tina! Non le è piaciuto stare qui con noi? — Mi è piaciuto, certo… ma sono una persona estranea, chi mi vuole davvero in casa? — Nonna Tina! Resti! La prego! Solo lei riesce a fare crêpes così buone… Rimanga qui… Glielo chiedo col cuore… ormai fa parte della nostra famiglia… Galina prese la valigia, che non le sembrò più pesante, e prese nonna Tina sottobraccio per tornare dentro. Mentre tutti si sistemavano in auto, la voce di Tina risuonò: — Figlia mia, compra un’altra padella per le crêpes, che con due si fa più in fretta… Non sentì la vecchietta che Galina sussurrava piano: — Sì, mamma Tina…
Padella per le crêpes Tutti gli orologi sembravano mettersi daccordo per avvisarmi che stavo facendo
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015
L’ANGELO DI VELLUTO
ANGELO DI PELUCHE Ciao, mio ex marito! Forse non leggerai mai questa lettera, e a che serve?
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074
Basta! Tre anni di critiche dalla suocera modello: quando finalmente una mamma italiana alza la testa e mette i puntini sulle “i” nella propria casa acquistata con il proprio lavoro
Ma ascolta, ti racconto una scena che sembra uscita da una commedia italiana, ma purtroppo era la mia
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0190
RICONCILIAZIONE: La Via dell’Armonia e della Speranza
Papà, non tornare più qui. Quando te ne vai, la mamma inizia a piangere e non smette per tutta la notte.
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022
Ivano e Maria: Tra la Vita di Campagna, Sogni d’Amore e le Tentazioni della Città – Una Storia di Passioni, Scelte e Nuovi Inizi nell’Italia dei Nostri Borghi
Giovanni e Mariangela Giovanni non aveva mai desiderato lasciare il suo paese immerso tra le colline
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081
Nove rose rosse… La suocera arriva per qualche ora, e il genero capisce subito: non ce la farà a reggere. Dice che va alle terme. Si prepara ed esce. Ma ad aspettarlo c’è un altro imprevisto: le terme sono chiuse per lavori. L’umore va a terra. Tornare a casa? Neanche a parlarne! Comincia a vagare per le strade, nei negozi non entra: “Non è roba da uomini”. Si siede triste su una panchina. All’improvviso vede una coppia, avranno quasi sessant’anni, ben vestiti, camminano piano tenendosi a braccetto, chiacchierano sottovoce. Li guarda pensieroso: “Loro hanno ancora qualcosa da dirsi. Io e mia moglie, insieme da quindici anni, abbiamo già discusso tutto. Di solito stiamo zitti”. A un certo punto i due si fermano, lui con dolcezza le sistema la sciarpa, poi riprendono a camminare. L’uomo pensa: “Guarda che amore che hanno saputo conservare. Noi invece non ci notiamo quasi più a vicenda da anni”. Sua moglie è piccolina, sempre indaffarata, categoria delle donne eternamente stanche: lavora in fabbrica, due figli, mille pensieri. In casa si agita di continuo, sempre alle prese con qualcosa, col vecchio grembiule, i capelli spettinati, avanti e indietro con stracci e mocio in mano. Ha dimenticato come si sorride, il viso sempre serio. Dal parrucchiere ci va di rado. L’uomo si siede e pensa: “Quanto ci siamo amati… Che fine ha fatto tutto?”. Prova a ritrovare quel sentimento, e ci riesce: riaffiora una lieve tenerezza. Una dolcezza scalda il cuore, viene voglia di fare qualcosa di bello. Non si può stare fermi: bisogna agire subito! Parte senza sapere bene perché; la risposta gli arriva quasi subito: si trova davanti a una fiorista, rischia addirittura di urtarsi contro. “Fiori? Se glieli porto, mi prenderà per scemo. Mi dirà che ho buttato via i soldi, meglio prendere le scarpe da ginnastica per Marisa, per la palestra”. Indeciso, quasi si allontana ma qualcosa lo spinge: Tanto vale… Entra. La commessa lo saluta per prima e lo guarda incuriosita. Fiori non ne comprava da quindici anni. “Prendo una rosa, dai.” Ma una vocina dentro lo sconsiglia: una rosa è niente! Allora si fa coraggio: “Nove rose rosse, grazie.” Quasi si spaventa della propria follia, ma ormai la decisione è presa. Uscendo dal negozio, si sente addosso gli sguardi giudicanti dei passanti. Chiama per sapere se la suocera se n’è andata. Sali le scale, un po’ in ansia… “Mi caccerà di casa insieme ai fiori. Se inizia a urlare, li butto subito nel sacco dell’immondizia.” Moglie indaffarata nella farina, mani ancora pulite. Si avvicina. Lei non sospetta nulla. Si ferma, il cuore che batte per l’emozione. Si gira, vede i fiori e resta senza fiato. – Maria, sono per te. Ne avevo voglia. Non ti arrabbierai? Lei li prende, li avvicina al viso, abbozza un sorriso incredulo. – Sono per te, Maria, solo per te. Li accarezza piano, e in quell’istante non esistono più la fabbrica, i problemi, i quindici anni vissuti insieme. Sussurra appena: “Grazie.” Il vaso con le nove rose rosse sulla tavola sembra illuminare tutta la stanza. Lei si ferma davanti allo specchio, si sistema i capelli con fare assorto. I tratti del volto si ammorbidiscono, le preoccupazioni si sciolgono in un velo di leggerezza. Lui le cinge la vita, in silenzio. Restano immobili, per un attimo solo.
Nove rose rosse La suocera era venuta a trovare la famiglia per qualche ora, e Marco, il genero, già
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033
Non aver seppellito il passato – Metti il cappello, fuori ci sono dieci gradi sotto zero. Ti ammalerai. Maria porse il berretto di lana, proprio quello blu con il pompon che Valentina aveva scelto con cura al negozio un mese prima. – Non sei mia madre! Capito? L’urlo spezzò il silenzio dell’ingresso. Valentina scaraventò il cappello a terra con una rabbia velenosa, come fosse un oggetto infetto. – Valentina, io volevo solo… – E non lo sarai mai! Hai capito? Mai! La porta d’ingresso sbatté con un tonfo. I vetri tremarono nei telai e un’ondata di aria gelida si diffuse per tutta la casa dalla tromba delle scale. Maria restò immobile nell’ingresso. Il cappello giaceva ai suoi piedi: stropicciato, inutile, quasi ridicolo. Le lacrime le inondarono la gola, calde e rabbiose. Si morse il labbro, alzò lo sguardo al soffitto. Non piangere. Proprio adesso no… Sei mesi prima immaginava una vita diversa. Cene familiari raccolte, conversazioni sincere, forse qualche gita insieme fuori città. Sergio parlava della figlia in toni dolci: intelligente, sensibile, solo un po’ chiusa dopo la perdita della mamma. «Le serve tempo,» diceva. «Si scioglierà.» Il tempo passava. Ma Valentina restava fredda. Dal primo giorno in cui Maria era entrata in quell’appartamento, non più da ospite ma da moglie, la ragazza aveva innalzato una barriera. Ogni tentativo di avvicinarsi si scontrava contro un muro di ghiaccio. Offrire aiuto per i compiti? «Faccio da sola.» Proporre una passeggiata? «Non ho tempo.» Un complimento sulla nuova pettinatura? Uno sguardo lungo, sprezzante, e silenzio. – Io una mamma ce l’ho – sentenziò Valentina al secondo giorno della loro convivenza. Erano a colazione, Sergio era in ritardo per il lavoro e inghiottiva il caffè in fretta. – Ce l’ho avuta e ci sarà sempre. Tu qui non sei nessuno. Sergio tossì. Bisbigliò qualcosa per smorzare la tensione. Maria sorrise – un sorriso tirato, quasi una smorfia – e tacque. Con il tempo peggiorò soltanto. Valentina non urlava più davanti al padre. Era diventata più sottile. Passava accanto a Maria senza nemmeno guardarla. Rispondeva a mezza bocca, ostile. Usciva dalla stanza appena Maria entrava. – Papà era diverso, – buttò lì Valentina a cena un giorno. – Prima di te era normale. Parlavamo. Ora… Non finì la frase. Abbassò la testa sul piatto. Ma Sergio impallidì e Maria posò la forchetta – il boccone le si fermò in gola. Sergio vagava fra loro come una preda braccata. La sera veniva da Maria – nella loro camera, anche se lei non riusciva ancora a chiamarla “sua” – e le chiedeva di avere pazienza. – È solo una bambina. Soffre. Dagli tempo. Poi andava da Valentina e le chiedeva di essere più gentile. – Maria è una brava persona. Ci sta provando. Dai una possibilità. Maria ascoltava tutto attraverso il muro. La voce di Sergio – stanca, spezzata. Le risposte di Valentina – brevi, amare, taglienti. L’uomo era dilaniato. Lo si vedeva dalla ruga profonda sulla fronte, diventata ormai cronica. Dai sussulti ogni volta che le due erano nella stessa stanza. Dalle occhiaie scure che non riusciva più a nascondere. Ma scegliere non poteva. O magari non voleva. Maria raccolse il cappello da terra. Lo aggiustò distrattamente e lo rimise all’attaccapanni. Andò in salotto e si bloccò sulla soglia, come sempre… Fotografie. Decine di fotografie incorniciate: sugli scaffali, alle pareti, sul davanzale. Una donna bionda dal sorriso dolce. La stessa donna con la piccola Valentina in braccio. Con Sergio – giovane, felice, irriconoscibile. Matrimonio. Vacanze. Feste. Elena. La prima moglie. La defunta… I suoi abiti erano ancora negli armadi. Vestiti, maglioni, sciarpe – piegati con cura, profumati di lavanda. I suoi trucchi erano nella mensola del bagno. Le sue ciabatte rosa, soffici, ferme all’ingresso. Come se la padrona di casa fosse semplicemente uscita a comprare il pane e stesse per tornare. – La mamma cucinava meglio, – sentenziava Valentina a ogni pranzo. – La mamma non lo avrebbe mai fatto. – Alla mamma non sarebbe piaciuto. Ogni paragone era uno schiaffo. Maria sorrideva, annuiva, inghiottiva il dispiacere insieme a un boccone. Ma passava le notti sveglia a domandarsi: come si compete con un fantasma? Con il ricordo ideale di una donna che diventa ogni anno più perfetta? Sergio amava ancora Elena. L’aveva capito da tempo. Guardava le sue foto con una nostalgia che faceva male. Ascoltava i racconti di Valentina sulla madre – e il suo viso cambiava, irraggiungibile. E lei? Chi era per lui? Un tentativo di andare avanti? Un antidoto alla solitudine? O soltanto una donna comoda, capitata lì al momento giusto? La sera, quando Sergio si addormentava, Maria fissava il soffitto buio di una casa che non era la sua. Sentiva – chiaro, implacabile – che quel matrimonio era spacciato. Che Sergio l’aveva sposata senza aver seppellito il passato. Che Valentina non l’avrebbe mai accettata. E soprattutto che forse aveva commesso il più grande errore della sua vita. Questo pensiero si era fatto cristallino tra le tre e le quattro di notte, ancora una volta insonne a sentire il respiro regolare di Sergio. Lui dormiva. Si girava verso la parete e si addormentava in un attimo. Lei restava lì, con il soffitto, le ombre dei lampioni, la foto di Elena che Sergio non aveva mai tolto dal comò. Basta. La decisione arrivò fredda, quasi con sollievo. La lucida consapevolezza che quella battaglia era persa. Non si può vincere sulla memoria. Non si può occupare il posto di una donna che sarà sempre santa per quella famiglia. Maria si sedette sul letto. Sergio continuava a dormire. Tre giorni dopo presentò la domanda. Da sola, senza avvocato, senza preavviso. Andò in comune con i documenti, compilò con calma il modulo, firmò. L’impiegata la guardò con sguardo abituato – di donne così ne vedeva a decine ogni giorno. – Maria… Sergio trovò le carte la sera. Restò in cucina con il foglio in mano, pallido, incredulo. – Cosa vuol dire questo? – È scritto tutto lì. – Maria continuava a lavare i piatti. – Ho chiesto il divorzio. – Perché? Così, senza parlarne… – E che c’è da parlare, Sergio? Chiuse l’acqua. Si asciugò le mani. Si voltò verso il marito. – Sono stanca di vivere in un museo. Di essere sempre la seconda. Di vedere come guardi le sue fotografie. Di sentire da tua figlia che sono nessuno. – Valentina è solo una bambina, non capisce… – Valentina capisce benissimo. E anche tu. Solo che non lo vuoi ammettere. Sergio si avvicinò. Le prese le spalle – piano, come se rischiasse di romperla. – Maria, parliamone. Possiamo sistemare tutto. Parlerò con Valentina, toglierò le fotografie, ricominciamo da capo… – Tu la ami ancora. Non era una domanda. Maria guardò negli occhi il marito e vide già la risposta. – Tu ami ancora Elena. Io, per te, cosa sono? Una sostituta? Una compagna? Quella che cucina e lava i calzini? – Non è vero… – Allora dimmi che non la ami più. Dimmi che l’hai dimenticata. Dai. Silenzio. Sergio lasciò le spalle e fece un passo indietro. Il suo viso, spento dalla fatica, invecchiò di anni in un attimo. Maria annuì. Non si aspettava altro. Valentina stava nella sua stanza. La porta socchiusa – apposta o per caso, chi lo sa. Ma mentre Maria passava, la ragazza sollevò lo sguardo dal telefono. E sorrise. Appena, appena agli angoli della bocca. Soddisfatta. Aveva vinto lei. Le ore seguenti furono un rituale meccanico. Armadi. Stampelle. Valigie. Il vestito che Sergio aveva preso per l’anniversario – tre mesi prima, una vita fa. Il profumo scelto dopo mezz’ora tra i tester. Il libro che avevano iniziato insieme e mai finito. Maria piegava i vestiti con attenzione, stendendo ogni piega. Non pensare. Non ricordare. Solo fare. La sera fu infinita. Maria seduta sul letto, con le valigie pronte. Due valigie – tutto ciò che restava del suo tentativo di costruire una famiglia. Alle otto di sera Maria se ne andò. Aveva già chiamato il taxi, trascinato giù le valigie da sola – l’ascensore silenzioso, nessuna porta che cigolava nel pianerottolo. Lasciò le chiavi sul mobile all’ingresso. Il tassista caricò le valigie e si mise in viaggio. Maria non si voltò mai. La città era vuota e distante. I lampioni accesi, pochi passanti verso la metropolitana. Da qualche parte, alle sue spalle, c’era un appartamento pieno di fantasmi e di fotografie. C’erano Sergio con il suo amore mai sopito e Valentina fedele fino all’ostilità a sua madre. Maria guardava fuori dal finestrino e respirava. La prima volta da mesi, respirava. La solitudine spaventava. Ma vivere all’ombra di un fantasma la spaventava di più. Stava ricominciando da zero. Senza marito, senza famiglia, senza illusioni. Ma almeno – senza il confronto eterno con una donna perfetta che ormai non c’era più.
Indossa il cappello, fuori ci sono meno dieci gradi. Ti ammali, fidati. Giulia le porgeva il cappello
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La nuora ha buttato via il mio regalo e così ho cambiato testamento: come un quilt di famiglia finito nella spazzatura mi ha fatto riscrivere il destino della mia casa e dei miei affetti
Dove la mettiamo, Paolo? Abbiamo appena finito di ristrutturare casa, tutto nei toni chiari, ariosa
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Un Regalo Dal Cuore: Un Atto di Amore e Generosità.
Ciao, ti racconto una storia un po da villaggio, ma con un tocco tutto nostro. Caterina, o meglio Ginevra
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013
Ho scoperto che qualcuno aveva lasciato questo bambino nella Culla per la Vita accanto al reparto maternità dell’ospedale. Ho deciso di adottare il bambino abbandonato dai genitori tre mesi dopo la morte di mio marito. Ho saputo che era stato lasciato nella Culla per la Vita accanto al reparto maternità dell’ospedale. Ho dovuto raccogliere rapidamente tutti i documenti necessari, ma ci sono riuscita. Poi sono seguite numerose visite e controlli da parte delle autorità competenti, insieme alla valutazione delle mie condizioni di vita, che è risultata positiva. Qualche giorno dopo, mio figlio era già con me. L’ho amato come se fosse mio. Gli ho dato il nome di mio marito. È stata una sensazione meravigliosa poterlo pronunciare e sentire di nuovo. Mio figlio cresceva e ha iniziato a chiedere di avere un fratellino o una sorellina. Non mi pesava affatto: il mio lavoro da remoto mi permette di gestire tutto dal laptop, quindi per me era la situazione ideale. Tornata a casa per prendermi cura della nostra nuova bambina, ero felicissima. Mi hanno accompagnata nella stanza e mi hanno mostrato una neonata di appena tre giorni nel suo lettino. Da subito l’ho amata e ho deciso che sarebbe diventata parte della nostra famiglia. Ormai sapevo già quali documenti erano necessari e quali esami ci aspettavano, così sono riuscita a organizzare tutto molto più in fretta di quanto avessi immaginato. Adesso siamo in tre: io, mio figlio e mia figlia. Siamo le persone più felici del mondo.
Oggi, gdy siedzę przy oknie mojego mieszkania w Rzymie, wracam myślami do wydarzenia, które odmieniło
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La Portinaia: Storie di Vita e Sogni nel Cuore di un Condominio Italiano
Caro diario, da poco il palazzo ha cambiato custode. Maria, la nuova portinaia, è puntuale, spazza con
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Una Risposta Inaspettata Giulia non sopportava affatto Stefano. Per tutti e sette gli anni in cui era stata sposata con il suo migliore amico, Marco. La infastidiva la risata fragorosa di Stefano, la sua assurda giacca di pelle, e l’abitudine di battere sulla spalla di Marco gridando: “Amico, scommetto che tua moglie è di nuovo nervosa!” – una cosa che mandava Giulia su tutte le furie. Marco si limitava a ridere: “È uno strambo, ma ha un cuore d’oro”. E allora Giulia si arrabbiava pure con lui: non capiva come un cuore d’oro potesse rovinarle la serata. Quando Marco è morto – una caduta su una scala, un attimo imprevedibile – Stefano, con la sua ridicola giacca, al funerale stava in disparte, silenzioso e fuori posto. Con lo sguardo fisso oltre le persone, come vedesse qualcosa che altri non potevano vedere. Quella volta Giulia pensò: “Ecco, ora mi lascerà in pace. Finalmente”. Ma non fu così. Tornò una settimana dopo. Bussò alla porta del suo appartamento rimasto improvvisamente troppo silenzioso. – Giulia, – disse timidamente, – se vuoi, posso sbucciar patate, o… aiutarti con qualcosa? – Non serve, – rispose lei, con un tono vuoto e distante, attraverso la porta socchiusa. – Serve eccome, – replicò lui, ostinato, e si infilò nell’ingresso come una corrente d’aria. Così iniziò tutto. Stefano aggiustava ogni cosa che si rompeva. A volte a Giulia sembrava che quegli oggetti si rompessero apposta solo per dargli una scusa per farsi vedere. Portava borse pesantissime della spesa, come dovesse rifornire casa per un assedio. Portava suo figlio Matteo al parco, e lui tornava ogni volta con le guance rosse e pieno di parole, cosa che le faceva male: con Marco, Matteo era sempre silenzioso e serio. Il dolore era diventato il compagno costante di Giulia. Dolore acuto – ogni volta che trovava un vecchio calzino di Marco. Dolore sordo e pungente – ogni sera, preparando due tazze di tè. E un dolore strano, struggente – quando vedeva quel fastidioso Stefano mettere i piatti nei posti sbagliati a tavola. Era il riflesso storto di Marco, la sua ombra viva. Giulia soffriva per la sua presenza, ma capì presto di temere di più la sua assenza. Perché restava solo il vuoto… Le amiche sussurravano: “Giulia, lui è innamorato di te da anni! Cogli l’attimo!” La mamma diceva: “Brav’uomo, attenta a non lasciartelo scappare”. Ma Giulia si arrabbiava. Aveva l’impressione che Stefano le stesse rubando il dolore, sostituendolo con la sua insopportabile premura. Un giorno, quando si presentò con un’altra busta di patate (“Erano in offerta!”), Giulia esplose: – Basta, Stefano! Ce la caviamo benissimo. Capisco che tu… che stai provando a corteggiarmi… Ma io non sono pronta. E non lo sarò mai. Sei l’amico di Marco, rimani tale. Si aspettava una reazione offesa, una giustificazione. Ma Stefano si limitò ad arrossire e abbassare lo sguardo come uno scolaretto colto in fallo: – Chiaro. Scusami. E se ne andò. La sua assenza fece più rumore della sua presenza. Matteo chiedeva: “Dov’è zio Stefano? Perché non viene più?” E Giulia, abbracciando il figlio, pensava: “Perché sono una stupida. Ho mandato via l’unica persona che non era qui per prendere qualcosa, ma per dare”. Stefano tornò dopo due settimane. Bussò tardi, una sera. Sapeva di pioggia d’autunno… e di alcol. Lo sguardo torbido, ma deciso. – Posso entrare? Solo un minuto, giuro. Devo solo dirti una cosa e poi me ne vado. Lei lo fece entrare. Si sedette sullo sgabello, senza togliersi neppure la giacca bagnata. – Non dovrei, – iniziò con voce rauca dall’emozione, – ma non posso più tenermi tutto dentro. Hai ragione. Mi sono comportato da idiota. Però… gli avevo promesso. Giulia si fermò, appoggiata alla parete. – Che cosa? – sussurrò. Stefano alzò su di lei uno sguardo così colmo di dolore che le fece male fisicamente. – Marco sapeva. Non con certezza, ma… sospettava. Aveva una bomba nella testa, Giulia. Un aneurisma. I medici dissero che poteva scoppiare da un momento all’altro. Gli avevano dato uno, massimo due anni. Non volle dirtelo, non voleva spaventarti. Ma a me… a me lo disse. Un mese prima della caduta. Il mondo di Giulia, già in pezzi, crollò del tutto. Scivolò lentamente sul pavimento del corridoio, sedendosi. – E… cosa ti ha detto? – mormorò. – Mi ha detto: “Stefano, tu sei l’unico di cui mi fido ciecamente. Se mi succede qualcosa… prenditi cura dei miei. Matteo è ancora piccolo, Giulia… sembra forte, ma dentro è fragile. Non farla crollare, Stefano!” E io: “Ma dai, Marco, camperai cent’anni!” E lui… – la voce di Stefano si incrinò, – lui mi guardò con calma, e disse: “Fa’ in modo che Giulia si innamori di te. Non deve restare sola. E tu… l’hai sempre trattata bene. Sarebbe giusto così…” Fece una pausa. – Era tutto? – domandò Giulia, quasi senza fiato. – Aggiunse solo, – proseguì Stefano, asciugandosi il viso con una mano, – che all’inizio mi avresti odiato. Perché ti avrei ricordato lui. Ma, disse, resisti. Dalle tempo… Si abituerà. E poi… come vuole il destino. Si alzò a fatica. – Tutto qui. Ci ho provato… Come potevo. Speravo… Invece tu… mi hai guardato in quel modo… E ho capito che non funzionerà. Sarò sempre e solo “Stefano, l’amico di mio marito” per te. Quindi ho deluso Marco. Non ho mantenuto la promessa. Scusami. Allungò la mano verso la porta. In quel momento, Giulia accettò finalmente la verità terribile e insopportabile. Accettò quell’amore spaventoso di Marco, che aveva pensato a loro persino davanti alla morte. Accettò la testarda, goffa, sacrosanta cavalleria di Stefano, che aveva portato il suo peso per due anni, senza aspettarsi gratitudine. – Stefano, – lo chiamò piano. Si voltò. Negli occhi, solo stanchezza, non più speranza. – Hai sistemato il rubinetto che Marco… ci provava da due anni. – Sì. – Hai portato Matteo in campagna il giorno in cui avevo bisogno di piangere in bagno. – Sì… – Hai ricordato il compleanno di mia madre, quando io stessa me ne ero dimenticata. Lui annuì. – E tutto solo perché lui te l’aveva chiesto? Stefano sospirò: – All’inizio sì. Poi… poi lo facevo perché era giusto. Perché non riuscivo più a fare diversamente. Giulia si alzò dal pavimento. Gli si avvicinò. Guardò quella giacca assurda, quel volto stanco e non più giovane. E per la prima volta, dopo due anni, non vide l’ombra di Marco. Vide Stefano. L’uomo che era stato amico di suo marito, e ora aveva scelto di amare la sua famiglia. – Resta, – gli disse con una sicurezza inattesa, – beviamo un tè. Sei tutto fradicio… Lui la guardò, come se non credesse alle proprie orecchie. – Solo come amico, – precisò Giulia, e stavolta la sua voce aveva qualcosa di caldo, di vivo. – Come il migliore amico di Marco. Finché non ti stancherai. Stefano sorrise con quel vecchio sorriso che, una volta, le dava sui nervi. – Un tè? – chiese. – E una birra, per caso, non ce l’hai? Giulia rise. Rise di gusto, per la prima volta dopo tanto tempo. E capì, anzi: sentì, che non avrebbe mai più scacciato quella mano, seppure stanca e tremante, che cercava di aiutarla. Anche se coperta da un’assurda guantina di pelle. Risposta Inaspettata: la storia di Giulia, Stefano e una promessa d’amore fatta per Marco
Risposta inaspettata Giulia proprio non sopportava Stefano. Da sette anni, cioè da quando era sposata
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Ognuno per sé: La storia di Lidia, una madre italiana tra sacrifici, famiglia e la scoperta di amare se stessa
Ognuno per sé Mamma, non puoi immaginare cosa sta succedendo adesso sul mercato, Marco sistema nervosamente