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Tu non sei nessuno per lui
Forse è arrivato il momento di farmi conoscere tuo figlio? Alessandro posa la tazza di caffè e guarda Ludovica.
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L’amore senza ostentazione Annetta uscì dalla casetta con il secchio pieno di mangime per i maiali, passando arrabbiata accanto al marito Gigi, che da tre giorni trafficava con il pozzo. Aveva deciso di intagliarlo, per renderlo bello, come se non ci fosse altro da fare! Lei si dava da fare per la casa, nutriva gli animali, e lui lì, collo scalpello in mano, coperto di trucioli, che la guardava sorridendo. Che razza di marito le aveva mandato il Signore? Mai una parola dolce, mai un pugno sul tavolo per farsi valere; solo taceva e lavorava, ogni tanto si avvicinava, la guardava negli occhi e le accarezzava la lunga treccia bionda: tutta lì la sua tenerezza. Ma lei avrebbe tanto voluto sentirsi chiamare “stellina” o “colombina”… Persa nei pensieri sulla sua sorte di donna, Annetta inciampò quasi su Bullo, il vecchio cane, e per poco non cadde. Gigi fu subito pronto, prese la moglie al volo e guardò il cane severo: “Ma che combini Bullo, vuoi far male alla padrona?” Il cane abbassò lo sguardo e sgattaiolò nella sua cuccia. Annetta si stupiva sempre di come gli animali capissero il marito. Una volta glielo aveva chiesto, e lui, semplice, aveva risposto: “Amo gli animali, e loro ricambiano.” Annetta sognava anche lei l’amore: che la portasse in braccio, le sussurrasse parole ardenti all’orecchio, e fiori freschi ogni mattina sul cuscino… Ma Gigi era avaro di tenerezze, e lei cominciava a dubitare se lui la amasse davvero, anche solo un po’. “Dio ti aiuti, vicina,” disse da oltre la staccionata Beppe, il vicino, “Gigi, ancora a perder tempo col pozzo? E a chi servono quei ricamini?” “Voglio che i miei figli crescano guardando la bellezza,” rispose Gigi. “Prima però i figli bisogna farli,” rise Beppe, strizzando l’occhio ad Annetta. Lo sguardo di Gigi si fece triste. Annetta, imbarazzata, tornò in casa. Non aveva fretta di avere figli: era giovane, bella, voleva ancora godersi la vita, e suo marito non era né carne né pesce. Ma il vicino… che bell’uomo! Alto, spalle grosse, molto meglio di Gigi, che pure non era brutto, ma quello era un vero bel ragazzo! Ogni volta che lo incontrava al cancello, lui la salutava tenero, come una pioggia d’estate: “Rosina, sole mio…” Il cuore batteva forte e le gambe tremavano, ma lei fuggiva, non cedeva alle sue lusinghe. Aveva promesso, sposandosi, di essere una moglie fedele, e i suoi genitori le avevano insegnato a custodire la famiglia, dopo una vita insieme accanto. Ma perché allora le veniva voglia di spiare fuori dalla finestra per incrociare lo sguardo con Beppe? La mattina seguente, mentre portava la mucca al pascolo, Annetta s’imbatté al cancello con Beppe: “Annetta, colomba mia, che mi eviti sempre? Hai paura forse? Non mi stanco di ammirarti, mi gira la testa ogni volta che ti vedo.” “Vieni da me all’alba. Quando il tuo Gigi va a pescare, vieni che io ti darò tanta tenerezza, e sarai la più felice del mondo.” Annetta arrossì, il cuore in subbuglio, ma non rispose, tirò dritta. “Ti aspetto,” disse Beppe dietro di lei. Per tutto il giorno Annetta pensò a lui. Aveva tanta voglia d’amore e tenerezza, e Beppe le piaceva tanto, con quegli occhi che le bruciavano addosso, ma non riusciva a decidersi… C’era però ancora tempo fino all’alba, forse… La sera Gigi aveva acceso la sauna. Invitò anche Beppe a godersi il calore insieme, tanto così non doveva scaldare la sua e risparmiava legna. Si presero a colpi di rametti di betulla, sudando sereni, e poi uscirono a riposarsi. Annetta portò loro una caraffa di grappa fatta in casa e degli stuzzichini. Poi si ricordò dei cetriolini in salamoia in cantina e andò a prenderli. Stava tornando con la ciotola quando dalla porta socchiusa sentì la conversazione e rimase in ascolto. “Ma che sei così indeciso, Gigi?” sussurrava Beppe. “Vieni con me, non te ne pentirai. Ci sono donne vedove, belle e affettuose, e che bellezze! Non come la tua Annetta, topina grigia.” “No, amico,” sentì Annetta la voce quieta ma ferma di Gigi, “non ne voglio di belle donne, non ci penso nemmeno. E mia moglie non è una topina grigia: è la più bella di tutte, non c’è fiore o frutto che la superi. Quando guardo lei, non vedo il sole, vedo solo i suoi occhi e il suo corpo sottile. L’amore che provo mi riempie come un fiume in piena, ma non riesco a dirlo a parole, lo so che lei si offende per questo. Lo so che ho torto, ho paura di perderla. Senza di lei non potrei vivere nemmeno un giorno, non potrei neanche respirare.” Annetta rimase senza fiato, col cuore in gola e una lacrima sulla guancia. Poi, fiera, entrò decisa e disse forte: “Vai pure, vicino… a passare il tempo con le vedove, che noi qua abbiamo cose più importanti da fare. Nessuno ancora a guardare la bellezza che Gigi ha scolpito. Perdonami, marito amato, per i miei pensieri sciocchi, non avevo capito di essere già felice. Vieni, abbiamo perso fin troppo tempo…” All’alba, quella mattina, Gigi non andò a pescare.
Lamore non si mostra Antonella esce dalla cascina con un secchio pieno di pastone per i maiali e, accigliata
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«Sei una vergogna per questa famiglia! Davvero credevi che avrei cresciuto quell’errore che hai in pancia? Ho trovato un senzatetto pronto a portarti via!» La notifica illuminò la cabina asettica e semi-buia del Gulfstream G650, mentre il telefono di Davide Moretti vibrava nelle sue mani. Da Martina: “I bambini dormono. Casa perfetta. Mi manchi tanto. Ti amo. A presto, settimana prossima!” Davide sorrise, stropicciandosi gli occhi stanchi. Sei mesi. Era a caccia dell’accordo di fusione con Tokyo da sei mesi, vivendo con la valigia in mano, a forza di caffè nero e un solo obiettivo: assicurare ai suoi figli un futuro senza pensieri per generazioni. Quell’affare era il più grande della sua carriera: un progetto che avrebbe cambiato per sempre lo skyline di Tokyo. «Stiamo per iniziare la discesa», gracchiò la voce del pilota nell’interfono. «Bentornato a New York, signore. Temperatura a terra: un grado.» Non sarebbe dovuto rientrare prima di martedì. Ma la firma era arrivata in anticipo, dopo una maratona notturna di trattative chiusa alle quattro del mattino, ora di Tokyo. Davide voleva fare una sorpresa. S’immaginava le urla felici del suo piccolo Ettore, sei anni, e il timido sorriso sdentato di sua figlia Emma, dieci. S’immaginava Martina, sua moglie da due anni, ad accoglierlo davanti al camino con una cena calda e un bicchiere di vino. Atterrò a Linate alle 2:30 di notte. Alle 3:15, infilava la chiave nella serratura della grande porta di mogano della sua villa a Como. La prima cosa che lo colpì fu il gelo: una sberla fisica. Il riscaldamento era spento. A novembre. L’aria all’interno era stantia, tagliente, umida. La seconda era il silenzio: niente quiete di una casa che dorme, ma quella calma soffocante di un luogo abbandonato. Qualcosa non quadrava. «Martina?» sussurrò, poggiando le valigie sul marmo. Nessuna risposta. Il pannello d’allarme all’ingresso era spento. L’allarme non era nemmeno stato inserito. Entrò in cucina per cercare un bicchiere d’acqua prima di salire. La casa sembrava un mausoleo nel buio. Quello che vide gli gelò il sangue. I suoi figli erano seduti sul pavimento di piastrelle fredde, illuminati solo dalla luna che filtrava attraverso le tapparelle. Non erano nei loro letti caldi di sopra né circondati dai peluche che lui spediva ogni mese. Erano rannicchiati sotto una coperta bucata vicino al termosifone spento, stringendosi l’un l’altro. «Ettore? Emma?» La voce di Davide si spezzò nel silenzio. Emma scattò come punta da una scarica elettrica. Non corse verso il papà, ma si ritrasse, trascinando il fratellino, con gli occhi sbarrati di terrore puro. Protese le mani sulla testa di Ettore, un gesto che fece tremare Davide. «Non punirci!» squittì Emma, la voce che tremava. «Non abbiamo rubato niente! Era nella spazzatura, te lo giuro!» «Emma, sono io, papà.» Davide accese la luce della cucina. La scena era un incubo. Ettore tremava, febbricitante, il viso arrossato e i capelli sudati. Sotto di loro, in una ciotola di plastica per cani, c’erano solo acqua e carote crude, avvizzite. Guardò la pentola sul fornello. Dentro galleggiavano due fettine sottili e trasparenti di carota, a malapena. Emma lasciò cadere il mestolo. «Scusami! Giuro che non ho rubato il cibo buono! Questi erano scarti! Non dirlo alla mamma ti prego, altrimenti chiude di nuovo la porta!» Davide si inginocchiò, ignorando il freddo delle piastrelle. Provò a prendere in braccio Emma, ma lei si ritrasse, girandosi come per schivare un colpo. «Emma…» sussurrò Davide, tremando di una rabbia glaciale che non aveva mai provato. «Non sono arrabbiato. Ma dov’è il cibo? Ogni mese mando cinquemila euro solo per la spesa. C’è il bonifico automatico.» Emma indicò con il dito il ripostiglio della cucina, chiuso da un pesante lucchetto industriale. «La mamma dice che il cibo buono è per gli ospiti,» mormorò. «A noi toccano i pasti di pratica. Per imparare la gratitudine. Per imparare il nostro posto.» Davide toccò la fronte di Ettore: almeno quaranta. «Da quanto è ammalato?» «Tre giorni,» singhiozzò Emma. «La mamma ha detto che se ti avvisavo spediva Ettore nel luogo dei bambini cattivi. Quello dove vanno i figli ingrati. Ha detto che tu non vuoi figli rovinati.» Le ossa dei bambini sporgevano sotto la pigiama. Davide li portò nel suo letto, sotto il piumone caldo. «State qui. Ora vi porto qualcosa di vero da mangiare.» Nascosto sotto il cuscino di Emma trovò un diario. Le pagine erano chiazzate di lacrime e avanzi di cibo. Giorno 14: La mamma ha detto che se chiamo papà uccide il gatto. Non l’ho chiamato. Mi manca il mio Micetto. Giorno 30: Ettore ha fame. Gli ho dato il mio pane. Ho detto alla mamma che l’avevo mangiato. Mi ha chiuso nello sgabuzzino. Era buio. Giorno 45: È venuto un uomo. La mamma lo chiama Riccardo. Hanno bevuto il vino speciale di papà. Ridevano quando Ettore piangeva perché era caduto dalle scale. Davide smise di tremare. Non era più un padre ferito: era un imprenditore che aveva scoperto un ammanco in azienda. E sapeva esattamente come gestire un’ostile scalata di potere. PARTE 2: L’AGGUATO Davide non chiamò subito la polizia. No, serviva una soluzione definitiva, senza ritorno. Esaminò il cestino: bottiglie vuote di franciacorta riserva 2008, scatole di caviale Beluga, contenitori di sushi d’asporto dal ristorante più caro di Milano. In bagno: un rasoio da uomo sconosciuto, un dopobarba sgraziato. Nel suo studio, la cassettiera era stata scassinata. I documenti dei fondi familiari erano sottosopra. Sul conto: Prelievo 25mila euro – Emergenza medica (Emma). Prelievo 50mila euro – Ristrutturazione casa (Tetto). Prelievo 100mila euro – Trasferimento a “R. Sterlini S.r.l.”. Aveva perso oltre un quarto di milione in sei mesi. Alle cinque Davide sentì un’auto nel vialetto. Era l’alba. Si sedette in poltrona, nel buio, di fronte alla porta. Stringeva il diario di Emma in una mano, il cellulare nell’altra. Ingresso. Risate. Era la risata squillante di Martina, mescolata a quella roca di un uomo. «Shh, Riccardo, che quei marmocchi si svegliano. Se ti scoprono, tocca di nuovo punirli. L’ultima volta mi sono pure rotta un’unghia.» «Sei troppo ansiosa, tesoro. Andiamo in camera matrimoniale. Davide torna martedì. Quel cretino pensa solo agli affari a Tokyo.» «L’ultimo bonifico è partito?» chiese Martina. «Sì. La storia del rene di Emma ha commosso il direttore di banca. Abbiamo i soldi, domani partiamo per Capri, prima classe.» Davide fece partire la registrazione sul cellulare. «Non ci credo sia così ingenuo,» rise Martina. «Pensa di essere un bravo padre. È solo un bancomat su due gambe.» Davide accese la lampada. Martina e Riccardo rimasero impietriti. «Bentornata, cara,» disse Davide gelido. «E lui chi è? L’emergenza medica?» PARTE 3: L’INTERROGATORIO Martina sbiancò. Provò a sorridere, fallendo. «Davide… sei tornato prima!… Riccardo è… un consulente… per il tetto!» «Tetti, conti correnti… lavora anche alle 5 del mattino?» Martina provò il pianto. «Mi hai lasciata sola! Mi hai abbandonata! Avevo bisogno di conforto… sono solo umana!» «E i bambini?» domandò Davide. «Per loro solo “pasti di pratica”, vero?» Martina rimase interdetta. «Emma ha scritto qui che hai minacciato di uccidere il gatto. E che hai chiuso tua figlia nello sgabuzzino.» «È una bugiarda!» urlò Martina. Davide le sbatté davanti un estratto conto: «Dove sono i duecentomila euro? E la finta operazione al rene?» Riccardo tentò di scappare. Davide bloccò tutte le porte smart. «Siediti Riccardo. La polizia è già ai cancelli. Il tuo nome è sui bonifici S.r.l.: complicità in truffa e riciclaggio.» Riccardo crollò sul divano. PARTE 4: LA TRAPPOLA «Hai chiamato la polizia? Davide, ti prego… è la mia parola contro la tua, sono la madre! Il diario non conta niente. Nessun giudice scredita una madre per una favoletta da bambini.» «Credi che sia appena tornato?» chiese Davide. Accese la TV e lanciò i filmati delle telecamere nascoste. Martina urlava ai bambini, li strattonava e schiaffeggiava. «Mi servivano prove per aggirare la clausola nel pre-matrimoniale. Ma questa è violenza minorile.» Martina, in ginocchio, gli afferrò i pantaloni. «Ti prego, posso cambiare! E i bambini? Tu non sai cosa significhi essere padre!» Davide si sentiva solo disgustato. «Lo sto imparando. E la prima lezione è proteggere i cuccioli. Cioè togliere la spazzatura di casa.» Fuori lampeggiavano sirene. Due truffatori venivano portati via. PARTE 5: IL PRIMO VERO PRANZO La polizia li trascinò via in manette. Davide liberò il cibo buono, ordinò pizze, pancake, latte e frutta. Sedette a terra coi figli. «I cattivi sono andati via?» chiese Emma. «Non torneranno mai più, tesori. Ora mangiamo.» Ettore sospirò davanti alle pizze. «Sono per gli ospiti?» «No. Questa festa è per la famiglia. Siamo noi gli unici ospiti che contano.» Mentre li guardava mangiare, Davide capì di aver costruito una fortezza dimenticando i ponti d’accesso. Da quel giorno non sarebbe più accaduto. PARTE 6: L’ALBA DELLA FELICITÀ Due anni dopo. La cucina era calda di vaniglia e sicurezza. Non era più in Giappone, né a Londra. Aveva venduto tutto per dedicarsi alla fondazione per bambini trascurati. Guadagnava meno, era più ricco che mai. Preparavano biscotti alle tre di notte: «Sai, papà, prima odiavo le tre di notte», disse Emma. «Perché?» «Era l’ora peggiore. L’ora di più paura, quando temevo non tornassi mai.» Davide la abbracciò. «E ora?» «È l’ora della magia. L’ora dei biscotti, nostra.» Sul camino, una foto dei tre, seduti per terra fra le pizze. Un tempo aveva bruciato il diario nel fuoco lì accanto. «Ora, Emma, non serve più scrivere. Da oggi, diciamo le cose a voce alta. E non più di nascosto.» La casa non era più una gabbia. I cuccioli erano salvi. E il predatore era solo, finalmente, un brutto ricordo svanito nella luce di una cucina italiana alle tre del mattino.
«Sei la vergogna di questa famiglia! Davvero pensavi che avrei cresciuto quellerrore che porti in grembo?
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Sei stato un errore della giovinezza. Una ragazza ha avuto un figlio all’età di 16 anni; anche il padre era coetaneo. Lasciamo da parte lo scandalo, ma dopo la nascita il rapporto tra loro si è interrotto rapidamente. Quando la ragazza ha capito che il ragazzo non voleva né lei né il bambino, ha perso subito ogni interesse per suo figlio. Così il bambino è stato cresciuto dai nonni materni. A 18 anni la ragazza è partita con un nuovo fidanzato per una città vicina, senza mai chiamare o scrivere. I suoi genitori non hanno cercato di riavvicinarsi alla figlia: c’è stata rabbia e incomprensione, come poteva abbandonare suo figlio? Vergogna e dolore per aver cresciuto una persona così. I nonni hanno cresciuto il nipote come vero figlio, che ancora oggi li considera come suoi genitori, grato per il suo passato, l’educazione ricevuta e tutto il resto. Giunto a 18 anni, durante il matrimonio di una cugina, il ragazzo incontra tutta la famiglia, compresa la vera madre che ormai si è risposata tre volte e ha due nuove figlie. La maggiore ha dieci anni, la minore poco più di uno. Il ragazzo, emozionato, desidera conoscere la madre, le sorelle, e ovviamente chiederle: “Mamma, perché mi hai abbandonato?” Per quanto meravigliosi fossero i nonni, dentro di sé sentiva la mancanza di sua madre e conservava l’unica sua foto superstite (tutte le altre bruciate dal nonno). La donna chiacchierava allegramente con i parenti, raccontando delle sue figlie fantastiche. – E io, mamma? – chiese lui. – Tu? Tu sei stato solo un errore della giovinezza. Avrei dovuto abortire, tuo padre aveva ragione – rispose lei indifferente, voltandogli le spalle. … Sette anni dopo, il ragazzo vive con moglie e figlio in un comodo appartamento (grazie ai nonni e ai suoceri), quando riceve una telefonata da un numero sconosciuto. – Ciao, sono tua madre. Ho avuto il tuo numero da uno zio. Senti, so che vivi vicino all’università dove studia tua sorella. Può stare da te per un po’? È famiglia, non sopporta il dormitorio, l’affitto è caro, il mio ultimo marito se n’è andato, sono sola: una figlia studentessa, una alle superiori, la terza presto all’asilo – racconta la donna. – Ha sbagliato persona, – risponde lui e riaggancia. Poi prende in braccio il figlio e gli dice: – Andiamo a trovare la mamma? E poi tutti insieme da nonna e nonno! – E nel weekend andiamo in campagna, vero papà? – chiede il bambino. – Certo, le tradizioni di famiglia non si rompono mai! … Alcuni parenti hanno criticato il ragazzo, accusandolo di non aver aiutato la sorella. Ma lui crede che il suo aiuto sia dovuto solo ai nonni, non alla donna che lo ha definito una semplice “pazzia giovanile”.
Sei stato il mio errore di gioventù. Una ragazza, Anna, partorì a soli sedici anni. Anche il padre del
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Senza di me non avresti raggiunto nulla
Caro diario, oggi mi sono trovato a riflettere su una discussione che ho ascoltato al tavolino del bar
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Ho già fatto i miei capricci!
Caro diario, oggi ho avuto una di quelle discussioni che si accendono subito e si spengono come fuochi
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Che fretta di sposarsi! – Una serata movimentata in casa Russo: tra confessioni, lacrime, una gravidanza inattesa e la visita a sorpresa di Oleggino, l’amore dei giovani metterà alla prova due famiglie e riaccenderà i valori cari di solidarietà, comprensione e responsabilità all’italiana
Non riuscivo a ricordare se fossi sveglio o immerso in uno strano sogno romano: tutto sembrava sospeso
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Viviamo insieme io e mia mamma: lei ha 86 anni, io 57, senza marito né figli, ma ci sosteniamo a vicenda e ci godiamo la serenità delle piccole cose nella nostra casa italiana
Abitiamo insieme io e mia madre. La mamma ha ormai ottantasei anni. Il destino ha voluto che non mi sia
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Un uomo si godeva un giorno libero e dormiva, ma all’improvviso suonarono al campanello: chi è venuto così presto? Quando aprì la porta, vide un’anziana che non conosceva ed era terrorizzata – “A chi cerca lei?” – “Figlio, non riconosci tua madre?” – “Mamma? Vieni… Tu!!!”
Ascolta, ti devo raccontare una storia che mi è successa. Era il mio giorno libero, mi ero finalmente
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CALPESTATO DALLA DESTINATA PROVINCIALE: «Figlio mio, se non lasci quella sfrontata furbetta, considera di non avere più una madre! Quella Nunzia ha almeno quindici anni più di te!» – mi ripeteva mamma. Mamma, non ce la faccio! Ti giuro… Avevo una fidanzatina del cuore, Lenina, quattordici anni: pura, timida, desiderata. Io di anni ne avevo diciotto quando l’ho conosciuta durante una festa di liceo e me ne sono innamorato… Con l’aiuto di una sua amica, sono riuscito a invitarla ad uscire. Pensate che sia venuta? Macché! Ho cominciato a inseguirla come uno spasimante, rintracciato il suo numero, chiamata mille volte, finché finalmente si è convinta, con la condizione che prima chiedessi il permesso a sua madre. Sua madre, donna simpatica, mi affida Lenina per due ore. Camminiamo nel parco, chiacchieriamo, ridiamo, tutto innocente. Fino a quando Lenina mi dice: «Vova, io ho già un ragazzo. Forse lo amo, ma è un donnaiolo incallito. Sono stanca di accettare i suoi tradimenti. Ho orgoglio anch’io! Proviamo a stare insieme noi? Sei d’accordo?» La serata vola e io la riporto dalla madre… Con il tempo non posso più vivere senza Lenina, e perfino mia madre si affeziona a questo “raggio di sole”. Frequentava spesso casa nostra, imparava da mamma le astuzie femminili. Appena compie diciotto anni, ci promettiamo di sposarci. Fissiamo la data in autunno… Poi arriva l’estate. Lenina torna al paese della nonna, io rimango alla casa di campagna con mamma… Mentre irrigo i pomodori, una donna sui trentacinque anni mi chiede da bere. Non la riconosco: spettinata, disordinata, e un guizzo negli occhi… Le do l’acqua, lei mi ringrazia offrendomi una bottiglia del suo liquore fatto in casa. La sera ne bevo un bicchiere. La mamma era partita: fosse stata lì, non me lo avrebbe mai permesso… Il giorno dopo, eccola di nuovo. Ci presentiamo, si chiama Nunzia, viene dal paese vicino. La invito in casa, portava ancora il “liquorino”. Tra una chiacchiera e un bicchiere, mi ritrovo, dopo anni, ancora a maledirmi per quello che è successo… Nunzia mi ha incantato, ero come rapito, fuori controllo, come fossi stregato… La mattina mia madre mi trova sconvolto, il letto sotto sopra, e mi chiede spiegazioni. Non ricordo, balbetto scuse… Più tardi, Nunzia si ripresenta e questa volta mia madre la riconosce subito: «Ma questa è la famigerata Nunzia del paese! Una rovinafamiglie! Non ti permetto che metta piede qui! Allontanala subito!» Ma ormai era tardi. Mi aveva avvelenato il cuore come una fattucchiera. Ero diventato la sua ombra, dimenticando perfino la mia promessa sposa… Quando ho detto a Nunzia di Lenina, lei si è solo limitata a dirmi: «La prima cotta non è una vera fidanzata.» Le nozze con Lenina vanno in fumo. Mia madre, disperata, racconta tutto a Lenina. Lei si sposa con un altro… Per allontanarmi da Nunzia, mamma si rivolge al distretto militare: mi chiamano in servizio e mi mandano in Afghanistan. Torno mutilato, senza tre dita, la mente scombussolata. Rimane però un figlio da Nunzia perché, partendo, non sapevo se sarei tornato e volevo lasciare qualcosa di mio. Mia madre odia Nunzia, ama sempre Lenina. Continua a sperare che sia io il padre della figlia di Lenina. Dopo la guerra, io e Nunzia abbiamo altri tre figli; mi trasferisco al Nord, ne nascono ancora due, ma una bimba muore per il clima duro. Torniamo al paese. Inizio a pensare con nostalgia a Lenina. Riesco a rintracciarla: la ritrovo, ora è sposata e mi presenta al marito come amico d’infanzia. Scoppia la passione, ci vediamo in segreto per tre anni. Poi lei si trasferisce, tutto finisce. Mi separo da Nunzia quando i figli sono grandi. Aveva ragione mamma: una furbetta resta una furbetta. Mi ha calpestato la vita e spezzato il cuore… Alla fine, ho riconosciuto come mio solo un figlio. Il mio primo figlio…
CALPESTATA DAL DESTINO DA UNA SCONOSCIUTA Figlio mio, se non lasci quella sfacciata, considerami morta per te!
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La Figlia
Romolo, abbiamo una bambina! annunciò gioiosa Grazia al telefono. Io ero in piedi sotto le finestre dellospedale
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048
Anna osserva Margaret con tranquillità…
26 ottobre 2023 Caro diario, Anna mi ha guardato con una calma glaciale. Nei suoi occhi non cerano né
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Quando portarono a casa dal reparto maternità Vaska Rogov, l’ostetrica disse alla madre: «Che bel torello! Diventerà un vero omone.» La madre non rispose nulla. Già allora guardava il fagottino come se non fosse il suo bambino. Ma Vaska non divenne un omone. Divenne uno di troppo. Quello, sapete, che sembra sia nato per caso e che nessuno sa dove mettere. — Ancora tuo figlio strano gioca nella sabbiera, ha fatto scappare tutti i bambini! — urlava dal balcone la signora Lucia, l’attivista del quartiere e paladina della giustizia di cortile. La madre di Vaska, una donna stanca dagli occhi spenti, rispondeva soltanto: — Se non vi piace, non guardatelo. Non disturba nessuno. E in effetti Vaska non disturbava nessuno. Grande, goffo, con la testa sempre bassa e le braccia lunghe penzoloni. A cinque anni non parlava, a sette mormorava, a dieci parlava — ma meglio non l’avesse fatto: la voce era roca e spezzata. A scuola lo misero sempre all’ultimo banco. Gli insegnanti sospiravano fissando il suo sguardo vuoto. — Rogov, mi stai almeno ascoltando? — chiedeva la professoressa di matematica battendo il gesso sulla lavagna. Vaska annuiva. Ascoltava, ma non vedeva senso nel rispondere. A che serviva? Gli avrebbero messo comunque un sei, tanto per la media, e lasciato in pace. I compagni non lo picchiavano — ne avevano troppa paura. Vaska era una bestia, forte come un vitello. Ma nemmeno gli erano amici. Lo evitavano, come si evita una pozzanghera profonda, con disgusto, in arco largo. A casa la situazione non era migliore. Il patrigno, arrivato quando Vaska aveva dodici anni, mise subito le cose in chiaro: — Quando torno dal lavoro, non voglio vederlo fra i piedi. Mangia tanto, serve a poco. E Vaska spariva. Vagava per cantieri, si nascondeva nei sottoscala. Aveva imparato a essere invisibile: si confondeva con i muri, col cemento grigio, col fango sotto le scarpe. Quella sera, la sera in cui la sua vita cambiò, pioveva una pioggerellina fastidiosa. Vaska, ormai quindicenne, stava seduto sulle scale tra il quinto e sesto piano del palazzo. Non poteva tornare a casa: il patrigno aveva ospiti, ci sarebbe stato casino, fumo, forse qualche ceffone pesante. La porta dell’appartamento di fronte cigolò. Vaska si ritrasse nell’angolo, cercando di diventare invisibile. Uscì la signora Tamara. Una donna sola, ben oltre i sessant’anni, ma portati con una fierezza che sembrava ne dimostrasse quaranta. Tutto il quartiere la considerava strana. Mai in panchina a spettegolare, non parlava del prezzo del grano saraceno, camminava sempre dritta come un soldato. Guardò Vaska. E non con pietà, né con disgusto. Piuttosto… come si guarda un meccanismo rotto, chiedendosi se si possa aggiustare. — Che fai lì? — domandò con voce bassa, autoritaria. Vaska si soffiò il naso. — Niente. — Niente nascono solo i gatti — tagliò lei. — Hai fame? Vaska aveva sempre fame. Un corpo in crescita ha bisogno di carburante, e il frigo a casa sua avrebbe fatto la gioia dei topi — era vuoto. — Allora? Non te lo chiedo due volte. Vaska si alzò, si stiracchiò goffamente in tutta la sua altezza e la seguì. L’appartamento della signora Tamara non era come gli altri. Libri. Libri ovunque: sugli scaffali, sul pavimento, sulle sedie. Profumo di carta vecchia e qualcosa di buono, di carne. — Siediti, — fece un cenno verso lo sgabello. — Ma prima le mani. Lì c’è il sapone di Marsiglia. Vaska lavò le mani, come un soldatino. Lei mise davanti a lui un piatto di patate e spezzatino vero. Carne vera, a pezzi grandi. Vaska non ricordava l’ultima volta in cui aveva mangiato carne e non salsicce o salame. Mangiò in fretta, inghiottendo quasi senza masticare. Tamara lo guardava, appoggiata alla mano. — Dove corri? Non te lo rubo il piatto. Mastica, lo stomaco non ti ringrazierà. Vaska rallentò. — Grazie, — borbottò, asciugandosi la bocca alla manica. — La manica non è per pulirsi! Ecco le salviette — gli porse il pacchetto. — Sei proprio selvatico, ragazzo mio. E la mamma? — A casa. Con il patrigno. — Capito. Sei di troppo in famiglia. Lo disse con tale naturalezza che Vaska non si offese nemmeno. Era un dato di fatto. Come “oggi piove” o “il pane è rincarato”. — Ascolta Rogov, — disse all’improvviso. — Hai due possibilità: lasciar andare la vita alla deriva e finirla presto fra i portoni, oppure darti una mossa. Hai forza, si vede. Ma in testa hai vento. — Sono stupido, — confessò Vaska. — Me lo dicono a scuola. — A scuola dicono tante cose. Quella roba è per menti nella media. Tu non sei nella media. Sei altro. E le mani, da dove ti crescono? Vaska guardò i palmi larghi, con le nocche rovinate. — Non so. — Lo scopriremo. Domani vieni da me. Il rubinetto perde, me lo sistema? Chiamare l’idraulico costa, gli attrezzi te li do io. Da quel giorno, Vaska andò quasi tutte le sere dalla signora Tamara. Prima a riparare rubinetti, poi prese, poi serrature. Le mani veramente erano d’oro. Capiva i meccanismi, sentiva come tutto funziona, non con la testa ma con un intuito animale. Tamara non faceva sconti. Insegnava. Dura, esigente. — Così non si tiene! — urlava. — Mica la cucchiai, il cacciavite! Metti forza! E gli dava sulle mani con una riga di legno. Faceva pure male. Gli dava libri. Non manuali scolastici, ma di vita. Di gente che sopravviveva nonostante tutto, di esploratori, inventori, pionieri. — Leggi — diceva. — La testa deve lavorare, sennò ammuffisce. Ce n’erano milioni come te. E ce l’hanno fatta. Perché tu no? Piano piano, Vaska venne a sapere la sua storia. Tamara aveva lavorato una vita come ingegnere in fabbrica. Il marito era morto presto, figli non ne aveva. La fabbrica chiuse negli anni Novanta, lei tirava avanti con la pensione e qualche traduzione tecnica. Ma non si era spezzata né inasprita. Viveva così: dritta, severa, sola. — Io non ho nessuno — gli disse una sera. — E tu, contaci, nemmeno. Ma non è la fine. È l’inizio, capisci? Vaska non capiva del tutto, ma annuiva. Quando compì diciott’anni e arrivò il momento della leva, Tamara lo invitò per un discorso serio. Mise in tavola i pasticcini, la marmellata: come a una festa. — Senti, Vasili — lo chiamò per la prima volta col nome intero. — Non tornare qui. Finiresti male. Questa palude ti risucchia. Qui non cambia mai niente: stesso cortile, stesse persone, stessa disperazione. Dopo la leva cerca te stesso altrove. Vai al Nord, ai cantieri, dove vuoi, ma non mettere più piede qui. Hai capito? — Capito, — annuì Vaska. — Tieni — gli diede una busta. — Ci sono trentamila euro. Tutto quello che ho messo da parte. Basteranno per cominciare, se li usi bene. Ricorda: non devi niente a nessuno. Solo a te stesso. Diventa qualcuno, Vasili. Non per me. Per te. Voleva rifiutare. Non voleva i suoi ultimi soldi. Ma la guardò negli occhi, fermi e severi, e capì: non si poteva. Era l’ultima lezione, l’ultimo ordine. Se ne andò. E non tornò più. Passarono vent’anni. Il quartiere era cambiato. I vecchi pioppi abbattuti, asfalto dappertutto e parcheggi. Le panchine di ferro, scomode. Il palazzo invecchiato, la facciata scrostata, ma ancora lì, ostinato come un vecchio che non ha dove andare. Arrivò sotto casa un Suv nero. Grande, imponente. Ne scese un uomo alto, spalle larghe, cappotto elegante ma discreto. Viso segnato dal vento del Nord, occhi sereni e sicuri. Era Vasili Rogov. Ora per tutti l’ingegner Rogov, patron di una grande azienda edile in Siberia. Centoventi dipendenti, tre cantieri importanti, fama di uomo che costruisce sul serio. Era partito dal nulla. Operaio, poi caposquadra, poi direttore lavori. Studiava la sera, prese il diploma, mise da parte, investì, osò. Due volte perse tutto, due volte si rialzò. I trentamila euro di Tamara li aveva restituiti da tempo: ogni mese le mandava soldi, anche se lei si arrabbiava e minacciava di buttarli. Ma li accettava. Poi i bonifici cominciarono a tornare indietro. “Destinatario non trovato”. Guardava le finestre del quinto piano. Buio. Le nuove donne del cortile — sconosciute, le vecchie erano tutte andate — siedevano sulle panchine. — Scusate, — chiese a una di loro, — sapete chi abita al 45? La signora Tamara? Le donne si animarono. Ovviamente: un uomo così e macchina di lusso… — Eh caro, Tamara… — una abbassò la voce. — Sta male, la memoria non c’è più. Ha intestato la casa a qualche parente e l’hanno portata via, in campagna. Nina, sai dove? — A Sosnovka, mi pare — rispose un’altra. — Casa vecchia, cugino apparso dal nulla. Ma quale cugino, che ha sempre vissuto da sola… Mistero. La casa la vendono. A Vasili si gelò il sangue. Quelle storie le conosceva bene: vecchietti soli, firme fatte fare in malafede, e via in mezzo al nulla a “finire i giorni”. — Dov’è questa Sosnovka? — Oltre il paese, quaranta chilometri. Strada pessima, ma ci si arriva. Vasilij annuì, salì in auto e partì. Sosnovka: un paesino morente, tre vie, metà case deserte, strade di fango. Una decina di pensionati e poche famiglie. Trovò la casa. Una baracca, recinzione a terra, sporco e abbandono. I panni stesi nel cortile erano stracci. Spinse il cancelletto, che cigolò dolecemente. Un tizio uscì sulla porta: barba di giorni, canottiera sporca, occhi annebbiati. — Che vuoi, capo? Ti sei perso? — Tamara dov’è? — Che Tamara? Qui non c’è nessuna Tamara. Fuori! Vasili non perse tempo: lo prese per la maglia e lo spostò senza fatica. Entrò in casa: odore di muffa, di umido, di marcio. In una stanza, piatti sporchi e bottiglie vuote. Nell’altra… Su un letto arrugginito, giaceva lei. Piccola, ossuta. Capelli bianchi arruffati, volto terreo. Ma era lei. La sua Tamara. Quella che gli aveva insegnato a impugnare il cacciavite, a credere in sé stesso. Quella che gli aveva dato l’ultimo denaro e l’ultima lezione. Lei aprì gli occhi torbidi, confusi. — Chi è? — voce fioca, spezzata. — Sono io, Tamara. Vaska. Rogov. Si ricorda? Quello dei rubinetti. La donna fissò, occhi socchiusi. Poi luccichio di lacrime. — Vaska… — sussurrò. — Sei tornato… Che grande sei diventato. Un uomo… — Un uomo, Tamara. Grazie a lei. La avvolse in una coperta leggera e la prese in braccio. Odorava di malattia e umido, ma sotto sentiva ancora odore di carta vecchia, di sapone. — Dove andiamo? — chiese spaventata. — A casa. A casa mia. Dove è caldo. E ci sono tanti libri. Le piacerà. All’uscita il tizio provò a fermarlo: — Dove la porti? Dammi i documenti! Ha lasciato a me la casa, io la curo! Vasili si fermò. Lo guardò negli occhi, calmo, senza ira. Il tipo impallidì. — Lo spiegherai ai miei avvocati, — disse. — E alla polizia. E se scopro che l’hai raggirata, e lo scoprirò, pagherai tutto. Capito? Il tipo annuì con la testa bassa. Fu una lunga lotta. Perizie, tribunali, carte. Ci vollero mesi perché il contratto di donazione venisse annullato: firmato mentre Tamara non era più capace di intendere. Il tipo risultò truffatore seriale, con precedenti. La casa tornò a lei. Il truffatore finì in prigione. Ma a Tamara la casa non serviva più. Vasili costruì una casa grande alle porte di una città siberiana. Non una villa, ma una casa vera, in larice, con il forno russo e finestre ampie. Tamara viveva nella stanza più luminosa. I migliori medici, un’assistente, pasti sani. Si riprese, tornò colorita. La memoria non tornò tutta: confondeva date, dimenticava facce, ma il carattere era sempre il suo. Tornò a leggere, anche se con gli occhiali spessi. E a comandare, rimproverando la colf per la polvere. — Che è quella ragnatela? Siamo in una stalla? E Vasili sorrideva. Ma non si fermò lì. Una sera tornò con un ragazzino. Secco, timido, lo sguardo di uno cresciuto nella paura. Una cicatrice sulla guancia, abiti troppo larghi. — Ecco, Tamara, — disse Vasili. — Questo è Alessio. È arrivato al nostro cantiere. Non ha casa. Ex-orfanotrofio, appena diciottenne. Mani d’oro, ma la testa… vento. Tamara posò il libro, sistemò gli occhiali e lo scrutò da capo a piedi. — Che stai lì impalato? Vai a lavarti. C’è il sapone di Marsiglia! Oggi si mangia polpette. Alessio trasalì, guardò Vasili. Un sorriso accennato, e un cenno d’approvazione. Un mese dopo arrivò anche una ragazzina, Katia. Dodici anni, zoppicante, testa bassa. Vasili la prese in affido — madre tolta della patria potestà per alcool e botte. La casa si riempiva. Non era beneficenza da mostrare. Era una famiglia. La famiglia dei dimenticati, degli esclusi che si erano trovati. Vasili guardava Tamara insegnare ad Alessio l’uso della pialla, picchiandogli le mani con la famosa riga di legno. Katia leggeva seduta in poltrona, piano, ma leggeva. — Vasili! — urlava Tamara. — Vieni ad aiutare! L’armadio da spostare, i giovani non ce la fanno! — Arrivo, — rispondeva. Andava da loro, alla sua stramba, difficile, imperfetta famiglia. E per la prima volta in quarant’anni si sentiva al posto giusto. — Allora Alessio, — chiese Vasili una sera sotto il cielo stellato di Siberia, — come ti trovi qui? Il ragazzo fissava le stelle. — Bene, zio Vasi’. Solo… — Solo? — È strano. Perché mi aiutate? Non sono nessuno. Vasili si sedette accanto, tirò fuori una mela e gliela offrì. — Sai, una persona un giorno mi disse: “Niente nascono solo i gatti”. Alessio fece una smorfia. — Che vuol dire? — Niente succede per caso. Né il bene né il male. Ogni cosa ha causa ed effetto. Se sei qui, non è per caso. Nemmeno io lo sono. Dalla stanza di Tamara arrivava la luce — ancora leggeva, contravvenendo alle prescrizioni. — Vai a dormire, Alessio. Domani c’è da sistemare la staccionata. — Ok. Notte, zio Vasi’. — Notte. Rimase solo sul portico. Silenzio vero, senza urla di vicini, senza insulti, senza paura. Solo grilli e l’eco della strada lontana. Sapeva di non poter salvare tutti i cuccioli randagi del mondo. Ma questi, li aveva salvati. Tamara. E se stesso. Per ora, bastava così. Poi avrebbe continuato. Come lei, tanto tempo prima, gli aveva insegnato.
Quando portavano fuori Leonarda Ricci dalla clinica ostetrica di Via Garibaldi, lostetrica disse alla
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Mio marito lavora, ma pago sempre io per tutto.
Mio marito lavora, ma sono sempre io che pago tutto. Mi chiedete come sia finita in questa situazione
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040
Quando Rex, il vecchio pastore tedesco, abbassò la testa davanti ai padroni ma non volle muoversi: una storia di neve, abbandono e coraggio in una tranquilla palazzina italiana
Il cane, alla vista dei suoi ex padroni, abbassò la testa ma restò immobile. Tutto iniziò a dicembre
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Quando è tornato dal lavoro, il gatto non c’era più: la storia di Patrizio, il programmatore milanese, Przystojniak e una scelta di cuore contro la crudeltà
Quando sono rientrato dal lavoro, il gatto non cera. Mi chiamo Matteo, sono sempre stato un ragazzo tranquillo
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Se mi chiami solo per parlare di cibo, è meglio che smetti di farlo! Ho cose più importanti di cui occuparmi piuttosto che parlare di cibo ogni giorno, va bene mamma? Ci siamo capiti?
27 aprile 2025 Oggi il telefono squillò di nuovo e, se lunica cosa di cui volessi parlare fosse il cibo
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La fata Già in prima media era chiaro che Lisa Bogaceva sarebbe diventata un’eccellente dottoressa. Un giorno un ragazzino del quartiere cadde dall’altalena, ferendosi gravemente al ginocchio e alla testa, ma la dodicenne non perse la calma: “Giulia, porta acqua, una benda e acqua ossigenata!”, ordinò all’amica che abitava proprio di fronte al parco, e quella corse subito a casa. Quando arrivò di corsa e terrorizzata la signora Lina, la mamma del bambino – misteriosamente già informata dell’accaduto – Lisa aveva già lavato, disinfettato e bendato le ferite in modo rapido e professionale. Quando scoprì che era stata Lisa a dare il primo soccorso, la donna dovette ammettere meravigliata: “Diventerai una dottoressa, e delle migliori. Brava, non ti sei fatta prendere dal panico. A volte ai dottori veri non si può chiedere tanto, invece guarda una ragazzina!”. In campeggio Lisa era una sicurezza: nessuno voleva farsi male, ma con lei accanto avevano meno paura. Poi arrivarono gli studi in medicina, l’internato, la specializzazione, i corsi di aggiornamento… Un giorno le capitò anche di sostituire la responsabile del reparto di diagnostica funzionale. Al lavoro, la ormai dottoressa Elisabetta Alessandro Tikhonova era rispettata e apprezzata da tutti. Il team era fantastico, se si escludeva il vecchio direttore sanitario, il dottor Vladimiro Giorgio Stepanov: brontolone, litigioso, un vero vampiro d’energia, che sfamava il suo umore solo facendo polemica, specie con Lisa, che però non abboccava alle sue provocazioni, pur con fatica. L’unica consolazione era che lo vedeva solo di rado, alle commissioni settimanali sui nuovi pazienti: incontri tutt’altro che piacevoli. Stepanov cercava spesso la lite e non risparmiava battutine velenose, che Lisa faceva finta di non sentire, cosa che lo irritava ancora di più. “Un uomo impossibile,” si lamentava la sera a cena con il marito Valerio, che la tranquillizzava: “Sono certo che vincerai tu, Lisa: sei più diplomatica di quanto pensi”. “Mamma, è vero!”, confermava il figlio tredicenne, Massimo. “Sei stanca di fare il medico, puoi sempre diventare diplomatica: quelli guadagnano di più!”. Lisa rideva, ma sapeva bene che la pazienza umana ha un limite, e un giorno sarebbe esplosa. La commissione settimanale prosegue normalmente finché la dottoressa Tikhonova presenta la storia di una sessantenne, seduta davanti a loro. Di solito, dopo la relazione del medico, il paziente usciva per consentire la discussione tra i tre dottori. Stavolta, la signora chiede: “Mi dica solo questo, è grave? Guarirò? Devo ancora occuparmi della mia nipotina, che è rimasta sola al mondo…”. La voce le trema, negli occhi tanta speranza. Lisa sta per rincuorarla, ma Vladimiro Giorgio la interrompe brusco: “Col suo quadro clinico?! Ha trascurato tutto: nessun medico serio si prenderebbe la responsabilità di darle speranze. E prima cosa ha fatto, invece di venire da noi?”. La paziente rimane di sasso e scoppia a piangere, uscendosene. Lisa si rimprovera di non aver fermato Stepanov. Anche la primario scuote la testa. Tutti sanno che il direttore sanitario aveva ragione, ma avrebbe potuto dirlo con maggior delicatezza e rispetto per l’età della signora. E così, esausta, Lisa sbotta: “Dottor Stepanov, ma come si permette?”. “Ho solo detto la verità, non siamo maghi e la gente dovrebbe capirlo…”. Ma Lisa insiste: “Far partire un malato con un po’ di speranza può fare miracoli, e questa sua durezza a cosa serve? Io ho faticato tanto per convincere quella donna a curarsi e lei ha distrutto tutto in un secondo. Complimenti!”. Stepanov si infuria, la primario esce e Lisa resta sola con lui, con il fiato corto dalla tensione. Mentre si sforza di rimettersi al lavoro, Stepanov le si avvicina portando della valeriana ed evidentemente scosso, le sussurra: “Prenda, si calmi. E… mi perdoni. Forse ha ragione lei…”. Lisa abbassa i toni: “Dottore, la sua franchezza è utile, ma la nostra missione è curare anche donando speranza – a volte fa miracoli!”. Stepanov annuisce distratto e Lisa coglie il momento: “Ricordi questa regola: non consentirò mai a nessuno, davanti a un paziente, di alzare la voce o mettere in dubbio la mia professionalità, né che si tratti di un inserviente o del ministro della salute”. Stepanov accetta e la giornata prosegue. Un’ora dopo, Lisa va a trovare la paziente, Veronica Grigorieva. Sul comodino, un mazzo di tulipani: “Sa che è venuto il suo capo?”, le dice la signora. “Mi ha portato dei fiori, ha chiesto scusa e promesso che farà tutto il possibile per guarirmi”. “È proprio così,” sorride Lisa. “Ce la faremo a rimetterla in piedi. Lei è una ragazza!” e la signora scoppia a ridere. Dopo un mese Veronica si ristabilisce e il giorno della dimissione Stepanov le porta cioccolatini e rose. Tutti in reparto sono sbalorditi dal suo cambiamento. Tra Lisa e Vladimiro nascono rapporti cordiali, spesso prendono insieme un caffè al bar vicino. “La felicità nella vita non c’è” confida Stepanov un giorno, “forse per quello ho questo carattere…”. Lisa inizia a trovarlo simpatico, e il loro avvicinamento non passa inosservato. Alle riunioni tra donne del personale, dove si beve tè e si mangiano dolci fatti in casa, le domande si sprecano: “Che gli hai fatto? Persino sorride…”. Lisa risponde schietta: “È questione di sicurezza e rispetto di sé! Conta per tutti, non solo per i dottori”. Le colleghe discutono: c’è chi pensa che Stepanov sia semplicemente un uomo infelice. Succede poi che una segnala una notizia bomba: “Pare che Stepanov si sposi! E con una paziente!”. Lisa sorride intuendo già la verità. Suggerisce di festeggiare con vino, “magari lo renderà ancora più gentile!”. Il giorno dopo, Stepanov va da Lisa sorridente: “Mi sposo, dottoressa Tikhonova. E voglio invitarla: è anche merito suo se ho trovato la mia metà. Sì, è Veronica, quella per cui mi ha sgridato. Mi ha colpito e ho deciso di agire!”. Al matrimonio Veronica è irriconoscibile, ringiovanita, elegante: chi avrebbe detto che la donna disperata di qualche mese prima, che cercava, più che per sé, speranza per la nipote, sarebbe diventata la raggiante sposa del cupo Vladimiro? Lisa, tra emozione e orgoglio, non può che sentirsi la vera fata di questa storia tutta italiana di cura, coraggio e speranza.
La Fata Già in prima media era chiaro che Lucia Bellini sarebbe diventata una bravissima dottoressa.
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Hai portato via mio padre: una nuova casa, un trasloco a Milano, una vicina misteriosa e il dramma di un segreto di famiglia che cambia tutto
Ho rubato mio padre Mamma, ce lho fatta! Puoi crederci? Finalmente sono entrata! Giorgia teneva il telefono
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Senza una parola al figlio, ha lasciato il passeggino vicino al garage e se n’è andata a rilassarsi.
Assunta, senza neanche voltarsi verso il figlio, posò il passeggino accanto al vecchio capannone di un
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Più lontano vai, più ti senti a casa… – Sai che ti dico, nipotino caro! Se proprio sono di così tanto impiccio, allora c’è solo una soluzione. Niente più viaggi dalle figlie, niente più visite ad amiche o vecchi amici. E di cercarmi un altro compagno? Ma per cortesia! Altro che marito alla mia età! – Nonna, è quello che diciamo da tempo anch’io e la mamma! Vieni in una casa di riposo, ti danno una bella cameretta – basta che mi lasci la casa, mamma si arrangia per i documenti. Così non disturbi, hai altre signore con cui chiacchierare e io non devo cambiare vita per te. – Dal mio nido non mi muovo, Sasha. Se ti do fastidio, la porta è aperta: giovane come sei, trovati una sistemazione e vivi come vuoi. A studiare non hai voluto, allora vai a lavorare! Puoi anche portarti a casa tutte le fidanzate che vuoi. Io sono anziana, tra un mese ne compio 65, ho bisogno di pace e tranquillità. Ho già girato abbastanza, ora è tempo di tornare a casa. Non è giusto, nipote mio, che mi buttiate fuori da casa mia e viviate alle mie spalle con le vostre ragazze, aspettando la mia pensione che certo non è infinita! Hai una settimana; se non trovi casa, vai pure da amici – oppure dalla tua fidanzata, come si chiama… non me lo ricordo mai, ma oggi non voglio vederla qui. Prima un uomo per la nonna, poi la casa di riposo: ma vi pare? Il nipote offeso tenta di replicare, ma la signora Lidia lo ignora, si ritira in camera e si chiude la porta alle spalle con un gran mal di testa. Non avrebbe mai pensato di tirare fuori tanta risolutezza. Eppure la rabbia era troppa, ed è venuto il momento di dire tutto quello che aveva sul cuore. Due lunghi anni in silenzio, sempre pronta a correre da una figlia all’altra, da una conoscente all’altra, sempre con la sensazione di essere di troppo. Ora, nel suo modesto casaletto, la nonna “disturba” il nipote di vent’anni, che cambia le ragazze come camicie e non può godersi la casa per colpa della vecchietta che tossisce dietro la parete e rovina l’atmosfera. – Nonna, via ogni tanto, vai da qualche amica, così restiamo io e Dasha, o Masha, o Svetlana, o Iryna (scegli tu, tanto le cambio spesso), da soli. E così Lidia andava dalla cugina, dall’amica, da una ex collega; all’inizio tutti contenti, poi la gioia si estingueva in fretta: anche agli altri pesava la sua presenza. Sono bei rapporti, finché restano occasionali. Poi arriva il momento in cui non c’è quasi più nessuno da vedere, e nel frattempo la figlia grande partorisce in città. Vita in metropoli, mutuo, figlio già a scuola: la nonna serve eccome! Lidia parte ancora una volta; all’inizio tutto bene, pranzi caldi, casa pulita, bimbi sistemati. Ma dopo qualche mese, il genero – che ha solo dieci anni meno di Lidia – comincia a lamentarsi: – Lidia, non compri più queste salsicce, che ci intossichi! E perché ti limiti alle salsicce se stai tutto il giorno a casa? Fai una cotoletta ogni tanto… E ancora: – Le cotolette vanno bene, ma stai spendendo troppo! Bisogna risparmiare! – Che sono, un erbivoro forse? Va bene l’economia, ma la carne ci vuole! E così via… La babysitter la deve tirare su la nonna, i compiti idem, i soldi pure, la pensione va a finire in famiglia. Appena la nipotina più piccola va al nido, la festa finisce: “Grazie, Lidia, non ci servi più, puoi tornare a casa”. Con sollievo, Lidia torna al suo paesello, padrona in casa propria. Ma invece trova il nipote Sashka, figlio della figlia maggiore, bello stabile dentro la sua casetta, con ragazza al seguito e cumulo di bollette da saldare. Cosa fa la nonna? Prende un piccolo prestito, paga i debiti, rimette a posto casa. Ma di nuovo si sente “di troppo”: due stanze e una cucina, poca privacy, la nonna che tossisce nella stanza a fianco. Poi la figlia giovane partorisce, di nuovo serve la mamma/babysitter e Lidia parte. Tre mesi e capisce di essere un peso. Torna a casa e trova Sashka come l’aveva lasciato. Avrebbe continuato a sopportare, forse, se non fosse successo un ultimo episodio dopo il suo ritorno a casa. Lidia torna a casa dopo un compleanno da un’amica, nipote e fidanzata avvisati (“entrate dal retro che non vi disturbiamo”) e si sente dire che avrebbero preferito che restasse fuori, a dormire da qualcuno, così loro “avrebbero finalmente vissuto”. La madre del nipote, la figlia di Lidia, arriva a chiedere all’amica se conosce qualche vedovo con appartamento in città: un altro “escamotage” per spostare la madre altrove! Così Lidia si sfoga, racconta tutto all’amica: la vita con la figlia maggiore, il dispetto con la figlia minore, il nipote scansafatiche che non studia e non lavora e pretende la casa per sé. Quando Sashka va dalla madre a lamentarsi – “La nonna è fuori di testa, mi caccia via!” – la figlia chiama Lidia per rimproverarla. Ma Lidia ribadisce il suo punto di vista, come ormai ha imparato a fare. Alla fine Sashka fa la valigia e va via, giurando che lei non avrà più notizie da lui. Ma a Lidia la solitudine non pesa, anzi: finalmente respira! Figlie e nipoti la invitano ancora, a Lidia manca solo la serenità, e non si lascia più trascinare. “Portatemi i bambini qui da me: li accoglierò volentieri, l’aria qui è più fresca e a casa mia comando io”. Diceva sempre: più lontano vai, più ti senti a casa. E alla fine, aveva proprio ragione.
Più passa il tempo, più sento questo posto come casa Sai cosa, caro mio nipote! Se davvero ti do tanto
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Quando sono tornato dal mio viaggio, i miei averi erano sparsi sul prato con un biglietto: “Se vuoi restare, abitami nel seminterrato”.
Quando sono tornata dal viaggio, ho trovato le mie cose sparpagliate sul prato con un bigliettino: Se
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Ha partorito in silenzio e voleva dare via la sua bambina: la toccante storia di Liliana, studentessa senza sostegno che ha scelto di tenere la figlia grazie all’aiuto di una ostetrica e all’intervento di un imprenditore italiano
Ti racconto una storia che mi ha davvero colpita. Come sai, sono ostetrica da tanti anni, e in ospedale
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Abbiamo 5 appartamenti nella famiglia, ma dobbiamo comunque affittare: la storia di come i nostri genitori possiedono case ovunque ma non vogliono aiutarci, mentre noi facciamo fatica a sbarcare il lunario e sogniamo un futuro diverso per i nostri figli
Ormai ci sono talmente abituata a questa situazione che nulla mi sorprende più. Vi spiego come mai, pur
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Scoprendo che il bambino era nato con disabilità, la madre scrisse undici anni fa una “lettera di abbandono”. Questa dichiarazione Sacha l’ha vista di persona mentre portava i documenti personali all’ambulatorio.
15 dicembre Oggi mi è tornata in mente quella dichiarazione che mia madre, quarantanni fa, aveva firmato