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Al sanatorio ho partecipato a una serata di ballo e ho incontrato il mio primo ragazzo delle superiori
Al centro delle Terme di Sirmione, entro nella sala da ballo per partecipare a una serata di danza.
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Quel fastidioso retrogusto – È finita, non ci sarà nessun matrimonio tra noi! – esclamò Marina. – Aspetta, cosa è successo? – si smarrì Ilario, – sembrava tutto a posto! – A posto? – sorrise amaramente Marina, – sì… a posto. Solo che, – si bloccò per qualche secondo cercando le parole… Ma poi decise per la verità nuda e cruda, – ti puzzano i calzini! Non sono pronta a respirare quell’odore per tutta la vita! – Gliel’hai detto veramente così? – sgranò gli occhi la mamma di Marina quando la figlia le annunciò che avrebbe ritirato la domanda di nozze, – incredibile! – Perché stupirsi? – scrollò le spalle la quasi-sposa, – è la verità. Vuoi dirmi che tu non te ne eri accorta? – Certo che me ne ero accorta – si imbarazzò la madre – solo che… è umiliante. Pensavo che lo amassi. In fondo è un bravo ragazzo. E i calzini… beh, si risolve. – E come, scusa? Gli insegno a lavarsi i piedi? A cambiare i calzini? A usare il deodorante? Mamma! Ma ti senti? Io volevo sposarmi! Mi aspettavo di affidarmi a un uomo, non di adottare un ragazzino cresciuto! – E allora perché sei arrivata a questo punto? Perché presentare la domanda? – Sei stata tu a insistere, mamma! “Ilario è un bravo ragazzo, mi piace tanto”, vero? Oppure: “Hai già ventisette anni, è ora di sposarti e farmi diventare nonna”. E ora che dici? – Ma Marinuccia, non pensavo che avessi dei dubbi. Sembrava tutto serio tra voi, – ribatté la mamma, – e sai, sono contenta che tu abbia riflettuto e preso una decisione. Però, cara, quel “puzzano i calzini” è troppo diretto. Non è da te. – È proprio per questo, mamma. Doveva capire. Senza possibilità di tornare indietro… *** All’inizio Ilario sembrava a Marina divertente e un po’ impacciato. Sempre jeans e la solita maglietta. Mai discorsi su Picasso, ma ore a parlare di vecchi film. In quei momenti gli brillavano gli occhi. Con lui era tutto semplice e sereno. Proprio quella serenità aveva attratto Marina, stanca delle storie drammatiche e della ricerca del “vero amore”. Dopo due mesi di cinema e aperitivi, Ilario, un po’ timido, propose: – Ti va di venire da me? Ti preparo dei tortellini, li ho fatti io! La proposta era così accogliente che a Marina batté il cuore. E quel “Li ho fatti io” la colpì. Accettò… *** La casa di Ilario non piacque a Marina. Non c’era sporco, ma caos, bruttezza e abbandono. Muri grigi senza carta, un vecchio divano consumato con un solo cuscino. Pile di scatole, libri e riviste sul pavimento. Un paio di sneakers in mezzo alla stanza. L’aria stagnante tra polvere e muffa. La stanza sembrava una base d’appoggio dimenticata. – Allora, che ne pensi della mia fortezza? – Ilario spalancò le braccia, orgoglioso e per nulla imbarazzato. Non vedeva nulla di strano. Marina si costrinse a sorridere: le piaceva, non voleva litigare. Andarono in cucina. Peggio che mai: tavolo impolverato, piatti sporchi nel lavello, tazze con incrostazioni scure, pentola vecchia sul fornello. Lo sguardo di Marina si fermò sul bollitore. “Ma che colore aveva all’inizio?” pensò la ragazza. L’umore crollò. Marina ascoltava distrattamente Ilario che cercava di farla ridere. Ma quando le porse un piatto di tortellini, li rifiutò adducendo una dieta… Assaggiare qualcosa preparato lì era fuori discussione. A casa analizzò la sua visita. Tutto sembrava insignificante: vive solo, non se la cava con le faccende. E allora? Ma dietro quella trascuratezza Marina vedeva altro: come si poteva vivere così? Non per pigrizia, ma perché per lui era normale! È rimasto un fastidioso retrogusto… *** Poi Ilario andò da Marina. Ufficialmente le fece la proposta. Le regalò un anello. Presentarono la domanda. I genitori iniziarono i preparativi. Fare la sposa era piacevole. Ma quando Marina era sola e pensava a Ilario che pazientemente le cucinava tortellini e raccontava barzellette, le appariva… il bollitore dal colore indefinito! E Marina capiva: non era solo un bollitore. Era una prova! Parlava del modo di Ilario di vedere la vita, la casa, se stesso. E forse anche lei. Un giorno immaginò una loro mattina insieme e si rabbrividì. Si sveglia, va in cucina e trova il tè avanzato e briciole di pane. E se dice: “Amore, puoi pulire per favore?” Lui la guarderà sorpreso come aveva guardato la sua casa, senza capire. Non discuterà né urlerà. Semplicemente… non capirà. E ogni giorno dovrà spiegare, pulire, ricordare. E il suo amore lentamente morirà sotto mille punture invisibili. Ma mamma è felicissima che lei si sposi. *** Sposarsi… Tutta la leggerezza e il calore che Marina provava con Ilario svanirono, sostituite da una pesante ansia. – Marinuccia, – chiedeva Ilario quasi ogni giorno, con gli occhi preoccupati, – va tutto bene tra noi? Ci amiamo, vero? – Certo, – rispondeva sentendo qualcosa spezzarsi nel petto. Alla fine Marina cedette e si confidò con l’amica. – E che sarà mai? – si stupì e non capì Katia. – Polvere, un bollitore… Mio marito lascia un casino in cucina e non ci fa caso nemmeno lui! Gli uomini certe cose non le vedono! – Proprio questo è il problema! – sussurrò Marina. – E lui non le vedrà mai. Ma io sì! E le vedrò tutta la vita! E questo mi ucciderà, piano piano e inesorabilmente! *** No, non lo biasimava. Non l’aveva ingannata. Era sincero. Viveva in un altro mondo. Dove il piatto sporco era normale. Ma per lei era un segno di indifferenza e totale incomprensione. Capiva che non era questione di pulizia. È che vedevano il mondo in modo diverso. La crepa nella sua testa sarebbe diventata un abisso tra loro. Meglio chiudere tutto subito, che trovarsi sul fondo di quell’abisso troppo tardi. Aspettava solo il momento giusto… *** Marina e Ilario furono invitati a una festa. Arrivarono, si tolsero le scarpe all’ingresso… Entrarono in sala… Una puzza insopportabile li seguiva. Marina non capì subito da dove venisse. Quando realizzò che non solo lei ma anche tutti gli altri se ne erano accorti, si vergognò così tanto da desiderare di scomparire. Uscì senza parlare, si rimise le scarpe e se ne andò. Ilario le corse dietro, la raggiunse, le prese la mano. Lei si voltò e, quasi con odio, gli disse: – Basta! Non ci sarà nessun matrimonio! *** E infatti, non ci fu nessun matrimonio. Marina è convinta di aver fatto la scelta giusta e non si pente. Quanto a Ilario… Ancora non capisce dove sia il problema. E dai, solo calzini puzzolenti! Poteva anche non metterli…
Un sapore amaro È finita, non ci sarà nessun matrimonio! sbottò Ginevra. Aspetta, cosa è successo?
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Non Rimestare Nel Passato Spesso Taide riflette sulla propria vita ora che ha superato i cinquant’anni. Non può definirsi felice nel matrimonio, e tutto è dovuto al marito Yuri. Si erano sposati da giovani, entrambi innamorati. Eppure, quando il marito cambiò, lei si accorse troppo tardi. Vivevano in una casa di campagna insieme alla suocera Anna. Taide cercava di mantenere la pace in casa e rispettava sinceramente la suocera, che ricambiava con affetto. La madre di Taide viveva nel paese vicino con il figlio minore e spesso stava male. – Anna, come ti trovi con la tua nuora Taide? – chiedevano le comari, incontrandola al pozzo, al negozio o semplicemente per strada. – Eh, di Taide non posso dir niente di male, è rispettosa, sa fare tutto in casa e mi aiuta in tutto, – rispondeva sempre Anna. – Ma va là! Proprio non crediamo che tra suocera e nuora regni la pace, non ci crediamo, – ribattevano le paesane. – Be’, pensate quello che volete, – Anna si allontanava. Arrivò la figlia, Valeria, e fu una gioia per tutti. – Taide, ma la Vale sembra proprio somigliarmi! – la suocera cercava i suoi tratti nel volto della nipotina, mentre la nuora rideva spensierata, indifferente alle somiglianze. Quando Valeria aveva tre anni, la famiglia si allargò ancora con un maschietto. Nuovi pensieri felici. Yuri lavorava, Taide restava coi bambini, la suocera aiutava molto. Vivevano come tutti, forse persino meglio: niente litigi, Yuri non beveva come gli altri uomini. Capita che alcune donne vadano a cercare i mariti dietro la bocciofila – lì si ritrovano, bevono finché non riescono più a rientrare, così poi le mogli li trascinano a casa, bestemmiando. Quando Taide aspettava il terzo figlio, venne a sapere dei tradimenti del marito. In paese non si nasconde niente: si sparse la voce che Yuri la tradiva con Tina, la vedova. La vicina Valentina non perse tempo e si presentò da Taide. – Taide, porti in grembo il terzo figlio di Yuri, e lui… – si espresse senza troppi giri di parole, – ingrato! Se ne va a zonzo con le altre. – Valentina, sei sicura? Io non ho mai notato niente di strano, – si stupì la moglie. – Certo! Ma come dovresti farci caso? Due figli, il terzo in arrivo, la casa, la suocera, il lavoro. Lui si diverte, e in paese ormai lo sanno tutti che sta con Tina, che non lo nasconde nemmeno. Taide si rattristò, la suocera sapeva tutto ma taceva per evitare che la nuora soffrisse. Più volte aveva rimproverato il figlio, che si tranquillizzava subito. – Mamma, ma che dici? Sono solo chiacchiere di paese. Un giorno Valentina tornò di corsa. – Taide, tuo Yuri proprio ora è saltato nel cortile di Tina, l’ho visto con i miei occhi mentre venivo dal negozio! Vuoi restare sola con tre figli? Vai da quella svergognata e tirale i capelli! Tanto sei incinta, Yuri non ti toccherà mai, – blaterava la vicina. Taide sapeva di non avere il coraggio di affrontare Tina: la conosceva bene, era una donna dura e litigiosa, rimasta sola quando il marito era annegato da ubriaco. Eppure, decise di andare. – Andrò, voglio guardare in faccia mio marito e smascherarlo. Lui nega tutto, dice che sono pettegolezzi da donne, – disse alla suocera, che cercava di dissuaderla. – Ma dove vai col pancione? Pensaci!… Era tardo autunno, già buio. Taide bussò al vetro di Tina, aspettando che uscisse, ma sentì soltanto la voce dietro la porta chiusa. – Che vuoi, perché bussi? – Apri, so che Yuri è da te, la gente me l’ha raccontato, – rispose Taide alta voce. – Dimenticatelo! Vai a casa e non far ridere la gente, – Tina si mise a ridere. Taide tornò a casa con amarezza, capendo che non avrebbe mai aperto. Yuri rientrò oltre mezzanotte, ubriaco. Capitava di rado, ma succedeva. Taide lo aspettava sveglia. – Dove sei stato? So che stai con Tina, bevete insieme. Sono venuta, non ha aperto… Tu lo sai. – Ma che dici! Non ero da lei. Ero con Gino zoppo, ci siamo attardati, non ci siamo accorti dell’ora. Taide non credette al marito, ma non litigò, preferiva non fare scenate. E poi, cosa poteva? “Non colto in flagrante, non è ladro”, come si suol dire. Quella notte non dormì, pensava: – Dove potrei andare con due bambini e il terzo in arrivo? Mamma è malata, mio fratello ha già tre figli, vive stretto. Dove mi sistemo?… E poi la madre glielo diceva sempre quando si lamentava dei tradimenti. – Abbi pazienza, figlia mia: ormai sei sposata, hai i figli, devi sopportare. Pensavi fosse facile vivere con tuo padre? Anche lui beveva e ci maltrattava, ricordi quando scappavamo dai vicini? Poi ha fatto la sua fine, ma io ho sopportato. Almeno Yuri non picchia e non beve troppo, è destino delle donne avere pazienza. Taide non condiva tutto della madre, ma capiva che non avrebbe mai lasciato il marito. E la suocera cercava di calmarla. – Figlia, dove vai con i bambini? Presto nascerà anche il terzo. Ce la faremo insieme a gestirlo. La terza nacque, Arianna, fragile e spesso malata. Di certo le tensioni della madre in gravidanza pesarono. Col tempo la figlia si ristabilì, la suocera le dedicò molte attenzioni. – Taide, lo sai la novità? – tornò la vicina col solito carico di pettegolezzi – Tina ha ospitato Michele, quello cacciato dalla moglie. – Se l’ha accolto, affari suoi, – Taide dentro di sé tirò un sospiro di sollievo: suo marito smetterà di frequentarla. Ma dopo solo un mese Valentina tornò con la nuova. – Michele è tornato dalla moglie, Tina è di nuovo sola, prima o poi si troverà qualcun altro… Ma tu tieni stretto il tuo Yuri, che non si sa mai, – la vicina la ammonì. Taide e Yuri ripresero a vivere con calma, Anna era contenta. Ma quando un uomo ha il diavolo nella carne, difficilmente sta fermo. Un giorno Anna incontrò l’amica Anisia. – Anna, com’è che tuo Yuri si comporta così? Taide è brava e carina, anche tu la elogi. Cos’altro gli serve? – Cos’è, Anisia, Yuri è di nuovo in giro? – Eccome… Se ne va da Vera, la divorziata che lavora alla mensa. Anna non disse nulla a Taide, continuava a rimproverare il figlio di nascosto. Ma i pettegolezzi si diffondono comunque. Taide venne a sapere dei tradimenti da Valentina. Le sue lacrime e preghiere non hanno cambiato nulla: Yuri continuava a uscire di casa. Non avrebbe mai lasciato la famiglia, ma non era fedele. Gli conveniva: casa ordinata, moglie, figli, madre, e una donna per divertirsi fuori casa. Anna ormai rimproverava il figlio anche davanti a tutti, ma lui non la ascoltava. – Mamma, lavoro, porto i soldi, e voi mi accusate! Credete alle chiacchiere delle donne, – si difendeva Yuri. Col tempo smise del tutto di bere, da quando la salute iniziò a peggiorare. Passarono gli anni. I figli crebbero. Valeria si sposò nella provincia, dove studiava al college ed è rimasta lì. Il figlio si laureò in città, sposò una ragazza del posto. Arianna sta per finire le superiori e vuole andare a studiare in provincia. Yuri si è calmato, ormai non va più da nessuna parte, tra lavoro e casa. Più spesso è sdraiato sul divano, la salute lo tradisce. Non beve più, anzi, ha smesso del tutto. – Taide, mi fa male il cuore, mi sento cadere… – si lamenta, – mi fanno male le ginocchia, chissà cosa vuol dire, dovrei andare da uno specialista. Taide non sente più pena per lui. L’anima si è indurita, troppe lacrime e delusioni ha affrontato prima che il marito si fermasse. – Adesso che non sta bene, resta a casa e si lamenta, – pensa, – che vada a piangere dalle sue ex… Che ci pensino loro ora. Anna è morta, sepolta accanto al marito. In casa di Taide e Yuri regna il silenzio. Ogni tanto arrivano i figli e i nipoti, ed è una gioia per entrambi. Il padre si lamenta coi figli della salute e accusa anche la moglie di non occuparsene. La figlia maggiore porta le medicine, si preoccupa, consiglia anche alla madre: – Mamma, non arrabbiarti con papà, non sta bene, – ma Taide è amareggiata col figlia che difende il padre. – Figlia, è colpa sua, una gioventù troppo turbolenta. Ora vuole che lo compatiscano. Anch’io non ho più forza, ho perso la salute quando soffrivo per lui, – si difende la madre. Anche il figlio cerca di incoraggiare il padre quando viene a trovare la famiglia. Parla più con lui, normale tra uomini. I figli non capiscono la madre quando lei prova a spiegare loro che il padre la tradiva e lei sopportava tutto per loro. Come avrebbe potuto abbandonarli? Quanto le è costato tutto ciò? Eppure cosa si sente rispondere… – Mamma, non tirare fuori il passato, non tormentare papà, – dice la figlia, il fratello è d’accordo. – Mamma, quello che è stato è stato, – la consola il figlio, accarezzandole la spalla. Taide ci rimane male che i figli difendano il padre, ma li capisce, non si offende troppo, la vita è anche questa. Grazie per aver letto, per la vostra iscrizione e il vostro supporto. Buona fortuna nella vita!
Non rivangare il passato A volte, ormai passati i cinquanta, mi capita di ripensare alla mia vita.
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Al sanatorio ho partecipato a una serata di ballo e ho incontrato il mio primo ragazzo delle superiori
Al centro delle Terme di Sirmione, entro nella sala da ballo per partecipare a una serata di danza.
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Che importanza ha chi si è preso cura della nonna! Secondo la legge, l’appartamento è mio! – La mia madre litiga con me.
«Che importa chi ha accudito la nonna! Lappartamento è legalmente mio!», mi grida la mamma.
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I miei parenti aspettano che lasci questo mondo. Pensano di poter prendere possesso del mio appartamento, ma ho già preso le mie precauzioni.
I miei parenti attendono il giorno in cui lascerò questo mondo. Sognano di impossessarsi del mio appartamento
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La scoperta che travolge la vita: la storia di Michele, da giovane spensierato delle campagne italiane a uomo maturo che costruisce il proprio destino, ritrovando se stesso e l’amore autentico accanto a Giulia, la “bambina con le trecce” diventata donna, in un piccolo borgo tra le radici e il futuro.
La scoperta che ha sommerso ogni cosa Fino ai ventisette anni, Michele vive senza pensieri, come un torrente
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Per mio marito, mamma e sorella sono sempre in cima alla lista
Mio marito, la madre e la sorella sono al primo posto Lidia, basta più recitare la vittima, parliamo
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0183
Ha divorziato da suo marito, e sua suocera le chiede soldi per sostenerlo
Mi sono separata dal marito, e la suocera mi ha chiesto dei soldi per sostenerlo. Marco e io ci siamo
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083
Abbiamo due figli, ma il nostro cuore batte solo per uno.
Ricordo, ormai da anni, quella casa di via della Spezia a Genova dove vivevano i miei genitori, Gianni
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0420
Riconsegna la chiave di casa nostra — Abbiamo già deciso tutto con tuo padre, — Olga poggiò la mano su quella del figlio. — Vendiamo la casa al mare. Due milioni per l’anticipo, così basta con questi affitti. Andrea si fermò a metà strada con la tazza. Natalia, sua moglie, smise di masticare, il boccone di torta rimase bloccato sulla forchetta. — Mamma, che dici? — Andrea posò la tazza con prudenza. — Vendete la casa al mare? Ci andate tutte le estati… — Ce la faremo. Misha, di’ qualcosa. Il padre, intento fino a un attimo prima a girare la marmellata, alzò la testa. — Ha ragione tua madre. Quarant’anni che abbiamo quella casa, ormai il tetto perde, la recinzione è marcia. Solo guai. E voi non avete una casa vostra. — Papà, ce la faremo da soli, — Andrea scosse la testa. — Ancora due anni, forse tre… — Tre anni! — Olga spalancò le mani. — Tre anni a casa di altri, con un bambino in arrivo? Natalia, almeno tu dì qualcosa! Natalia guardò Andrea, poi la suocera, indecisa. — Olga, sono tanti soldi. Non possiamo solo… — Potete, — tagliò Olga. — Non si discute. Abbiamo già parlato con l’agenzia, sabato viene il primo. Andrea voleva replicare, ma Olga lo anticipò. — Figlio mio. Noi non ringiovaniamo. Tuo padre è tre anni che ha problemi di pressione, io il prossimo anno faccio sessant’anni. A cosa ci serve quella casa ormai? Per piantare pomodori? Li compro al mercato. I vostri figli crescano in una casa vera, loro. Cade il silenzio. Natalia strinse la mano di Andrea sotto il tavolo. Lui si massaggiò il naso, com’era solito fare quando non sapeva cosa rispondere. — Mamma… Ti restituiremo tutto. Piano piano, ogni centesimo. — Fai come vuoi, — Misha alzò le spalle. — L’importante è che i nipotini abbiano lo spazio per imparare a gattonare. Dopo un mese e mezzo vendettero la casa al mare. Olga seguì tutto: documenti, conti, bonifico di due milioni al figlio. Dopo tre mesi Andrea e Natalia entrarono nel bilocale in via dei Lilas — palazzo nuovo, nono piano, finestre sul parco. Al pranzo di inaugurazione erano in quindici. I genitori di Natalia portarono le stoviglie, le amiche regalarono asciugamani, i colleghi di Andrea fecero una colletta per la macchina del caffè. Olga girava per le stanze, tastava i muri, apriva gli armadi, scuoteva la testa — difficile capire se per approvazione o per critica. Verso sera, tra i pochi rimasti, Olga intercettò Andrea nel corridoio. — Andreino, due parole. Lo portò vicino alla porta d’ingresso, lontano da orecchie indiscrete. — Dammi la chiave. Andrea non capì subito. — Che chiave? — Della casa, il duplicato. Non si sa mai, — Olga abbassò la voce. — Noi vi abbiamo aiutato, capisci, se succede qualcosa dobbiamo entrare. E poi… dai, tutti i figli danno la chiave ai genitori. Andrea esitò, visibilmente combattuto. — Mamma, ma… Natalia… — Che c’entra Natalia? È contro? — Olga strinse gli occhi. — Noi vi abbiamo comprato casa, lei non vuole darci la chiave? — No, non intendevo… — Dai, dammela. Non fare il bambino. Andrea prese la chiave dalla tasca. Nuova, lucida. — Ecco. Olga la infilò nel suo mazzo, tra quella di casa e quella del garage. Il metallo tintinnò. — Bravo ragazzo, — gli diede una pacca sulla guancia. — Andiamo che il dolce ci aspetta. La serata fu un successo. …Olga scrutava la stoffa, rigirava il cuscino tra le dita, controllava le cuciture. Il velluto era morbido, il colore senape caldo, perfetto per il divano grigio di Natalia. Ne prese due, uno terracotta, si immaginava già la scena: cuscini agli angoli, il plaid di maglia al centro come aveva visto la settimana prima. Sul tram, stretta il sacchetto al petto, vedeva scorrere cortili e playground, auto parcheggiate. Via dei Lilas, la sua fermata. L’androne profumava di vernice fresca. Olga salì al nono piano, trovò la chiave, aprì la porta. Silenzio. Nessuno. Si tolse le scarpe, andò in soggiorno. Il divano era nudo, ordinario. Sistemò i cuscini agli angoli, fece due passi indietro per valutare. Davvero un altro effetto. Notò la polvere sulla mensola. Una tazza sporca sul davanzale. Scosse la testa, ma non toccò niente. Non era affar suo. Non ancora. Verso le nove telefonò Andrea. — Mamma, sei passata? Andrea aveva la voce tesa. — Sì. Ho lasciato i cuscini, hai visto? Carini, vero? — Mamma… — pausa. — Potevi avvisare. Natalia è rientrata, ha trovato le cose spostate, cuscini… — Cuscini? — Olga rispose secca. — Costano millecinquecento ciascuno. Dille che ho notato la polvere, le tazze sporche. Ho guardato anche il frigo: mezzo vuoto. State facendo la fame? Non vi ho dato i soldi per vivere da studenti. — Mamma, basta solo che la prossima volta avvisi, ok? Una chiamata… — Oh, Andrea, — Olga alzò gli occhi al cielo, anche se lui non poteva vederlo. — Va bene, ora vado, tuo padre mi chiama. Chiuse la chiamata senza attendere risposta. La settimana dopo portò un set di lenzuola di raso. Natalia era in casa, sotto la doccia, Olga sentì l’acqua. Lasciò il pacco sul letto, uscì senza lasciar biglietti. Si capisce, pensò. Tre giorni dopo — una batteria di pentole nuove. Quelle dei ragazzi erano cineserie rovinate, disgustose da vedere. Sabato Andrea e Natalia cenarono dai genitori. Si parlava del tempo, della vicina che ristrutturava. Tutto educato, ma piatto. Natalia posò la forchetta. — Olga… posso chiedervi una cortesia? Quando venite, potete avvisare prima? Solo per sapere… Olga si pulì le labbra con calma. — Natalia. Ti abbiamo dato due milioni. Due. Milioni. Ho diritto di venire quando voglio. È casa anche nostra. — Mamma… — Andrea provò a intervenire. — Che c’è, non ho ragione? Silenzio. Misha mangiava i ravioli, mostrando disinteresse. — Grazie per la cena, — Natalia si alzò. — Andrea, andiamo. Si congedarono in fretta, i saluti forzati. Olga tornò in cucina, spinse la tenda per guardare giù — i ragazzi stavano uscendo tuttora. Dalla finestra arrivò la voce di Natalia, secca: — …o restituiamo questo debito, o ci separiamo. Non ce la faccio più. Olga rimase con il piatto in mano. Che debito? Che significa? Sotto, Andrea rispose qualcosa, non si capiva. La portiera batté, il motore partì. Olga posò il piatto nel lavello. No. Non le piaceva affatto. …Olga girò la chiave nella serratura, spinse la porta — e quasi sbatté contro Andrea, in attesa nel corridoio. Natalia spuntò dalla cucina, ancora con il canovaccio in mano. — Oh, siete in casa, — Olga si riprese subito. — Ho portato… — Mamma, aspetta. Il tono di Andrea la fece tacere. Lui cercò un plico dalla giacca appesa, lo porse alla madre. — Ti voglio ridare una cosa. Olga lo prese istintivamente. Guardò dentro — quasi svenne. Denaro. Tanto. — Questo… che cosa? — Due milioni, — Natalia si avvicinò. — Abbiamo fatto un mutuo. — Avete… — Olga sgranò gli occhi. — Siete impazziti? Perché? — Per non sentirci obbligati, — Natalia parlava chiaro, ferma. — Signora Olga, siamo stanchi. Delle visite, delle ispezioni, di trovarvi qui a spostare le cose. — Non ho frugato! Ho portato cuscini! Lenzuola! Pentole! — Mamma, — Andrea mise la mano sulla spalla di Natalia. — Cambiamo la serratura. Domani viene il fabbro. Olga sgranò gli occhi, incredula. — Cambiate la serratura? — Sì. Non avrai più la chiave. Il silenzio calò pesante. Olga guardava il figlio e la nuora, alternandosi. La gola secca, le guance in fiamme. — Siete… siete… — deglutì. — Meschini. Meschini e ingrati. Noi abbiamo venduto la casa al mare! Per voi! Mi trattate come una ladra? — Non ti stiamo cacciando, — Natalia restò ferma. — Ti chiediamo solo di andar via. Olga strinse i suoi mazzi di chiavi. Le dita intorpidite. — Andrea, figlio mio. Permetti davvero che lei mi parli così? Andrea abbassò gli occhi, poi fissò la madre. — Mamma. È una decisione nostra. Olga si girò e se ne andò, senza salutare. Per tutta la strada tornò provando le battute che avrebbe detto quando Andrea l’avrebbe chiamata per chiedere scusa. Domani, massimo dopodomani. Avrebbe capito di aver esagerato. Passò una settimana. Il telefono taceva. Olga più volte voleva chiamare, ma ogni volta ritirava il cellulare. No. Devono farsi vivi loro. Devono chiedere scusa. È una madre, dopotutto. Non aveva cattive intenzioni. Dopo un mese Misha chiese, durante la cena, se si erano riappacificati. Olga si limitò a cambiare discorso. Dopo due mesi smise di sobbalzare ad ogni squillo. Dopo tre — capì tutto. Il figlio non chiamerà. Né domani, né tra una settimana, né mai. Olga se ne stava in cucina, fissando il mazzo di chiavi: casa, garage. In mezzo, quella che apriva la porta del bilocale in via dei Lilas. Voleva aiutare. Voleva davvero. I cuscini, le pentole, le lenzuola — era affetto, no? Non è così che si fa? I genitori aiutano i figli, i figli sono grati, tutti felici. Ma qualcosa si era incrinato lungo la strada. Per quanto Olga ripassasse dialoghi e visite, non riusciva a capire quando. Forse, non voleva capirlo. Rimediare ormai era impossibile…
Abbiamo già deciso tutto, disse Mariella posando la mano sopra quella del figlio. Vendiamo la casa al mare.
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Il marito è partito con la valigia per andare dalla mamma
Fiorenza, 30 anni, non poteva credere alle proprie orecchie quando Michele entrò di corsa con una valigia
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Vedova Nera – La storia di Lilia, bella e brillante giornalista, tra celebrità, matrimoni falliti, amori tormentati, tradimenti e tragici lutti: da una carriera di successo in TV fino al vero amore, passando per uomini potenti, una fedele domestica e la misteriosa “aura nera” che sembra segnare il destino dei suoi compagni
Vedova nera Bellissima e brillante, Ludovica stava per laurearsi alla Facoltà di Giornalismo dellUniversità
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055
Mi sono separata da mio marito, ed ora è molto felice. Dimostra che ero io a limitarlo e a impedirgli di vivere una vita normale.
Mi ricordo ancora quel periodo, ormai lontano, quando decisi di separarmi da Marco. Oggi lui è felice
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0153
Il giorno in cui ho perso mio marito… non è stato solo il giorno in cui l’ho perso. È stato anche il giorno in cui è morta la versione del mio matrimonio in cui credevo. Tutto è successo troppo in fretta. Era uscito all’alba, doveva attraversare vari paesini. Faceva il veterinario rurale — lavorava a contratto, passava quasi tutta la settimana viaggiando di paese in paese: curava il bestiame, vaccinava gli animali, interveniva per urgenze. Io ero abituata ai suoi saluti — sempre rapidi, sbrigativi. Ero abituata a vederlo uscire con gli stivali infangati e il furgone stracarico. Quel giorno, a mezzogiorno, mi scrisse che si trovava in un paese lontano, che era scoppiata una forte pioggia e che doveva andare anche in un altro — a mezz’ora di distanza. Mi disse che poi sarebbe tornato subito a casa, voleva arrivare prima per cenare insieme. Io gli risposi di guidare piano, la pioggia era fortissima. Dopo… non seppi più nulla fino al pomeriggio. Prima fu una voce. Una telefonata di un conoscente che mi chiese se stavo bene. Io non capivo niente. Poi chiamò suo cugino e disse che c’era stato un incidente sulla strada per il paese. Il cuore mi batteva così forte che pensavo di svenire. Qualche minuto dopo arrivò la conferma: il furgone, scivolato per la pioggia, era uscito di strada ed era finito in una scarpata. Non ce l’aveva fatta. Non ricordo come arrivai in ospedale. Ricordo solo che ero seduta su una sedia, con le mani ghiacciate, mentre ascoltavo un medico che mi spiegava cose che la mia mente non riusciva a comprendere. I miei suoceri arrivarono in lacrime. I miei figli mi chiedevano dov’era il loro papà… e io non sapevo rispondere. E proprio quello stesso giorno — quando ancora non avevamo finito di avvisare i parenti — è successo qualcosa che mi ha devastata ancora di più. Sono apparse delle pubblicazioni sui social. La prima era di una donna che non conoscevo. Aveva pubblicato una foto di lui in un paese — abbracciata a lui — e aveva scritto che era distrutta, che aveva perso “l’amore della sua vita”, che sarebbe stata grata per ogni momento passato insieme. Pensavo fosse uno sbaglio. Poi uscì una seconda pubblicazione. Un’altra donna, con altre foto, che lo salutava ringraziandolo per “amore, tempo, promesse”. Poi — la terza. Tre donne diverse. Nello stesso giorno. Che parlavano pubblicamente della loro relazione con mio marito. A loro non importava che io fossi appena diventata vedova. Non importava che i miei figli avessero appena perso il padre. Non importava il dolore dei miei suoceri. Esponevano la loro verità, come fosse un omaggio. E lì ho iniziato a mettere insieme i pezzi. I suoi viaggi continui. Le ore in cui non rispondeva. I paesi lontani. Le scuse per incontri e urgenze notturne. Tutto prendeva senso… in modo nauseante. Stavo seppellendo mio marito mentre scoprivo che aveva vissuto una doppia… forse tripla vita. La veglia fu uno dei momenti più difficili. La gente veniva a darmi il cordoglio, ignorando che io avevo già visto quelle pubblicazioni. Quelle donne mi guardavano in modo strano. Sussurri, commenti silenziosi. Io restavo lì, cercando di sostenere i miei figli, mentre la mente era affollata di immagini che non avrei mai voluto vedere. Dopo il funerale arrivò il vuoto assoluto. La casa era silenziosa. I suoi vestiti ancora appesi. Gli stivali — infangati — ad asciugare in cortile. Gli attrezzi nel garage. E insieme al dolore arrivò il peso del tradimento. Non riuscivo a piangere davvero per lui, senza pensare a tutto ciò che aveva fatto. Mesi dopo iniziai una terapia, non dormivo più. Mi svegliavo ogni mattina in lacrime. La psicologa mi disse una cosa che mi ha segnato per sempre: se volevo guarire, dovevo separare nella mia mente l’uomo che aveva tradito, il padre dei miei figli e la persona che avevo amato. Se lo vedevo solo come un traditore, il dolore sarebbe rimasto chiuso dentro di me. Non è stato facile. Ci sono voluti anni. Grazie alla mia famiglia, alla terapia, al silenzio. Ho imparato a parlare ai miei figli senza odio. Ho imparato a sistemare i ricordi. Ho imparato a lasciar andare la rabbia che mi soffocava. Oggi sono passati cinque anni. I miei figli sono cresciuti. Io ho ripreso a lavorare, ho ricostruito una routine, sono tornata a uscire da sola, a prendere un caffè senza sentirmi in colpa. Tre mesi fa ho iniziato a frequentare un uomo. Non è una storia veloce. Ci conosciamo con calma. Sa che sono vedova. Non sa tutti i dettagli. Si va piano. A volte mi sorprendo a raccontare la mia storia ad alta voce — come oggi. Non per pietà, ma perché sento che, per la prima volta, posso parlarne senza sentirmi bruciare dentro. Non ho dimenticato cosa è successo. Ma non vivo più rinchiusa in quel dolore. E anche se il giorno in cui mio marito se n’è andato ha distrutto il mio mondo… oggi posso dire che ho imparato a ricostruirlo, pezzo per pezzo — anche se non è mai più stato lo stesso.
Il giorno in cui ho perso mio marito… non è stato soltanto il giorno in cui lho perso.
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095
Ho preso il mio abito da sposo dall’armadio e all’improvviso una busta cadde a terra.
Ricordo di aver preso il mio abito da sposo dal armadio e, allimprovviso, una busta cadde a terra.
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0194
Ho garantito a mio padre una vecchiaia felice
Pronto, Ginevra? Dai, vieni subito, qui succede una roba pazzesca la voce di papà, tremante e implorante
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01k.
Per mio figlio è necessario – Cinquantamila euro, Stefano. Cinquantamila. Oltre ai trentamila di mantenimento. Valentina lanciò il telefono sul tavolo della cucina con tanta forza che quasi finì per terra. Stefano lo afferrò appena in tempo, quel gesto la fece infuriare ancora di più. – Federico aveva bisogno di scarpe da ginnastica e dell’uniforme per la squadra – disse Stefano, girando il telefono a schermo in giù, come se volesse nascondere una prova. – Cresce, Vale. I figli crescono, è naturale. – Scarpe da cinquanta euro? Che fa, si è iscritto alla nazionale atletica? – C’era anche lo zaino. E la giacca. L’autunno si avvicina. Valentina si voltò, non voleva proprio guardare suo marito. Sapeva di quei bonifici. Ogni mese. Sempre la stessa giustificazione: il figlio, gli obblighi, la responsabilità. Parole nobili, dietro cui si celavano numeri precisi sottratti dal loro bilancio familiare e finiti altrove. – Lo amo, – Stefano si avvicinò, fermandosi a un passo dalla sua schiena. – È mio figlio. Non posso semplicemente… – Ma io lo dico forse di abbandonare tuo figlio? Dico solo: a che serve spendere tanto oltre il mantenimento? Trenta al mese non bastano? Nina non lavora? – Lavora. – Allora qual è il problema? Stefano rimase in silenzio. Quel silenzio Valentina lo conosceva bene: significava che non c’era risposta. Solo l’abitudine di accontentare, aiutare, mai discutere. Essere sempre il bravo ex marito, il buon padre, il brav’uomo. A spese loro. Lei si girò, si appoggiò al lavello. – Io tengo il conto, sai? Mentalmente. Quanti soldi vanno lì ogni mese. Vuoi sapere la cifra annuale? – No. – Quasi seicentomila euro. Escludendo questi cinquantamila di oggi. Stefano si sfregò il naso – il segnale che voleva evitare la discussione. Ma Valentina ormai non si poteva più trattenere. Aveva taciuto troppo a lungo, recitato troppo spesso la parte della moglie comprensiva. – Avevamo programmato le vacanze. Ricordi? Avevi promesso: novembre, mare, due settimane. E quei soldi ora dove sono? – Vale, capisco. Ma Nina ha chiamato, era urgente… – Sempre Nina. Ha sempre qualcosa di urgente. Stefano si sedette sullo sgabello, i gomiti sulle ginocchia, e Valentina all’improvviso si accorse che era davvero stanco. Non per il lavoro, per questa estenuante guerra fra due donne. In fondo le venne la voglia di consolarlo, ma la soffocò subito. – Vuole comprare una casa, – disse Stefano, senza guardarla. – Così Federico avrà la sua stanza. – Aspetta, che casa? – Più grande. Adesso hanno un bilocale, lo sai. Stanno stretti. – Sono stretti. E chi paga? Stefano finalmente la guardò, nei suoi occhi qualcosa di colpevole. Valentina sentì i brividi. – Non vorrai… – Mi ha chiesto un aiuto. Per l’anticipo. Sto solo pensando. – Stai pensando? Stefano, sono tanti soldi! Dove li prendi? – Abbiamo messo da parte. Erano soldi per la macchina. – Era la nostra macchina! Per la nostra famiglia! La voce le diventò quasi un urlo, cercò di ricacciarla indietro con la mano sulla bocca, ma era inutile – ormai le parole erano uscite. Stefano si alzò, andò verso la finestra, le mani in tasca. – Federico è anche la mia famiglia. Non posso comportarmi come se non esistesse. – Nessuno chiede di farlo! Ci sono gli alimenti – legali, ufficiali. Il resto è buona volontà. Tua, e anche mia. Sono soldi nostri. – Lo so. – Ma non ti fermi. Silenzio. Dal muro dei vicini la tv accesa, risate soffocate. Un sottofondo tragicomico alla loro conversazione. Valentina si sedette al suo solito posto, stirò automaticamente la tovaglia. Dentro si sentiva bruciare – rabbia, senso d’ingiustizia, confusione – ma si costrinse a parlare piano: – Che cifra voleva? – Due milioni per la caparra. La cifra rimase sospesa nell’aria, Valentina rise – breve, senza gioia. – Due milioni. È tutto ciò che abbiamo. – Lo so. – E davvero pensi di darle quei soldi? – Per mio figlio. – Io non sono d’accordo. Sono anche miei, se te lo sei dimenticato. Lui non rispose, non c’era più nulla da dire. Una settimana dopo Valentina aprì l’app della banca solo per vedere se era arrivato lo stipendio. Scorse fino al conto risparmio – quello dove avevano messo i soldi in tre anni. Saldo: quarantasettemilacinquecentodue euro… Sbatté le palpebre. Riavviò l’app. Ricontrollò. Quarantasettemila invece di due milioni… Il telefono scivolò dalle dita sul tappeto. Valentina rimase ferma in mezzo alla stanza, incapace di muoversi. Due milioni. Tre anni di risparmi, niente vacanze, ogni acquisto controllato. E ora – quarantasettemila. Le briciole del loro futuro. Prese il telefono, controllò la cronologia. Bonifico a Nina Covelli. Neppure cercando di nasconderlo. Stefano era sul divano col portatile quando lei entrò furiosa. Alzò la testa, provò a sorridere – ma il sorriso morì vedendo la sua faccia. – Hai speso tutti i nostri risparmi per la tua ex?! La voce si fece un grido, ma a Valentina non importava davvero. Che lo sentissero i vicini, pure tutto il condominio. – Vale, aspetta, posso spiegare… – Spiegare?! Due milioni, Stefano! Due! Erano i nostri soldi! Lui posò il portatile, si alzò lentamente. Nessun senso di colpa nello sguardo, solo una strana ostinazione. – Sono per Federico. Ha bisogno di una stanza vera, di condizioni migliori. Sono suo padre, è mio dovere… – Il tuo dovere è verso la tua famiglia! Me! Non con la donna che hai lasciato quattro anni fa! – È la madre di mio figlio. – E io chi sono?! – Sei mia moglie. Ti amo. Ma Federico… – Basta con Federico! – Valentina gli si avvicinò, Stefano istintivamente indietreggiò. – Hai comprato casa a Nina. Non a tuo figlio – a lei! La casa è a suo nome, giusto? Sarà lei a viverci, gestirla, e se vorrà potrà venderla e spendere come vuole. Cosa c’entra tuo figlio?! Stefano aprì la bocca, poi la richiuse. Nulla da dire. Ovviamente nulla – perché lei aveva ragione e lui lo sapeva. – Tu la ami ancora, – sussurrò Valentina. – Ecco il vero motivo. Non Federico. Lei. Non riesci mai a dirle di no. Mai. – Non è vero. – Allora perché? Perché non hai chiesto a me? Hai deciso per noi due. Stefano le si avvicinò, cercando di abbracciarla: – Vale, ti prego. Parliamone con calma. Capisco che sei arrabbiata, ma è per mio figlio… Valentina si scostò: – Non toccarmi. Tre parole – e fra loro sembrava fosse cresciuto un muro. Stefano rimase con le mani sospese, e sul suo viso finalmente apparve la comprensione. Troppo tardi. – Io così non posso, – Valentina andò in camera, prese la borsa. – Non posso vivere con chi decide da solo. Chi mente. Chi… – Non ho mentito! – Non hai detto. È lo stesso. Buttò in borsa il necessario – vestiti, documenti, caricabatterie. Stefano osservava mentre la sua vita andava in frantumi. – Dove vai? – Da mamma. – Per quanto? Valentina chiuse la cerniera, mise la tracolla. Guardò suo marito – quell’uomo adulto dagli occhi smarriti, che non aveva proprio capito cosa aveva fatto. – Non lo so, Stefano. Davvero, non lo so. Tre giorni nella casa di mamma passarono strani. Il primo solo a letto, guardando il soffitto. Mamma portava il tè, niente domande, solo una carezza. Il secondo giorno arrivò la rabbia – pura, liberatoria. Il terzo – chiarezza. Chiamò un avvocato amico. – Voglio divorziare. Sì, sicura. Nessuna riconciliazione. Stefano chiamava ogni giorno. Mandava messaggi – lunghi, confusi, pieni di spiegazioni e scuse. Valentina li leggeva, ma non rispondeva. Che senso aveva parlare? Lui aveva scelto. Ora doveva scegliere lei. Dopo un mese, Valentina si trasferì in un piccolo monolocale dall’altra parte della città, vista sulla zona industriale. Piccolo, ma suo. Solo suo. I mobili, le tende, la spesa: tutto scelto da lei. Il divorzio fu rapido: Stefano non si oppose, firmò tutto senza discussioni. Forse sperava che lei cambiasse idea. Non successe. A volte, la sera, Valentina si sedeva alla finestra e pensava a quanto sia strana la vita. Tre anni prima era convinta di aver trovato l’uomo della sua vita. Ora è sola, in casa vuota. E stranamente, non le fa paura. Valentina aprì il quaderno, scrisse una cifra: zero. Punto di partenza. Vicino – il piano per un mese, sei mesi, un anno. Quanto risparmiare, dove investire, che corso seguire per fare carriera. Per la prima volta dopo tanto, il futuro dipendeva solo da lei.
Cinquantamila euro, Stefano. Cinquanta. Oltre i trenta di mantenimento. Valeria lanciò il telefono sul
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0111
Improvvisamente annunciò che avrebbe coperto le spese principali del matrimonio, lasciandomi a dover pagare da sola l’intera viaggio.
Allimprovviso dichiara che si farà carico dei costi principali del matrimonio, così devo pagare io interamente
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0110
Contro il volere di sua moglie, invitò sua madre a casa per vedere la sua nipotina appena nata.
Contro il desiderio di sua moglie, Luca invitò a casa sua la madre, Maria Rossi, per vedere la sua neonata nipotina.
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0104
Lo so io cosa è meglio – Ma cos’è questa storia? – Dmitri si accovacciò stanco davanti alla figlia, osservando le macchie rosate sulle sue guance. – Di nuovo… La piccola Sonia, quattro anni, era in piedi al centro del soggiorno, paziente e incredibilmente seria per la sua età. Ormai abituata a queste visite, ai volti preoccupati dei genitori, alle infinite pomate e pillole. Maria si avvicinò e si sedette accanto al marito, scostando delicatamente una ciocca di capelli dal viso della bambina. – Questi medicinali non fanno niente. Come se le dessimo acqua. E i dottori all’Asl… mah, altro che medici. È già la terza volta che cambiano terapia e non serve a nulla. Dmitri si alzò e si massaggiò il naso. Fuori le nuvole grigie promettevano un giorno spento come tanti altri. Si prepararono in fretta: infilarono a Sonia la giacca pesante e, mezz’ora dopo, erano seduti in casa di sua madre. Olga sospirava, scuoteva la testa e accarezzava il dorso della nipotina. – È così piccola e già tutti questi farmaci. Che peso per il corpo, – la fece sedere sulle ginocchia e la bimba si rannicchiò subito contro la nonna. – Mi si stringe il cuore a vederla così. – Preferiremmo non darle niente, – Maria era seduta sul bordo del divano, le dita intrecciate nervosamente. – Ma l’allergia non passa. Abbiamo tolto tutto. Tutto davvero. Mangia solo cibi neutri – eppure la pelle si riempie di nuovo. – E cosa dicono i medici? – Niente di preciso. Non riescono a capire la causa. Tra analisi e test… – Maria fece un gesto con la mano. – E il risultato sono quelle guance. Olga sospirò ancora e sistemò il colletto alla bambina. – Spero che la superi. A volte ai bambini capita, poi passa. Per ora, però, non si vede la fine. Dmitri guardava sua figlia, magrolina, con gli occhi grandi e attenti. La accarezzò, e gli tornò alla mente la propria infanzia: i dolci che la mamma sfornava il sabato, le caramelle, la marmellata mangiata a cucchiaiate di nascosto. Sua figlia invece… verdure bollite, carne lessa, acqua. Niente frutta, dolci, né nemmeno la normale cucina per bambini. Quattro anni e già una dieta più dura di quella per gli ulcerosi. – Non sappiamo più cosa togliere, – mormorò. – È rimasto quasi nulla. Tornarono a casa in silenzio. Sonia si addormentò sul sedile posteriore, Dmitri la osservava ogni tanto nello specchietto. Finalmente non si grattava. – Ha chiamato mia mamma, – disse Maria. – Vuole che Sonia venga da lei il prossimo weekend. Ha preso i biglietti per il teatro dei burattini, vuole portarci la nipote. – Teatro? – Dmitri cambiò marcia. – Bene. Le farà piacere distrarsi un po’. – Anche secondo me. Un po’ di svago non guasta. Sabato Dmitri arrivò sotto casa della suocera, tolse Sonia dal seggiolino. La piccola sbadigliava, si strofinava gli occhi: l’avevano svegliata presto. La prese in braccio e lei si strinse a lui, calda e leggera come un passerotto. Tatiana Maria s’avvicinò sul portico, in vestaglia colorata, spalancando le braccia come davanti a una sopravvissuta a un naufragio. – Tesoro mio, – avvolse Sonia contro il suo petto florido. – Ma quanto sei pallidina, povera bambina. Guance scavate, le avete distrutta con tutte queste diete, state rovinando vostra figlia. Dmitri mise le mani in tasca, trattenendo l’irritazione. Sempre la stessa storia. – Lo facciamo per il suo bene, non per piacere, lo sai. – Quale bene! – la suocera strinse le labbra, esaminando Sonia come se fosse tornata da un campo di concentramento. – Pelle e ossa. Ha bisogno di crescere, la fate morire di fame. Entrò in casa con Sonia, senza nemmeno voltarsi, la porta si chiuse piano. Dmitri restò sulla soglia, un’idea sfiorava la sua mente, ma sfuggiva come nebbia. Si massaggiò la fronte, aspettò un minuto, poi tornò alla macchina. Il weekend senza la bambina era strano. Sabato lui e Maria andarono all’Ipercoop, riempirono il carrello per la settimana. A casa Dmitri si affannò tre ore con il rubinetto del bagno che perdeva da mesi, Maria riordinava gli armadi, metteva via cose vecchie nei sacchi. Vita di casa, ma senza la bambina il silenzio era innaturale. La sera ordinarono una pizza – quella con mozzarella e basilico che a Sonia era vietata. Aprirono una bottiglia di vino rosso. Parlarono a lungo, finalmente, del lavoro, dei progetti per le ferie, della ristrutturazione che non finiva mai. – Quanto si sta bene, – disse Maria d’un tratto, poi si zittì, mordendosi il labbro. – Cioè… hai capito. Solo che è tutto tranquillo. – Ho capito, – Dmitri le strinse la mano. – Anch’io sento la sua mancanza. Ma un po’ di riposo ci voleva. La domenica andò a prendere la figlia verso sera. Il sole tramontava, tingendo le strade d’arancio. La casa della suocera, dietro i vecchi meli, sembrava accogliente nella luce dorata. Dmitri scese dalla macchina, spinse il cancello – cigolando – e si bloccò. Sul portico sedeva sua figlia. Accanto a lei, Tatiana Maria, con l’espressione assolutamente felice, porgeva alla bambina un voluminoso panzerotto, lucido di olio. Sonia lo mordicchiava, le guance sporcate dall’impasto, il mento pieno di briciole e gli occhi, finalmente, luminosi di felicità. Dmitri rimase a fissare la scena. Poi una rabbia intensa gli salì dal cuore. Con tre passi fu lì, strappò il panzerotto dalle mani della suocera. – E questa cos’è?! Tatiana trasalì, arrossì dalla testa ai piedi. Scosse le mani, come a scacciare la sua collera. – È solo un pezzettino! Non è nulla, solo un panzerottino… Dmitri non sentiva ragioni. Prese Sonia in braccio – la bambina si strinse a lui spaventata – e la portò in macchina, la sistemò nel seggiolino e la assicurò al meglio. Le mani tremavano. Sonia lo guardava con occhi sbarrati, quasi in lacrime. – Tranquilla, tesoro, – le accarezzò la testa cercando di mantenere la calma. – Un attimo solo. Chiuse la portiera, tornò dalla suocera. Tatiana Maria stava sul portico, tormentando il bordo della vestaglia. – Dima, non capisci… – Non capisco?! – si fermò a due passi da lei, esplodendo. – Sei mesi! Sei mesi senza sapere cosa aveva nostra figlia! Analisi, test, visite – hai idea di cosa ci è costato tutto questo? Quante notti insonni?! La suocera retrocesse verso la porta. – Volevo solo il meglio… – Meglio?! – Dmitri si fece sotto. – L’abbiamo tenuta a riso e pollo bollito! Hai idea di quanti cibi abbiamo eliminato? E tu in segreto la rimpinzi di panzerotti fritti?! – Le costruivo l’immunità! – Tatiana Maria si fece improvvisamente ardita. – Pochino alla volta, perché il corpo si abituasse. Ancora un po’ e passava tutto, grazie a me! So cosa faccio, ho cresciuto tre figli! Dmitri la fissava come se non la riconoscesse. La donna che aveva tollerato per il bene della famiglia – stava avvelenando sua figlia. E si credeva più esperta dei medici. – Tre figli, – ripeté piano, e lei impallidì. – E allora? Ogni bambino è diverso. E Sonia è mia figlia, non tua. E non la vedrai più. – Cosa?! – la suocera aggrappata al corrimano. – Non hai il diritto! – Eccome se ce l’ho. Si girò e tornò alla macchina. Dietro, le urla. Non si voltò. Mise in moto, vide Tatiana Maria agitarsi nel retrovisore, poi accelerò. A casa Maria li aspettava nell’ingresso. Vide gli occhi del marito, il volto della bambina – capì tutto. – Cos’è successo? Dmitri raccontò tutto; in modo asciutto, senza emozioni, ormai sfogate. Maria ascoltò in silenzio, il volto sempre più teso. Poi prese il cellulare. – Mamma. Sì, Dmitri mi ha raccontato. Come hai potuto?! Dmitri portò Sonia in bagno, le lavò via briciole e lacrime. Dietro la porta, la voce di Maria: durissima, irriconoscibile. Alla fine: «Fino a che non risolviamo l’allergia, Sonia non la vedi». Passarono due mesi… Il pranzo della domenica da Olga ormai era una tradizione. Stavolta sulla tavola c’era una torta: soffice, con crema e fragole. Sonia la mangiava a cucchiaiate, imbrattata fino alle orecchie. Niente più macchie sulle guance. – Chi l’avrebbe mai detto, – Olga scrollava la testa. – Olio di girasole. Un’allergia così rara… – Il medico ha detto che capita a uno su mille, – Maria spalmava burro sul pane. – Appena l’abbiamo tolto del tutto e siamo passati all’olio d’oliva, dopo due settimane la dermatite è sparita. Dmitri guardava la figlia senza stancarsi. Guance rosee, occhi vivi, crema sul naso. Una bambina finalmente felice, che può mangiare come gli altri: dolci, biscotti, tutto ciò che non contiene olio di girasole. E per fortuna, è davvero tanto. Con la suocera, rapporti gelidi. Tatiana Maria chiamava, si scusava, piangeva. Maria rispondeva fredda e breve. Dmitri, per niente. Sonia si allungò ancora verso la torta e Olga le spostò il piatto più vicino. – Mangia, piccola. Mangia con gioia. Dmitri si abbandonò allo schienale. Fuori pioveva, ma in casa il profumo di dolci portava pace e calore. Sua figlia stava bene, il resto non aveva più importanza.
Io so meglio Ma cosè tutto questo Riccardo si accovacciò stanco davanti alla figlia, fissando quelle
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0285
Mia sorella è partita per un viaggio di lavoro, così ho badato a mia nipote di 5 anni per qualche giorno, e tutto sembrava normale… fino a cena. Avevo preparato lo spezzatino di manzo e gliel’ho messo davanti, ma lei si è limitata a fissarlo senza toccarlo, come se non esistesse. Quando le ho chiesto con dolcezza: «Perché non mangi?», ha abbassato lo sguardo e ha sussurrato: «Oggi mi è permesso mangiare?» Ho sorriso, confusa ma cercando di rassicurarla, e ho risposto: «Certo che puoi.» Appena l’ha sentito, è scoppiata in lacrime. Mia sorella, Francesca, è partita di lunedì mattina per un viaggio di lavoro di tre giorni, con il suo PC sotto braccio e quel sorriso stanco che i genitori indossano come fosse una seconda pelle. Non aveva ancora finito di ricordarmi i limiti per la TV e l’orario della nanna, che la piccola Martina, sua figlia di cinque anni, si era già aggrappata alle gambe della mamma come a voler impedirle di uscire. Francesca l’ha staccata con delicatezza, le ha baciato la fronte e le ha promesso che sarebbe tornata presto. Poi la porta si è chiusa. Martina è rimasta immobile nel corridoio, fissando lo spazio vuoto dove prima c’era la mamma. Non ha pianto. Non si è lamentata. Si è solo zittita, in un modo troppo pesante per una bimba della sua età. Ho provato a tirarle su il morale. Abbiamo costruito una fortezza di coperte, disegnato unicorni, perfino ballato in cucina sulle note di canzoni buffe, e mi ha regalato un piccolo sorriso — di quelli che ce la mettono tutta. Col passare delle ore, però, ho iniziato a notare tante piccole cose. Chiedeva il permesso per tutto. Non domande normali come «Posso avere il succo?» ma cose piccolissime come «Va bene se mi siedo qui?» o «Posso toccare quello?» Persino quando facevo una battuta, chiedeva se le era permesso ridere. Mi è sembrato strano, ma ho pensato che stesse solo cercando di abituarsi all’assenza della mamma. La sera ho deciso di cucinare qualcosa di caldo e rassicurante: lo spezzatino. Il profumo era irresistibile: carne, carote, patate — il tipo di piatto che fa sentire protetti anche solo a starci vicino. Le ho servito una ciotolina con il cucchiaio e mi sono seduta di fronte a lei. Martina fissava lo spezzatino come fosse qualcosa di sconosciuto. Non ha sollevato il cucchiaio. Non ha quasi mai battuto le palpebre. Gli occhi fissi sulla ciotola, le spalle rannicchiate, come se aspettasse qualcosa. Dopo qualche minuto le ho chiesto con dolcezza: «Ehi, perché non mangi?» Non ha risposto subito. Ha abbassato la testa e la sua voce si è fatta così flebile che quasi non la sentivo. «Oggi posso mangiare?» ha sussurrato. Per un attimo, il mio cervello non ha capito. Ho sorriso d’istinto, perché non riuscivo a fare altro. Mi sono chinata verso di lei e, piano, le ho detto: «Certo che puoi. Puoi sempre mangiare.» Al sentirlo, il viso di Martina si è accartocciato. Ha stretto il bordo del tavolo e poi è scoppiata in lacrime — grosse, tremolanti, non il pianto di una bimba stanca… ma di qualcuna che trattiene qualcosa da tanto tempo. E lì ho capito che non c’era in ballo lo spezzatino. Ho girato intorno al tavolo e mi sono inginocchiata accanto alla sua sedia. Lei continuava a piangere forte e a tremare. L’ho abbracciata, aspettandomi che si staccasse, invece mi si è agganciata subito — nascosto il viso sulla mia spalla, come se aspettasse di avere il permesso anche per quello. «Va tutto bene», le ho sussurrato, provando a restare calma anche se mi batteva il cuore. «Qui sei al sicuro. Non hai fatto niente di male.» Questo l’ha fatta piangere ancora più forte. Mi ha bagnato la maglietta di lacrime e ho sentito quanto fosse piccola tra le mie braccia. I bambini di cinque anni piangono per succhi rovesciati o pastelli spezzati, ma stavolta era qualcosa di più grande. Un dolore vero, una paura vera. Quando si è calmata un po’, ho cercato il suo sguardo. Guance rosse, naso che cola. Non mi guardava. Fissava il pavimento, come preparandosi a una punizione. «Martina,» le ho chiesto piano, «perché pensi di non poter mangiare?» Ha esitato, intrecciando le dita così forte che le nocche sbiancavano. E poi, sottovoce, come svelasse un segreto proibito: «A volte… non posso.» La stanza si è fatta silenziosa. Ho sentito la bocca secca. Mi sono sforzata di tenere il viso dolce; niente panico, niente rabbia. «Cosa vuol dire, a volte non puoi?» ho chiesto con cautela. Ha fatto spallucce, ma gli occhi si sono riempiti di nuovo. «La mamma dice che ho mangiato troppo. O se sono cattiva. O se piango. Dice che devo imparare.» Ho sentito una fitta bruciante dentro. Non solo rabbia — qualcosa di più profondo. La rabbia che nasce quando scopri che un bambino ha dovuto imparare a sopravvivere a cose che non dovrebbe conoscere. Ho inghiottito e sono rimasta calma. «Tesoro, mangiare è un tuo diritto. Non te lo si può togliere perché sei triste o fai un errore.» Mi ha guardato come se non riuscisse a credere che fosse davvero così. «Ma… se mangio quando non posso… lei si arrabbia.» Non sapevo cosa rispondere. Francesca è mia sorella. Abbiamo vissuto insieme. È quella che piange ai film e salva i gatti randagi. Non riuscivo a spiegarmelo. Ma Martina non mentiva. I bambini non si inventano regole del genere se non le vivono. Ho preso un tovagliolo, le ho asciugato il viso e ho annuito. «D’accordo,» ho detto, «mentre sei con me, la regola è che si mangia quando si ha fame. Basta. Nessun trucco.» Martina mi ha fissata, come se il suo cervello non riuscisse ad accettare qualcosa di così semplice. Le ho preso una cucchiaiata di spezzatino e gliel’ho offerta piano, come si fa con i bambini piccoli. Le labbra le tremavano. Ha aperto la bocca e l’ha preso. Poi ancora. Ha mangiato piano, controllandomi ad ogni morso come se aspettasse che cambiassi idea. Dopo qualche cucchiaiata, le spalle si sono rilassate un poco. E poi, all’improvviso, ha sussurrato: «Avevo fame tutto il giorno.» Mi si è stretto il cuore. Ho annuito, cercando di non farle vedere quanto mi stesse colpendo. Dopo cena, ho lasciato che scegliesse un cartone. Si è rannicchiata sul divano, avvolta nella coperta, esausta dai pianti. A metà dell’episodio, si è addormentata con la manina ancora sulla pancia — come a controllare che il cibo restasse lì. Quella notte, dopo averla messa a letto, sono rimasta al buio in soggiorno, fissando il nome di Francesca sullo schermo del telefono. Volevo chiamarla e pretendere spiegazioni. Ma non l’ho fatto. Perché se sbagliassi qualcosa… sarebbe Martina a pagare il conto. Il mattino dopo mi sono alzata presto e ho preparato i pancake — morbidi, dorati, con i mirtilli. Martina è arrivata in cucina col pigiamino, stropicciandosi gli occhi. Quando ha visto il piatto sulla tavola, si è fermata come se avesse incontrato un muro invisibile. «Per me?» ha chiesto, cauta. «Per te,» ho risposto. «E puoi mangiarne quanti vuoi.» Si è seduta piano. Ho osservato il suo volto mentre assaggiava il primo boccone. Non ha sorriso. È sembrata confusa — come se non capisse se qualcosa di buono fosse reale. Ma ha continuato a mangiare. Dopo il secondo pancake, finalmente ha sussurrato: «Questo è il mio preferito.» Per tutto il giorno sono stata attenta a tutto. Martina si spaventava se alzavo la voce — anche solo per chiamare il cane. Chiedeva scusa in continuazione. Se faceva cadere un pastello, mormorava «Scusa» come se temesse una punizione. Nel pomeriggio, mentre faceva un puzzle sul pavimento, mi ha chiesto all’improvviso: «Ti arrabbi se non lo finisco?» «No,» le ho detto, inginocchiandomi accanto a lei. «Non mi arrabbio.» Mi ha guardato, studiando il mio viso, poi mi ha fatto una domanda che mi ha spezzato: «Mi vuoi bene anche se sbaglio?» Ho esitato un attimo, poi l’ho stretta a me. «Sì,» ho detto decisa. «Sempre.» Lei ha annuito, come se volesse mettere via quella risposta da qualche parte profonda. Quando Francesca è tornata a casa mercoledì sera, sembrava sollevata di vedere Martina, ma anche un po’ tesa — come temesse qualche rivelazione. Martina le è corsa incontro e l’ha abbracciata, ma con una certa cautela. Non come fanno i bimbi davvero sicuri. Piuttosto come chi studia l’atmosfera di una stanza. Francesca mi ha ringraziata, dicendo che Martina era stata «un po’ drammatica ultimamente» e scherzando che doveva averle sentito troppo la mancanza. Ho forzato un sorriso ma avevo lo stomaco sottosopra. Quando Martina è andata in bagno, ho detto piano: «Francesca… possiamo parlare?» Ha sospirato come se sapesse già tutto. «Di cosa?» Ho tenuto la voce bassa. «Martina ieri mi ha chiesto se poteva mangiare. Ha detto che a volte non le è permesso.» Francesca si è irrigidita subito. «Te l’ha detto?» «Sì,» ho risposto. «E non stava scherzando. Ha pianto… come se avesse paura.» Francesca ha distolto lo sguardo. Per un attimo non ha parlato. Poi ha detto, troppo in fretta: «È solo sensibile. Ha bisogno di regole. Il suo pediatra dice che i bimbi vogliono confini.» «Quello non è un confine,» ho detto tremando. «Quella è paura.» I suoi occhi si sono accesi. «Non capisci. Non sei la sua mamma.» Forse no. Ma non potevo ignorare quello che avevo sentito. Quella sera, dopo aver lasciato casa loro, sono rimasta in macchina a fissare il volante, ripensando alla voce di Martina che chiedeva il permesso per mangiare. E a lei che dormiva tenendosi la pancia. Ho capito una cosa: Le cose più spaventose non sono sempre i lividi che si vedono. A volte sono regole che un bambino ha interiorizzato talmente tanto da non saperle mettere in discussione. Se foste nei miei panni… cosa fareste? Affrontereste di nuovo vostra sorella, chiamereste qualcuno, o provereste prima a guadagnare fiducia e a documentare quello che succede? Datemi il vostro parere — perché io, sinceramente, sto ancora cercando la risposta giusta.
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