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022
L’Ermitana
– Hai sentito che quella strana signora al primo piano è in realtà un mostro? Andrea, senza scompigliare
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0117
— Ludovica, sei impazzita in questo bel traguardo della vita! I tuoi nipoti già vanno a scuola, e tu parli di matrimonio? — sono state le parole che mi ha detto mia sorella quando le ho annunciato che mi sposo.
Cinzia, sei impazzita a questetà! Hai già i nipoti che vanno a scuola e ora parli di matrimonio?
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0176
Mio marito mi ha promesso una casa in campagna – ma quando sono arrivata, ho sentito la terra sfuggirmi sotto i piedi.
Tempo fa, mio figlio mi disse che mi aveva regalato una casa in campagnama quando arrivai, sentii la
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054
DIMENTICA MI PER SEMPRE
“Dimentica che sei stata una madre, sussurrò, la voce rotta come se lavessi troncata, la mia stessa
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0750
— Ma chi ti credi di essere per darmi ordini! — Zia Rosina lanciò lo straccio dritto in faccia alla nuora. — Vivi sotto il mio tetto, mangi il mio pane! Tamara si asciugò il viso, stringendo i pugni. Sposata da soli tre mesi, ma ogni giorno era come una battaglia. — Lavo i pavimenti, cucino, faccio il bucato! Cos’altro volete? — Voglio che chiudi quella bocca! Sei una sbandata! Sei venuta qui con una figlia che non è di mio figlio! La piccola Elena sbirciò spaventata dalla porta. Solo quattro anni, ma aveva già capito che la nonna era cattiva. — Mamma, basta! — Stefano entrò sporco di lavoro. — Che succede adesso? — Succede che questa tua moglie mi manca di rispetto! Le dico che la zuppa è troppo salata e lei risponde male! — La zuppa va benissimo, — rispose stanca Tamara. — Lo fate apposta a provocarmi. — Sentito? — Rosina indicò la nuora con il dito. — Dici che sono io che provoco! E in casa mia! Stefano abbracciò la moglie. — Mamma, smettila. Tamara lavora tutto il giorno, e tu solo litighi. — Ah, adesso sei contro tua madre, vero? Ti ho cresciuto, ti ho dato da mangiare, e tu così mi ricambi! La vecchia uscì sbattendo la porta. In cucina calò il silenzio. — Scusa, — fece Stefano accarezzando la testa alla moglie. — Con l’età è diventata insopportabile. — Stefano, forse dovremmo affittare almeno una stanza? — Con che soldi? Faccio il trattorista, non sono un direttore. A malapena ci basta per mangiare. Tamara si strinse forte al marito. Era buono, lavoratore. Ma sua madre era davvero un tormento. Si erano conosciuti al mercato del paese. Tamara vendeva maglioni fatti a mano, Stefano comprava calze di lana. Iniziarono a parlare e lui subito confessò che amava i bambini, non gli importava che Tamara avesse già una figlia. Fecero un matrimonio semplice. Zia Rosina non aveva mai sopportato la nuora, sin dal primo giorno. Giovane, bella, laureata in economia — e suo figlio era solo un trattorista. — Mamma, vieni a cena, — Elena la tirò per la gonna. — Arrivo subito, tesoro. Durante la cena Rosina spostò platealmente il piatto. — Non si può mangiare. Sembra roba per maiali. — Mamma! — Stefano batté il pugno sul tavolo. — Basta! — Basta cosa? Dico la verità! Guarda che padrona di casa è Svetlana! Non come questa qui! Svetlana era la figlia di Rosina, viveva in città e tornava solo una volta all’anno. La casa era intestata a lei, anche se non ci abitava mai. — Se non vi piace come cucino, cucinate voi, — disse Tamara calma. — Ah, hai il coraggio di replicare! — la suocera si alzò di scatto. — Ti faccio vedere io! — Basta! — Stefano si mise tra le due. — Mamma, o la pianti, o ce ne andiamo. Subito. — Dove pensate di andare? In strada? La casa non è vostra! Era vero. La casa apparteneva a Svetlana. Vivevano lì solo per gentilezza sua. *** Il prezioso fardello Quella notte Tamara non riusciva a dormire. Stefano la abbracciava e bisbigliava: — Resistiamo, amore. Comprerò un trattore, aprirò un’attività, e ci guadagneremo una casa tutta nostra. — È troppo caro… — Troverò un usato, lo sistemerò io. Devi solo credere in me. Al mattino Tamara si svegliò con la nausea. Corse in bagno. Possibile? Il test mostrava due linee. — Stefano! — corse da lui. — Guarda! Lui, assonnato, guardò il test. Di colpo saltò su, abbracciandola tutto felice. — Tamara! Amore! Avremo un bambino! — Piano! Tua madre potrebbe sentire! Ma ormai era tardi. Rosina era sulla porta. — Che succede? — Mamma, avremo un figlio! — Stefano raggiante. La suocera arricciò la bocca. — E dove pensate di vivere? Qui siamo già stipati. Quando arriva Svetlana, vi caccia. — Non ci caccerà! — fece serio Stefano. — Questa è anche casa mia! — È di Svetlana, hai dimenticato? L’ho intestata a lei. Tu sei solo ospite qui. L’atmosfera si spense subito. Tamara si sedette sul letto. Un mese dopo accadde il peggio. Tamara sollevava un secchio d’acqua pesante — la casa non aveva acqua corrente. Un dolore forte in basso ventre. Macchie rosse sui pantaloni… — Stefano! — gridò. Abortò. In ospedale dissero — troppo sforzo, troppo stress. Ora serve riposo. Ma come avere riposo, con una suocera così? Tamara fissava il soffitto in ospedale. Basta. Non ce la faceva più. — Lo lascio, — disse all’amica al telefono. — Non posso più farcela. — Tamara, e Stefano? Lui ti vuole bene. — Ma sua madre… lì dentro ci perdo la salute. Stefano accorse dopo il lavoro. Sporco, stanco, con un mazzo di fiorellini di campo. — Tamara, amore, perdonami. E colpa mia. Dovevo proteggerti. — Non posso più vivere lì, Stefano. — Lo so. Prenderò un prestito. Affitteremo una casa. — Non te lo daranno il prestito. Prendi poco. — Troverò il modo. Ho trovato un secondo lavoro. Di notte alla stalla, di giorno sul trattore. — Così ti stanchi troppo! — Non importa. Per te, scalerei le montagne. Una settimana dopo Tamara tornò a casa. Rosina la accolse dall’uscio: — Te la sei persa? Lo sapevo io. Sei sempre stata debole. Tamara passò oltre senza fiatare. Non si meritava le sue lacrime. Stefano lavorava come un matto. All’alba sul trattore, di notte alla fattoria. Dormiva tre ore per notte. — Vado a lavorare anch’io, — disse Tamara. — In ufficio cercano una contabile. — Ma ti pagheranno poco. — Poco e poco, viene fuori qualcosa. Si arrangiò. Al mattino portava Elena all’asilo, poi andava in ufficio. La sera si occupava della casa. Rosina continuava a morderla, ma Tamara ormai non ci faceva più caso. *** Un posticino tutto per sé e una nuova vita Stefano continuava a mettere soldi da parte per il trattore. Ne trovò uno vecchio, distraibile e abbandonato. Il proprietario lo vendeva a poco prezzo. — Prendiamo un prestito, — disse Tamara. — Se lo sistemi, guadagneremo. — E se non ci riesco? — Ci riesci. Hai le mani d’oro. Il prestito arrivò. Presero il trattore. In cortile era solo un ammasso di ferro. — Bravi voi! — rise Rosina. — Avete comprato della ferraglia! Solo da buttare via! Stefano taceva, smontando il motore dopo la stalla, a notte fonda, sotto la luce della lampadina. Tamara aiutava: passava gli attrezzi, reggeva i pezzi. — Vai a dormire, sei stanca! — Abbiamo iniziato insieme, insieme finiamo. Un mese. Due mesi. I vicini ridevano: trattorista pazzo! Poi, una mattina, il trattore ruggì. Stefano era al volante, incredulo. — Tamara! Si è acceso! Funziona! Lei corse fuori, lo abbracciò. — Lo sapevo! Ho sempre creduto in te! Il primo lavoro fu arar l’orto del vicino. Poi portar legna. Poi altri. Arrivarono i soldi. E poi Tamara tornò a star male al mattino. — Stefano, sono di nuovo incinta. — Stavolta niente lavori pesanti! Hai capito? Faccio tutto io! La proteggeva come fosse di vetro. Neanche un secchio. Rosina brontolava: — Delicata! Io ne ho fatti tre e son qui! Ma questa… Ma Stefano non cedeva. Niente lavori pesanti. Al settimo mese arrivò Svetlana. Con il marito e tante idee. — Mamma, vendiamo la casa. È un buon affare. Tu vieni a stare da noi. — E loro dove vanno? — Rosina guardò Tamara e Stefano. — Gli altri? Si troveranno una casa! — Svetlana, io sono nato qui. Questa è casa mia! — protestò Stefano. — E allora? La casa è mia. L’hai dimenticato? — Quando dobbiamo andare via? — chiese calma Tamara. — Tra un mese. Stefano ribolliva. Tamara lo bloccò: calma. La sera erano abbracciati. — E adesso? Arriva il bambino… — Troveremo qualcosa. L’importante è stare insieme. Stefano lavorava come un invasato. Il trattore faceva avanti e indietro. In una settimana guadagnò quanto un mese intero prima. Poi chiamò Michele — vicino di un altro paese. — Stefano, vendo la casa. È vecchia ma buona. Te la faccio a poco. Dài un’occhiata? Andarono a vederla. Casa vecchia, ma solida. Stufa, tre stanze, pollaio. — Quanto vuoi? Michele disse la cifra. Metà ce l’avevano, metà no. — E a rate? — propose Stefano. — Metà subito, il resto in sei mesi. — Affare fatto. Sei un ragazzo onesto. Tornarono a casa felici. Rosina li accolse in soglia: — Dove siete stati? Svetlana ha portato le carte! — Perfetto, — fece Tamara. — Ce ne andiamo. — Dove? In mezzo alla strada? — In una casa tutta nostra. L’abbiamo comprata. La suocera rimase di sasso. — Non ci credo! Dove li avete trovati i soldi? — Lavorando, — rispose Stefano abbracciando la moglie. — Mentre tu parlavi sempre… In due settimane traslocarono. Pochi averi — che vuoi avere vivendo da altri? Elena correva nelle stanze, il cane abbaiava. — Mamma, questa è proprio casa nostra? — Sì, amore. E davvero nostra. Zia Rosina arrivò un giorno dopo. Rimase sulla soglia. — Stefano, ci ho pensato… Mi portate con voi? In città non respiro. — No, mamma. Hai scelto. Vivi con Svetlana. — Ma io sono tua madre! — Una madre non chiama sua nipote “figlia di altri”. Addio. Chiuse la porta. Doloroso, ma giusto. Matteo nacque a marzo. Forte e sano. Gridava forte. — Tutto suo padre! — rise l’ostetrica. Stefano teneva il figlio, tremando. — Tamara, grazie. Di tutto. — Grazie a te, che non hai mollato. Che hai creduto in noi. Abitarono la casa pian piano. Misero l’orto, presero le galline. Il trattore lavorava e portava guadagno. La sera sulla veranda. Elena giocava col cane, Matteo dormiva nella culla. — Lo sai, — disse Tamara, — ora sono felice. — Anch’io. — Ricordi quanto abbiamo sofferto? Non pensavo di farcela. — Ce l’hai fatta. Sei forte. — Siamo forti. Insieme. Il sole tramontava dietro la collina. Nell’aria odore di pane e latte. Casa vera. La loro casa. Un posto dove nessuno ti umilia. Nessuno ti caccia via. Dove puoi essere te stessa. Dove puoi davvero essere felice. *** Cari lettori, ogni famiglia affronta le sue prove, e non è mai facile. La storia di Tamara e Stefano ci insegna che la forza di volontà può superare ogni ostacolo. Così si va avanti: tra dolori e gioie, si va avanti finché la fortuna non gira. E voi? Pensate che Stefano abbia fatto bene a sopportare la madre? O avrebbe dovuto tagliare i ponti prima per trovare la felicità? Cosa significa per voi una vera casa — quattro pareti o l’amore della famiglia? Dite la vostra: la vita è una scuola e ogni lezione è preziosa!
Ma chi ti credi di essere per darmi ordini? urlò Giuseppina, lanciando uno straccio sporco addosso alla nuora.
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Il mio angelo peloso
Un angelo peloso 12 settembre Oggi, mentre tornavo a casa per le vie tranquille di Torino, mi sono trovato
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I genitori di mio marito non si danno pace: cercano di riunirlo con l’ex moglie – “Non capisci? Hanno un figlio insieme!” – si lamenta la suocera.
I genitori di mia moglie non riescono proprio a darsi pace cercano in tutti i modi di riavvicinarla al
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Fiamme di Passione: Un’Avventura Incendiaria nel Cuore dell’Italia
Fino a quando tua moglie resti alla casa di campagna, ordina la suocera dalla cucina. Sta per arrivare
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Sulla base del consiglio della madre, il marito portò la moglie tormentata dalla malattia in una zona remota… Un anno dopo tornò, ma solo per la sua eredità.
Sotto consiglio della madre, il marito portò la moglie afflitta dalla malattia in una zona remota Un
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Tutto è lecito nella guerra dell’eredità: una cena di famiglia, misteriosi soldi scomparsi e il tradimento di chi dovrebbe volerti bene.
Tutti i parenti si erano riuniti, comera tradizione nei momenti importanti, mascherando ancora una volta
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056
Due spose
Una donna sterile è già più che una madre, è solo una mezzadonna, disse la suocera con voce tagliente.
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051
La suocera si offre di aiutare con i bambini durante l’estate dopo la pensione, ma il fratello di mio marito approfitta: come gestire la situazione quando solo noi contribuiamo a cibo e spese mentre entrambi lavoriamo e paghiamo il mutuo?
La suocera mi ha proposto di darci una mano coi bambini durante lestate. Ora che è andata in pensione
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0117
«Vai via, ti dico! Fuori di qui! Perché sei sempre in giro?», sbottò la signora Claudia Mattei, posando con fragore un grande vassoio di caldi panzerotti sotto il grande melo e respingendo il ragazzino del vicino. «Avanti, sparisci! Quando tua madre si deciderà finalmente a badare a te? Fannullone!» Magro come uno stecchino, Sandrino—così lo chiamavano tutti, nessuno più usava il suo vero nome—lanciò uno sguardo mesto alla severa vicina e si trascinò verso la sua porta. La grande casa, suddivisa in vari appartamenti, era abitata solo in parte. Vivevano più che altro due famiglie e “mezzo”: i Pescatori, i Russo e i Carpani—Katya con Sandrino. Questi ultimi erano proprio quella “mezzafamiglia” a cui nessuno dava importanza e che tutti preferivano ignorare, salvo nei casi di vera necessità. Katya non era una figura considerata importante, la si lasciava volentieri in disparte. Oltre al figlio, Caterina non aveva nessuno. Né un marito, né genitori. Cresceva Sandrino da sola, come poteva. Le altre donne del caseggiato storcevano il naso, ma la lasciavano stare, ogni tanto solo sgridavano Sandrino, che veniva chiamato “Cavalletto” per via delle sue braccia e gambe lunghe e magre e della sua grande testa, quasi attaccata a un collo sottile sottile. Cavalletto era bruttino, facilmente spaventabile, ma di cuore d’oro. Se vedeva un bambino in lacrime, non esitava a consolarlo, ricevendo in cambio rimproveri dalle mamme, che non volevano quel “mostriciattolo” vicino ai loro figli. Cosa significasse “mostriciattolo”, Sandrino l’ha capito solo dopo che la mamma gli ha regalato il libro di Dorotea e lo Spaventapasseri. Capì perché lo chiamavano così. Ma Sandrino non si offendeva, pensava che chi lo chiamava così aveva letto la storia e sapesse che lo Spaventapasseri era buono, saggio, aiutava tutti e alla fine diventava il sovrano di una splendida città. Quando Sandrino condivise questa riflessione con la madre, Katya decise di non correggerlo: che male c’era se suo figlio pensava bene delle persone? Nel mondo di cattiveria ce n’è già fin troppa. Il suo bambino avrebbe avuto tempo per scoprire anche questo. Che almeno l’infanzia fosse lieve… Caterina amava suo figlio più di ogni cosa. Perdonando al padre di Sandrino la sua infedeltà, aveva stretto a sé il figlio appena nato, zittendo l’ostetrica che sussurrava che “il maschietto non era nato normale”. «Smettila! Mio figlio è il bimbo più bello del mondo!» — Chi lo nega? Ma intelligente forse… — Si vedrà! — rispondeva Katya accarezzando la guancia del piccolo e piangendo. Nei primi due anni lo portò instancabilmente da medici e specialisti, finché qualcuno prese a cuore la sua situazione. Viaggiava in città tremando sull’autobus e tenendo stretto a sé il bambino imbacuccato fino agli occhi. Non badava alle occhiate pietose. Se qualcuno tentava di darle consigli, diventava una lupa: — Dai il tuo al brefotrofio, se vuoi darmi consigli! No? Allora pensa al tuo! Io so perfettamente cosa fare! A due anni, Sandrino si rimise in forze, non aveva quasi più nulla da invidiare ai suoi coetanei, se non la bellezza. La testa un po’ piatta e grossa, braccia e gambe sottili, la sua gracilità che Katya combatteva in ogni modo. Privandosi di tutto, Caterina dava solo il meglio al suo bambino, e questo si vedeva. Dopo qualche tempo, Sandrino diventò quasi un esempio anche per i dottori che elogiavano la giovane mamma: — Mamme così se ne contano sulle dita! Era a rischio di disabilità e ora guardalo! Un vero esempio! — Sì, il merito è tuo, Caterina! Sei una madre speciale! Katya si stringeva nelle spalle, non capendo perché la elogiassero. Una mamma ama suo figlio e se ne prende cura, che c’è di straordinario? È normale. Quando Sandrino dovette iniziare la scuola, già sapeva leggere, scrivere e contare. Ma balbettava un po’, e questo faceva dimenticare a molti le sue capacità. — Sandro, basta! Grazie—lo interrompeva l’insegnante, lasciando a un altro il piacere di leggere ad alta voce. Poi si lamentava in sala insegnanti che “il ragazzino è bravo, ma sentirlo leggere è una tortura”. Dopo due anni quell’insegnante si sposò e il caso passò nelle mani di Maria Olivieri, molto esperta e paziente, che capì subito il problema di Sandrino e lo consigliò a un buon logopedista, chiedendogli poi di consegnare i compiti solo per iscritto. — Ma tu scrivi così bene! È un piacere leggerti! Sandrino si illuminava, e Maria Olivieri leggeva davanti a tutta la classe le sue risposte, ogni volta sottolineando quanto era talentuoso. Caterina piangeva di gratitudine, pronta a baciare la mano che così spontaneamente si tendeva verso il figlio, ma la maestra la fermò subito: — Ma cosa dice? È il mio lavoro! E Sandrino è un ottimo bambino, vedrà che tutto andrà per il meglio! Sandrino andava a scuola saltellando, divertendo i vicini. — Guardate, il nostro Cavalletto va a scuola! Sarà ora che andiamo anche noi! Che peccato che la natura abbia fatto uno scherzo simile! Katya sapeva cosa i vicini pensassero di lei e del suo bimbo, ma non amava litigare. Pensava che se neanche Dio aveva dato loro rispetto e cuore, non c’era modo di trattarli da “persone” per davvero. Meglio impiegare il tempo in altro, come curare la casa e piantare un’altra rosa davanti al suo uscio. Il cortile—con l’aiuola sotto ogni finestra e il piccolo frutteto—nessuno lo divideva, salvo quel tacito patto che ogni “angolino” davanti all’uscio era territorio della famiglia corrispondente. Quello di Caterina era il più bello: rose, un grande lillà, scalini ricoperti con frammenti di piastrelle raccolte durante il restauro della Casa della Cultura. — Datele a me! — entrò decisa nell’ufficio del direttore per chiedere quei “tesori” abbandonati. La gente rideva vedendola tornare carica di piastrelle rotte, con Sandrino a cavalcioni nella carriola. Ma dopo settimane il risultato stupì tutti: Caterina trasformò i frammenti in un vero mosaico che attirava l’attenzione di tutto il quartiere. — Ma guarda! Un vero capolavoro! Sandrino si sedeva sullo scalino, accarezzava con il ditino le forme colorate e, beato, diceva: — Mamma, com’è bello… Queste erano le sue poche gioie: una lode a scuola, una carezza della mamma, un dolce preparato con amore. Sandrino, il Cavalletto, quasi non aveva amici: era lento, meno agile degli altri, preferiva leggere che giocare a pallone, e le bambine lo evitavano su ordine delle loro mamme. La signora Claudia, in particolare, era feroce: — Non avvicinarti alle mie nipotine! — gli urlava, minacciandolo con il pugno. — Non sei adatto a loro! Nessuno capiva perché, ma Katya raccomandò a Sandrino di stare alla larga. Il Cavalletto obbediva. Anche il giorno della festa, quando Claudia preparava la tavola di compleanno della sua nipotina più amata, Svetlana, Sandrino stava passando soltanto, senza voler partecipare. — Oh, che peccato… — disse Claudia, coprendo il vassoio di panzerotti con un canovaccio ricamato. — Diranno che sono avara! Aspetta. Gli diede due panzerotti, raccomandandogli di starsene buono in casa finché la mamma non fosse tornata dal lavoro. Sandrino annuì, ringraziò, e Claudia tornò ai suoi festeggiamenti. I parenti stavano arrivando, la tavola era pronta, e la presenza del gracile Sandrino proprio non era gradita. Niente bambini spaventati, niente Cavalletto impacciato in mezzo! Claudia ricordava ancora quando aveva provato a convincere Katya a “fare la cosa giusta”: cedere il figlio a qualcun altro “più adatto”. Ma Katya, con fierezza, le rispondeva che nessuno avrebbe allontanato il suo bambino. Sandrino non confessava mai alla mamma quanto lo trattassero male: non voleva farla soffrire. Se veniva umiliato, piangeva da solo in qualche angolo e poi dimenticava tutto. Vivere senza rancore era molto più semplice… Claudia non faceva più paura a Sandrino, ma lui la compativa: “Che spreco di minuti passati ad arrabbiarsi… i minuti sono preziosi, nulla li può restituire”. Quella sera, seduto sul suo davanzale a mangiare il panzerotto, Sandrino guardava i bambini che giocavano sul prato e la festeggiata, Svetlana, che roteava nel suo abito rosa. A un certo punto, la bimba si avvicinò troppo al vecchio pozzo e scomparve dalla vista. Sandrino conosceva bene il pericolo: la mamma lo aveva avvisato tante volte di stare lontano da quel pozzo. Improvvisamente, non vide più la macchia rosa. Corse fuori e, passata la confusione generale, si gettò verso il pozzo. I ragazzi, distratti nei loro giochi, nemmeno si accorsero della scomparsa di Svetlana. Solo Sandrino vide il pericolo e si calò nel pozzo per salvarla. Tra la paura e la fatica, riuscì a sollevare la bambina che non sapeva nuotare, gridando: — Non aver paura! Io sono qui! Tieniti forte, io grido aiuto! Quando finalmente i grandi capirono cosa stava succedendo, fu la mamma di Sandrino, tornata dal lavoro, a calarsi nel pozzo con una corda per salvare i bambini. Svetlana fu la prima ad essere tirata fuori, tremante ma salva. Sandrino fu estratto dopo, esausto, ferito, ma ancora capace di sussurrare: “Mamma…” Per settimane Sandrino fu in ospedale, diventando l’eroe del quartiere. Svetlana si riprese e tornò quasi subito in cortile. E Claudia, ora commossa e pentita, abbracciò il ragazzo che aveva rischiato la vita per sua nipote. — Ragazzo mio caro! Se non fossi stato tu… io… ti devo tutto! — Ma per cosa? Ho solo fatto quello che bisognava fare. Non sono forse un uomo? — rispose Sandrino semplicemente. Claudia non sapeva cosa dire. Non poteva sapere che quel magro e sgraziato Cavalletto, un giorno, da grande, si sarebbe fatto medico e avrebbe salvato decine di vite, dimostrando che la vera grandezza non è quella che si vede da fuori. E quando qualcuno gli chiederà perché lo fa, anche se la vita con lui è stata ingiusta, Sandrino risponderà solo: — Sono un medico. È giusto così. Vivere, aiutare: è giusto. *** Lettrici e lettori, L’amore di una madre davvero non conosce limiti. Caterina, tra mille difficoltà e pregiudizi, ha amato Sandrino con tutta sé stessa. La sua dedizione e la fiducia nel figlio l’hanno aiutato a crescere e diventare un giovane uomo buono e coraggioso. Il vero eroe, come ci insegna questa storia, si rivela nell’anima: Sandrino, che agli occhi di tutti era “diverso”, non ha esitato a rischiare la vita per salvare una bambina. Sono i gesti di bontà e coraggio che definiscono la vera grandezza. E anche chi lo aveva giudicato e isolato ha dovuto infine ricredersi. Questa storia ci ricorda che i pregiudizi si sgretolano davanti alle vere virtù e che la vera ricchezza di una persona sta nel cuore. La bellezza più preziosa è quella che illumina dall’interno. Pensateci: non siete anche voi convinti che, nonostante tutto, la bontà trova sempre la sua strada e rende il mondo migliore? Avete mai incontrato persone la cui ricchezza d’animo ha cambiato le vostre percezioni?
Vai via! Te lho detto, vattene subito! Che ci fai sempre qui in giro?! urlò severamente la signora Claudia
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096
PRIMA DI DIRE ADDIO
Alessandro adora sua moglie Ginevra. Non le basta mai. Dopo sei anni di matrimonio, però, non hanno ancora figli.
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066
La suocera si offre di aiutare con i bambini durante l’estate dopo la pensione, ma il fratello di mio marito approfitta: come gestire la situazione quando solo noi contribuiamo a cibo e spese mentre entrambi lavoriamo e paghiamo il mutuo?
La suocera mi ha proposto di darci una mano coi bambini durante lestate. Ora che è andata in pensione
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045
“Cara, signora, vieni a prendere un dolce con la mia ragazza!”
Signora, prenda un dolce per la bambina! così esclama luomo che è seduto sui gradini della pasticceria
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021
Ho comprato una nuova giovinezza con i soldi: dopo anni mio marito ha scoperto la verità sulla mia età e sui documenti falsi, e abbiamo divorziato
Per i soldi sono diventata più giovane. Dopo anni, mio marito scoprì la verità e ci siamo separati.
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096
Durante la passeggiata con il cane, due uomini si sono avvicinati a una ragazza delle superiori e le hanno offerto con insistenza di ‘portarla a fare un giro’…
Mentre portava a spasso il cane, una ragazza delle superiori si fermò accanto a due uomini che le offrirono
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0101
— Nella nostra famiglia per quattro generazioni gli uomini hanno lavorato nelle Ferrovie! E tu cosa hai portato? — Una Galina… — rispose piano Anna, accarezzandosi il ventre. — La chiameremo Galina — Ancora una femmina? Vuoi prenderci in giro? — Elena Michela lanciò l’ecografia sul tavolo. — Nella nostra famiglia da quattro generazioni gli uomini lavorano nelle Ferrovie! E tu cosa hai portato? — Una Galina… — rispose piano Anna, accarezzandosi il pancione. — La chiameremo Galina. — Galina… — trascinò la suocera. — Beh, almeno il nome è serio. Ma che utilità avrà? A chi potrà mai servire, la tua Galina? Massimo taceva, con gli occhi inchiodati al telefono. Quando la moglie gli chiese un’opinione, si limitò ad alzare le spalle: — Così è… Magari il prossimo sarà un maschio. Anna sentì qualcosa stringersi dentro di sé. Il prossimo? Questa piccolina, allora, cos’è… una prova generale? Galina è nata a gennaio — minuscola, con occhi grandi e una montagna di capelli scuri. Massimo si vide solo il giorno delle dimissioni, portò un mazzo di garofani e un sacco di vestitini. — È bella, — disse lui, sbirciando nella carrozzina. — Ti assomiglia. — Ma il naso è il tuo, — sorrise Anna. — E anche il mento testardo. — Dai su, — sbuffò Massimo. — A quest’età sono tutti uguali. Elena Michela li accolse a casa con la faccia storta. — La vicina, Valentina, mi ha chiesto se fosse un nipotino o una nipotina. Che vergogna rispondere, — borbottò. — Alla mia età a giocare con le bambole… Anna si chiuse in cameretta e pianse piano, stringendo la figlia al petto. Massimo lavorava sempre di più. Faceva straordinari, aiutava anche nei cantieri vicini. Diceva che la famiglia costa, soprattutto con una bambina. Tornava tardi, stanco e silenzioso. — Lei ti aspetta, — diceva Anna, quando il marito passava davanti alla camera senza fermarsi. — Galina si illumina appena sente i tuoi passi. — Sono stanco, Anna. Domani mi tocca alzarmi presto. — Ma non le hai nemmeno detto ciao… — È piccola… non capisce. Ma Galina capiva. Anna vedeva la figlia voltare la testa verso la porta a ogni passo paterno, e poi fissare a lungo il vuoto quando i passi si allontanavano. A otto mesi Galina si ammalò. Prima febbre a trentotto, poi trentanove. Anna chiamò il dottore, le dissero di aspettare con la tachipirina. Al mattino, quaranta. — Massimo, svegliati! — Anna scosse il marito. — Galina sta malissimo! — Che ore sono? — biascicò lui. — Le sette. Non ho chiuso occhio tutta notte! Dobbiamo andare in ospedale! — Così presto? Magari aspettiamo. Oggi ho un turno importante… Anna lo guardò come fosse uno sconosciuto. — Tua figlia brucia di febbre e tu pensi al turno? — Ma non muore… I bambini sono sempre malati. Anna prese un taxi da sola. In ospedale i medici la ricoverarono d’urgenza, sospettavano un’infezione grave — serviva puntura lombare. — Dov’è il padre? — chiese il primario. — Serve il consenso di entrambi. — Lui… lavora. Arriverà. Anna chiamò Massimo tutto il giorno. Telefono spento. Alle sette di sera, finalmente, rispose. — Anna, sono al deposito, ho da fare… — Massimo, Galina ha la meningite! Serve il tuo consenso per la puntura! I medici aspettano! — Cosa? Che puntura? Non capisco… — Vieni subito! — Non posso, turno fino alle undici. Poi coi colleghi… Anna chiuse la chiamata in silenzio. Firmò il consenso da sola — da madre ne aveva diritto. Galina fece l’anestesia totale. Sembrava piccolissima sul lettino d’ospedale. — I risultati domani, — disse il medico. — Se è meningite, servirà un mese e mezzo di cura in ospedale. Anna restò a dormire lì. Galina era pallida e immobile sotto la flebo. Massimo arrivò il giorno dopo, trasandato e senza rasatura. — Come sta… come sta andando? — chiese senza entrare. — Male, — tagliò corto Anna. — Aspettiamo gli esiti. — Che le hanno fatto? Quella… come si chiama… — Puntura lombare. Dal midollo, per analisi. Massimo impallidì. — Le ha fatto male? — Era addormentata. Non ha sentito nulla. Lui si fermò accanto al lettino. La figlia dormiva, un minuscolo braccio con catetere esposto sopra la coperta. — È… così piccola, — mormorò. — Non pensavo… Anna tacque. L’analisi fu buona — niente meningite. Solo un’infezione virale, complicata, ma curabile a casa. — È andata bene, — disse il primario. — Un paio di giorni in più e sarebbe stata peggio. In macchina Massimo non parlava. Quando arrivarono, chiese piano: — Sono davvero così… pessimo padre? Anna sistemò meglio la figlia e lo guardò negli occhi. — Che ne pensi? — Credevo di avere tempo. Che tanto è piccola, non capisce. Ma quando l’ho vista lì, piena di tubi… Ho capito che potevo perderla. E che perdere lei… perdo tutto. — Massimo, ha bisogno di un papà. Non di un fornitore di soldi. Un papà vero — che sa come si chiama, che conosce i suoi giochi preferiti. — Quali sono? — domandò piano. — Il riccio di gomma e il sonaglino coi campanelli. Quando arrivi, striscia subito verso la porta. Aspetta che la prendi in braccio. Massimo abbassò la testa. — Non lo sapevo… — Adesso lo sai. A casa Galina si svegliò e pianse. Massimo si avvicinò istintivamente, poi si fermò. — Posso? — chiese alla moglie. — È tua figlia. Lui la prese in braccio. Galina smise di piangere, lo fissava con occhi profondi. — Ciao, piccolina… — sussurrò Massimo. — Scusa se non ti sono stato vicino quando avevi paura. Galina gli accarezzò la guancia. Massimo sentì la gola aggrovigliarsi. — Papà, — disse chiaro Galina. Era la sua prima parola. Massimo guardò la moglie sbalordito. — Ha… ha parlato… — Dice “papà” da una settimana, — sorrise Anna, — Ma solo quando non ci sei. Forse aspettava il momento giusto. La sera, quando Galina dormì tra le braccia del papà, Massimo la portò piano in culla. Lei non si svegliò, ma strinse forte il dito del papà nel sonno. — Non mi vuole lasciare… — disse Massimo stupito. — Ha paura che tu sparisca di nuovo, — spiegò Anna. Lui restò mezz’ora vicino alla culla, senza liberarsi. — Domani prendo ferie, — annunciò alla moglie. — Anche dopodomani. Voglio… conoscere meglio mia figlia. — E il lavoro? Gli straordinari? — Troveremo un altro modo. O vivremo con meno. L’importante è non perdersi i momenti che contano. Anna lo abbracciò. — Meglio tardi che mai. — Non mi perdonerei mai se fosse successo qualcosa… e io non lo sapevo nemmeno che aveva dei giochi preferiti, — disse piano, guardando la figlia. — O che sapeva dire “papà”. Una settimana dopo, guarita completamente, uscirono in tre al parco. Galina seduta sulle spalle di Massimo rideva, allungando le mani verso le foglie d’autunno. — Guarda che bellezza, Galina! — indicava Massimo gli aceri gialli. — E là c’è uno scoiattolo! Anna camminava accanto e pensava che a volte si deve quasi perdere tutto per capire quanto vale ciò che si ha. Elena Michela li accolse con disapprovazione. — Massimo, la vicina Valentina dice che suo nipote già gioca a calcio. La tua… solo con le bambole… — Mia figlia è la migliore del mondo, — rispose Massimo con calma, mettendo Galina a terra e porgendole il riccio. — E le bambole sono meravigliose. — Ma così la famiglia si spezza… — No che non si spezza. Continuerà. In modo diverso, ma continuerà. Elena voleva ribattere, ma Galina le si avvicinò e allungò le braccia. — Nonna! — disse e fece un gran sorriso. La suocera la prese imbarazzata. — Ma… parla! — restò sorpresa. — La nostra Galina è intelligente, — disse fiero Massimo. — Vero, piccola? — Papà! — esultò Galina, battendo le mani. Anna guardava la scena, pensando che la felicità nasce spesso attraverso le prove più dure. E che l’amore più grande è quello che germoglia piano, dopo la paura e il dolore. Quando mise a dormire la figlia, Massimo le cantò una ninna nanna per la prima volta. Voce bassa, un po’ roca, e Galina ascoltava ad occhi spalancati. — Non le avevi mai cantato, — notò Anna. — Molte cose non le avevo mai fatte, — ammise Massimo. — Ora ho tempo per rimediare. Galina si addormentò stringendo forte il dito del papà. Massimo non si sfilò la mano — rimase lì nell’oscurità ad ascoltare il respiro della figlia, pensando a quante cose si rischia di perdere se non ci si ferma in tempo a guardare ciò che conta davvero. E Galina sorrideva nel sonno: adesso sapeva che il suo papà non sarebbe più andato via. Questa storia ci è stata inviata da una nostra lettrice. A volte il destino non chiede solo una scelta, ma una dura prova, per risvegliare ciò che di più bello c’è in noi. E voi ci credete che una persona possa cambiare davvero quando capisce di poter perdere ciò che ama di più?
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Caterina tornava a casa dal mercato con le borse pesanti tra le mani. Era ormai vicina alla sua abitazione