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015
COLPA DELL’ORCHIDEA? – Polina, portati via questa orchidea, altrimenti la butto – disse Katia, porgendomi distrattamente il vaso trasparente con il fiore staccato dal davanzale. – Oh, grazie amica mia! Ma cosa ti ha fatto questa povera orchidea? – chiesi stupita, osservando che sul davanzale c’erano ancora tre orchidee splendide e curate. – Questo fiore l’hanno regalato a mio figlio per il matrimonio. E sai come è andata a finire… – sospirò Katia. – So che il tuo Denis ha divorziato dopo meno di un anno di matrimonio. Non chiedo il motivo, immagino sia stato importante. Denis adorava Tania – non volevo riaprire la ferita della mia amica. – Prima o poi ti racconterò tutto, Polina. Ma per ora è dura ricordare – Katia si fece seria e si commosse. Portai a casa l’orchidea “esiliata” e “rifiutata”. Mio marito guardò con compassione il fiore, ormai sofferente: – Perché vuoi questo fiore malconcio? Non ha più vita, anche io lo vedo. Non perdere tempo. – Voglio provarci lo stesso: le offrirò il mio affetto e la mia cura. Vedrai che, con amore, questa orchidea tornerà a splendere – volevo ridare vita a quel fiore prostrato. Mio marito mi strizzò l’occhio scherzando: – Chi rinuncerebbe all’amore? Una settimana dopo mi chiamò Katia: – Polina, posso venire a trovarti? Non riesco più a portare questo peso dentro. Voglio raccontarti tutto sul matrimonio fallito di Denis. – Vieni quando vuoi, Katia. Ti aspetto – era il minimo per la mia amica che mi aveva sempre sostenuta nelle mie difficoltà. Un’ora dopo, Katia era da me. Si mise comoda in cucina. Tra un bicchiere di vino, una tazzina di caffè e qualche pezzetto di cioccolato fondente, iniziò un lungo racconto sulla vita. – Non avrei mai pensato che la mia ormai ex nuora fosse capace di tanto. Denis e Tania sono stati insieme sette anni. Lui ha lasciato Ania per lei, anche se io avrei preferito Ania, così dolce che la chiamavo ‘figlia’. Ma poi è arrivata la bellissima Tania, e Denis ha perso la testa: sempre accanto a lei come un’ape attratta dal nettare. L’amava in modo travolgente. Certo, Tania era una vera modella. A Denis piaceva vedere gli amici che le facevano complimenti. Persino i passanti si voltavano a guardarla. Mi colpiva che dopo tanti anni non avessero figli. Pensavo che Denis volesse fare le cose per bene: prima il matrimonio, poi i bambini. Non era un tipo che si confidava, e noi genitori non ci siamo mai intromessi. Un giorno ci mise davanti al fatto compiuto: – Mamma, papà, mi sposo con Tania. abbiamo già fatto le pubblicazioni. Voglio una grande festa, nessuna spesa risparmiata. Noi eravamo felici: finalmente una famiglia per Denis, che aveva già trent’anni. Immagina, Polina, la data fu rimandata due volte: prima si ammalò Denis, poi io ero in viaggio per lavoro. Mi sembrava già un brutto segno, ma davanti a Denis felice, tacqui. Voleva anche sposarsi in chiesa, ma il sacerdote che desiderava era lontano e non tornava mai. Insomma, non andava mai tutto liscio… Alla fine festeggiammo un gran matrimonio. Guarda qui la foto: l’orchidea che ci regalarono era un incanto, con le foglie dritte e forti come soldati. E adesso? È tutta rinsecchita. …Denis e Tania dovevano andare in viaggio di nozze a Parigi. Ma ecco il problema: a Tania non permisero di espatriare per via di una multa non pagata. Fermi in aeroporto. Denis non ci fece caso, viveva nel suo mondo felice. Poi, all’improvviso, Denis si ammalò seriamente e fu ricoverato. Sembrava senza speranza. I medici erano impotenti. Tania andò a trovarlo solo per una settimana, poi gli disse: – Scusami, Denis, ma non voglio un marito invalido. Ho chiesto il divorzio. Immagina come si sia sentito Denis, immobilizzato a letto. Ma rispose con calma: – Ti capisco, Tania. Non ti ostacolerò. Così si lasciarono. Ma mio figlio è guarito! Trovammo un bravissimo medico, Pietro Bogdanovici, che lo rimise in piedi in pochi mesi. Aveva una giovane figlia, Maria, di vent’anni. Denis all’inizio la snobbava: – Troppo piccola. Mica è carina. – Ma dai, Denis, l’amore vero non dipende dall’aspetto. Avevi già una moglie bella come una modella! Meglio la felicità che vivere di rimpianti. …Denis non riusciva a dimenticare Tania, ma il suo tradimento gli spezzò il cuore. Maria invece gli dimostrava un amore sincero. Decidemmo di provare a farli conoscere meglio e andammo tutti insieme in campagna. Ma Denis era triste, nessuna gioia sembrava toccarlo, nonostante la compagnia o le grigliate. Maria lo guardava con dolcezza, lui non la degnava di uno sguardo. Dissi a mio marito: – È inutile insistere. Denis pensa ancora a Tania. …Passarono alcuni mesi, quando Denis si presentò alla porta con l’ormai famosa orchidea: – Ecco, mamma, ti restituisco un ricordo del passato. Non voglio più questo fiore esotico. L’ho presa controvoglia e l’ho quasi odiata, come se quella pianta fosse la responsabile della sfortuna di Denis. L’ho nascosta e dimenticata. Di recente ho incontrato una vicina: – Katia, ho visto Denis con una ragazzina minuta. La sua ex moglie era molto più bella. Io non credevo fosse vero… – Vi presento mia moglie Maria – ha detto Denis, tenendola teneramente per mano. Io e mio marito ci siamo guardati stupiti: – E la festa? I parenti? – Non servono, ne abbiamo avute abbastanza. Ci siamo sposati in comune e il sacerdote che volevo ci ha benedetti in chiesa. Io e Maria ora siamo insieme per sempre. A parte gli dissi: – Denis, la ami davvero? Non farai soffrire Maria, vero? Non l’hai sposata solo per ripicca? – No, mamma, non è vendetta. Tania ormai è solo il passato. Con Maria sto davvero bene. Ecco la storia, Polina. Katia si è sfogata fino in fondo. …Dopo quella chiacchierata, ci siamo perse di vista per due anni, prese dalle nostre vite. Intanto l’orchidea è rifiorita splendida. I fiori sanno ricompensare chi si prende cura di loro. Ho rivisto Katia in ospedale: – Ciao amica! Che ci fai qui? – Maria ha appena avuto due gemelli! Oggi la dimettono – sorrise Katia. Di fianco, Denis stava con un mazzo di rose rosse accanto al marito di Katia. Dalla porta uscì Maria, stanca ma felice, seguita dall’infermiera che portava due piccoli fagottini addormentati. Poche ore dopo, mia figlia arrivò con la mia nipotina appena nata. Intanto Tania supplicava Denis di perdonarla e ricominciare da capo… Ma si sa, una tazza la si può anche incollare, ma non sarà mai più la stessa, e berci non sarà più come prima…
MA LORCHIDEA HA DAVVERO COLPA? Giulia, portati via questa orchidea, altrimenti la butto, mi disse con
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042
La Famiglia Perfetta
Oh, Fiorenza, se non sai dove mettere i soldi, meglio daresteli al fratello. È una follia! Dodicimila
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020
Come un usignolo attirato dal richiamo – La mia vita tra amori, delusioni e la scelta di amare fino all’ultimo respiro: da figlia segnata dal passato di un piccolo paese, tra sorelle rivali, promesse di non ripetere gli sbagli materni, un matrimonio da favola con un militare lontano dalla famiglia, caduto nel buio degli anni Novanta e nell’ombra della disperazione, la tentazione di un amore proibito con un medico sposato, per poi trovare la felicità accanto a un uomo generoso e a due figli da crescere insieme sotto una nuova stella
COME UN PASSERO SULLA CIVETTA Ragazze, il matrimonio si fa una volta nella vita, capito? Bisogna stare
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026
Alla porta c’era uno sconosciuto: la storia di Vitali, il compagno di scuola ignorato, il grande amore di Jana per il biondo sportivo Dima, il cuore spezzato di una donna che aspetta invano un uomo sposato, e la sorpresa alla vigilia di Capodanno quando, proprio mentre tutto sembra finito, il passato bussa ancora alla porta con una proposta inaspettata
Alla porta cera uno sconosciuto. Vittorio era innamorato di Giulia fin dai tempi del liceo.
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0177
Mi vergogno a portarti al ricevimento – Denis nemmeno alza gli occhi dal telefono. – Lì ci saranno persone. Persone normali. Nadia era ferma davanti al frigorifero con una confezione di latte in mano. Dodici anni di matrimonio, due figli. E ora solo vergogna. – Metterò il vestito nero. Quello che hai comprato tu. – Non è il vestito il problema, – finalmente lui la guarda. – Sei tu il problema. Ti sei trascurata. I capelli, il viso… tutta tu sei così anonima. Lì ci sarà Vito con la moglie. Lei è stilista. E tu… lo capisci da sola. – Allora non vado. – Ecco, brava. Dirò che hai la febbre. Nessuno dirà niente. Lui va a farsi la doccia, Nadia resta ferma in cucina. Nell’altra stanza dormono i bambini. Carlo ha dieci anni, Silvia otto. Mutuo, bollette, riunioni a scuola. Si è dissolta in quella casa, e il marito ha cominciato a vergognarsi di lei. – Ma che, è impazzito? – Elena, l’amica parrucchiera, guarda Nadia come se le avesse appena annunciato la fine del mondo. – Si vergogna di portare la moglie a un ricevimento? Ma chi si crede di essere? – Responsabile di magazzino. È appena stato promosso. – E adesso la moglie non va più bene? – Elena versa l’acqua nel bollitore, arrabbiata. – Senti a me. Ti ricordi cosa facevi prima dei figli? – Ero insegnante. – Non parlo del lavoro. Facevi gioielli. Di perline. Ho ancora quella collana con la pietra blu, tutti mi chiedono dove l’ho presa. Nadia ricorda. Preparava i gioielli la sera, quando Denis la guardava ancora con interesse. – Era tanto tempo fa. – E allora? Puoi ricominciare, – Elena si avvicina. – Quando è il ricevimento? – Sabato. – Perfetto. Domani vieni da me. Ti faccio capelli e trucco. Sentiamo Olga – lei ha degli abiti. E per i gioielli ci pensi tu. – Ma Denis ha detto… – E che vada pure, con i suoi “ha detto”. Tu al ricevimento ci andrai. E gli passerà la voglia di vergognarsi di te. Olga porta un abito color prugna, lungo, con le spalle scoperte. Ci vuole un’ora tra prove e spilli. – Per questo colore ci vogliono gioielli speciali, – Olga gira intorno. – Argento non va bene. Oro neanche. Nadia apre la scatola vecchia. Sul fondo, avvolto in un panno morbido, c’è il completo: collana e orecchini. Avventurina blu, opera d’arte fatta a mano. Li aveva creati otto anni fa per un’occasione speciale che non era mai arrivata. – Dio, è un capolavoro, – Olga si blocca. – L’hai fatto tu? – Io. Elena finisce i capelli: un’onda morbida, nulla di eccessivo. Il trucco elegante, ma deciso. Nadia indossa l’abito, si mette i gioielli. Le pietre fredde, pesanti sul collo. – Vai a vederti, – Olga la spinge davanti allo specchio. Nadia si avvicina. E non vede più la donna che da dodici anni lava pavimenti e cucina. Vede se stessa. Quella che era una volta. Ristorante sul lungomare. Sala piena di tavoli, abiti eleganti, abiti da sera, musica. Nadia entra tardi, come previsto. Per qualche secondo cala il silenzio. Denis è al bancone, ride a una battuta. Poi la vede – e il suo volto si pietrifica. Lei passa oltre, senza guardarlo, si siede a un tavolo in fondo. Schiena dritta, le mani tranquille sulle ginocchia. – Scusi, è libero questo posto? Un uomo di 45 anni, completo grigio, occhi intelligenti. – Libero. – Oleg. Socio di Vito in un’altra attività. Panifici. E lei, se non è indiscreto? – Nadia. Moglie del responsabile di magazzino. Lui guarda lei, poi i gioielli. – Avventurina? Fatti a mano, lo vedo. Mia madre collezionava pietre. Così belli è raro trovarli. – Li ho fatti io. – Sul serio? – Oleg si avvicina, esamina il lavoro. – Questo è livello alto. Vende? – No. Io… sono casalinga. – Strano. Con queste mani, di solito, non si resta a casa. Per tutta la sera non la lascia mai sola. Parlano di pietre, di creatività, di come le persone si perdano nella routine. Oleg la invita a ballare, porta dello spumante, ride. Nadia vede Denis che la osserva da lontano, il cui volto si fa sempre più cupo. Quando se ne va, Oleg la accompagna all’auto. – Nadia, se decide di tornare ai gioielli – mi chiami, – le porge il biglietto da visita. – Ho conoscenze che ne hanno bisogno. Sul serio. Lei prende il biglietto, annuisce. A casa Denis non resiste neanche cinque minuti. – Ma che cavolo hai combinato lì dentro? Tutta la sera con quell’Oleg! Tutti guardavano, capisci? Tutti hanno visto mia moglie che si attaccava a un altro! – Non mi attaccavo. Parlavo. – Parlavi! Hai ballato tre volte con lui! Tre volte! Vito mi ha chiesto che succedeva. Io mi sono vergognato! – Tu ti vergogni sempre, – Nadia si toglie le scarpe, le allinea all’ingresso. – Ti vergogni a portarmi, ti vergogni se mi guardano. Di qualcosa non ti vergogni mai? – Sta’ zitta. Pensi che solo perché ti sei messa un vestito, sei diventata qualcuno? Sei nessuno. Casalinga. Campi sulle mie spalle, spendi i miei soldi e ora ti credi anche una regina. Prima avrebbe pianto. Si sarebbe chiusa in camera, di schiena contro il muro. Ma qualcosa dentro si è spezzato. O forse si è messo al suo posto. – Gli uomini deboli hanno paura delle donne forti, – parla piano, quasi calma. – Sei pieno di complessi, Denis. T’hai paura che io veda quanto sei piccolo. – Fuori di casa. – Chiederò il divorzio. Lui tace. La guarda, e per la prima volta negli occhi non c’è rabbia, c’è smarrimento. – Dove pensi di andare con due figli? Con le tue perline non campi. – Campa, invece. La mattina prende il biglietto, chiama. Oleg non ha fretta. Si vedono al bar, parlano di affari. Racconta di un’amica che ha una galleria di oggetti d’autore. Che il fatto a mano ora vale, la gente è stufa della roba banale. – Lei è talentuosa, Nadia. Talento e gusto insieme sono rari. Comincia a lavorare di notte. Avventurina, diaspro, corniola. Collane, bracciali, orecchini. Oleg ritira i pezzi, li porta in galleria. Dopo una settimana chiama: tutto venduto. Gli ordini aumentano. – Denis lo sa? – Non mi parla nemmeno più. – E il divorzio? – Ho trovato un avvocato. Abbiamo iniziato le pratiche. Oleg aiuta. Senza grandi gesti, senza eroi. Solo contatti, un aiuto per trovare una casa in affitto. Quando Nadia fa le valigie, Denis sta sulla porta e ride. – Tornerai dopo una settimana. In ginocchio tornerai. Lei chiude la valigia ed esce, senza rispondere. Passa mezzo anno. Bilocale in periferia, figli, lavoro. Ordini a raffica. La galleria propone una mostra. Nadia apre una pagina social, pubblica foto. Seguaci in crescita. Oleg arriva, porta libri ai bambini, chiama, resta in disparte. Mai pressante, mai invadente. Solo presente. – Mamma, lui ti piace? – chiede Silvia un giorno. – Mi piace. – Anche a noi. Non urla mai. Dopo un anno Oleg fa la proposta. Niente ginocchio, niente rose. Solo dice, durante la cena: – Voglio che siate con me. Tutti e tre. Nadia è pronta. Due anni dopo. Denis cammina nel centro commerciale. Dopo il licenziamento ha trovato lavoro come magazziniere – Vito, venuto a sapere da un collega della storia con la moglie, lo ha buttato fuori dopo tre mesi. Stanza in affitto, debiti, solitudine. Li vede davanti a una gioielleria. Nadia in un cappotto chiaro, capelli ordinati, al collo la stessa avventurina. Oleg le tiene la mano. Carlo e Silvia ridono, raccontano qualcosa. Denis si ferma davanti alla vetrina. Li guarda salire in macchina. Vede Oleg aprire la portiera a Nadia. Vede il suo sorriso. Poi guarda il proprio riflesso nel vetro. Giubbotto consumato, viso spento, occhi vuoti. Ha perso la sua regina. E lei ha imparato a vivere senza di lui. E questa è stata la sua punizione peggiore – capire troppo tardi cosa aveva davvero. Grazie a voi, cari lettori, per i vostri commenti e i vostri “mi piace”!
Mi vergogno a portarti alla cena di gala, disse Daniele, senza nemmeno alzare lo sguardo dal telefono.
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019
Ferite nel Cuore… In questa famiglia ognuno viveva per conto proprio. Papà Alessandro aveva, oltre alla moglie, anche un’amante, a volte più di una, mentre mamma Gianna, intuendo i tradimenti del marito, non era da meno e si frequentava con un collega sposato. I due figli crescevano da soli, senza che nessuno si occupasse davvero di loro. La madre sosteneva che spettasse alla scuola educarli. La famiglia si ritrovava insieme solo la domenica a pranzo, per poi allontanarsi subito, ciascuno verso i propri interessi. Tutto sarebbe continuato così, in questo mondo dolceamaro e peccaminoso, se non fosse successo l’irreparabile… Quando il figlio minore, Denis, aveva dodici anni, papà Alessandro lo portò per la prima volta a dare una mano in garage. Mentre Denis curiosava tra gli attrezzi, il padre si assentò un attimo per raggiungere gli amici appassionati di auto lì vicino. All’improvviso dal garage di Alessandro si levò un denso fumo nero, poi anche le fiamme. Nessuno capì subito cosa fosse accaduto (si scoprì poi che Denis, per sbaglio, aveva lasciato cadere una lampada a benzina su una tanica di carburante). Tutti restarono impietriti. Il fuoco divampava. Alessandro, dopo essersi fatto gettare addosso un secchio d’acqua, si precipitò tra le fiamme. Ne uscì portando tra le braccia il figlio privo di sensi. Denis era ustionato ovunque, tranne il viso, che probabilmente si era protetto con le mani. Giunsero i soccorsi e Denis fu portato d’urgenza in ospedale, vivo per miracolo. Lo portarono subito in sala operatoria. Dopo ore di attesa, un medico informò i genitori: -Facciamo tutto il possibile e l’impossibile. Vostro figlio è in coma. Ha una possibilità su un milione di sopravvivere. La medicina ufficiale, in questo caso, è impotente. Ma se Denis avrà una volontà folle di vivere, potrebbe accadere un miracolo. Coraggio. Senza esitazione, Alessandro e Gianna corsero nella chiesa più vicina, sotto un diluvio. I genitori, disperati, non vedevano nient’altro attorno a loro. Dovevano salvare il figlio! Bagnati fradici, entrarono per la prima volta nella casa del Signore. C’era pace e pochi fedeli. Vedendo il sacerdote, la coppia si avvicinò timidamente. -Padre, nostro figlio sta morendo! Cosa dobbiamo fare? – riuscì a dire tra le lacrime Gianna. -Mi chiamo padre Sergio. Eh sì… Mal comune, mezzo gaudio… Siete molto peccatori? – chiese diretto il sacerdote. -Non ci pare… Non abbiamo mai ucciso nessuno, – rispose Alessandro abbassando lo sguardo sotto l’occhio indagatore di padre Sergio. -Va bene, ma l’amore vostro perché l’avete ucciso? Sta morto ai vostri piedi. Tra marito e moglie non deve passare nemmeno un filo… e tra voi ormai ci si mette pure un tronco d’albero! … Pregate, figli miei, per la salute di vostro figlio San Nicola! Ma sappiate che tutto è volontà di Dio. E se è successo questo, forse è per farvi capire qualcosa che in altro modo non avreste mai capito. Tutto si salva con l’amore! Alessandro e Gianna, fradici di pioggia e lacrime, ascoltarono la cruda verità. Padre Sergio indicò l’icona di San Nicola. I due si inginocchiarono. Preghiere, promesse, giuramenti… Tutte le relazioni extraconiugali vennero chiuse e dimenticate. La vita fu ripercorsa pezzo per pezzo… La mattina seguente, il medico chiamò: Denis era uscito dal coma. Alessandro e Gianna vegliavano accanto al letto del figlio. Denis aprì gli occhi e tentò di sorridere. Sul suo volto una maschera di dolore insopportabile. -Mamma, papà, vi prego… non lasciatevi, – sussurrò. -Figlio, ma che dici? Noi siamo insieme, – rispose Gianna stringendogli la mano. Denis si fece male, lei la ritirò subito. -L’ho visto, mamma. E poi, i miei figli porteranno i vostri nomi, – continuò Denis. Alessandro e Gianna si chiesero se il ragazzo non stesse delirando. Ma da quel giorno in poi, Denis iniziò lentamente a migliorare. Tutto fu sacrificato per la sua guarigione: vendettero la villetta. Dispiaceva che il garage e l’auto fossero andati persi nell’incendio, sarebbero serviti per nuove cure. Ma la cosa più importante era che il figlio fosse salvo. Anche i nonni aiutarono come poterono. La famiglia si strinse attorno alla disgrazia… Anche il giorno più lungo, infine, giunge al termine. Passò un anno. Denis era in un centro di riabilitazione. Stava già in piedi, si gestiva da solo. Là, fece amicizia con una ragazza, Mariella, anche lei vittima di un incendio. Mariella aveva il volto sfigurato dalle ustioni e ormai aveva paura di specchiarsi. Denis provò per lei una profonda empatia: quella ragazza emanava una luce speciale, con la sua saggezza e la sua fragilità. La voleva proteggere. Passavano insieme tutto il tempo fuori dalle terapie. Dolore, pillole amare, aghi e camici bianchi… avevano condiviso molto. Non smettevano mai di parlare. Il tempo passava… Denis e Mariella celebrarono un matrimonio semplice. Ebbero due bellissimi figli: una bambina, Sandra, e dopo tre anni un maschietto, Eugenio. Quando finalmente la vita della famiglia tornò serena, Alessandro e Gianna decisero di separarsi. La terribile esperienza con Denis li aveva così segnati che non riuscivano più a vivere insieme. Erano svuotati. Ognuno desiderava pace e libertà. Gianna si trasferì dalla sorella in provincia. Prima di partire entrò in chiesa a salutare padre Sergio. Negli ultimi anni era tornata più volte a ringraziarlo per il miracolo di Denis. -Ringrazia il Signore, Gianna! – la correggeva il sacerdote. Padre Sergio non approvava la sua partenza: -Se proprio devi, vai. A volte la solitudine serve anche all’anima. Ma poi torna! Marito e moglie sono una sola cosa! Alessandro rimase solo. I figli vivevano ormai con le proprie famiglie. Gli ex coniugi andavano a trovare i nipoti a turno, cercando di non incrociarsi. E insomma, adesso tutti avevano finalmente trovato la loro tranquillità…
A CUORE APERTO In quella famiglia, ognuno si faceva la propria vita. Il padre, Marco, oltre alla moglie
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039
Aspetta ancora un po’, Mamma!
12 aprile La casa è un vero teatro di urla. Lorenzo, il nostro ragazzo di dieci anni, è in piedi nel
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014
La cosa più difficile nel vivere con un cucciolo non è ciò che la maggior parte delle persone pensa. Non è portarlo fuori sotto la pioggia, né uscire quando fa un freddo tremendo, né rinunciare al sonno o avere il cuore in subbuglio. Non è dire di no a viaggi o inviti perché ti dicono: “Vieni, ma senza di lui”. Non sono i peli sulle lenzuola, sui vestiti, persino nel piatto. Non è nemmeno lavare il pavimento mille volte sapendo che tra mezz’ora sarà tutto da capo. Non sono le spese dal veterinario, né la paura di trascurare qualcosa d’importante. Non è perdere un po’ di libertà, perché ormai la vostra libertà è un “noi”. E non è nemmeno che il tuo cuore non sia più solo tuo… Tutto questo è amore. Tutto questo è vita. Tutto questo lo hai scelto tu. La parte più dura arriva piano piano – come quel dolore nelle ossa quando cambia il tempo. Come il freddo di una strada deserta, che all’inizio non senti, ma poi ti entra nelle ossa. Un giorno ti accorgi semplicemente: lui non ce la fa più come prima. Ci prova… ma non ce la fa. Corre verso di te, come ha sempre fatto… ma non è più lo stesso. I suoi occhi sono ancora i tuoi, ma c’è quella luce stanca che dice: “Sono qui, ma ogni giorno è un po’ più difficile.” E ti ricordi com’era. E lo guardi com’è adesso — tutto tuo, affidato a te fino in fondo. Lui ha sempre creduto in te: che saresti stato al suo fianco, che lo avresti aiutato, che lo avresti salvato. E tu lo hai fatto. Ma ora non puoi salvarlo dalla vecchiaia. La cosa più dolorosa è sapere che per te lui era conforto… ma tu per lui eri TUTTO: tutta la sua vita, tutto il suo cielo, tutta la sua speranza. E tu non sei pronto. Non sei pronto a lasciarlo andare. Non sei pronto a guardare spegnersi chi ti ha insegnato ad amare senza misura. Poi arriva il silenzio. Un silenzio pesante. Il posto vuoto sul cuscino. La ciotola che nessuno leccherà più. E il cuore in mille pezzi. E torni a uscire. Ma ormai senza di lui. E ti sorprendi a parlare al vento: “Forza, piccolo mio…” Ma se potessi tornare indietro… Lo sceglierei di nuovo. Sceglierei tutto: la stanchezza, la tristezza, la dedizione. Perché questo amore è vero. Avere un cane è lasciare entrare il fuoco nella propria vita. Un fuoco che ti scalda per sempre, anche quando non c’è più. Perché il cane ha una sola missione su questa terra: donarti il suo cuore.
La cosa più difficile nellavere un cucciolo in casa non è quello che la maggior parte delle persone immagina.
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069
Sommersi dai propri affari, eppure eccoti qui!
Oggi ho scritto di nuovo, come al solito, quando il lavoro mi ha tenuto incollato alla scrivania.
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011
TE LO RICORDERÒ — Signora Maria Serena, qui il ricciolo non mi viene bene… — sussurrò triste il secondino Tommaso, puntando il pennello sulla foglia verde del suo fiore, cocciuta e piegata dalla parte sbagliata. — Prova a premere meno, caro, come se il pennello fosse una piuma sul palmo della mano… Così, vedi? Bravissimo! Altro che ricciolo, è un capolavoro! — sorrise l’anziana maestra. — Per chi è tutta questa bellezza che hai disegnato? — Per la mamma! — rispose solare Tommaso, felice d’aver domato la foglia ribelle. — Oggi è il suo compleanno, è il mio regalo! — aggiunse fiero della lode ricevuta. — Ma che fortuna ha tua mamma, Tom. Aspetta però, non chiudere subito l’album. Lascia asciugare la vernice, sennò si rovina. Quando arrivi a casa, poi, stacca il foglio con calma. Vedrai come sarà felice la tua mamma! La maestra lanciò un’ultima occhiata al capo chino sopra il foglio e, sorridendo tra sé, tornò alla cattedra. Che bellissimo regalo per la mamma! Da quant’è che non ne vedeva di così belli… Tommaso ha proprio talento per il disegno! Forse dovrebbe chiamare sua madre, suggerirle di iscrivere il bimbo alla scuola d’arte. Un dono così non va sprecato. E già che c’è, chiederle anche se il regalo le è piaciuto. Maria Serena non riusciva a staccare gli occhi da quei fiori disegnati, sembrava quasi sentire il fruscio delle foglie vive… Oh sì, è tutto sua madre! Anche Larissa da piccola disegnava proprio bene… ***** — Signora Maria Serena, sono Larissa, la mamma di Tommaso Cattoni, — si sentì quella sera dalla cornetta nell’appartamento della maestra. — La chiamo per avvisare che domani Tommaso non verrà, — disse con tono secco la voce giovane. — Ciao Larissa! È successo qualcosa? — si incuriosì Maria Serena. — Altroché! Mi ha rovinato il compleanno, quel monello! — sbottò la voce, — e ora è a letto con la febbre: l’ambulanza se n’è appena andata! — Come con la febbre? Ma a scuola stava bene, portava pure il tuo regalo… — Parli di quelle macchie? — Macchie? Ma cosa dici Larissa! Ha disegnato fiori bellissimi per te! Volevo chiamarti per chiedere se potevo iscriverlo a scuola d’arte… — Io non so che fiori hai visto tu, ma non mi aspettavo certo un mucchietto di scarabocchi! — Un mucchietto? Di cosa parli? — la maestra si fece sempre più inquieta, ascoltando le spiegazioni confuse di Larissa. — Senti, Larissa, ti spiace se passo da voi adesso? Abito proprio vicino, non ti rubo molto tempo… Poco dopo, ottenuto il permesso della sua ex alunna ed ora mamma del suo allievo, Maria Serena prese dall’armadio un vecchio album di foto e disegni scoloriti dei suoi primi studenti e uscì di casa. In cucina, Larissa mise via la torta e i piatti sporchi, poi raccontò: che Tommaso era tornato tardi e sporco fradicio, col fango colante da zaino e vestiti… Che aveva tirato fuori da sotto la giacca un cucciolo zuppo, che puzzava da lontano! Era saltato in una pozzanghera a recuperarlo, dove alcuni ragazzi l’avevano buttato! Quaderni rovinati, album con macchie e la febbre salita fino a trentanove… Che gli ospiti erano andati via, la torta nessuno l’aveva nemmeno assaggiata, e il dottore dell’ambulanza l’aveva pure rimproverata… — Così ho riportato il cucciolo là, alla discarica, mentre Tommaso dormiva. E l’album sta ancora asciugando sul termosifone. Non ci sono più fiori, non si vede niente! — sbuffò Larissa. Ma non si accorse di quanto il volto di Maria Serena si fece scuro, parola dopo parola. Quando sentì del destino del cucciolo salvato dal piccolo, la maestra diventò nera come una nuvola. Guardò severa Larissa, carezzò l’album bagnato e parlò sottovoce… Parlò di riccioli verdi e fiori che sembrano vivi… dell’impegno e del coraggio. Del cuore del ragazzino che non aveva sopportato un’ingiustizia, dei bulli che avevano buttato il povero animale nella fossa. Poi si alzò, prese Larissa per mano e l’accompagnò alla finestra: — Eccola lì la fossa, — indicò — lì non ci stava solo il cucciolo, Tommaso avrebbe potuto annegare. Ma in quel momento pensava solo ai suoi fiori, al regalo per te, che non voleva rovinare… O forse hai dimenticato tu, Larissa, come negli anni ’90 ti videro piangere sulla panchina vicino scuola, stringendo un gattino salvato dai bulli? Come tutta la classe lo accarezzava in attesa di tua madre? E come quando a casa i tuoi genitori lo buttarono fuori, tu li incolpasti… Fortuna che poi ci ripensarono! Allora io te lo ricordo! E il tuo Tisca, a cui non volevi dire addio! E Musetta, il cucciolo di strada che è stato con te fino all’università, e la gazza con l’ala rotta che curavi in classe… Maria Serena prese dall’album una foto ingiallita: una bambina in grembiule bianco abbracciava un micetto, sorridendo circondata dai compagni. Continuò a voce ferma e carezzevole: — Ti ricordo la bontà che colorava il tuo cuore, nonostante tutto… Coi ricordi cadde sul tavolo anche un disegno di una bambina che stringeva in una mano un micetto spelacchiato e con l’altra teneva la madre per mano. — Se potessi — concluse la maestra, più severa — bacerei Tommaso e il cucciolo forte forte! E incornicerei quelle macchie! Perché non esiste regalo migliore per una madre che crescere un figlio con un cuore grande! E non si accorse la maestra di come Larissa cambiava espressione ad ogni sua parola, sempre più preoccupata guardava la porta della camera del figlio, stringendo l’album con le dita bianche… — Maria Serena! Cara, puoi stare con Tommaso un attimo? Sono solo cinque minuti, torno subito! Sotto lo sguardo attento della maestra, Larissa si infilò il cappotto ed uscì di corsa. E senza badare alla strada, corse alla discarica e, bagnata e infreddolita, cercò ovunque, sotto le scatole, tra i sacchi, chiamando e guardando verso casa… Sarà troppo tardi? ***** — Tommaso, chi è che annusa i fiori lì? È il tuo amico Dick? — Proprio lui, signora Maria Serena! Non sembra anche a lei? — È proprio lui! E guarda che stellina bianca ha sulla zampa… Mi ricordo ancora quando con la tua mamma lo abbiamo lavato per ore, — rise la maestra. — Ora gli lavo le zampe tutti i giorni io! — rispose orgoglioso Tommaso, — La mamma dice: “Hai un amico? Devi prendertene cura!” Ci ha pure comprato una bacinella apposta! — Tua mamma è una persona speciale, — sorrise la maestra, — Starai disegnando ancora per lei, vero? — Certo! Stavolta voglio metterlo in cornice. Lì c’ha una macchia incorniciata e ogni tanto la guarda e sorride… Ma si può sorridere a delle macchie, signora Maria Serena? — Macchie, eh? — rise la maestra, — Certo che sì, se quelle macchie vengono dal cuore… Dimmi, come va la scuola d’arte? — Benissimo! Presto saprò ritrarre pure la mamma! Le piacerà. Intanto, — Tommaso si frugò nello zaino e tirò fuori un foglio — questo è per lei, dalla mamma, anche lei ora disegna. Maria Serena aprì il foglio e accarezzò teneramente la spalla del bambino. Sul foglio, tra mille colori, sorridente e luminoso, c’era Tommaso con la mano sulla testa del suo cane; accanto una bambina in vecchia divisa scolastica stringeva un gattino, e dall’altra parte, da dietro la cattedra coperta di libri, guardava tutto con dolcezza e infinita saggezza: lei, Maria Serena. In ogni tratto, in ogni pennellata, sentiva una fierezza materna infinita. Maria Serena si asciugò una lacrima e improvvisamente sorrise: nell’angolo del disegno, tra riccioli e fiori verdi, c’era una sola parola: «Ricordo».
TI RICORDERÒ Signora Maria, qui il ricciolo proprio non mi viene, sussurrò sconsolato il piccolo Tommaso
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0204
Quando volevo uscire indenne da una situazione complicata
Antonio, per favore, dammi le chiavi della macchina. Devo portare subito la mamma in clinica Ginevra
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0113
Non mi aspettavo questo da mio marito — «Ania, bisogna fare qualcosa…» — sospirò Irina al telefono. — «Che succede?» — rispose un po’ allarmata la sorella minore. Una chiamata della maggiore era già un segnale d’allarme. Di solito si scambiavano brevi messaggi su WhatsApp, ma stavolta Irina aveva insistito per una vera conversazione. — «La mamma non può più vivere da sola. Se tu la sentissi più spesso, lo sapresti», rimproverò Irina. — «Oh, basta! Non cominciare! Dilla subito, cos’è che non so?» Irina risospirò: la reazione piccata della piccola era nel suo stile, indipendente ormai da anni e pronta a saltare su a ogni accenno alla sua (poca) presenza. — «Ti ricordo che la mamma ha già 73 anni. La pressione, sempre ballerina, è debole, fa fatica persino a cucinare o a tenere casa in ordine», elencò paziente la maggiore. «Non parlo nemmeno del fatto che non sempre riesce ad andare a prendere il pane. Meno male che la vicina, la signora Nina, ogni tanto le porta qualcosa.» — «Vuoi dire che la mamma ha fame?» — Aggiustò il tono Ania. — «No, per carità! Io ogni due settimane vado, porto tutto il necessario. Ma il punto è che la mamma da sola non ce la fa più. E se cadesse o si facesse male? Con il suo peso, poi, sarebbe difficilissimo assisterla.» Calarono entrambe nel silenzio. Elena Ivanovna era sempre stata rotondetta, con l’età aveva preso ancora più chili. Amava mangiare e si offendeva se le figlie accennavano a una dieta. — «Si sente tanto sola. Piange quasi, quando me ne vado. Si lamenta che l’abbiamo lasciata… Insomma, è pesante.» — «E quindi, cosa vuoi proporre?» La più giovane era scettica, parlare era diventato sempre più complicato. — «Voglio chiederti se puoi trasferirti da lei.» — «Ma davvero! E perché non ci vai tu? Aspetta, fammi indovinare! Hai Fedenzio, tuo marito d’oro, e il figliastro, poverino, il ragazzo di 25 anni, sulle spalle! Giusto?» — «Ania, dai, non è questo il punto…» Segue un lungo botta e risposta, i ricordi di quanto aveva fatto la mamma in passato per loro, le difficoltà della vita di Ania e poi della stessa Irina, i rapporti con le ex-socere, i figli, il divorzio, i lavori precari a Milano, la riluttanza a tornare in paese. Poi la questione del tutto: «Non puoi capire cosa significa crescere un figlio da sola!», sbotta la più giovane, e per un po’ cala il silenzio. Irina, allora, in un momento di sfogo, racconta tutto al marito, temendo una reazione negativa. Invece, Fedenzio lascia la stanza ma poi la sorprende. Il mattino dopo, con una calma insolita le dice: «Ho pensato. Bisogna aiutare tua madre. Non si abbandonano gli anziani. Mia mamma non c’è più… Quindi, si va a vivere da lei. Ho già visto: posso lavorare dal contadino in paese, e tu troverai qualcosa. Era da un po’ che volevo trasferirmi lì. Se tua mamma è d’accordo, si fa.» Irina quasi non ci crede: da suo marito non se lo sarebbe mai aspettato. Si commuove, lo abbraccia, e lui, pur non amante delle smancerie, la rassicura: «Dai, andrà tutto bene.» Titolo in stile italiano, mantenendo il senso e la lunghezza: «Non me lo sarei mai aspettato da mio marito: quando pensavo che il problema di accudire mia madre fosse solo mio, lui mi ha stupita con una decisione che cambierà la nostra vita»
Non me laspettavo proprio da mio marito Giulia, dobbiamo fare qualcosa sospirò Stefania nel telefono
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022
Destini Incrociati su un Letto d’Ospedale – “Signora, prenda e si occupi lei di suo marito! Io ormai ho paura anche solo ad avvicinarmi, figurarsi a dargli da mangiare col cucchiaio” – la donna lasciò di scatto il sacchetto della spesa sul letto del marito ammalato. “Non si preoccupi così! Suo marito guarirà. Ora ha solo bisogno di attenzioni e cure continue. Aiuterò io Dmitrij a rimettersi in piedi”, dovetti rassicurare la moglie del paziente tubercolotico: non era certo la prima volta che mi capitava, come infermiera. Dmitrij fu ricoverato in condizioni gravi, ma con buone possibilità di farcela. Lui voleva vivere, e questo era già metà del successo. Peccato che la moglie, Alla, non avesse fiducia nella medicina. Mi sembrava quasi che fosse pronta a rinunciare al marito con largo anticipo. Anni dopo, anche il figlio di Dmitrij e Alla, Yuri, si ammalò di tubercolosi in forma aperta. Alla mise subito una croce sul figlio. Ma Yuri si salvò. Nonostante la diagnosi difficile, Dmitrij era sempre ironico, sorrideva, faceva di tutto per lasciare presto il sanatorio. Nel paese dove viveva con la famiglia, non c’era un ospedale specializzato, per questo Alla si faceva vedere di rado. Mi dispiaceva per quel giovane uomo, trascurato, in abiti logori, abbandonato a sé stesso. “Dima, non ti dispiace se ti porto qualche vestito? Vedo che non hai nemmeno le ciabatte… Accetti qualcosa da parte mia?” – gli chiesi tentando di scherzare. “Da te, Violetta, prenderei anche il veleno per una medicina. Ma davvero, non serve… Lasciami guarire, poi…”, rispose Dima stringendomi la mano con dolcezza. Liberai delicatamente la mano e uscii dalla stanza. Il cuore mi batteva forte. Mi stava capitando di innamorarmi? No, non voglio rovinare una famiglia. Non è giusto. Non può finire bene… Ma al cuore non si comanda. Così, tra mille dubbi, mi lasciai andare… Tornavo spesso in camera di Dima e parlavamo a lungo, specie durante i lunghi turni di notte. Il nostro rapporto divenne confidenziale. Passammo al tu senza accorgercene. Dima aveva un figlio di cinque anni. “Mio figlio Yuri assomiglia a sua madre, una donna bellissima. Hai presente, Violetta, quanto ho amato Alla? Le ho dato tutto. Ma è una donna egoista, innamorata solo di sé stessa. L’egoismo della moglie distrugge peggio dell’acido. E adesso sei tu, una sconosciuta, a prenderti cura di me”, sospirò Dima. “Ma Alla abita lontano, non può venire spesso”, cercai di giustificarla. “Ma va’, Violetta! Si dice: moglie che ama il marito, gli compra il posto in galera. Eppure dai suoi amanti ci va anche all’inferno”, ribatté Dima, innervosito. “Buonanotte, Dima… Non prendere decisioni d’impulso. Andrà tutto meglio”, sussurrai spegnendo la luce ed uscendo. Era chiaro che Dima soffriva: abbandonato in ospedale, mentre la moglie si divertiva altrove. Nulla di fatale, ma per un uomo è tanto. Una settimana dopo, sentii delle urla: “Non voglio più vederti qui, vattene!” gridava Dima, furioso, contro Alla. Lei uscì di corsa, spaventata. “Che succede?” chiesi stupita. Dima si voltò verso il muro, tremava, dovetti fargli una puntura calmante. …Passò un mese. Alla non venne più. “Dima, vuoi che chiami tua moglie?” gli chiesi sottovoce. “No, grazie Violetta. Con Alla stiamo divorziando”, mi rispose pacatamente. “Per la malattia? Ma stai guarendo!” “No. Ricordi quando l’ho mandata via? Venne solo per dirmi che aveva un altro. Che sarebbe comunque rimasto a vivere nella nostra casa mentre io ero in bilico tra la vita e la morte, perché c’era bisogno di un uomo per le riparazioni”, raccontò Dima, con voce rotta. “Che orrore!” sussurrai. Eppure, poco dopo, Alla si presentò con il suo nuovo compagno. Dima non lo vide, ma io sì, dalla finestra. L’uomo stava in cortile ad aspettarla, nervoso. Dopo un’ora, Alla gli andò incontro, lo baciò sulla guancia, ridacchiarono e se ne andarono. “Dima, ti dimettono”, annunciai. “Violetta, posso chiederti una cosa? Anzi, no…”, balbettò Dima. “Dima, accetto! Eri tu che volevi chiedermelo, giusto? Spero di non sbagliarmi”, mi feci coraggio. Dima si aprì: “Non ho più una casa. Posso stare da te? Alla si risposa”. “Dima, io ho un figlio. Se lo accetti, potremmo essere una vera famiglia”, ammisi. “I figli non sono mai un peso. Già gli voglio bene”, mi disse guardandomi negli occhi e io mi sciolsi come neve. …Sono passati tanti anni e tante stagioni. Io e Dima abbiamo avuto altri due figli insieme. Abbiamo costruito una famiglia semplice e calda. Yuri, il figlio di Dima, viene spesso con la sua famiglia. Mia figlia del primo matrimonio vive all’estero (anche se, in realtà, non è mai stato un vero matrimonio… ho solo creduto alle promesse sbagliate). Quanto ad Alla, si è risposata più volte, ha avuto un figlio da uno sconosciuto, ma quel bambino ha sofferto di disturbi mentali e lei non se n’è mai presa cura, lasciandolo solo, finché non è stato affidato a un istituto quando lei è morta. Io e Dima ormai siamo anziani, ma ci amiamo più di prima. Camminiamo ancora insieme e custodiamo ogni giorno, ogni sguardo, ogni respiro… Fato e Rinascita su un Letto d’Ospedale: La Storia di Violetta, Dima e di una Famiglia Rinata tra Speranza, Tradimenti e Seconda Possibilità nella Provincia Italiana
DESTINO SU UN LETTO DOSPEDALE Signora, prenda pure, si occupi lei di lui! Io ho paura anche solo ad avvicinarmi
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I parenti di mio marito si sono dimenticati del mio compleanno tondo, così ho risposto a modo mio – Da invisibile cuoca di famiglia a ospite alla festa della suocera: la mia rivincita dopo quindici anni di “dare per scontato”
Perché il telefono continua a tacere questa sera? Magari cè campo solo a tratti? O forse hanno confuso i giorni?
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NON HO MAI RUBATO NULLA DI ALTRUI Marta, la reginetta della classe ricca e viziata, disprezzava e al tempo stesso invidiava Anastasia, cresciuta tra mille difficoltà, con una famiglia disastrata, una nonna amorevole e tanta fame. Il tempo passa, i ruoli si invertono: i destini di Marta, divenuta prigioniera dell’alcool, e di Anastasia, che lotta per riscattarsi, si incrociano anni dopo davanti alla porta di un ambulatorio. Riemergono i vecchi rancori, gli amori adolescenziali, le gelosie e le scelte che cambiano la vita. Quando il passato bussa alla porta e qualcuno ti accusa di avergli portato via ciò che aveva già perso, cosa resta da dire? “Nella mia vita non ho mai preso ciò che apparteneva ad altri.”
NON HO MAI PRESO NULLA DI ALTRUI Martina, già ai tempi del liceo, non sopportava ma allo stesso tempo
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Nessun futuro luminoso ti attende più
“Niente più ti brilla davanti,” sussurra il vento fuori dalla finestra, mentre la pioggia
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Non era necessario stendere panni sporchi al sole!
Ricordo ancora quel periodo, quasi dimenticato, quando la vita di Vittoria sembrava sgretolarsi come
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La mia vita ricomincia: come ho trovato la felicità dopo un matrimonio sbagliato, tra gelosie familiari, violenza e rinascita al fianco di un uomo capace di amarmi davvero in un’Italia che sa ancora sorprendere
LA VITA VA ALLA GRANDE Lidia, ti vieto di parlare con tua sorella e con la sua famiglia! Loro hanno la
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Due colonne Aveva già tolto gli stivali e messo su il bollitore, quando nel gruppo WhatsApp è arrivato il messaggio della caporeparto: «Riesci domani a sostituire Silvia? Ha la febbre e non abbiamo nessuno per coprire il turno». Aveva le mani ancora bagnate dal lavello, lo schermo si era subito impiastricciato. Si asciugò le mani sul canovaccio e guardò il calendario sul telefono. Il giorno dopo era l’unica serata in cui aveva deciso di andare a letto presto e non rispondere a nessuno — la mattina dopo doveva consegnare il resoconto, e la testa le pulsava. Digitò: «Non posso, ho…» — e si fermò. Dentro si sollevò quella sensazione familiare, come un senso di nausea: se rifiuti, hai deluso. Vuol dire che non sei fatta così. Cancellò e scrisse breve: «Ok, ci vado». Inviò. Il bollitore iniziò a borbottare. Si versò il tè nella tazza, si sedette sullo sgabello accanto alla finestra e aprì la nota che chiamava semplicemente «Cose Buone». Già c’era la data e il punto: «Ho coperto il turno di Silvia». Mise un punto e aggiunse alla fine un piccolo più, come se quello pareggiasse qualcosa. Quella nota era con lei da quasi un anno. Aveva iniziato a gennaio, dopo le feste, quando la casa sembrava più vuota del solito e le serviva una prova che i giorni non sfumavano via senza lasciare traccia. Allora aveva scritto: «Ho accompagnato la signora Rosa dal medico». La signora Rosa del quinto piano camminava lentamente, con la busta delle analisi, e l’autobus le faceva paura. Aveva suonato al citofono chiedendo: «Hai la macchina, vero? Mi porti? Così faccio in tempo». L’aveva portata, aveva aspettato in macchina che facesse il prelievo e l’aveva riportata casa. Durante il ritorno si era scoperta irritata. Stava facendo tardi al lavoro e nella testa già rimbombavano le lamentele altrui su code e dottori. Quell’irritazione era imbarazzante, l’aveva ingoiata e scacciata con un caffè all’autogrill. Nella nota, poi, aveva scritto tutto ordinato, come se fosse stato un gesto puro, senza impurità. A febbraio il figlio fu via per lavoro, e le portò il nipote per il weekend. «Tanto sei a casa, per te non è fatica», aveva detto senza chiedere, solo informandola. Il nipote era bravo, ma rumoroso, sempre con «guarda», «andiamo», «giochiamo». Lo amava, ma la sera le tremavano le mani dalla stanchezza e nella testa aveva un ronzio come dopo certi concerti. Lo mise a letto, lavò i piatti, raccolse i giochi nella scatola che lui vedeva l’ora di svuotare la mattina dopo. La domenica, quando arrivò il figlio, lei disse solo: «Sono stanca». Lui sorrise, come se fosse una battuta: «Ma dai, sei nonna». Le diede un bacio sulla guancia. Nella nota aggiunse: «Ho tenuto il nipote due giorni». Accanto mise un cuoricino, per non sentire che era “per dovere”. A marzo la cugina la chiamò per chiederle soldi fino allo stipendio. «Per cure, tu mi capisci», disse al telefono. Lei capiva. Fece il bonifico e non chiese quando li avrebbe restituiti. Poi rimase in cucina a far due conti su come arrivare a metà mese, decidendo di rinunciare al cappotto che desiderava da anni. Non era un lusso — quello vecchio aveva già le maniche lucide. Nella nota scrisse: «Ho aiutato la cugina». Non aggiunse: «Ho rimandato il mio». Le sembrava una sciocchezza, non degna di esser segnata. Ad aprile, una ragazza giovane al lavoro, con gli occhi rossi, si era rinchiusa in bagno e non riusciva ad uscire. Piangeva piano, diceva che l’avevano lasciata, nessuno la voleva. Lei bussò: «Apri, ci sono io». Poi rimasero sulle scale, ancora odoranti di vernice fresca, e ascoltò la ragazza ripetere sempre le stesse cose. L’ascoltò fino a notte, perdendo l’allenamento che il medico le aveva prescritto per la schiena. Arrivata a casa, si stese sul divano e sentì il dolore acuto nella schiena. Avrebbe voluto arrabbiarsi con la ragazza, ma la rabbia era rivolta a sé stessa: perché non so dire «devo andare a casa»? Nella nota scrisse: «Ho ascoltato e consolato Caterina». Mise il nome, che scaldava di più. Di nuovo, non aggiunse: «Ho saltato il mio». A giugno portò una collega con le borse fino alla casa in campagna, perché la macchina della collega era rotta. La collega era sempre al cellulare con il marito, litigando, senza neanche chiedere se per lei fosse un problema. Lei stette zitta, si concentrò sulla strada. Arrivati, la collega scaricò tutto in fretta: «Grazie, tanto eri già di strada». Ma non era vero. Lei guidò nel traffico e arrivò a casa tardi, senza fare in tempo a salutare la mamma, che poi si offese. Nella nota scrisse: «Ho portato Tania in campagna». La frase «di strada» le dava fastidio; rimase a lungo a fissare lo schermo spento. Ad agosto, nel cuore della notte, chiamò la mamma. Voce flebile e ansiosa: «Sto male, la pressione, ho paura». Si vestì in fretta, prese un taxi e attraversò la città deserta. In casa della mamma c’era caldo, il misuratore di pressione e le pastiglie sul tavolo. Misurò, diede le medicine, rimase accanto finché la mamma non si addormentò. La mattina andò diretta al lavoro, senza nemmeno rientrare a casa. In metro le si chiudevano gli occhi, temeva di mancare la fermata. Nel suo elenco scrisse: «Di notte sono stata dalla mamma». Mise un punto esclamativo che poi cancellò — troppo forte. Verso l’autunno la lista divenne lunghissima, come uno scontrino senza fine. Più cresceva, più lei sentiva uno strano disagio: non viveva, ma faceva un consuntivo. Come se l’amore per lei si dovesse dimostrare con delle ricevute, da conservare in caso qualcuno le chiedesse: «Ma tu cosa fai, davvero, per gli altri?» Provò a ricordare l’ultima voce su di sé. Non “per sé”, ma “in favore di sé”. L’elenco era tutto sugli altri, i loro dolori, le loro richieste, le loro agende. I desideri suoi parevano capricci da nascondere. A ottobre successe una scena, non eclatante ma che le lasciò un segno. Andò da suo figlio per portargli dei documenti stampati che aveva chiesto. Stava in corridoio con la cartellina in mano, il figlio cercava le chiavi parlando al telefono. Il nipote girava urlando che voleva i cartoni. Il figlio coprì il microfono con la mano: «Mamma, già che sei qui, puoi passare al supermercato? Ci servono latte e pane, io non ce la faccio». Lei rispose: «Guarda che sono esausta anch’io». Lui non la guardò nemmeno, scrollò le spalle: «Ma dai, ce la fai. Tu ce la fai sempre». E tornò al telefono. Quelle parole erano sigillo: non una richiesta, una constatazione. Sentì dentro qualcosa bruciare, insieme alla vergogna. Vergogna di voler dire “no”. Di non volere, per una volta, essere comoda. Passò lo stesso al supermercato. Comprò latte, pane e anche le mele — il nipote le adora. Portò le buste, lasciò tutto sul tavolo e sentì: «Grazie mamma». Quel “grazie” era piatto, come una firma sul registro. Sorrise, come sapeva fare, e se ne andò. A casa, aprì la nota e scrisse: «Ho comprato la spesa a mio figlio». A lungo fissò quella riga, con le dita che tremavano più di rabbia che di fatica. Sentì con chiarezza che quell’elenco non era più un punto d’appoggio, ma un guinzaglio. A novembre si prenotò dal medico: la schiena era ormai un tormento e non riusciva più a stare ai fornelli a lungo. Fece tutto online, scelse sabato mattina per non dover chiedere permessi. Venerdì sera chiama la mamma: «Domani passi da me? Devo andare in farmacia e mi sento sola». Rispose: «Ho appuntamento dal dottore». Un attimo di silenzio. Poi la mamma: «Va bene. Allora non ti servo». Quella frase funzionava sempre. Lei partiva con le scuse, prometteva, rimandava se stessa. Aveva già la frase in bocca: «Vengo dopo il medico». Ma si fermò. Non era caparbietà, ma stanchezza: vedeva, finalmente, che la sua vita pesava. Disse piano: «Mamma, arrivo dopo pranzo. Ma per me è importante andare dal medico». La mamma sospirò come se la lasciassero sotto la pioggia. «Va bene», disse, e in quel “va bene” c’erano offesa, pressione, abitudine. Di notte dormì male. Sognò di correre su e giù con cartelle, mentre le porte si chiudevano una dopo l’altra. Al mattino fece la colazione, prese le sue medicine e uscì. In ambulatorio ascoltò le chiacchiere sugli esami e sulle pensioni, ma pensava solo che, ora, stava facendo qualcosa per sé stessa, e questo la spaventava. Dopo il medico, andò dalla mamma come promesso. Comprò le medicine, salì le scale, la mamma la accolse muta, poi chiese: «Allora, sei andata?» Rispose: «Sì, sono andata». E aggiunse, senza giustificarsi: «Ne avevo bisogno». La mamma la guardò con attenzione, come se scoprisse una persona, non una funzione. Poi si voltò verso la cucina. Tornando a casa, sentì uno strano sollievo nel petto. Non gioia, ma spazio. A dicembre, verso fine anno, si accorse che aspettava il weekend non come pausa, ma come occasione. Sabato mattina il figlio scrisse ancora: «Puoi prendere il nipote un paio d’ore? Abbiamo delle commissioni». Lesse il messaggio, le dita per riflesso volevano scrivere “ok”. Seduta sul letto, col telefono caldo in mano, nella silenziosa stanza sentì che aveva pianificato diversamente. Voleva andare in centro, al museo, a vedere quella mostra che aveva rimandato tante volte. Voleva girare tra i quadri senza che nessuno le chiedesse dove sono i calzini, o cosa comprare per cena. Scrisse: «Oggi non posso. Ho già dei programmi». Inviò subito e mise giù il telefono a faccia in giù, come a schermarsi dalle reazioni. La risposta arrivò dopo un minuto: «Ok». Poi ancora: «Sei arrabbiata?» Girò il telefono, lesse e sentì il solito riflesso di doversi spiegare, giustificarsi, addolcire. Avrebbe potuto mandare un lungo messaggio: che era stanca, anche lei aveva bisogno di vivere. Ma sapeva che le spiegazioni si trasformano in trattativa, e non voleva trattare sulla propria vita. Scrisse: «No. È solo importante per me». Nient’altro. Si preparò con calma, come per andare al lavoro. Ricontrollò ferro da stiro, finestre, prese portafoglio, tessera, caricabatterie. Alla fermata, circondata da persone con sacchetti e buste della spesa, sentì per la prima volta di non dover salvare nessuno subito. Era strano, ma non faceva paura. Al museo camminava lenta. Guardava i volti nei ritratti, le mani, la luce nelle finestre dei quadri. Sentiva che ricominciava a fare attenzione — ma a sé, non alle richieste degli altri. Bevve un caffè nella piccola caffetteria, comprò una cartolina e la mise in borsa. La cartolina era ruvida, piacevole da toccare. Quando tornò a casa, il telefono era ancora chiuso in borsa. Prima si tolse il cappotto, lo appese, si lavò le mani, mise su il bollitore. Poi si sedette e aprì la nota «Cose Buone». Scrollò giù, alla data di oggi. A lungo fissò la riga vuota. Poi cliccò il “più” e scrisse: «Andata al museo da sola. Non ho messo da parte me stessa per una richiesta altrui». E si fermò. Le parole “da parte me stessa” le sembravano troppo forti, quasi accusatorie. Le cancellò e riscrisse: «Andata al museo da sola. Mi sono presa cura di me». Poi fece qualcosa che prima non aveva mai pensato. In alto alla nota, separò la lista in due colonne. A sinistra scrisse: «Per gli altri». A destra: «Per me». Nella colonna “Per me” per ora c’era una sola voce. Guardò quella riga e sentì qualcosa che finalmente si rimetteva in asse, come la schiena dopo una ginnastica riuscita. Non serviva più dimostrare a nessuno che era una brava persona. Doveva solo ricordare che lei esisteva. Il telefono vibrò ancora. Lei non ebbe fretta. Versò il tè, ne bevve un sorso, solo dopo guardò. La mamma aveva scritto semplicemente: «Come stai?» Rispose: «Tutto bene. Domani passo, ti porto il pane». E aggiunse, prima di inviare: «Oggi ho avuto da fare». Inviò e posò il telefono vicino, a schermo in su. In casa era silenzio, ma quel silenzio non pesava. Era come uno spazio, finalmente liberato, per lei stessa.
Due colonne Ha già tolto gli stivali e messo su lacqua per il tè, quando compare una notifica sul cellulare
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025
Quando il treno è già partito
Ehi, cara, ti racconto un po di quello che sta succedendo a casa mia, così come me lo dice Alessia, la
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085
– Lo so delle tue scappatelle, – disse la moglie. Vittorio gelò. No, non tremò. Nemmeno impallidì – anche se dentro tutto si strinse in una morsa, come una ricevuta accartocciata prima di essere gettata nel cestino. Restò semplicemente immobile. Larisa era ai fornelli, mescolava qualcosa nella pentola. Una scena di casa qualunque – schiena rivolta al marito, grembiule a pois, profumo di cipolla soffritta. Un quadro familiare, accogliente. Ma la voce, la voce era quella di una giornalista del telegiornale. Vittorio pensò addirittura: forse ho capito male? Forse ha detto qualcosa sui cetrioli – magari sa dove ne vendono di buoni? O forse parlava del vicino del terzo piano che vende la macchina? Macché. – Di tutte le tue scappatelle, – ripeté Larisa, senza voltarsi. Fu allora che sentì il gelo vero. Perché nel suo tono non c’era isteria, né risentimento. Manca quello che aveva sempre temuto: lacrime, rimproveri, piatti rotti. Solo una constatazione. Come se gli avesse detto che il latte è finito. Cinquantadue anni aveva vissuto Vittorio. Ventotto con lei, questa donna. La conosceva come le sue tasche: dov’è la voglia sulla spalla sinistra, come arriccia il naso assaggiando la minestra, come sospira la mattina. Ma quel tono, da lei, mai sentito. – Lari, – provò a dire, ma la voce gli morì in gola. Tossicchiò. Provò di nuovo. – Larisa, di che parli? Si voltò. Lo guardò – a lungo, con calma, come se lo vedesse per la prima volta. O meglio, come si guarda una vecchia foto sbiadita. – Di Marina, tanto per dire, – disse. – Quella della tua contabilità. 2018, se non sbaglio. Vittorio ebbe l’impressione che il pavimento gli sparisse sotto i piedi. No, non è un modo di dire – sparito davvero, rimasto sospeso. Oddio. Marina?! A malapena la ricordava. Una cosa da nulla – forse una sera aziendale? Corta, niente di importante. Si era anche promesso: mai più. – E di Svetlana, – continuò Larisa imperturbabile. – Quella che hai conosciuto in palestra. Era due anni fa. Bocca aperta. Poi chiusa. E lei come lo sapeva di Svetlana?! Larisa spense il fuoco. Si tolse il grembiule – con calma, lo piegò, si sedette a tavola. – Vuoi sapere come ho scoperto tutto? – chiese. – O ti interessa di più sapere perché sono stata zitta? Vittorio taceva. Non per mancanza di volontà – proprio non ci riusciva. – La prima volta, – iniziò Larisa, – ho notato già dieci anni fa. Cominciavi a fare tardi al lavoro. Soprattutto il venerdì. Rientravi allegro, con gli occhi che brillavano. Odore di profumo addosso. Sorrise amaramente. – Ho pensato: magari mi sbaglio? Forse in ufficio qualcuno ha cambiato profumo? Mi sono convinta per un mese. Poi ho trovato uno scontrino di ristorante nella tasca della tua giacca. Cena per due. Vino. Dolce. Noi lì non ci siamo mai andati. Vittorio avrebbe voluto dire qualcosa – giustificarsi, mentire, come sempre. Ma le parole si incastrarono mentre cercavano la via dalla pancia alla gola. – Sai che ho fatto? – Larisa lo guardò negli occhi. – Ho pianto in bagno. Poi mi sono lavata la faccia. Ho preparato la cena. Ti ho accolto con un sorriso. A nostra figlia non ho detto nulla – aveva quindici anni. Esami. Prima cotta. Perché farle sapere che il papà… Si zittì. Passò la mano sul tavolo – come a togliere polvere invisibile. – Pensavo: passerà. È una crisi, sono uomini, sciocchezze. Tornerà – l’importante è la famiglia. – Lari, – sussurrò Vittorio. – Lasciami finire. Tacque. – Poi è venuta la seconda. La terza. Ho smesso di contare. Il tuo telefono – mai bloccato. Pensavi che non guardassi? Ho letto le chat. Quegli stupidi sms: “Mi manchi, tesoro”, “Sei il migliore”. Le foto – abbracciato a loro, sorridente. La sua voce tremò per la prima volta. Ma si ricompose. Respirò a fondo. – Ogni volta mi chiedevo: che senso ha tutto questo? Perché vivere con chi non mi ama? – Ti amo! – scoppiò Vittorio. – Larisa, io… – No, – rispose ferma. – Non mi ami. Ami la comodità. La casa pulita. La cena pronta. Le camicie stirate. Una donna che non domanda. Si alzò. Andò alla finestra. Restò a fissare il buio. – Sai quando ho deciso? – chiese senza voltarsi. – Un mese fa. Nostra figlia venne in visita per il weekend. Stavamo in cucina a bere il tè. Mi fa: “Mamma, sei strana… silenziosa, come se non fossi te stessa”. E ho pensato: ha ragione. Da dieci anni non vivo per me. Vittorio guardava la sua schiena – tesa, dritta – e capì improvvisamente: la stava perdendo. Non “potrebbe perdersi”. La perdeva. In quel momento. – Non voglio il divorzio, – sussurrò. – Larisa, ti prego. – Invece io sì, – rispose. – Ho già depositato i documenti. Fra un mese l’udienza. – Ma perché?! – urlò Vittorio. – Perché adesso?! Larisa si voltò. Lo fissò. Sorrise. Triste. – Perché ho capito che tu non mi hai mai veramente tradita, Vittorio. Perché si tradisce solo qualcuno che conta. Io, per te, c’ero e basta. Come l’aria. E questa era la verità. Vittorio restò seduto sul divano – curvo, invecchiato di colpo di dieci anni. Larisa stava sulla soglia dell’ingresso. Tra loro – ventotto anni di matrimonio, una figlia, la casa in cui ogni angolo parlava di loro. E un abisso. Immenso, incolmabile. – Lo capisci, – sussurrò lui, – che senza di te sono perso. – Non lo sei, sopravviverai, – lo interruppe. – In qualche modo. – No! – Si alzò di scatto, le andò incontro. – Larisa, ti giuro che cambio! Mai più nessuna… – Vittorio, – sollevò la mano per fermarlo. – Il problema non sono loro. Per niente. – E allora qual è? Taceva. Cercava le parole – quelle che avrebbe voluto pronunciare anni fa, ma non aveva mai avuto il coraggio. O pensava di non meritare di essere ascoltata. – Sai come mi sentivo? Ogni volta che tornavi dalle tue Marian e Svetlane – ero lì, nel letto accanto a te, e mi sentivo il nulla. Non ti sforzavi nemmeno di nasconderti! Telefono in vista. Camicie in lavatrice con il rossetto sul colletto. Eri sicuro che fossi stupida. Cieca. Vittorio sussultò come se l’avessero colpito. – Non volevo… – Non volevi? – Gli si parò davanti. Gli occhi brillavano – non di lacrime. Di rabbia. Rabbia antica, sedimentata. – Non ti passavo nemmeno per la testa. Cosa pensavi quando baciavi un’altra? “Tanto la moglie non lo saprà”? O “Che importa”? Lui tacque. Perché la verità faceva paura. Non pensava affatto a lei. Mai. Larisa era una certezza. Non se ne sarebbe andata, pensava. Sarebbe rimasta. Sempre. – Tornavi a casa dopo le tue scappatelle – e tutto normale. Perché nel tuo mondo niente cambiava. Moglie al suo posto. Famiglia intera. Tutto regolare. Si voltò. – Io invece, in quel mondo, non c’ero. Proprio. Vittorio fece un passo. Cercò di abbracciarla, di trattenerla. Larisa si scostò. – Basta, – disse stanca. – Tardi. La afferrò per le mani. – Larisa, ti prego! Dammi una possibilità! Cambio, giuro! Lei guardò le mani intrecciate. Il suo viso – contratto, impaurito. E capì: ha paura davvero. Ma non di perdere lei. Ha paura di restare solo. – Sai, – disse piano, liberando le mani, – anch’io avevo paura. Di restare sola. Senza te, senza famiglia. Ma vuoi sapere che ho capito? Prese la borsa dal tavolo, le chiavi. – Sono già sola. Da tanto. Insieme a te – ma sola. E uscì. Passarono tre settimane. Vittorio era in quell’appartamento vuoto – Larisa era andata dalla figlia subito dopo la conversazione – e scorreva la rubrica. Marina della contabilità. Svetlana della palestra. Altri nomi, gente che aveva contato qualcosa. Chiamò Svetlana. Schiacciò. Scrisse a Marina – letto, nessuna risposta. Gli altri neanche lessero. Che strano: quando aveva una famiglia erano tutte pronte a vederlo. Ora che è “libero”… Non interessa a nessuno. Restò lì, su quel divano, in quell’appartamento improvvisamente enorme e sconosciuto, e per la prima volta in cinquantadue anni si sentì davvero solo. Riprese il telefono. Cercò “Larisa”. Fissò lo schermo. Le dita tremavano. Scrisse un messaggio. Cancellò. Ne scrisse un altro. Cancellò. Alla fine scrisse solo: “Possiamo vederci?” La risposta arrivò dopo un’ora: “Perché?” Vittorio pensò. Che dire? “Scusa”? Tardi. “Torna”? Stupido. “Sono cambiato”? Bugiardo. Scrisse la verità: “Voglio ricominciare. Possiamo provarci?” I tre puntini lampeggiarono. Sparirono. Ricomparvero. Poi arrivò la risposta: “Vieni sabato. Da nostra figlia. Alle due. Parliamo”. Vittorio tirò il fiato. Non sapeva come sarebbe andata. Se lei lo avrebbe perdonato. Se sarebbe tornata. Se meritava un’altra possibilità. Guardò la fede al dito. E per la prima volta dopo tanti anni si sentì davvero pronto a ricominciare. Se lei glielo avrebbe concesso. Larisa avrebbe dovuto chiudere un occhio sulle scappatelle del marito? Forse era meglio gridare e mettere subito in chiaro le cose la prima volta? Voi che ne pensate?
10 giugno So che cosa hai combinato,” mi ha detto mia moglie. Mi sono sentito gelare il sangue
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014
La dolcezza amara della felicità – La storia di Denis, eterno indeciso tra le donne, della mamma che sogna il suo matrimonio, e di un amore all’improvviso: L’incontro casuale con Larisa, i figli, una figlia speciale e una famiglia fuori dagli schemi
FELICITÀ AMARA Ma che cosa ti ha fatto di male quella ragazza? È proprio una brava ragazza.
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045
Due colonne Aveva già tolto gli stivali e messo su il bollitore, quando nel gruppo WhatsApp è arrivato il messaggio della caporeparto: «Riesci domani a sostituire Silvia? Ha la febbre e non abbiamo nessuno per coprire il turno». Aveva le mani ancora bagnate dal lavello, lo schermo si era subito impiastricciato. Si asciugò le mani sul canovaccio e guardò il calendario sul telefono. Il giorno dopo era l’unica serata in cui aveva deciso di andare a letto presto e non rispondere a nessuno — la mattina dopo doveva consegnare il resoconto, e la testa le pulsava. Digitò: «Non posso, ho…» — e si fermò. Dentro si sollevò quella sensazione familiare, come un senso di nausea: se rifiuti, hai deluso. Vuol dire che non sei fatta così. Cancellò e scrisse breve: «Ok, ci vado». Inviò. Il bollitore iniziò a borbottare. Si versò il tè nella tazza, si sedette sullo sgabello accanto alla finestra e aprì la nota che chiamava semplicemente «Cose Buone». Già c’era la data e il punto: «Ho coperto il turno di Silvia». Mise un punto e aggiunse alla fine un piccolo più, come se quello pareggiasse qualcosa. Quella nota era con lei da quasi un anno. Aveva iniziato a gennaio, dopo le feste, quando la casa sembrava più vuota del solito e le serviva una prova che i giorni non sfumavano via senza lasciare traccia. Allora aveva scritto: «Ho accompagnato la signora Rosa dal medico». La signora Rosa del quinto piano camminava lentamente, con la busta delle analisi, e l’autobus le faceva paura. Aveva suonato al citofono chiedendo: «Hai la macchina, vero? Mi porti? Così faccio in tempo». L’aveva portata, aveva aspettato in macchina che facesse il prelievo e l’aveva riportata casa. Durante il ritorno si era scoperta irritata. Stava facendo tardi al lavoro e nella testa già rimbombavano le lamentele altrui su code e dottori. Quell’irritazione era imbarazzante, l’aveva ingoiata e scacciata con un caffè all’autogrill. Nella nota, poi, aveva scritto tutto ordinato, come se fosse stato un gesto puro, senza impurità. A febbraio il figlio fu via per lavoro, e le portò il nipote per il weekend. «Tanto sei a casa, per te non è fatica», aveva detto senza chiedere, solo informandola. Il nipote era bravo, ma rumoroso, sempre con «guarda», «andiamo», «giochiamo». Lo amava, ma la sera le tremavano le mani dalla stanchezza e nella testa aveva un ronzio come dopo certi concerti. Lo mise a letto, lavò i piatti, raccolse i giochi nella scatola che lui vedeva l’ora di svuotare la mattina dopo. La domenica, quando arrivò il figlio, lei disse solo: «Sono stanca». Lui sorrise, come se fosse una battuta: «Ma dai, sei nonna». Le diede un bacio sulla guancia. Nella nota aggiunse: «Ho tenuto il nipote due giorni». Accanto mise un cuoricino, per non sentire che era “per dovere”. A marzo la cugina la chiamò per chiederle soldi fino allo stipendio. «Per cure, tu mi capisci», disse al telefono. Lei capiva. Fece il bonifico e non chiese quando li avrebbe restituiti. Poi rimase in cucina a far due conti su come arrivare a metà mese, decidendo di rinunciare al cappotto che desiderava da anni. Non era un lusso — quello vecchio aveva già le maniche lucide. Nella nota scrisse: «Ho aiutato la cugina». Non aggiunse: «Ho rimandato il mio». Le sembrava una sciocchezza, non degna di esser segnata. Ad aprile, una ragazza giovane al lavoro, con gli occhi rossi, si era rinchiusa in bagno e non riusciva ad uscire. Piangeva piano, diceva che l’avevano lasciata, nessuno la voleva. Lei bussò: «Apri, ci sono io». Poi rimasero sulle scale, ancora odoranti di vernice fresca, e ascoltò la ragazza ripetere sempre le stesse cose. L’ascoltò fino a notte, perdendo l’allenamento che il medico le aveva prescritto per la schiena. Arrivata a casa, si stese sul divano e sentì il dolore acuto nella schiena. Avrebbe voluto arrabbiarsi con la ragazza, ma la rabbia era rivolta a sé stessa: perché non so dire «devo andare a casa»? Nella nota scrisse: «Ho ascoltato e consolato Caterina». Mise il nome, che scaldava di più. Di nuovo, non aggiunse: «Ho saltato il mio». A giugno portò una collega con le borse fino alla casa in campagna, perché la macchina della collega era rotta. La collega era sempre al cellulare con il marito, litigando, senza neanche chiedere se per lei fosse un problema. Lei stette zitta, si concentrò sulla strada. Arrivati, la collega scaricò tutto in fretta: «Grazie, tanto eri già di strada». Ma non era vero. Lei guidò nel traffico e arrivò a casa tardi, senza fare in tempo a salutare la mamma, che poi si offese. Nella nota scrisse: «Ho portato Tania in campagna». La frase «di strada» le dava fastidio; rimase a lungo a fissare lo schermo spento. Ad agosto, nel cuore della notte, chiamò la mamma. Voce flebile e ansiosa: «Sto male, la pressione, ho paura». Si vestì in fretta, prese un taxi e attraversò la città deserta. In casa della mamma c’era caldo, il misuratore di pressione e le pastiglie sul tavolo. Misurò, diede le medicine, rimase accanto finché la mamma non si addormentò. La mattina andò diretta al lavoro, senza nemmeno rientrare a casa. In metro le si chiudevano gli occhi, temeva di mancare la fermata. Nel suo elenco scrisse: «Di notte sono stata dalla mamma». Mise un punto esclamativo che poi cancellò — troppo forte. Verso l’autunno la lista divenne lunghissima, come uno scontrino senza fine. Più cresceva, più lei sentiva uno strano disagio: non viveva, ma faceva un consuntivo. Come se l’amore per lei si dovesse dimostrare con delle ricevute, da conservare in caso qualcuno le chiedesse: «Ma tu cosa fai, davvero, per gli altri?» Provò a ricordare l’ultima voce su di sé. Non “per sé”, ma “in favore di sé”. L’elenco era tutto sugli altri, i loro dolori, le loro richieste, le loro agende. I desideri suoi parevano capricci da nascondere. A ottobre successe una scena, non eclatante ma che le lasciò un segno. Andò da suo figlio per portargli dei documenti stampati che aveva chiesto. Stava in corridoio con la cartellina in mano, il figlio cercava le chiavi parlando al telefono. Il nipote girava urlando che voleva i cartoni. Il figlio coprì il microfono con la mano: «Mamma, già che sei qui, puoi passare al supermercato? Ci servono latte e pane, io non ce la faccio». Lei rispose: «Guarda che sono esausta anch’io». Lui non la guardò nemmeno, scrollò le spalle: «Ma dai, ce la fai. Tu ce la fai sempre». E tornò al telefono. Quelle parole erano sigillo: non una richiesta, una constatazione. Sentì dentro qualcosa bruciare, insieme alla vergogna. Vergogna di voler dire “no”. Di non volere, per una volta, essere comoda. Passò lo stesso al supermercato. Comprò latte, pane e anche le mele — il nipote le adora. Portò le buste, lasciò tutto sul tavolo e sentì: «Grazie mamma». Quel “grazie” era piatto, come una firma sul registro. Sorrise, come sapeva fare, e se ne andò. A casa, aprì la nota e scrisse: «Ho comprato la spesa a mio figlio». A lungo fissò quella riga, con le dita che tremavano più di rabbia che di fatica. Sentì con chiarezza che quell’elenco non era più un punto d’appoggio, ma un guinzaglio. A novembre si prenotò dal medico: la schiena era ormai un tormento e non riusciva più a stare ai fornelli a lungo. Fece tutto online, scelse sabato mattina per non dover chiedere permessi. Venerdì sera chiama la mamma: «Domani passi da me? Devo andare in farmacia e mi sento sola». Rispose: «Ho appuntamento dal dottore». Un attimo di silenzio. Poi la mamma: «Va bene. Allora non ti servo». Quella frase funzionava sempre. Lei partiva con le scuse, prometteva, rimandava se stessa. Aveva già la frase in bocca: «Vengo dopo il medico». Ma si fermò. Non era caparbietà, ma stanchezza: vedeva, finalmente, che la sua vita pesava. Disse piano: «Mamma, arrivo dopo pranzo. Ma per me è importante andare dal medico». La mamma sospirò come se la lasciassero sotto la pioggia. «Va bene», disse, e in quel “va bene” c’erano offesa, pressione, abitudine. Di notte dormì male. Sognò di correre su e giù con cartelle, mentre le porte si chiudevano una dopo l’altra. Al mattino fece la colazione, prese le sue medicine e uscì. In ambulatorio ascoltò le chiacchiere sugli esami e sulle pensioni, ma pensava solo che, ora, stava facendo qualcosa per sé stessa, e questo la spaventava. Dopo il medico, andò dalla mamma come promesso. Comprò le medicine, salì le scale, la mamma la accolse muta, poi chiese: «Allora, sei andata?» Rispose: «Sì, sono andata». E aggiunse, senza giustificarsi: «Ne avevo bisogno». La mamma la guardò con attenzione, come se scoprisse una persona, non una funzione. Poi si voltò verso la cucina. Tornando a casa, sentì uno strano sollievo nel petto. Non gioia, ma spazio. A dicembre, verso fine anno, si accorse che aspettava il weekend non come pausa, ma come occasione. Sabato mattina il figlio scrisse ancora: «Puoi prendere il nipote un paio d’ore? Abbiamo delle commissioni». Lesse il messaggio, le dita per riflesso volevano scrivere “ok”. Seduta sul letto, col telefono caldo in mano, nella silenziosa stanza sentì che aveva pianificato diversamente. Voleva andare in centro, al museo, a vedere quella mostra che aveva rimandato tante volte. Voleva girare tra i quadri senza che nessuno le chiedesse dove sono i calzini, o cosa comprare per cena. Scrisse: «Oggi non posso. Ho già dei programmi». Inviò subito e mise giù il telefono a faccia in giù, come a schermarsi dalle reazioni. La risposta arrivò dopo un minuto: «Ok». Poi ancora: «Sei arrabbiata?» Girò il telefono, lesse e sentì il solito riflesso di doversi spiegare, giustificarsi, addolcire. Avrebbe potuto mandare un lungo messaggio: che era stanca, anche lei aveva bisogno di vivere. Ma sapeva che le spiegazioni si trasformano in trattativa, e non voleva trattare sulla propria vita. Scrisse: «No. È solo importante per me». Nient’altro. Si preparò con calma, come per andare al lavoro. Ricontrollò ferro da stiro, finestre, prese portafoglio, tessera, caricabatterie. Alla fermata, circondata da persone con sacchetti e buste della spesa, sentì per la prima volta di non dover salvare nessuno subito. Era strano, ma non faceva paura. Al museo camminava lenta. Guardava i volti nei ritratti, le mani, la luce nelle finestre dei quadri. Sentiva che ricominciava a fare attenzione — ma a sé, non alle richieste degli altri. Bevve un caffè nella piccola caffetteria, comprò una cartolina e la mise in borsa. La cartolina era ruvida, piacevole da toccare. Quando tornò a casa, il telefono era ancora chiuso in borsa. Prima si tolse il cappotto, lo appese, si lavò le mani, mise su il bollitore. Poi si sedette e aprì la nota «Cose Buone». Scrollò giù, alla data di oggi. A lungo fissò la riga vuota. Poi cliccò il “più” e scrisse: «Andata al museo da sola. Non ho messo da parte me stessa per una richiesta altrui». E si fermò. Le parole “da parte me stessa” le sembravano troppo forti, quasi accusatorie. Le cancellò e riscrisse: «Andata al museo da sola. Mi sono presa cura di me». Poi fece qualcosa che prima non aveva mai pensato. In alto alla nota, separò la lista in due colonne. A sinistra scrisse: «Per gli altri». A destra: «Per me». Nella colonna “Per me” per ora c’era una sola voce. Guardò quella riga e sentì qualcosa che finalmente si rimetteva in asse, come la schiena dopo una ginnastica riuscita. Non serviva più dimostrare a nessuno che era una brava persona. Doveva solo ricordare che lei esisteva. Il telefono vibrò ancora. Lei non ebbe fretta. Versò il tè, ne bevve un sorso, solo dopo guardò. La mamma aveva scritto semplicemente: «Come stai?» Rispose: «Tutto bene. Domani passo, ti porto il pane». E aggiunse, prima di inviare: «Oggi ho avuto da fare». Inviò e posò il telefono vicino, a schermo in su. In casa era silenzio, ma quel silenzio non pesava. Era come uno spazio, finalmente liberato, per lei stessa.
Due colonne Ha già tolto gli stivali e messo su lacqua per il tè, quando compare una notifica sul cellulare
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0241
Prenditi cura della nonna, non ti costerà nulla!
Ginevra, non è difficile, vero? iniziò Valentina, sbottando. Mia madre non è più quella di un tempo.
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020
MOGLIE LEGITTIMA – “E come fai a vivere tutti questi anni con la stessa moglie? Qual è il segreto?” – domandava sempre mio fratello quando veniva a trovarci. “Amore e tanta, tanta pazienza. Tutto qui”, rispondevo ogni volta. “Questa ricetta non fa per me. Amo tutte le donne. Ognuna è un mistero. Vivere con un libro già letto? No, grazie”, sorrideva lui. Mio fratello minore, Pietro, si sposò a diciotto anni con Asia, una ragazza dolce innamorata di lui, più grande di dieci anni. Per Pietro fu solo un gioco. Asia si sistemò nella casa dei suoceri, diede alla luce il figlioletto Michele, e accarezzava una piccola collezione di statuette di porcellana, il suo tesoro. Tutta la famiglia sapeva quanto ci tenesse. Allora anch’io cercavo la mia metà, desideroso di trovare l’unica donna della mia vita, sogno che realizzai: sono sposato da oltre cinquant’anni. Pietro con Asia visse dieci anni. Lei lo amava, ma Pietro cercava altro. Un giorno, rientrato ubriaco, fu rude e, dopo una lite, distrusse tutte le statuette: ne rimase solo una. Da quel momento Asia divenne distante. Pietro beveva, frequentava cattive compagnie, e Asia finì per lasciarlo e tornare nella sua città, portando con sé il figlio e lasciando la statuetta superstite come ricordo. Pietro si buttò in una vita sregolata, si sposò e divorziò più volte, beveva anche se sul lavoro era stimato e autore di un libro di economia. Consumò tutto con l’alcol. Quando si ammalò gravemente, rimanemmo solo noi fratelli ad assisterlo. “Samuele, prendi la valigia sotto il letto.” Dentro c’era una nuova collezione di statuette, raccolte per Asia. “Dallele tu, e anche i soldi che ho messo da parte. Chiedile il mio perdono,” mi sussurrò. Dopo il funerale, consegnai la valigia ad Asia, che con i soldi poté curare suo figlio all’estero e trasferirsi in Canada presso la sorella. Mi scrisse solo una volta: “Samuele, grazie a te e a Pietro. Sarò sempre riconoscente di averlo avuto nella mia vita. Abbiamo venduto le statuette a un vero intenditore. Ora mio figlio sta meglio, qui in Canada. Non mi restava che la speranza che Pietro mi chiamasse… ma mi consola sapere che, per lui, sono stata la sua vera moglie.”
MOGLIE DI CASA E come fai a vivere da tanti anni con la stessa moglie? Qual è il segreto? mio fratello