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Papà, ti presento la donna che sarà mia moglie e tua nuora.
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Quando lo Sconosciuto Diventa Famiglia: La Storia di una Donna che Ha Ridato Identità a un Uomo senza Nome
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La casa di nessuno Sergio si svegliò senza sveglia, come sempre, alle sei e mezza. In casa regnava il silenzio, solo il frigorifero brontolava piano in cucina. Rimase ancora un attimo disteso, ascoltando quel ronzio familiare, poi allungò la mano verso il davanzale a cercare gli occhiali. Fuori l’alba era grigia, poche auto sfrecciavano sul selciato bagnato. Fino a qualche anno prima, a quest’ora, si preparava per andare a lavorare. Si alzava, andava in bagno, sentiva il vicino accendere la radio oltre il muro. Ora il vicino continuava ad accender la radio, e lui invece rimaneva lì a chiedersi cosa avrebbe fatto della giornata. Ufficialmente era in pensione da tre anni, ma per abitudine continuava a vivere seguendo un orario preciso. Si alzò, indossò i pantaloni della tuta, andò in cucina. Mise su il bollitore, prese un pezzo di pane dal portapane. Mentre l’acqua scaldava, si avvicinò alla finestra. Settimo piano, condominio anni ‘70, cortile con i giochi per bambini. Sotto la finestra c’era la sua vecchia Panda, coperta da un velo di polvere. Pensò che doveva proprio passare dal box, vedere se il tetto non avesse infiltrazioni. Il box era in un autorimessa, tre fermate di autobus più in là. Una volta là ci passava metà dei weekend, armeggiando con la macchina, cambiando l’olio, chiacchierando di calcio e benzina coi vicini. Poi tutto era diventato più comodo: officina, gomme, negozio online. Ma il box non aveva mai voluto lasciarlo. Ci teneva attrezzi, gomme vecchie, scatole di cavi e assi di legno, “roba da sistemare”, come diceva lui. E la casa in campagna. Un casolare nel consorzio “I Girasoli”, fuori dalla città. Legno vecchio, veranda stretta, due stanze e una minuscola cucina. Chiudeva gli occhi e vedeva le tavole del pavimento, le crepe, sentiva la pioggia picchiare sul tetto. La casa era arrivata a lui e sua moglie dai genitori di lei. Più di vent’anni fa, quasi ogni weekend ci andavano insieme ai figli. Sistemavano l’orto, friggevano patate, mettevano la radio sullo sgabello. Sua moglie non c’era più da quattro anni. I figli erano cresciuti, sistemati, nelle loro case, con le proprie famiglie. Casa in città, box, casa in campagna: tutto era rimasto, come una bussola familiare. E lui sentiva che finché quei luoghi resistevano, anche la sua vita aveva ancora traiettoria. Il bollitore fischiò. Sergio preparò il tè e si sedette a tavola. Sulla sedia di fronte c’era ancora il maglione piegato dal giorno prima. Mangiò il pane guardando l’indumento e pensò alla conversazione della sera precedente. Ieri erano passati i figli: il figlio con la moglie e il nipotino, la figlia col marito. Hanno bevuto il tè, chiacchierato sulle vacanze, poi come spesso succede ultimamente si è parlato di soldi. Il figlio si lamentava del mutuo; la figlia dei costi dell’asilo e delle attività per i bambini. Li ascoltava e annuiva. Ricordava quando i soldi erano contati anche per lui, ma allora non aveva né casa in campagna né box, solo una stanza in affitto e tante speranze. Poi, un po’ esitante, il figlio aveva detto: — Papà, con Anna ci stavamo pensando… Ne parlavamo anche con Caterina. Non sarebbe il caso che tu vendessi qualcosa? La casa fuori, magari. O il box. Tanto ci vai raramente. Sergio rise, cambiò argomento. Ma quella notte non dormì. In testa girava sempre quella frase: “Tanto ci vai raramente”. Finito il pane e il tè, mise via la tazza. Erano le otto. Decise: oggi sarebbe andato in campagna. Dopo l’inverno doveva pur vedere com’era la situazione. E magari, pensò, dimostrare qualcosa prima di tutto a sé stesso. Si vestì caldo, prese i mazzi di chiavi di box e casa di campagna. In corridoio si guardò allo specchio nella vecchia cornice: tempie grigie, occhi un po’ stanchi ma ancora vivi. Non ancora un vecchio. Raddrizzò il colletto e uscì. Al box fece sosta per raccogliere qualche attrezzo. La serratura cigolò, la porta si spalancò con il solito scatto. Odore di polvere, benzina, stracci. Scaffali pieni di barattoli colmi di bulloni, scatole di cavi, una cassetta con scritto “Radio Italia ’95” a pennarello. Le ragnatele tremolavano sul soffitto. Sguardo sugli scaffali: il cric che aveva comprato per la sua prima auto, le tavole che voleva usare, anni fa, per fare una panca in giardino. Mai fatta, ma le tavole aspettavano. Prese la cassetta degli attrezzi, alcune taniche vuote, chiuse il box e partì. Fuori città, dopo un’ora di strada fra campi e neve ormai sciolta, il consorzio di villette era ancora deserto. Troppo presto per la stagione. La solita custode incappottata gli fece un cenno col capo. Il casolare lo accolse con la stessa immobilità delle mezze stagioni: steccato di legno, cancello un po’ storto. Infilò la chiave, percorse il vialetto stretto fino alla veranda; sotto le suole foglie rinsecchite. Dentro odorava di chiuso e legno. Sergio spalancò le finestre, scrollò la vecchia coperta, mise tutto in ordine. In cucina, la vecchia casseruola smaltata in cui bollivano la composta. Appesi all’ingresso i mazzi di chiavi, una con l’etichetta “capanno”, dove teneva gli attrezzi da giardinaggio. Girava per le stanze, carezzava i muri, le maniglie. Nella stanza dei figli, il letto a castello: sul piano alto un orso di pezza, un’orecchia rattoppata col nastro isolante, memoria di un pianto lontano. Uscì fuori: la neve sparita lasciava aiuole nere, umide. All’angolo, il barbecue arrugginito. Ricordò le grigliate, il tè seduti in veranda con la moglie, le risate degli altri nel vento. Sergio sospirò e si mise al lavoro: pulì il vialetto, sistemò la tavola traballante, controllò il tetto del capanno. Dal capanno prese una sedia di plastica, la mise al sole e ci si sedette. Il sole si fece più caldo. Guardò il telefono: chiamata del figlio la sera prima, messaggio della figlia “dobbiamo parlarne con calma, papà, ragioniamo con buonsenso, ti vogliamo bene”. Buonsenso: ormai la parola più ricorrente in famiglia. Buonsenso, cioè non lasciare soldi “a marcire” in una proprietà. Buonsenso, cioè non chiedere sforzi fisici eccessivi a un pensionato. Buonsenso, cioè aiutare i giovani, finché uno c’è. Li capiva, davvero. Ma adesso che era lì, seduto in quel cortile col vento e il cane che abbaiava in lontananza, tutto quel “buonsenso” gli sembrava lontano. Lì, non c’era da fare i conti. Fece il giro del giardino, chiuse la casa, rimise il grosso lucchetto. Tornò in città. A casa, nel pomeriggio, trovò un biglietto sul tavolo: “Papà, passiamo stasera a parlare. S.” Capì: la vera discussione sarebbe stata quella sera. Vennero in tre: figlio, nuora, figlia. Il nipote dalla suocera. In cucina sederono attorno al tavolo. Tè, biscotti, caramelle che rimasero intatti. Qualche frase di circostanza, poi la figlia prese coraggio: — Papà, parliamo seriamente. Non vogliamo metterti pressione, ma dobbiamo decidere insieme. Sergio sentì uno strappo, ma annuì: — Ditemi pure. Il figlio cominciò: — Hai questa casa, la casa in campagna e il box. La casa in città è sacra, non ne parliamo. Ma la casa fuori… ti pesa. Orto, tetto, staccionata. Ogni anno ci spendi soldi. — Oggi ci sono stato, — disse Sergio piano. — Va tutto bene. — Oggi sì, — intervenne la nuora, — ma in cinque o dieci anni? Non sei eterno. Scusami, ma bisogna pensarci. Sergio non rispose. Quelle parole sulla non eternità erano vere ma dure. La figlia cercò di addolcire: — Papà, non diciamo di disfarcene domani. Possiamo vendere la casa in campagna e il box, dividere i soldi. Una parte resta a te, il resto a noi. Chiudiamo l’ipoteca, tu ci hai sempre detto che vuoi aiutare. E lui sì, lo aveva detto. Quando la pensione era fresca e ci arrotondava con qualche lavoro. Credeva che avrebbe potuto aiutare ancora a lungo. — Io aiuto già, — disse. — Tengo mio nipote, faccio la spesa. Il figlio sorrise nervoso: — Papà, non è la stessa cosa. Adesso serve una somma, vera. Lo vedi anche tu le rate. Non vogliamo tutto, ci basta la parte “ferma”. La parola “immobile” suonava estranea in quella cucina. Sergio sentì un muro di cifre e tabelle tra loro. Bevve un sorso di tè già freddo. — Per voi sono beni, — disse. — Per me sono pezzi di vita. Il box l’ho tirato su io e mio padre, con le mani. La casa in campagna… là siete cresciuti. La figlia abbassò lo sguardo. Il figlio, dopo una pausa, si fece più dolce: — Lo sappiamo, davvero. Ma ci vai poco. Sta lì. Da solo non la reggi. — Oggi ci sono stato, — ripeté Sergio. — Va tutto bene. — Oggi — disse il figlio — e la volta prima? In autunno? Sii realista, papà. Il silenzio fu lungo. In lontananza l’orologio ticchettava. Sentì che parlavano di lui come di un progetto: ottimizzare, ridurre, gestire l’eredità. — Va bene, — chiese. — E cosa proponete? Il figlio si animò. Avevano evidentemente pianificato tutto. — Abbiamo già trovato un’agenzia. Puoi ricavare una cifra interessante dalla casa e dal box. Facciamo noi tutto: visite, pratiche. Tu dovrai solo firmare una delega. — E la casa di qui? — chiese Sergio. — Quella resta tua, — rispose subito la figlia. — Quella è casa tua. Annui. “Casa”— che parola. Era solo l’appartamento? O anche la casa fuori e il box, dove aveva vissuto le sue giornate migliori? Si alzò, andò alla finestra. I lampioni accesi, stesso cortile di vent’anni prima, solo le auto e i bambini cambiati. — E se non volessi vendere? — chiese senza voltarsi. Silenzio. La figlia disse piano: — Papà, decidi tu, ovvio. Ma… noi ci preoccupiamo, ti vediamo stanco. — È vero, — annuì Sergio. — Ma sono ancora in grado di decidere dove andare e cosa fare. Il figlio sospirò: — Non vogliamo litigare. Ma, vista da fuori, sembra che tu ti aggrappi a queste cose. Per noi è dura — coi soldi, con la testa. Se capitasse qualcosa, chi sistemerebbe tutto? Sergio sentì il senso di colpa: anche lui aveva pensato a quando non ci sarebbe più stato, e i figli alle prese con pratiche e divisioni. Tornò al tavolo. — E se… se la casa la intestassi a voi, ma io potessi andarci finché sto bene? La figlia e il figlio si guardarono. La nuora si fece seria. — Papà, così la questione resta aperta. Noi non possiamo andarci spesso come vuoi tu. Abbiamo i nostri problemi. — Non pretendo che ci andiate, — rispose. — Finché posso, faccio io. Poi… farete voi. Un compromesso: per sé il diritto di tornarci, per loro la sicurezza che è già tutto a posto. La figlia rifletté. — Può essere, — disse. — Ma noi, onestamente, lì non ci vivremo mai. Stiamo pensando di trasferirci in un’altra città. Sergio trasalì. Non lo sapeva. Il figlio rimase sorpreso. — Non mi avevi detto niente, — disse. — È solo un’idea, — ribatté la sorella. — Ma la casa fuori per noi non ha futuro. Colse quella parola: “futuro”. Per i figli il futuro era altrove, per lui era tra queste mura e quel terreno. Altri venti minuti di discussioni: loro portavano cifre e progetti, lui ricordi. Loro la salute, lui la voglia di non terminare da pensionato immobile. Alla fine, esausto, il figlio sbottò: — Papà, non potrai sempre scavare aiuole. Arriverà il giorno che non ci andrai più. Che ne sarà, poi? Resterà a marcire? Sergio si arrabbiò: — Per te sono macerie? — chiese. — Là hai passato l’infanzia. — L’infanzia, — rispose il figlio. — Ma adesso ho altre priorità. Parole sospese. La figlia tentò di mediare: — Sasa’, dai… Sergio sentì che parlavano lingue diverse. Per lui quei posti erano la vita, per loro un ricordo, nulla più. Si alzò. — D’accordo — concluse. — Ci penso. Non adesso, non domani. Datemi tempo. — Papà, — la figlia, — anche noi non possiamo aspettare troppo. Abbiamo la rata tra un mese… — Capisco, — la interruppe. — Ma anche voi capite me. Non è vendere un vecchio armadio. Si salutarono. In corridoio si infilavano le scarpe a lungo. La figlia lo abbracciò: — Non ce l’abbiamo con la casa, papà. Abbiamo solo paura per te. Lui annuì, senza riuscire a parlare. Quando la porta si chiuse, la casa si riempì di silenzio. Sergio andò in cucina, contemplò le tazze e il vassoio con i biscotti avanzati. Si sentì svuotato. Rimase così per tanto tempo. Poi andò in soggiorno, prese la cartella con i documenti: il catasto, i rogiti, lo schizzo del terreno. Sfiorò con il dito i disegnini delle aiuole, come fossero veri sentieri. Il giorno dopo tornò al box. Bisognava fare qualcosa, tenersi occupato. Aprì i portoni per far entrare la luce. Sistemò gli attrezzi, buttò roba vecchia: pezzi rotti, bulloni arrugginiti, cavi che teneva “perché non si sa mai”. Il vicino di box, Carlo, passò a salutarlo. — Come mai ripulisci tanto? — Faccio ordine, — rispose Sergio. — Mi chiedo cosa serve ancora, cosa no. — Fai bene. Io l’ho venduto. Ho aiutato mio figlio a prendere la macchina. Ora non ho il box, ma lui è contento. Sergio non commentò. Carlo se ne andò, lasciandolo con i suoi pensieri. Vendere — figlio contento. Semplice come dare via un vecchio piumone. Prese in mano una chiave inglese, la passò tra le dita. Ricordò quando il figlio piccolo voleva imitare papà; allora credeva che sarebbero rimasti sempre complici di quella lingua fatta di chiodi e olio. Ora invece era diventata una lingua straniera. Quella sera, ripresi i documenti, telefonò alla figlia: — Ho deciso, — disse. — La casa fuori la intesto a voi due. Ma niente vendita, per ora. Ci andrò finché ce la faccio. Dopo, vedete voi. Sul telefono un lungo silenzio. — Davvero sei sicuro, papà? — lei. — Sì, — rispose, anche se un po’ di dubbio dentro ancora gli restava. Ma tanto, non c’erano alternative. — Ok, allora vediamoci domani e organizziamo. Rimase seduto in cucina, strano misto di stanchezza e sollievo. Aveva deciso: ora il futuro era scritto, anche se non prometteva serenità. Una settimana più tardi andarono dal notaio. La donazione fu firmata. Sergio sentì la penna tremargli in mano. Il notaio spiegava, i figli ringraziavano. — Grazie papà, ci aiuti tanto, — diceva il figlio. Annuiva, ma dentro sapeva: non era solo lui a soccorrere loro, erano anche loro a liberarlo dal pensiero di “dopo”. Ora “dopo” era su carta. Il box, però, lo tenne. Per ora. I figli gli suggerirono di venderlo, ma fu irremovibile. “Mi serve, — disse, — per non impigrirmi in poltrona”. Questo lo capirono. La vita non cambiò molto. Sempre nel suo appartamento, ogni tanto in campagna, ora come ospite. Ma le chiavi le aveva ancora e nessuno glielo impediva. La prima volta dopo le firme tornò là da solo, in un giorno di aprile sereno. In macchina pensava: adesso non è più mio. È degli altri. Ma al suono dei vecchi cardini e dei suoi passi sul vialetto, il senso di estraneità svanì. Entrò, appese la giacca, tutto era al suo posto: il letto, il tavolo, l’orso. Si sedette allo sgabello presso la finestra. La luce disegnava la polvere. Passò la mano sul legno sentendo tutte le sue irregolarità. Pensò ai figli con i loro pensieri da adulti, e a sé stesso con i suoi desideri ormai legati più alle stagioni che ai progetti. Arrivare a un’altra primavera, girare ancora con la zappa, sedere in veranda d’estate. Sapeva che — tra mesi o anni — l’avrebbero venduta. Lui non avrebbe potuto opporsi. Quando sarebbe stato troppo stanco per andarci, sarebbe finita lì. E sarebbero stati razionali. Ma ora la casa resisteva. Il tetto teneva. Nel capanno, le pale in ordine. Sull’orto, i primi germogli. Uscì. Fece il giro del perimetro; sui giardini vicini la gente tornava, qualcuno già piantava i pomodori. La vita continuava. Si rese conto che la paura che sentiva era soprattutto quella di sentirsi di troppo. Questi luoghi erano la prova che era ancora nel mondo. Poteva rimediare, aggiustare, piantare. Adesso quella prova era fragile. I fogli dal notaio dicevano il contrario, ma le abitudini erano la sua certezza. Prese il termos, si versò il tè. Un po’ amaro, ma meno della sera della discussione. Aveva fatto la sua scelta. Aveva dato ai figli un pezzo di ciò che era stato “casa”, ma aveva ottenuto ancora qualcosa: il diritto di esserci, non per contratto ma per memoria. Guardò la porta, il vecchio chiavistello, la chiave scaldata tra le dita. Un giorno sarebbe passata ai figli, forse agli acquirenti, che non avrebbero mai saputo tutto quello che racchiudeva. Pensando questo si sentì insieme triste e sereno. Le cose cambiano, le case passano di mano. Quello che conta è viversele, finché le senti tue. Finito il tè, si alzò. Andò al capanno a prendere la zappa. Andava vangata almeno un’aiuola. Per sé. Non per i futuri proprietari, non per i figli che già contavano le rate. Per sé, per sentire la terra. Affondò nella terra la zappa, spinse col piede sulla traversa. La zolla si ribaltò, nera e umida. Inspirò forte, continuò. Andava piano. La schiena doleva. Ma con ogni colpo sentiva un po’ del peso sparire. Come se scavasse tra la terra e le sue paure. Alla sera si sedette in veranda, asciugandosi il sudore. Sul prato lunghe zolle rigirate, nel cielo una striscia rosa. Di là una merla gridava. Guardò la casa, le orme sull’orto, la zappa appoggiata al muro. Pensò a domani, al prossimo anno, tra cinque anni. Non c’erano risposte. Ma, seduto lì, sentiva di essere, ancora un po’, al suo posto. Entrò in casa, spense la luce, chiuse le porte. Sulla veranda esitò, ascoltò il silenzio. Poi girò la chiave. Il ferro scattò. Mise la chiave in tasca e tornò verso la macchina lungo il vialetto, attento a non calpestare la terra appena smossa.
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