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Con le mani ancora bagnate, gemendo per il dolore alla schiena, si diresse verso la porta.
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Був ранок, і Семен міцно спав. Раптом його розбудив телефонний дзвінок. Він намацав свій мобільний телефон, дивуючись, хто б це міг дзвонити в таку годину. Роздратований і все ще напівсонний, він зміг відповісти на дзвінок. “Привіт, синку, – промовив знайомий голос, – я на вокзалі. Вирішила до тебе приїхати. Ти не міг би приїхати й забрати мене? Валізи важкі, а таксі дорого коштує…”
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Ritorno su una soglia sconosciuta
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Sono arrivata dal figlio con il pranzo fatto in casa alle sette del mattino, ma lui mi ha chiuso la porta in faccia. Sono sicura che è colpa di sua moglie.
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Ho 58 anni. Vivo da sola ma non mi sento sola.
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Jack, non contare i corvi! Da diversi giorni Jack rifiutava il cibo che gli portava Ludmila: — Ma dai, caro, sono le stesse polpette che ti comprava il signor Michele. Non verrà ancora per un po’… Non aspettarlo, — Ludmila allargava le braccia… Che scena strana… Alla lunga fermata gialla del pullman, tutti gli operai della fabbrica erano raggruppati da un lato mentre dall’altro non c’era nessuno, se non un cane fulvo e arruffato sdraiato davanti alla panchina… Jack aveva già quasi quattro anni e conosceva la vita come le sue quattro zampe. Passava le giornate alla fermata degli autobus, proprio davanti allo studentato. Dietro, la fabbrica e oltre solo la campagna. Niente di interessante – lì Jack c’era già stato, e più volte. Come fosse diventato “Jack”, nemmeno lui sapeva più. Così lo chiamavano alcune donne giovani dello studentato, che, impietosite dalla sua sorte, ogni tanto lo sfamavano. Per il resto, la gente lo evitava. Jack non ti guardava mai in modo languido né scodinzolava simpaticamente… Era un cane già adulto, ma col caratteraccio di un vecchio brontolone. Jack terrorizzava tutti con il suo cattivo umore. La gente… Cosa si può dirne di buono? Della maggior parte? Niente, davvero! Quelle due ragazze che lo nutrivano Jack concesse nella sua clemenza di non metterle “tra la maggioranza”. Jack non amava la gente, non amava i corvi e guardava con disprezzo i passeri che cinguettavano e si bagnavano nelle pozzanghere. Il tempo in cui sei cucciolo e credi che ogni essere umano voglia solo accarezzarti, finisce. Era finito anche per Jack. Anzi, secondo lui, le persone e i corvi facevano suoni altrettanto spiacevoli. Si mettevano a litigare per la fermata, a spintonarsi. E spingevano via il cane, per non averlo tra i piedi. Perché amarli? Nemmeno vale la pena chiederselo… Quanto ai corvi era un’altra storia: quei ladri si prendevano il poco cibo che le ragazze dello studentato lasciavano a Jack. Jack li scacciava, i corvi volavano via per poi tornare, pronti a tornare all’attacco senza arrendersi. Così passavano le giornate: Jack litigava coi corvi, li contava per vedere chi perdeva per primo un pezzo di coda, e poi abbaiava ai bipedi… Alla fermata gialla, insomma, non si stava neanche male. Non era certo un palazzo, ma un riparo da vento e pioggia c’era sempre, e anche l’ombra nei giorni caldi. Solo c’era sempre troppa gente… — Ma guarda come si è sdraiato, il signorino! Lascia passare, va’! — una scarpa interrompeva il sonno del cane. Jack apriva gli occhi. La scarpa tentava di scavalcarlo, ma il padrone della fermata non era d’accordo: “Vuoi fare a botte? Te la faccio vedere io!” Jack si alzava di scatto. La scarpa voleva scappare sana, ma proprio allora arrivava il bus dell’uomo. La cosa che Jack odiava di più era vedere le persone saltare felici sul bus, lasciandolo vittorioso solo su metà del campo di battaglia. Ma in effetti, la scarpa rimaneva lì, come un trofeo. Sola e senza padrone. “Ti sta bene!” pensava Jack, soddisfatto. Rosicchiava il trofeo con cura e poi trascinava la scarpa vicino al cestino dell’immondizia. — Tania, lascia stare quel cane matto! — una signora bionda strattonava l’amica più in là. — Un bestione così, nessuno lo tiene a bada, — annuiva un uomo con la sigaretta. La cicca volava vicino al cane, che ringhiava di nuovo. L’uomo, brontolando, si spostava all’altro lato della fermata… ***** Il giorno dopo Jack incontrava di nuovo il padrone della scarpa. Con lui c’era un altro uomo. — Eccolo! — il dito del “della Scarpa” indicava furioso Jack, tenendosi comunque a distanza di sicurezza. — Quel cane aggressivo! Fate qualcosa! — Cosa dovremmo fare? — l’altro uomo si stringeva nelle spalle. — Non siete mica il primo a lamentarsi, ma in questo paese non abbiamo il servizio per prendere i cani randagi. Il “della Scarpa” abbassava il dito e gesticolava come una gazza parlando a raffica. Jack ascoltava a orecchie dritte. Alla fine anche il secondo uomo si metteva a urlare. Jack li guardava soddisfatto: che scena, meglio di una battaglia fra corvi per una noce! Al “della Scarpa” sembrò pure di vedere un sogghigno comparire sul muso di Jack. Possibile? — Io proteggo lo studentato, non la fermata! — il custode tornava verso il suo posto. Poi però si fermava e tornava indietro: — Buttagli un osso ogni tanto e non ti caccerà più dalla fermata. — Grazie eh! Magari la prossima volta gli porto anche metà delle mie polpette! — replicava sardonico il “della Scarpa”. E rivolto a Jack: — E tu, cane? Niente da ringhiare oggi? Bel tipo! La “bestia”, capendo benissimo il tono, aiutava di nuovo a mandare il signore nel bus, abbaiandogli dietro come un diavolo scatenato. Il signore col viso ormai rosso, che tutti chiamavano Michele, lo fissava anche dal finestrino appannato del bus, sempre brontolando… L’ennesimo incontro era inevitabile. Ora Michele era appena diventato vicedirettore dello stabilimento. Tutto per lui era nuovo, anche la rogna con questo randagio della fermata. Capitava proprio a lui in un periodo in cui anche la sua auto era in officina: ogni mattina lo aspettava il solito abbaiare furioso. Perché questo demonio con la coda ce l’aveva sempre con lui?! Da quel giorno, Jack sembrava odiare solo Michele. Gli altri umani erano diventati invisibili per lui. Jack non vedeva l’ora che arrivasse il pullman di Michele: gli bastava l’odore della sua scarpa per agitarsi! Stufo degli sguardi e dei commenti degli altri, Michele aveva deciso di seguire il consiglio del custode: prendere una polpetta in mensa e offrirla a Jack. — Tieni! – rovesciava il regalo dal sacchetto davanti all’autobus sperando in un miracolo. Jack era lì lì per scortare “il della Scarpa” sul pullman a suon di abbaiate, ma il profumo della polpetta era irresistibile. La polpetta spariva in un attimo, lasciando solo il profumo tra la polvere… Jack leccava il pavimento, poi lanciava uno sguardo al suo uomo. — Guarda che faccia! Ne vuoi altra? Eh no caro! Sono single, non so nemmeno cucinare le polpette. E se ogni giorno te le porto dalla mensa, la tua faccia cattiva scoppierà tutta! ***** La mattina seguente Michele rimaneva colpito da un silenzio insolito. — Michele, cosa succede? Jack non ti abbaia più! — rideva la segretaria, signora Ludmila. — Sì, Ludmila, ora mi rispetta, — rispondeva Michele ancora perplesso guardando Jack. Da quel giorno il cane fulvo cominciava ad aspettare la polpetta che Michele portava ogni mattina. Forse, pensava Jack, non tutti gli uomini sono stupidi come sembrano. Forse sono diversi dai corvi che litigano all’alba per un coperchio… L’inverno si avvicinava. Un mattino la fermata era coperta da uno strato di neve fresca. Col primo vento gelido, Michele lasciava la solita polpetta e un altro regalo davanti a Jack. Il cane tremava, pronto a divorare la sua colazione. Non faceva nemmeno in tempo a vederla che la polpetta spariva subito: polpetta magica… Michele fissava il cane tremolante. — Arriva il bus, Michele, — Ludmila lo tirava per il cappotto, ma l’uomo restava lì. — Uffa! — sbuffava Michele, allontanandosi dalla fermata. Poco dopo tornava e, con un guanto nero, accarezzava Jack. — Hai freddo eh, randagio? Stenditi sul cartone, è meno freddo. Mettiamo qui questa scatola, che fa meno corrente… Ecco un’altra polpetta… ***** Sabato Michele restava a casa. I giardini davanti alla sua villetta erano sotto una coltre di neve. Il vento gelido soffiava forte. Michele preparava la colazione – uova e salame – poi si metteva a spalare la neve. Ma col pensiero era sempre lontano… A un tratto, guardava i fiocchi di neve volteggiare nell’aria. Lanciava la pala e correva fuori dal cancello… Alla fermata non c’era nessuno. Jack sapeva che in certi giorni la gente quasi non circola e il bus si svuota in un attimo. In quei giorni il suo stomaco brontolava più forte. Le ragazze dello studentato non si vedevano… Jack sapeva che doveva fare un bel po’ di strada fino al negozio vicino alle case: lì, forse, avrebbe racimolato qualcosa. Era pronto a lasciare il suo rifugio quando si fermava davanti a lui un bus. — Dove vai? Vuoi perderti nella tormenta? Michele lasciava a Jack delle salsicce. Il cane le divorava come se stesse per sparire tutto. — Oggi niente polpette, la mensa è chiusa, — si giustificava Michele. — Guarda cosa ti ho portato… Alla fermata spuntava una scatola grande con dentro una coperta vecchia. — Non avevo nient’altro. Vai, entra lì: almeno è un po’ più caldo… All’improvviso neve e vento non esistevano più per Jack. Sentiva solo un gran calore dentro di sé: una sensazione nuova. Nessuno aveva mai fatto niente di simile per lui… ***** Da giorni Jack rifiutava il cibo che gli portava Ludmila. — Sono le stesse polpette che ti portava Michele. Lui non viene ancora, si è preso un gran raffreddore… Non aspettarlo, — sospirava Ludmila. Jack la guardava con le orecchie basse. Scattava ogni volta che si apriva la porta del pullman, nella speranza di vederlo. Ma niente… Sentendosi solo, si acciambellava nella coperta dentro la sua scatola, mentre i corvi si azzuffavano per un tozzo di pane dietro la fermata. Ognuno portava via la preda nel suo rifugio segreto. Jack li fissava. Bah! Sciocchi uccelli! Anche lui aveva un nascondiglio segreto, una tana sotto la pensilina, proprio dietro il cestino. Ci si infilava, pensieroso: non era come quei corvi che dimenticavano i posti nascosti delle loro “ricchezze”. Ecco lì la scarpa… Se la ricordava bene! La odiava tanto, all’inizio. E ora? Qualcosa di inspiegabile gli straziava il cuore. Trascinava fuori la scarpa. Dov’era Michele? Ormai sapeva che la gente chiamava lui “il suo uomo”. Ma può un vero cane perdere il proprio padrone, una volta che finalmente lo trova? Ringhiava ai corvi: “Basta! Non voglio stare più qui con voi!” — Michele! Michele! Jack drizzava le orecchie: una ragazza col telefono invocava proprio quel nome. — Prendo il bus… Ho preso i documenti da firmare… Ludmila saliva sul pullman senza notare la coda fulva che la seguiva come un’ombra… ***** Il cane, pieno di speranza, fissava la ragazza che chiamava il suo uomo. Ludmila, avvolta nella sciarpa, scendeva dal bus. Jack la seguiva con la scarpa in bocca. Aveva il cuore leggero. Ma come aveva potuto pensare che quella neve fosse così cattiva? Ludmila suonava il campanello e, dopo poco, una voce familiare rispondeva. Jack abbaiava forte. Ludmila, sorpresa, scivolava nella neve mentre il plico di documenti atterrava tra i fiocchi… — Michele, mi aiuti prima a rialzarmi invece di abbracciare il cane? Gli occhi di Michele brillavano umidi. Da dove venivano quelle lacrime? — Sei venuto da me? Mi hai portato pure un pensierino? — continuava emozionato, stringendo il cane con una mano e la scarpa con l’altra. Ludmila, naturalmente, si rialzava e si scaldava con una tazza di tè. — Non ho mai capito, Michele, — diceva guardando Jack che si aggirava curioso in cucina, — perché non ti sei mai portato il cane a casa prima? Un casolare, con tutto lo spazio che vuoi… — Avevo paura, — sospirava Michele, — stavo solo da troppo tempo. Un cane è una responsabilità, è come una piccola famiglia… Ma ora non lo lascio più andare. Appena guarisco, imparerò a fare le polpette da solo… — Quindi dovevo venirti a prendere per sfinimento? — Ludmila rideva, scuotendo la testa. — Beh, meno male che Jack è venuto lui da te! E Ludmila provava a nascondere il sorriso sorseggiando il suo tè…
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Incontro con l’eco del dolore
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Battito del cuore
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