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Due uomini sulle spalle: come ho trasformato la mia casa (e la mia vita) liberandomi da “ospiti” indesiderati e ritrovando la felicità
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Il figlio del marito non era mio, ma della vicina Katia: ora è un orfano e vogliono che lo accolga come fratellino per le mie figlie — ma posso davvero prendere con me il bambino che mio marito ha avuto con un’altra?
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«Ho smesso di fare da mamma a tuo figlio» – dichiarò la nuora e partì al mare Valentina aveva un figlio, un bravo ragazzo, gran lavoratore. Ma la moglie di lui, invece, era una donna davvero singolare: spesso non voleva cucinare o pulire, e negli ultimi tempi era diventata proprio intrattabile. Solo ieri aveva fatto ancora una scenata. — Carlo, — disse al marito, — non ce la faccio più! Sei un uomo adulto, ma ti comporti come se fossi un bambino! Carlo era confuso. Non le aveva chiesto nulla di assurdo! Solo che Laura gli trovasse i calzini, gli stirasse una camicia e gli ricordasse della ricetta dal medico. — Mia mamma mi ha sempre aiutato, — borbottò lui. — E allora vai da tua madre! — scoppiò Laura. Il giorno dopo fece le valigie. — Carlo, — disse pacata, — parto per Rimini. Almeno un mese. O forse di più. — Ma come di più?! — Ebbene sì. Sono esausta di accudire un uomo adulto come fosse un bambino. Carlo tentò di ribattere, ma Laura non lo ascoltava. Prese il telefono, compose il numero: — Pronto, signora Valentina? Sono Laura. Se senza babysitter non riesce, venga pure a stare da noi. Le chiavi di riserva sono sotto lo zerbino. E se ne andò. Carlo si ritrovò solo in casa, senza sapere cosa fare. Frigorifero vuoto. Calzini sporchi. Montagna di piatti in cucina. Dopo alcuni giorni chiamò la mamma: — Mamma, Laura è impazzita! Se n’è andata chissà dove! Cosa faccio ora? Valentina sospirò. Ancora problemi con la nuora… — Arrivo subito, Carletto. Sistemerò tutto. Arrivò dopo un’ora, con la borsa della spesa e il solito spirito materno tuttofare: ora rimetto tutto a posto. Ma appena spalancò la porta rimase di sasso. Casa sottosopra. Mucchio di vestiti in camera. Piatti sporchi in cucina. Bucato da lavare in bagno. E all’improvviso Valentina capì: suo figlio trentenne veramente non sapeva vivere. Per nulla. Gli aveva sempre fatto tutto. E aveva cresciuto… un bambino grande. — Mamma, — piagnucolava Carlo, — cosa c’è per cena? Dove sono le camicie? Quando torna Laura? Valentina iniziò a sistemare in silenzio. Ma in testa rimuginava: cosa ho combinato? Per tutta la vita aveva protetto il suo bambino dalle difficoltà. Dalla vita vera. Ora, senza una donna, era completamente incapace. Laura? Laura era semplicemente fuggita da quel grande bambino incapace. E come darle torto? Per tre giorni Valentina restò a casa del figlio. E ogni giorno capiva sempre di più: aveva cresciuto un adulto immaturo. Al mattino Carlo si alzava e cominciava subito a lamentarsi: — Mamma, cosa c’è per colazione? Dove sta la camicia stirata? I calzini puliti? Valentina stirava, cucinava, puliva. Osservava. Immaginate: un uomo di trent’anni incapace di accendere la lavatrice! Non sapeva quanto costa il pane! Perfino il tè lo faceva male — si scottava, faceva cadere lo zucchero… — Mamma, — si lamentava la sera, — Laura è diventata cattiva! Prima faceva finta di amarmi, ora sembra una sconosciuta! — E tu come ti comporti? — chiese piano Valentina. — Uguale! Non chiedo nulla di strano. Voglio solo che mia moglie sia una moglie, non una megera! Valentina osservò suo figlio. Santo cielo, non capiva… — Carletto, tu aiuti mai Laura? — Come? — chiese sorpreso. — Io lavoro! Porto i soldi! Non è abbastanza? — E in casa? — Che c’è da fare? Torno dal lavoro stanco, voglio solo riposarmi. Lei invece vuole che lavi i piatti, faccia la spesa… Ma sono cose da donna! Il bello fu che Valentina, all’improvviso, riconobbe le sue stesse frasi – quelle detta al figlio da bambino: «Carletto, non toccare, lo fa la mamma! Non andare in negozio, ci penso io! Sei uomo, hai cose ben più importanti da fare!» Aveva creato un mostro. Man mano che osservava, il suo horror cresceva. Carlo tornava, si buttava sul divano. Aspettava la cena. Che gli raccontassero le notizie. Che lo intrattenessero. E se la cena non appariva magicamente, iniziava a mugugnare: — Mamma, quando si mangia? Ho fame! Come un bambino. Peggio, parlando di Laura. — È sempre nervosa, — si lamentava Carlo. — Sempre arrabbiata. Secondo me deve farsi vedere da un medico, magari controllare gli ormoni. — O magari è solo stanca? — suggerì la madre. — Stanca di cosa? Lavoriamo entrambi, ma la casa è roba da donne. — Da donne?! — sbottò Valentina. — Chi ti ha detto questa assurdità?! Carlo sembrava smarrito. La mamma non gli aveva mai urlato contro. La quarta sera, Valentina non ce la fece più. Carlo sul divano, col cellulare e lunghi sospiri per la noia senza la moglie. I piatti ammucchiati, calzini sul pavimento, letto sfatto. — Mamma, cosa si mangia stasera? Valentina era ai fornelli, preparava il minestrone. Come da trenta anni a questa parte. E all’improvviso pensò: basta. — Carlo, — disse mentre spegneva il gas — dobbiamo parlare. — Ti ascolto, — rispose lui senza staccare gli occhi dal telefono. — Metti giù quel coso e guardami. C’era qualcosa di diverso nella sua voce, così Carlo obbedì. — Figlio mio, — Valentina iniziò piano — capisci perché Laura ti ha lasciato? — Ma si è solo sfogata, tornerà. Le donne sono emotive. Si riprende e torna. — Non tornerà! — Cosa?! Non torna?! — No. Perché si è stufata di accudire un uomo-bambino. Carlo balzò in piedi: — Mamma! Dai, che bambino? Io lavoro, porto lo stipendio! — E con la casa? Hai le mani rotte? Gli occhi ce li hai? Carlo sbiancò. — Come puoi dirmi queste cose, sono tuo figlio! — Proprio perché sei mio figlio te lo dico! — Valentina si sedette; le mani tremavano. — Mamma, stai male? — chiese Carlo spaventato. — Malata! — rise amaramente lei. — Malata d’amore. Di amore cieco. Credevo di proteggerti, ma ho cresciuto un egoista! Un trentenne che senza una donna non sa sopravvivere! Che pensa che tutto gli sia dovuto! — Ma… — Basta! — lo interruppe. — Pensi che Laura sia la tua seconda mamma? Che debba stare a cucinare, lavare, pulire? Per cosa? — Io lavoro. — Anche lei! E in più manda avanti casa! Tu invece? Divano e pretese! Gli occhi di Carlo si riempirono di lacrime. — Mamma, è come fanno tutti. — Non tutti! — urlò Valentina. — Gli uomini veri aiutano le mogli! Piatti, cucina, figli! Tu non sai nemmeno dov’è il detersivo in questa casa! Carlo chinò la testa fra le mani. — Laura ha ragione, — sospirò Valentina. — Non vuole più essere tua madre. E nemmeno io. — Che vuol dire? — Che me ne vado. — Valentina prese la borsa dall’ingresso. — Torno a casa mia. Tu resta qui. Solo. E impara, finalmente, a essere adulto. — Mamma, sei matta?! Da solo?! Chi cucina? Chi sistema?! — Tu! — urlò lei. — Tu farai tutto! Come fanno tutte le persone normali! — Ma non sono capace! — Imparerai! O resterai un adulto infantile e solo! Valentina indossò il cappotto. — Mamma, non lasciarmi! Che faccio da solo? — Quello che avresti dovuto imparare vent’anni fa: vivere da solo. E se ne andò. Carlo restò solo nella casa sporca. Per la prima volta nella sua vita, davvero solo. Faccia a faccia con la realtà. Restò sul divano fino a mezzanotte. Lo stomaco brontolava. I piatti puzzavano. Calzini ovunque. — Mannaggia, — mormorò. E per la prima volta in trent’anni, lavò i piatti da solo. Male, ma ci riuscì. Le stoviglie scivolavano, il detersivo pizzicava le mani. Ma erano puliti. Provò a cucinarsi un uovo. Bruciato. Tentò di nuovo: ed era almeno commestibile. La mattina dopo capì: la mamma aveva ragione. Passò una settimana. Carlo ogni giorno imparava qualcosa di nuovo: lavare, cucinare, pulire, fare la spesa, programmare la giornata. Era una fatica. Solo allora capì cosa significava per Laura. — Pronto, Laura? — la chiamò di sabato. — Dimmi, — rispose lei fredda. — Hai ragione, — disse subito Carlo. — Mi sono comportato da bambino grande. Laura taceva. — Vivo solo da una settimana. E ho capito… quanto è difficile. Scusami. Laura rimase muta. — Tua mamma mi ha telefonato ieri, — disse infine. — Mi ha chiesto scusa. Per averti cresciuto così. Laura tornò dopo un mese. Tornò in una casa in ordine, da un marito che aveva cucinato e la accolse con un mazzo di fiori. — Bentornata a casa, — disse lui. E Valentina ora chiamava solo una volta a settimana. Chiedeva come andava, ma non si intrometteva. E una sera, mentre Carlo lavava i piatti dopo cena e Laura preparava il tè, lei disse: — Sai, mi piace la nostra nuova vita. — Anche a me, — rispose lui, asciugandosi le mani. — Peccato che ci sia voluto tanto. — L’importante è essere arrivati fin qui, — sorrise Laura. Ed era la verità.
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