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Quando la suocera in pensione si offre di aiutare con i bambini durante l’estate: tra i risparmi per il mutuo, sacrifici familiari e i figli del cognato che arrivano senza cibo né soldi – come affrontare la situazione senza litigi?
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TUTTI NOI L’ABBIAMO GIUDICATA Mila stava in chiesa e piangeva da almeno un quarto d’ora. Per me era una scena sorprendente. “Ma che ci fa qui questa tipetta alla moda?”, pensavo tra me e me. Proprio lei non mi sarei mai aspettata di incontrare in un posto così. Non conoscevo di persona Mila, ma la vedevo spesso: abitiamo nello stesso palazzo e passeggiamo nello stesso parco. Io con le mie quattro bambine, lei con i suoi tre cani. L’abbiamo sempre giudicata tutti. Noi — cioè io, le altre mamme con figli al seguito, le nonne sulle panchine, i vicini e, sono sicura, perfino i passanti. Mila era decisamente bella, sempre vestita all’ultima moda, e sembrava frivola e piena di sé. — Guarda un po’, ha già cambiato uomo di nuovo, — brontolava zia Nina dalla panchina davanti all’ingresso del palazzo. — È già il terzo. — Se lo può permettere, di soldi ne ha a palate, — rincarava la dose la sua amica zia Rita, guardando con invidia Mila che saliva in macchina col nuovo compagno, una fiammante auto straniera. Il figlio della Rita, il 45enne Vanni, ancora non si è comprato nemmeno una Panda vecchia. — Meglio avrebbe fatto a fare un figlio, l’orologio biologico non aspetta, — interveniva il solito nonno Giulio. Ma per quanto amasse discutere con le nonne, su Mila erano tutti d’accordo. Più tardi, la panchina si accendeva di malizie quando anche il nuovo fidanzato di Mila era sparito nel nulla. “E te credo, tanto è una poco di buono! E poi a casa sua ci sarà sempre la puzza di cane!” Ma ad essere più ostili eravamo noi, le mamme. Mentre noi sfinite rincorrevamo i nostri figli tra scivoli, altalene, cespugli e persino nei cassonetti, lei passeggiava tranquilla con i suoi “bastardini” e non sembrava preoccuparsi di nulla. A volte ci lanciava pure qualche sorrisetto di sarcasmo, come a dire: “Avete voluto i figli? Adesso arrangiatevi! Io invece mi godo la vita”. — Si vede proprio che è una childfree — diceva la mia amica Claudia, mamma di tre maschi. — I ricchi hanno le loro fissazioni: cagnolini, gattini, criceti — annuiva Simona, incinta di due gemelle, mentre cercava di recuperare la sua primogenita, scatenata su un albero. — È solo egoista, preferisce girare il mondo invece di mettere su famiglia! — sospirava Paola, mamma di cinque. — Sì, sì, — concordavo con tutte e correvo a soccorrere la mia Antonella che piangeva dopo aver sbucciato un ginocchio. — Meglio avrebbe fatto ad avere un figlio, invece di metter su un canile — sbottò una volta una nonna seduta lì vicino. — Non sono affari vostri! — si voltò Mila risoluta. Stava per aggiungere qualcos’altro, si trattenne e proseguì col passo elegante e i suoi cani. — Maleducata! — gridò la nonna dietro di lei. …Guardai Mila che piangeva in chiesa per qualche secondo, poi uscii. — Aspetti! — sentii alle mie spalle. — Si fermi un attimo. Era Mila che mi seguiva sul sagrato. — È lei che passeggia sempre in parco con quattro bambine? — Sì… E lei con i tre cani. — Già. Posso parlarle un attimo? Sa che spesso guardo lei e le altre mamme con ammirazione? — disse, e arrossì. — Lei?!? — rimasi stupita. Mi trattenni dal dire: “Ma lei non è solo una childfree egoista e snob?”. Mi tornarono in mente i suoi “sguardi maliziosi”… Così ci siamo conosciute. Sedute su una panchina, Mila parlava, parlava… e piangeva. Aveva solo tanto, tanto bisogno di sfogarsi. Mila era cresciuta in una bella famiglia unita. E aveva sempre sognato tanti figli. Si era sposata per amore, ma dopo due gravidanze interrotte e la diagnosi dei medici (“sterilità”) il marito se n’era andato in fretta. Per la stessa ragione anche il secondo se n’era andato, ma prima Mila aveva affrontato durissime cure e poi rischiava la vita con una gravidanza extrauterina. Il terzo uomo? Ancora extrauterina, lui è sparito alla sola notizia possibile di un figlio. Gli piacevano la macchina e i guadagni di Mila, ma non voleva certo il “peso” di un bambino. “Avrei dato tutto solo per avere un piccolo”, confessò Mila. — Pensavo che amasse solo i cani… — mi uscii ingenuamente. — Amo i cani, — sorrise — ma questo non vuol dire che non ami anche i bambini. Per sentirsi meno sola aveva preso Tepa. Poi le avevano affidato per un periodo Mike e alla fine era restato con lei. Fenia l’aveva raccolta cucciola in inverno, abbandonata per strada. Non ha saputo lasciarla lì. “Meglio avrebbe fatto un figlio”, mi tornò in mente la frase della nonna. “L’orologio biologico”, borbottava nonno Giulio alle sue spalle. E in effetti Mila aveva già quarantuno anni, anche se ne dimostrava trenta. Così decise di adottare un bimbo. Piccolo, grande — per lei non era importante. Si affezionò subito a Nicola, sei anni. In realtà, fu lui il primo a sceglierla: “Vuoi essere la mia mamma?” — le chiese appena la vide. “Certo che sì!”, rispose lei subito. “Egoista, non vuole responsabilità”, mi tornarono in mente le parole di Paola. Ma Nicola non le fu dato, perché la sua mamma (malata di schizofrenia) non era stata privata dei diritti genitoriali. — È stato un colpo durissimo — ricordava Mila. — Non mi capacitavo… questo bimbo soffre, avrebbe bisogno di una famiglia, ma nessuno può farci nulla. Poi arrivò Lena, quattro anni. Era già stata adottata e restituita due volte: troppo vivace. Si racconta che l’ultima volta, mentre la seconda “mamma” la riportava indietro, Lena le si attaccava alla gonna urlando: “Mamma, ti prego, non lasciarmi, non lo farò più!” Quando Mila la incontrò, Lena le chiese subito: “Ma tu mi riporti indietro?” “No, non ti lascerò mai!”, riuscì a prometterle tra le lacrime. Però anche con Lena l’adozione si era fatta difficile: Mila non spiegò i motivi. “Ma è mia figlia, lotterò per lei!” Quello fu il suo primo giorno in una chiesa. “Non sapevo più a chi rivolgermi”, disse Mila. Arrivò il sacerdote, parlarono a lungo, Mila prese anche qualche appunto. — Andrà tutto bene! Con la benedizione di Dio! — la rassicurò lui. E la vidi finalmente sorridere… Tornammo a casa insieme. — Penserà che sono altezzosa e superba, — disse Mila. — Ma io sono solo stanca di dovermi sempre giustificare; ne ho sentite così tante… Taci. Mila invitò me e le bimbe a casa sua: a giocare coi cani. Ho detto di sì. Andrò, presto. Ma intanto provo solo tanta vergogna. E continuo a chiedermi: perché abbiamo così tanta cattiveria dentro? Perché sono stata così cattiva? Come facciamo a credere così facilmente il peggio degli altri? E adesso desidero solo una cosa: che finalmente per Mila, questa donna straordinaria che tutti noi abbiamo giudicato, vada tutto bene. Che Lena la abbracci, si stringa forte e possa chiamarla “mamma!”, certa che non sarà mai più lasciata da nessuno. Che attorno a loro giochino felici i cani, Tepa, Mike e Fenia… E magari accada anche un miracolo: Mila incontri un uomo vero, Lena abbia un fratellino o una sorellina. Succede, a volte, no? E che nessuno, mai più, osi dire una sola parola cattiva su di loro…
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“Ти думаєш, що твій роман з тією жінкою є таємницею? Всі про це знають”, – кричала вона, і її голос наповнював квартиру. Я був приголомшений, її звинувачення застали мене зненацька. Мені знадобилося кілька хвилин, щоб зібратися з думками і відповісти. “Так, можливо, я робив помилки, але я чоловік
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L’amarezza nel profondo dell’anima “Da tempo ormai l’orfanotrofio ti chiama! Sparisci dalla nostra famiglia!” – urlai con la voce rotta dalla rabbia. L’oggetto del mio estremo sdegno era mio cugino Dario. Signore, quanto lo adoravo da piccola! Capelli color grano, occhi celesti come il cielo, indole allegra. Era proprio lui – Dario. …I parenti si riunivano spesso attorno alla tavola delle feste. Tra tutti i miei cugini, Dario era quello a cui tenevo di più. Era un mago con le parole e aveva un talento naturale per il disegno: riusciva in una sera a buttare giù cinque o sei schizzi a matita. Li guardavo incantata, non riuscivo a staccare lo sguardo dalla loro bellezza. Li raccoglievo di nascosto e li nascondevo nel cassetto della mia scrivania. Conservavo con cura le opere di mio cugino. Dario aveva due anni più di me. Quando ne aveva 14, perse improvvisamente la mamma. Non si svegliò più… Si aprì la questione: dove mandare Dario? Si provò prima con il padre naturale, ma non fu facile trovarlo. I suoi genitori erano divorziati da anni e il padre aveva un’altra famiglia: “Non ho intenzione di sconvolgere la mia nuova vita.” Tutti gli altri parenti alzavano le spalle: ognuno aveva i suoi problemi, la sua famiglia… Si scoprì che i parenti c’erano quando c’era il sole, ma al tramonto erano irrintracciabili. Così, i miei genitori – già con due figli – si presero cura di Dario e ne ottennero l’affido. Dopotutto, la sua mamma era la sorella minore di mio padre. All’inizio ero felice che Dario vivesse con noi. Però… Già dal primo giorno nel nostro appartamento, il suo comportamento mi mise in allarme. Mia madre, per tranquillizzare l’orfanello, gli chiese: “C’è qualcosa che vorresti? Non essere timido, dimmelo.” E Dario rispose subito: “Il trenino elettrico.” Quella era una giocattolo costosa per noi. Rimasi colpita da quell’insistenza. Pensai: “Hai perso la mamma, la persona più cara al mondo, e sogni un trenino? Ma come si può?” I miei glielo comprarono immediatamente. E poi fu un crescendo… “Mi comprate il mangianastri, i jeans, una giacca firmata…” Era negli anni ’80. Non solo quei beni costavano tanto, ma erano anche introvabili. I miei, rinunciando a qualcosa per noi, esaudivano ogni suo desiderio. Io e mio fratello capivamo e non ci lamentavamo. …A sedici anni Dario iniziò con le ragazze. Era un tipo passionale, ma fu anche attratto da me, sua cugina. Da brava sportiva reagii respingendo con forza le sue disgustose attenzioni – arrivammo perfino a litigare e io piangevo disperata. I miei genitori non seppero nulla: di certi argomenti i figli non parlano per non ferirli. Quando capì che non c’era trippa per gatti, Dario si buttò sulle mie amiche, che si contendevano le sue attenzioni. …Ma Dario rubava, senza vergogna. Avevo un salvadanaio; mettevo da parte i soldi della merenda per fare un regalo ai miei. Un giorno il salvadanaio era vuoto. Dario negò, senza neppure arrossire, anzi, sembrava convinto di non aver nulla da rimproverarsi. Mi si lacerava il cuore. Pensavo: “Ma come si fa? Viviamo sotto lo stesso tetto e rubi?” Era come se stesse distruggendo la nostra famiglia. Mi offendevo, ma Dario non capiva la mia preoccupazione: credeva che tutto gli fosse dovuto. Arrivai a odiarlo. E allora urlai con tutta la forza che avevo: “Fuori da questa famiglia!” Lo coprii di parole feroci, gliene dissi di tutti i colori… Mia madre a fatica riuscì a calmarmi. Da allora Dario per me non esisteva più; lo ignoravo in ogni modo. Più tardi scoprii che i parenti conoscevano molto bene il “personaggio” Dario: loro abitavano vicini, vedevano tutto. Noi eravamo di un altro quartiere. Gli ex professori di Dario avevano avvisato i miei: “Vi prendete un peso enorme inutile… Dario rovinerà anche i vostri figli!” …Nella nuova scuola conobbe Claudia. Lei si innamorò di Dario alla follia, lo sposò appena finito il liceo e gli diede una figlia. Claudia sopportava di tutto dal marito: bugie, tradimenti, ogni sorta di colpa. Come si dice, “da ragazza ha vissuto male, da sposa non va meglio”. Per tutta la vita Dario ne approfittò; Claudia gli restò sempre fedele. …Dario venne chiamato a leva. Prestò servizio in Sardegna. Lì si fece una seconda famiglia, probabilmente durante le licenze. Dopo il congedo restò in Sardegna: era nato un figlio. Claudia recuperò Dario e, con ogni mezzo, lo riportò a casa. I miei non hanno mai ricevuto nemmeno una parola di ringraziamento dal nipote Dario, anche se non l’avevano accolto per quello. …Oggi Dario ha 60 anni. È un fedele devoto della Chiesa Ortodossa. Lui e Claudia hanno cinque nipotini. A vederla, sembra una bella storia, ma l’amarezza per quel legame con Dario è rimasta ancora dentro di me… E anche col miele, non riuscirei a mandarla giù.
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