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Il padre ha lasciato la famiglia per un’altra donna quando la figlia aveva quattro anni.
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L’amico venduto. Il racconto del nonno E lui mi ha capito! Non era affatto divertente, ho capito che era stata una sciocchezza. L’ho venduto. Lui pensava fosse un gioco, poi ha capito che l’avevo davvero venduto. Ognuno ha i suoi tempi, in fin dei conti. C’è chi di all inclusive ne vorrebbe di più, e a chi basta un panino al salame e pane nero. Così anche noi abbiamo vissuto giorni diversi, ce ne sono capitate tante. All’epoca ero piccolo. Mio zio, zio Sergio, il fratello di mamma, mi regalò un cucciolo di pastore tedesco e io ero al settimo cielo. Il cucciolo si era affezionato a me, mi capiva al volo, mi guardava fisso negli occhi e aspettava solo che gli dessi un comando. – Terra, – dicevo dopo aver aspettato, e lui si sdraiava, fedele, guardandomi negli occhi, pronto – sembrava – a morire per me. – Attento! – comandavo, e il cucciolo subito si alzava sulle zampe cicciotte e si fermava, inghiottendo la saliva. Attendeva, attendeva una ricompensa, aspettava un boccone buono. Ma io non avevo niente da dargli. Noi stessi in quel periodo facevamo la fame. Erano tempi così. Mio zio, zio Sergio, quello che mi aveva regalato il cucciolo, mi disse un giorno: – Eh, ma non ci fare caso, ragazzo, hai visto quanto ti è fedele e affezionato? Vendilo, poi lo richiami, lui scappa da chi l’ha comprato e torna da te. Tanto nessuno ti vede. E così ti fai anche qualche soldino, ti compri due cose buone, per lui, per te e per la mamma. Fidati di zio, che ne capisco. L’idea mi piacque. Non pensai che fosse brutto farlo. Era stato un adulto a consigliarmelo, era uno scherzo, e intanto mi sarei comprato qualche dolcetto. Sussurrai all’orecchio caldo e peloso di Fedele che l’avrei consegnato a qualcuno, ma poi l’avrei chiamato e doveva scappare da chiunque e venire da me. E lui mi ha capito! Abbaio, come a dire che avrebbe fatto così. Il giorno dopo gli misi il guinzaglio e lo portai alla stazione. Lì si vendeva di tutto: fiori, cetrioli, mele. Appena scese la gente dal treno iniziarono a comprare, a contrattare. Feci qualche passo avanti e tirai su il cane. Ma nessuno si avvicinò. Quasi tutti se n’erano già andati, ma poi arrivò un signore con la faccia severa e mi disse: – Ehi ragazzo, che fai qui? Aspetti qualcuno, o forse vuoi vendere il cagnolino? Bel cucciolo, lo prendo io. – E mi mise dei soldi in mano. Passai il guinzaglio, Fedele girò la testa e starnutì allegro. – Dai, Fedele, vai, amico mio, vai – gli sussurrai – poi ti chiamo, torna da me. E lui andò col signore, io nascosto lo seguii per vedere dove portava il mio amico. La sera portai a casa pane, salame e caramelle. Mamma mi chiese severamente: – Dove li hai presi, li hai rubati? – No mamma, figurati, ho aiutato la gente in stazione con le valigie, mi hanno dato qualcosa. – Bravo, figlio mio, vai a dormire che sono stanca. Mangia qualcosa e poi a letto. Non mi domandò nulla di Fedele, non le importava molto. Zio Sergio venne la mattina dopo. Stavo per andare a scuola, anche se in realtà volevo solo andare da Fedele, chiamarlo. – Allora – rise – hai venduto l’amico? E mi diede una pacca. Scansai la mano, senza rispondere. Non avevo dormito, pane e salame non mi erano andati giù. Non era per niente divertente, ho capito che era stata una sciocchezza. Non a caso mamma non amava zio Sergio. – Ha poco giudizio, non dargli retta – diceva. Presi la cartella e corsi fuori. La casa era a tre isolati, li corsi tutto d’un fiato. Fedele era dietro un alto cancello, legato con una corda spessa. Lo chiamai, ma lui mi guardava triste, con la testa sulle zampe, scodinzolava, provava ad abbaiare ma la voce gli si spezzava. L’avevo venduto. Lui pensava fosse un gioco, poi aveva capito. Dalla porta venne fuori il nuovo padrone e mise in riga Fedele. Lui abbassò la coda e capii che ormai era finita. La sera tornai in stazione a portare le valigie. Pagavano poco, ma racimolai la somma. Ero terrorizzato, ma bussai al cancello. Il signore mi guardò. – Oh, ragazzo, che vuoi? – Signore, ecco, ho cambiato idea, – e gli diedi indietro i soldi. Lui li prese in silenzio e slegò Fedele. – Ecco, portalo via, sta male qui. Non farà mai il cane da guardia, ma attento, forse non ti perdona. Fedele mi guardava abbattuto. Il gioco era diventato una prova per noi. Si avvicinò, mi leccò la mano e infilò il muso contro la mia pancia. Sono passati tanti anni, ma ho capito che mai, nemmeno per scherzo, si deve vendere un amico. Quella sera mamma fu contentissima: – Ieri ero stanca, ma poi ho pensato: dov’è il nostro cane? Mi ero abituata, ormai, è dei nostri, Fedele! E zio Sergio da allora da noi si è fatto vedere raramente, ci eravamo stufati delle sue battute.
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