Odio

*L’Odio*

Federico uscì dall’ufficio e, per abitudine, si diresse verso il parcheggio, ma ricordò di aver portato l’auto dall’elettrauto il giorno prima. Dapprima si irritò, poi pensò che forse era meglio così. Prendere l’autobus affollato nell’ora di punta non gli piaceva, così decise di tornare a casa a piedi. A turbarlo era solo il cielo che si faceva sempre più scuro davanti a sé. Una nube nera avanzava minacciosa sulla città, promettendo tuoni e diluvio.

Camminava guardando spesso in su. In lontananza, un boato fragoroso squarciò l’aria. Sapeva che da quelle parti c’era un bar, lo vedeva ogni giorno passando, ma non vi era mai entrato. Federico accelerò il passo.

Poco prima di arrivare, gocce pesanti cominciarono a cadergli sulla testa e sulle spalle. Riuscì a infilarsi dentro proprio mentre un lampo accecante illuminava tutto, seguito da un tuono che fece tremare il pavimento. Fuori, il mondo era ormai immerso in un muro d’acqua.

Nel bar, c’era luce e asciutto. Federico osservò la sala e notò alcuni tavoli liberi. La porta si aprì di nuovo alle sue spalle, facendo entrare il frastuono della pioggia e due ragazze. Si affrettò a sedersi, mentre altri fuggiaschi cercavano riparo. Il locale si riempì di voci; tutti commentavano il temporale.

Arrivò la cameriera, alta e seria. Gli posò il menù sul tavolo, ma lui la fermò.

“Carne senza contorno, insalata semplice e caffè,” disse senza esitare.

Lei annuì, annotò qualcosa sul blocchetto e si allontanò verso altri clienti. Il lavoro era aumentato, e correva da un tavolo all’altro. Intanto, fuori infuriava la tempesta.

Il barista alzò il volume della musica per coprire il rumore della pioggia. Federico aspettò il suo ordine, contento di essersi rifugiato lì in tempo, di avere una scusa per non tornare a casa, per non doversi giustificare con la moglie.

Si era sposato otto anni prima con l’esuberante Simonetta. Prima del matrimonio, tutto era meraviglioso, come nei primi mesi di vita insieme. Poi lei era cambiata. Un’amica si era sposata con un imprenditore, e Simonetta ne era diventata gelosa. Non parlava che di pellicce, diamanti e lifting.

“Simo, a che ti servono? Sei già bella,” le diceva lui.

“Posso esserlo ancora di più,” ribatteva lei.
Oggi non le piaceva il naso, domani le labbra troppo sottili, poi si lamentava del seno piccolo.

Federico cercava di dissuaderla dall’operarsi. Le diceva che il silicone non l’avrebbe resa più attraente, anzi.

“Lo dici perché non hai i soldi,” rispondeva offesa.

Di figli non voleva neppure sentirne parlare.

“Diventerei grassa, smetteresti di amarmi. Quando guadagnerai abbastanza, ne riparliamo,” sbottò un giorno.

Lui non discuteva, l’amava ancora. Un vecchio amico dell’università lo aveva chiamato a lavorare con lui, promettendogli montagne d’oro. Federico accettò, lasciò il suo impiego. All’inizio andò bene. Cambiò perfino l’auto, un’usata migliore di quella ereditata dal padre.

Poi tutto crollò. Il fisco bloccò i conti per irregolarità, il business si fermò, e i concorrenti li spinsero a vendere. Federico si ritrovò senza nulla.

La moglie lo chiamava fallito. Litigi e rimproveri spensero lentamente il suo amore. Tornò al vecchio lavoro, vivendo per inerzia, senza il coraggio di lasciarla.

***

Accanto a lui si sedette una giovane coppia. Federico li osservò, ricordando com’era stato anche lui così, innamorato e felice. E dov’era finito tutto?

Un trambusto al bancone lo distrasse. Due ragazze cercavano di sfuggire a un ubriaco aggressivo. Non sembravano abituate a certi locali, due studentesse sorprese dalla pioggia. L’uomo afferrò una delle due e la trascinò verso l’uscita. L’amica provò a intervenire, ma lui la spinse via con violenza. La ragazza sbatté contro il banco, quasi cadendo. Nessuno nel bar mosse un dito.

Federico si alzò e gli sbarrò la strada. L’altro lo fissò torvo.

“Che vuoi? Levati!” E, senza lasciare la ragazza, gli sferrò un pugno.
Federico schivò e rispose colpendolo a sua volta. L’uomo mollò la presa e si scagliò contro di lui. Scoppiò una rissa. Alla fine, Federico riuscì a metterlo fuori combattimento. Qualcuno gridò di aver chiamato la polizia.

“Andiamocene,” disse la ragazza, prendendolo per mano.

La testa gli rimbombava, e sentiva il sapore salato del sangue sulla labbra. Non oppose resistenza, la seguì fuori. Pioveva ancora, ma più lieve. Svoltato l’angolo, si fermarono.

“C’è una farmacia qui vicino. Dobbiamo disinfettare le ferite.”
Lui annuì. Dentro, lei comprò l’acqua ossigenata e gli medicò il viso, applicando dei cerotti.

“Grazie,” disse lui.
Erano vicini, e Federico sentì il profumo dello shampoo tra i suoi ricci. «È bella», pensò con sorpresa. «E le sue mani sono delicate, come ali di farfalla». I loro sguardi si incrociarono, e lei arrossì.

In quel momento, l’amica irruppe nella farmacia.

Eccovi! Ho chiamato un taxi. Lucia, andiamo!”

Lucia guardò Federico. Lui sorrise. Poi lei raggiunse l’amica e uscirono. Quando lui uscì, il taxi si stava già allontanando.

Federico fece pochi passi quando sentì dietro di sé: “Aspetti!” Si girò e vide Lucia corrergli incontro. Si fermò davanti a lui, ansimante.

“Lucia! Ma cosa fai? Vieni!” gridò l’amica dal taxi.

“Va’ pure,” rispose lei, voltandosi un attimo, prima di fissarlo di nuovo.

“Non ho nemmeno chiesto il suo nome. Nessuno mi ha aiutata, tranne lei.”

“Federico.”

Lucia non chiese dove stessero andando, semplicemente camminò al suo fianco. Apprese che aveva appena finito l’università e non aveva ancora trovato lavoro.

Lui confessò di essere sposato, anche se ormai tutto era finito.

“Lo so, ho visto la fede. Avevo paura di non rivederla mai.”
E lui pensò che ci fosse qualcosa di provvidenziale in quell’incontro. Avrebbe potuto prendere l’autobus, la pioggia avrebbe potuto non cadere, non si sarebbero mai conosciuti. E invece… Da tempo non provava un’emozione così forte. Con Simonetta era stato diverso. Non sentiva quella scossa al suo tocco, quell’effetto farfalle nello stomaco.

“Ma dove sta andando? Dov’è casa sua?” chiese all’improvviso Lucia.

“L’abbiamo già superata,” ammise lui. “Non volevo lasciarti.”

Tornarono indietro. Federico chiamò un taxi per lei. Mentre aspettavano, si scambiarono i numeri.

Quando rientrò a casa, Simonetta gli si avventò addosso.

“Dove sei stato?” Notò i cerotti, il sangue sul labbro. “Ti sei messo a fare a botte?”

“C’era un tipo al bar che molestava una ragazza…”

“Magari avessi tanta prem”Peccato che non ti importi tanto di me,” borbottò Simonetta, voltandogli le spalle, mentre Federico guardava fuori dalla finestra, pensando che forse, finalmente, la felicità era ancora possibile, purché avesse il coraggio di afferrarla.

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