**Diario di Luca – Una storia d’amore e di destino**
«Non dispiacerti. Se l’ha fatto, allora non ti amava davvero.»
«Non hai freddo con quel vestito? Fuori ci sono almeno meno cinque, e di notte sarà peggio» disse mia madre, affacciandosi alla mia camera.
«Non avrò il tempo di gelare, è vicino. Mica posso andare al compleanno di Sofia in jeans» risposi io, aggiustandomi la cintura dello scollo davanti allo specchio.
«Marco viene a prenderti?» chiese lei.
«No, ha detto che si fermerà ancora un po’ da un amico. Sta sistemando il computer» dissi con nonchalance.
«Potrebbe farlo domani, se è così impegnato. Non è bene che tu vada da sola» insisté.
«Mamma, ormai non ci fa più caso nessuno. Che male c’è? Arriveremo separati, e allora? Devo andare, sono già in ritardo.» Infilai le scarpe nel sacchetto e mi avviai.
Sapevo che Marco non le piaceva. Tutto perché l’aveva vista mentre mi baciava. «Non si fa. Ci vuole un po’ di decoro» aveva rimproverato dopo che se n’era andato.
Indossai gli stivali di pelle, il cappotto lungo, e mi avvolsi il collo con una sciarpa di lana.
«E il cappello?» esclamò lei, allarmata.
«Ho appena fatto i ricci, come faccio? Vado.» Aprii la porta e uscii.
Mamma mi gridò ancora qualcosa, ma io ero già giù per le scale, con il cuore leggero, in attesa di una serata divertente e di rivedere Marco.
La nostra storia era esplosa in fretta. Speravo che mi avrebbe chiesto di sposarmi presto.
L’aria gelida mi bruciò il viso e le mani, cercando di insinuarsi sotto il cappotto. Alzai la sciarpa, mi coprii il naso e mi avviai di fretta verso casa di Sofia. «Se solo Marco arrivasse» pensai. Mezz’ora prima l’avevo chiamato. «Non disturbarmi, così finisco prima» aveva risposto secco. E io non lo chiamai più.
Nell’androne mi scoprii il viso. Evitai l’ascensore, salii le scale per scaldarmi. Anche se abitavamo a due isolati, ero già gelata.
La porta dell’appartamento, da cui usciva la musica, era socchiusa. Qualcuno dei ragazzi usciti a fumare non l’aveva chiusa bene. O forse Sofia l’aveva lasciata così per gli ospiti in ritardo. «Perfetto. Attirerò meno attenzione» pensai, entrando nel buio dell’ingresso. La musica assordante e le voci mi travolsero.
Mi tolsi il cappotto, infilai dentro la sciarpa. Sulle grucce c’erano già tre o quattro giacconi ammucchiati. Sofia aveva invitato tanta gente. Sistemai alla meglio il mio e infilai le scarpe, rabbrividendo. Poi entrai in sala.
La luce accecante dopo il buio, la musica fortissima: il cuore mi batteva forte. Una decina di ragazzi ballavano attorno al tavolo, occupando tutto lo spazio. Nessuno mi notò. Cercai Sofia con lo sguardo, ma non la vidi.
Cercando di schivare i ballerini, mi feci strada verso la cucina. Stavo per raggiungere la porta quando questa si aprì di scatto. Sofia, con le guance rosse e gli occhi brillanti, mi sbatté contro. La sua espressione trionfante svanì in un attimo.
Dietro di lei apparve Marco. Si sistemava i capelli scomposti con le dita.
«Sei già qui?» chiesi, guardando Sofia.
Lei si riprese in fretta, sorridendo come se nulla fosse.
«La festa è già iniziata. Perché sei in ritardo?» disse. «Vieni a ballare. O vuoi prima un drink?» E mi passò accanto.
«Non mi hai chiamato. Non ti sei accorto che non c’ero? O eri troppo occupato?» dissi, la voce carica di amarezza.
«Non ho fatto in tempo. Sono appena arrivato anch’io» provò a giustificarsi Marco, chinandosi per baciarmi. Ma io mi scansai.
Sentii l’odore del profumo preferito di Sofia.
«Dai, che c’è? Stavamo solo tagliando il salame» disse lui.
«Dovresti pulirti il rossetto dalla guancia. Dalle questo.» Gli piazzai il sacchetto del regalo tra le braccia e mi diressi verso l’uscita, spingendomi tra la folla.
Nell’ingresso mi tolsi le scarpe, infilai gli stivali, strappai il cappotto dall’attaccapanni e corsi via. La sciarpa mi scivolò sul pavimento. Mi chinai a raccoglierla, e in quel momento Marco uscì dall’appartamento. Scappai giù per le scale.
«Aspetta, hai capito male!» gridò dietro di me.
Fuori, il freddo mi bruciò di nuovo il viso. Mi ricordai delle scarpe, ma non potevo tornare indietro. «Come ha potuto? È arrivato prima e non mi ha cercata… E Sofia? Che amica è mai questa?» Camminavo a testa bassa, le lacrime gelate sulle ciglia, il naso intirizzito.
«Dove vado ora? A casa? Mamma mi farà domande, mi dirà che Marco non le è mai piaciuto… Forse in chiesa? Ma è troppo lontana.»
Mi guardai attorno. Ero lontana da casa. Entrai in un bar per scaldarmi. Rimpiangevo quel vestito leggero. Il freddo mi penetrava nelle ossa. «Prenderò un’influenza. Pazienza. Starò a letto con la febbre, almeno si sentiranno in colpa…» Mi asciugai il mascara sciolto.
Il bar era vuoto. La cassiera mi osservava con curiosità. Mi avvolsi la sciarpa sulla testa e uscii di nuovo nel gelo.
Improvvisamente, sentii dei passi nella neve e un respiro affannoso. Mi voltai: un ragazzo in nero, col cappuccio sollevato, camminava accanto a me.
Realizzai che la strada era deserta. Affrettai il passo, ma lui mi teneva dietro.
«Scappi da qualcuno?» chiese.
Finsi di non sentirlo.
«Ti ha tradita? Non dispiacerti. Se l’ha fatto, non ti amava.»
Mi fermai, pronta a rispondere male, ma nei suoi occhi vidi solo gentilezza. Abbassai lo sguardo e continuai a camminare.
Arrivammo in silenzio a casa mia.
«Grazie per avermi accompagnata» dissi davanti al portone.
«Figurati. Non potevo lasciarti sola. Mi chiamo Roberto. E tu?»
«Ginevra. Ora mi chiederai il numero, vero?» sorrisi amara.
«E tu non me lo daresti?» rispose, ridendo.
La sua voce era calda.
«Perché no? Eccolo.» Gli detti il numero. «Ciao.» Mi avviai verso il portone.
Dal silenzio capii che non mi seguiva.
«Ti chiamo!» gridò, mentre aprivo la porta.
Salendo le scale, mi resi conto con sorpresa che non piangevo più per Marco.
«Tornata già? Hai fatto presto» disse mamma, seduta sul divano davanti alla TV, in attesa della messa di Natale.
«Fa troppo freddo per stare fuori» risposi, rifugiandomi in camera.
Solo lì, il dolore mi travolse. Avevo perso un’amica e Marco in un colpo solo. «Non dispiacerti. Se l’ha fatto, non ti amava» ricordai le parole di Roberto.
«Allora non mi amava» mormE quel ragazzo con gli occhi buoni, che mi aveva accompagnata a casa nella notte di Natale, diventò l’uomo con cui costruii una vita piena di amore e risate, mentre Marco e Sofia rimasero solo un ricordo lontano.




