Mio marito ha deciso che in questa casa non conto niente
– Ma chi ti credi di essere per dirmi cosa fare? – Ruggero si girò di colpo dal frigo, una lattina di birra in mano. – Qui non vali niente! Chiaro?
Ludovica era davanti ai fornelli, mescolando il sugo per la pasta, e sentiva le mani tremare. Il cucchiaio di legno sbatte contro la pentola.
– Niente? – chiese piano. – Non sono tua moglie?
– Moglie! – Ruggero sbuffò e aprì la birra. – Moglie un corno. Sei la domestica, ecco cosa sei. E pure scarsa.
Ludovica spense il fuoco e lo guardò. Quarantatré anni insieme. Quarantatré anni a cucinare pasta al sugo, lavare camicie, stirare pantaloni. Cresciuta i figli mentre lui faceva carriera.
– Domestica, dici? – la sua voce diventò ferma. – E chi ti lava le camicie? Chi cucina, pulisce, si occupa di tua madre?
– È il tuo dovere! – Ruggero sbatté la lattina sul tavolo. – Io lavoro, pago le bollette, e tu? Fai i sughi? Lo sa fare qualsiasi donna!
– Qualsiasi donna – ripeté Ludovica. Qualcosa dentro di lei si spezzò. – Capisco.
Si tolse il grembiule e lo appese. Ruggero finì la birra, voltandole le spalle.
– Dunque, qualsiasi donna – mormorò tra sé. – Vediamo.
Andò in camera e tirò fuori una vecchia valigia. Ruggero sentì il rumore e si affacciò.
– Che fai?
– Faccio le valigie – rispose calma, piegando i suoi vestiti. – Se qui non valgo niente, allora non c’è posto per me.
– Dove pensi di andare? – Ruggero aggrottò le sopracciglia.
– Da Ottavia. Mi fermo un po’ da lei.
Ottavia era la sorella minore di Ludovica. Viveva sola in un bilocale e faceva l’infermiera.
– Ma dai – Ruggero fece un gesto vago. – Non fare la stupida. Chi mi cucina?
– Importa davvero? – chiuse la valigia. – Hai detto che lo sa fare qualsiasi donna. Trovatene una.
Ruggero la guardò, disorientato, mentre si infilava il cappotto.
– Ludo, smettila. Non volevo offenderla.
– Certo, no – infilò le scarpe. – Hai solo detto la verità. Non valgo niente qui.
– Ma basta! – la voce di lui si alzò. – Chi ti ha permesso di andartene?
Ludovica si fermò sulla porta e lo fissò.
– Nessuno. Me lo sono permessa da sola. O neanche questo posso?
Uscì lasciandolo a bocca aperta.
Fuori era fresco, ottobre si faceva sentire. Prese l’autobus per raggiungere la sorella. Il telefono suonò più volte, ma non rispose.
Ottavia aprì la porta in vestaglia e pantofole.
– Ludo! Che succede? – vide la valigia.
– Posso dormire da te? – chiese Ludovica.
– Certo, entra. Cos’è successo?
In cucina, Ottavia preparò il caffè. Ludovica raccontò tutto.
– Ma si è svegliato pazzo? – sbottò Ottavia. – Non vali niente, dopo tutti questi anni!
– Figurati – Ludovica si asciugò gli occhi. – Ho speso la vita per lui e i figli. E lui dice che lo sa fare chiunque.
– Che trovi sta “chiunque” – sbuffò Ottavia. – Vediamo come campa senza di te.
Il telefono squillò di nuovo. Ruggero.
– Non rispondere – consigliò Ottavia. – Che rifletta.
Ludovica posò il telefono e ignorò la chiamata.
La mattina dopo si svegliò sul divano. Ottavia era già pronta per il lavoro.
– Resta quanto vuoi – le disse. – Ho le chiavi di riserva.
Ludovica rimase sola in quell’appartamento. Strano non avere nulla da fare. A quell’ora di solito preparava la colazione a Ruggero.
Il telefono era muto. Chissà, forse pensava che sarebbe tornata da sé.
Si fece un caffè e lo bevve guardando dalla finestra. Un misto di tristezza e leggerezza. Quanti anni che non faceva colazione in silenzio?
A mezza mattinata, la figlia Silvia chiamò.
– Mamma, papà mi ha detto che avete litigato.
– Sì.
– Per cosa?
– Ha detto che non valgo niente in casa. Che sono solo una domestica.
– Mamma! – Silvia s’indignò. – Come si permette?
– Facile. Pensa davvero così.
– Ma è falso! Tu hai sempre fatto tutto per noi!
– Credevo anch’io. Invece sono rimpiazzabile.
Silvia tacque un attimo.
– Mamma, dove sei ora?
– Da zia Ottavia.
– Resterai là tanto?
– Non so. Forse cercherò lavoro. Se sono una domestica, almeno mi pagheranno.
– Non dire sciocchezze! – Silvia era nervosa. – Siete adulti, fate pace.
– Pace? – Ludovica sorrise amara. – Pace su cosa? Lui ha detto la verità. Non conto nulla.
– Mamma, ti prego! Papà era arrabbiato. Sarà stanco.
– Stanco – ripeté Ludovica. – Io no, invece. In quarantatré anni mai stanca.
Silvia sospirò.
– Parlerò con lui. Ma pensaci: vale la pena rovinare tutto per una frase?
– Una frase? – scosse la testa. – Silvietta, era solo la prima volta che lo diceva ad alta voce.
Quella sera Ottavia tornò stanca dal lavoro.
– Come va? – chiese, togliendosi il camice.
– Bene. Silvia ha chiamato.
– E che dice?
– Vuole che faccia pace.
Ottavia si sedette accanto a lei.
– E tu cosa pensi?
– Non so – rispose onesta. – Forse ha ragione lui. Forse non valgo davvero niente.
– Ma cosa dici! – Ottavia le prese una mano. – Sei una moglie e madre meravigliosa. Se non lo capisce, è un idiota.
– Semplice a dirsi – scosse la testa. – Ho sessantasette anni. Dove vado?
– Non lo so, ma vivere con chi non ti rispetta è peggio.
Il giorno dopo Ludovica andò a casa a prendere altre cose. Ruggero era al lavoro. L’appartamento era un disastro.
Piatti sporchi nel lavello. Briciole sul tavolo. Letto sfatto. Solo due giorni senza di lei, e già il caos.
Stava per andarsene, quando la porta si aprì. Ruggero.
– Ah, sei tornata – disse, senza guardarla. – Finalmente. Cucini qualcosa?
– No – rispose. – Non valgo niente qui, ricordi?
– Ma smettila – fece un gesto vago. – Quanto duri a fare la permalosa? Non lo dicevo sul serio.
– No? – si fermò sulla porta. – E sul serio come sarebbe?
– Ero nervoso, ho esagerato. Succede.
– Succede – annuì. – E quando sei calmo, mi tratti da regina?
Ruggero fece una smorfia.
– Ma che dici? Sei una donna normale, moglie e madre.
– Normale. Quindi nessuno speciale.
– Ma che c’entra? – iniziò a irritarsi. – Abbiamo una famiglia normale, una vita normale. Cosa vuoi?
– Rispetto. Apprezzamento per ciò che faccio.
– Ma ti apprezzo! – alzò la voce. – Ma è il tuo ruolo! La moglie tiene la casa!
Ludovica lo guardò un’ultima volta, prese la valigia e chiuse la porta alle sue spalle, finalmente libera di essere qualcuno da qualche altra parte.






