25 ottobre 2025
Oggi il ricordo delle parole di Ginevra rimbalza nella mia testa come un tuono improvviso in una giornata limpida. Sono seduta sul divano del nostro piccolo appartamento a Rimini; il sole filtra dalle persiane e accarezza le foto di famiglia appese al muro. Paolo, mio marito, sfoglia il quotidiano ignaro della tempesta che si sta avvicinando a me. Stringo il telefono, le dita mi tremano.
«Ginevra, che mi dici?» sussurro, cercando di non tradire la paura che mi stringe lo stomaco.
Dall’altra parte del filo sento solo il suo respiro affannoso. «Mamma, non ce la facciamo più. Le bollette continuano a salire, la scuola di Matteo è sempre più cara, e noi, Marco e io, lavoriamo come matti, ma non è mai abbastanza. E tu… sei sempre fuori, al weekend al centro benessere, pranzi fuori casa…»
Mi manca l’aria. Guardo Paolo, che alza lo sguardo dal giornale e mi fissa preoccupato. «Che succede?» chiede a bassa voce.
Rimango in silenzio qualche istante. Dentro di me scoppia una lotta accesa tra il desiderio di aiutare la figlia e il bisogno, finalmente, di pensare a me stessa. Dopo quarant’anni di turni di malattia, notti insonni a far quadrare i conti, ora che la pensione ci consente qualche piccolo lusso, è giusto rinunciare a tutto?
«Ginevra, sai che se possiamo darti una mano lo faremo…» inizia lui, ma la voce di mia figlia si interrompe, spezzata: «Mamma, non è solo questione di soldi! È la solitudine a spezzarmi. Ho bisogno di te, di più tempo, di più presenza… e mi sembra che tu continui a correre via.»
Resto in silenzio. Il peso delle sue parole mi schiaccia il petto. Paolo afferri la mia mano, cercando i miei occhi. «Dille che domani andremo a trovarla», sussurra.
Annuisco lentamente. «Ginevra, domani veniremo a pranzo da te. Parleremo con calma.»
Lei sospira, quasi sollevata. «Va bene, grazie.»
Chiudo la chiamata e sento un vuoto dentro. Paolo mi avvolge in un abbraccio stretto. «È ingiusto», mormora all’orecchio. «Abbiamo dato tutto. Ora non riusciamo neanche a goderci un po’ la vita?»
Mi allontano di qualche passo e incrocio i suoi occhi azzurri, macchiati di piccole rughe. «Forse abbiamo sbagliato qualcosa…»
Scuote la testa. «Abbiamo fatto il nostro dovere», risponde.
Quella notte non riesco a dormire. Ripenso ai primi anni di Ginevra: correvamo nel parco, facevamo i compiti insieme al tavolo della cucina, ridevamo in spiaggia con pochi soldi ma tanta felicità. Quando ha iniziato a sentire che non v’era più abbastanza? Quando ho smesso di essere il suo rifugio?
Il giorno dopo arriviamo a casa loro con una torta fatta in casa e un sorriso forzato. Ginevra ci accoglie con gli occhi colmi di lacrime, Marco stringe le mani in silenzio. Matteo corre verso di noi: «Nonna! Nonno!»
Durante il pranzo l’atmosfera è tesa. Marco parla poco, Ginevra cerca di essere gentile ma lancia sguardi critici di tanto in tanto.
A un certo punto Marco esplode: «Non ci servono i vostri soldi, ma almeno un po’ di comprensione! È come se tutto il peso fosse sulle nostre spalle.»
Paolo rimane immobile: «Siamo sempre stati qui! Ma ora dobbiamo pensare anche a noi.»
Ginevra replica: «Allora perché quando chiediamo aiuto ci sembra un peso? Non capite che siamo esausti?»
Mi sento travolta da ogni direzione. Vorrei gridare che anch’io sono stanca, che merito un po’ di tregua dopo una vita di sacrifici. Ma vedo la disperazione negli occhi di mia figlia e il mio cuore si spezza.
«Forse abbiamo dato l’impressione di non curarcene più», sussurro. «Ma non è così. È solo… vogliamo respirare un attimo.»
Il pranzo si chiude in silenzio. Torniamo a casa con la sensazione di una sconfitta amara.
Nei giorni successivi Paolo si chiude in sé. Non parla più dei nostri viaggi in pensione, non propone più cene fuori. Io passo le giornate a pensare a come aiutare Ginevra senza svuotarmi completamente.
Una sera mi chiama la sorella Lidia, che vive a Bologna. «Ho sentito da Ginevra che sei in crisi», dice.
«Non so cosa fare», ammetto tra le lacrime. «Mi sento egoista perché penso a me stessa, ma se rinuncio a tutto per loro mi sembra di morire.»
Lidia sospira: «In Italia i genitori devono essere sempre disponibili, anche quando sono esausti. Ma chi pensa a te?»
Resto in silenzio.
«Parlane con Paolo», prosegue Lidia. «E soprattutto, mamma, parla con Ginevra come una madre con una figlia, non come un bancomat.»
Quelle parole mi rimangono nel cuore.
Il giorno dopo invito Ginevra a prendere un caffè al bar sotto casa. Arriva stanca, gli occhi segnati dalla fatica.
«Mamma, scusa per l’altro giorno», dice subito.
Le prendo la mano: «Ginevra, ti voglio più della vita stessa. Ma anch’io sono una persona. Ho bisogno di sentirmi viva, non solo utile.»
Lei abbassa lo sguardo: «Lo so… a volte è tutto troppo.»
«Ti capisco», rispondo dolcemente. «Dobbiamo trovare un equilibrio. Non sarò sempre la soluzione a tutti i tuoi problemi, ma sarò al tuo fianco come madre.»
Parliamo a lungo, tra lacrime e sorrisi appena accennati.
Ritornando a casa sento il peso sul petto più leggero, ma rimane una domanda che mi tormenta: dove finisce il dovere genitoriale e inizia il diritto alla felicità?
A volte mi chiedo se sia davvero egoista desiderare un povere di quiete dopo una vita di sacrifici, o se sia solo paura di perdere la mia utilità.
E voi? Pensate che la pensione spetti solo ai genitori o a tutta la famiglia?