Diciassettenne e già mamma: una storia di coraggio e amore

Nel momento in cui il tempo sembrò fermarsi e i cuori batterono allunisono tra panico e speranza, una ragazza diciassettenne di una remota provincia italiana compì limpossibile: divenne una dottoressa, una madre, una salvatrice e un simbolo del fatto che la vera vocazione nasce non negli uffici, ma in un cuore che batte per gli altri.
Non fu un giorno qualunque. Fu lattimo in cui si incrociarono destini, circostanze, paura e miracoli. Un momento che cambiò per sempre le vite di tre neonati, di una donna e di unintera città. Tutto cominciò sotto la luce tremolante delle lampade fluorescenti del reparto maternità dellOspedale Provinciale di Rovigo, una struttura ai margini di un paesino dimenticato da Dio, dove ogni nascita era un evento e ogni morte una tragedia che avvelenava laria per anni.
Le luci nel corridoio sfarfallavano come un presagio. Il bip dei monitor si fondeva in ununica, quasi musicale, sinfonia dallarme. Le pareti, dipinte di un verde sbiadito, sembravano assorbire sudore, lacrime e preghiere sussurrate in ogni angolo. Le infermiere correvano, i medici gridavano, ma tutto questo era solo lo sfondo alla tempesta che stava per scoppiare dietro la porta della sala operatoria numero 3.
Lì, su una barella, veniva trasportata Claudia Mantovani, una donna di ventisette anni che fin dallinizio della gravidanza aveva sognato di avere due gemelli. Immaginava come si sarebbero tenuti per mano, come avrebbero riso allunisono, come lei avrebbe cantato loro le ninne nanne prima di dormire. Ma i sogni non sempre seguono i piani. Gli ostetrici guardavano con ansia lecografia: entrambi i bambini erano in posizione podalica. Significava una cosa sola: senza un cesareo durgenza, non cera speranza. Né per loro, né per lei.
Lintervento era previsto per le 18:00. Il dottor Rossi stava arrivando dalla città vicina, ma un incidente stradale aveva bloccato lautostrada: tre auto, un incendio, dieci chilometri di coda. Era a trenta minuti di distanza. Ma Claudia non aveva quei trenta minuti. Le restavano secondi. Secondi che avrebbero deciso se i suoi bambini avrebbero visto lalba.
Nella sala operatoria regnava un caos frenetico. Uninfermiera, in piedi da sette ore, vacillava per la stanchezza. Gli occhi annebbiati, le mani tremanti. Lostetrico cercava di calmare Claudia, ma anche lui sentiva che qualcosa non andava. In un angolo, in un camice bianco troppo grande per la sua figura esile, cera Giulia Fiore, una studentessa di diciassette anni, stagista, con il sogno di diventare chirurgo. Non era lì per un voto o per formalità. Era lì perché sapeva, fin da piccola, che il suo posto era accanto a chi soffriva. Aveva studiato libri di ostetricia, visto centinaia di video di parti, imparato a riconoscere ogni battito, ogni sfumatura del pianto di un neonato. Era come unartista che memorizza ogni tratto di un capolavoro per un giorno crearne uno proprio.
E quel giorno era arrivato.
Claudia urlò. Un urlo che trapassò le pareti come un annuncio di sventura. I monitor impazzirono. Il battito di uno dei bambini crollava. Laltro quasi non si muoveva più. Lanestesista gridò: Sta perdendo i sensi!, ma nessuno osava prendersi la responsabilità. Linfermiera, allimprovviso, crollò a terra. Convulsioni, pallore, svenimentostress, superlavoro, quattordici ore di turno. Nella sala regnava il caos. Qualcuno correva a cercare aiuto, altri tentavano di attaccare lossigeno, ma nessuno faceva ciò che andava fatto: far nascere quei bambini. Subito.
E allora, come dal nulla, Giulia fece un passo avanti.
Non esitò. Non si voltò indietro. Il suo viso era pallido, le labbra tremavano, ma gli occhifermi come il filo di un bisturi. Indossò i guanti. Inspirò profondamente. E, avvicinandosi al lettino, prese la mano di Claudia.
Mi chiamo Giulia, disse piano, ma in modo che tutti nella stanza sentissero. Non sono un medico. Sono una studentessa. Ma ho visto tutto. So cosa fare. Per favore fidati di me. Non cè tempo.
Claudia la fissò come se fosse un fantasma. Gli occhi pieni di terrore e speranza.
Ma tu sei solo una ragazzina
Sì, annuì Giulia. Ma i tuoi bambini non aspettano una ragazzina. Aspettano la vita. E io posso dargliela. Adesso.
Prese posizione. Le dita, che un attimo prima tremavano, ora si muovevano con precisione chirurgica. Ricordò ogni parola delle lezioni, ogni gesto visto fare al dottor Rossi. Presentazione podalicauno degli scenari più pericolosi. Rischio di soffocamento, rottura dellutero, morte. Ma Giulia non pensava ai rischi. Pensava solo a far uscire quei piccoli esseri. Vivi.
Respira, Claudia! gridò. Un ultimo sforzo! Ora! Ora!
E in quel momentocome in un film, come in un sognospuntò la prima gambina. Giulia guidò i movimenti con dolcezza e sicurezza. Un maschietto. Piccolo, bluastro, maurlò. Il primo suono della vita. Il primo respiro. La prima speranza.
Ma la gioia durò poco. La secondogenita, una femminuccia, non dava segni di vita. Battito a 60. Livello critico. Le restava meno di un minuto.
Giulia non gridò. Non si perse danimo. Ricordò una tecnica di rotazione vista una volta in un parto difficile. Rapidamente, ma con cura, girò Claudia su un fianco. Sollevò il bacino. Fece una lieve pressione. Elentamente, con incredibile delicatezzainserì una mano. Era il momento in cui ogni fibra del suo corpo urlava: Fermati! Ma il cuore diceva: Continua.
E poiil corpo. Poi la testolina. Eun grido. Forte, squillante come un ruscello di primavera. La bambina era viva. Respirava. Viva.
Giulia si accasciò a terra. Tra le bracciadue neonati. Uno, un maschietto minuscolo; laltra, una femminuccia fragile. La pelle era ancora bluastra, ma i loro piccoli pet

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