Mia Figlia Torna Sempre a Casa All’1:00 di Notte da Scuola—E la Sua Ombra Non La Segue

Ragazì, ti racconto quello che sta succedendo a casa mia, perché non riesco più a stare tranquilla.
Mi chiamo Martina, vivo a Bologna in un appartamento sulla via Rosa, e ho una figlia di dodici anni, Ginevra. Le piacciono i mango, le mathe e le coreografie di TikTok che prova davanti allo specchio incrinato del bagno. Per tutto il tempo che ho ricordato, Ginevra era una piccola esplosione di vita: trecce scompigliate, calzini sporchi, sempre a canticchiare qualche canzone stonata.

Tre settimane fa tutto è cambiato. È iniziata a tornare a casa alle unora del mattino. La prima notte mi sono quasi svenuta quando ho sentito scricchiolare la porta così tardi. Ero sul divano, a fare un sonnellino dopo la sua lezione di danza, e mi aspettavo di vederla entro le otto di sera, come al solito. Quando il timer ha segnato le dieci, ho chiamato la scuola, le amiche, la docente privata nessuno lha vista.

E alle unora esatta ha sbattuto la porta.
Tranquilla, mamma, sono arrivata sana e salva, ha detto, alzianando la mano. Niente lacrime, nessuna scusa, nessun timore. È corsa subito nella sua stanza e ha chiuso a chiave. Io sono rimasta lì, a fissare il pavimento, con una strana sensazione di gelo che sembrava uscita da un congelatore. Le luci del corridoio hanno tremolato una volta e poi si sono stabilizzate. Ho pensato di stare esagerando, che fosse solo una fase da adolescente.

La notte successiva è stato lo stesso: ritorno alle unora, nessuna spiegazione, lo stesso tono. Ma stavolta ho notato qualcosa. Passando sotto la lampada a sospensione della cucina, la sua ombra non lha seguito. Era sparita, senza contorno, senza forma. Ho acceso tutte le luci, lho fatta stare sotto di esse, ma il pavimento dietro di lei rimaneva vuoto. Lei mi ha guardato e ha chiesto: Che succede, mamma?. Ho sbattuto gli occhi, Niente, solo stanca. Ha annuito e se nè andata, ma il suo corpo si muoveva senza ombra.

Il giorno dopo, ho chiamato la scuola per capire perché la lasciassero uscire così tardi ogni giorno. La signora al telefono è rimasta in silenzio, poi ha confessato: Signora, sua figlia non si presenta a scuola da più tre settimane, dal giorno dellultimo compito. Il mio cuore ha saltato un battito. Lei esce ogni mattina, ho sussurrato, indossa luniforme, porta la borraccia. Ho controllato il frigo e la borraccia era ancora lì, intatta, esattamente come lavevo lasciata quel giorno.

Quella notte non ho chiuso gli occhi. Ho spento tutte le luci, mi sono seduta alla finestra del salotto e ho aspettato. Alluna la serranda del portone si è aperta da sola e lei è entrata. Ginevra, ma non Ginevra. Dalla parte esterna sembrava uguale, ma gli occhi non sbattevano più, il respiro aveva un ritmo strano. Perché sei sveglia, mamma? ha chiesto. Ho finto un sorriso, Ti aspettavo. E ho detto senza pensarci: Dove sta la tua ombra?. Lei ha sorriso, ma non con la bocca, con qualcosa di gelido: È rimasta indietro. È passata accanto a me e, quando è passata davanti allo specchio a muro, è comparsa per un attimo una figura più alta, con occhi enormi e un sorriso a fil di rasoio.

Ora è nella sua stanza, dorme sul suo letto, respira, è tranquilla. Ma la sua ombra credo sia ancora fuori, pronta a tornare dentro.

**Episodio 2 Ciò che striscia sotto la porta**
Da quando Ginevra è tornata, la casa non respira più allo stesso modo. Di giorno sembra tutto normale: si alza, fa colazione ma non mangia, mescola i cereali, sfoglia i quaderni, canta a bassa voce canzoni che non conosco, parole che non hanno lingua. Nel pomeriggio sparisce, senza dire dove vada, senza chiedere il permesso. La porta si apre e chiude da sola alle sei e quarantacinque, mai un minuto prima o dopo, e io resto lì al buio, al buio, a chiedermi se davvero è la mia bambina.

Ho iniziato a notare piccoli segni. Le pareti sembrano respirare quando lei è in casa; le crepe sul soffitto si aprono leggermente, come se si gonfiassero con la sua presenza. Le piante che curavo da anni si appassiscono solo nella sua camera, come se qualcosa di invisibile le sfiorasse ogni notte.

Una notte, assetata, ho aperto la sua porta socchiusa e ho visto che non dormiva. Era seduta sul bordo del letto, di spalle, canticchiando quella melodia senza lingua, pettinando i capelli di una bambola senza occhi. Dietro di lei, sul muro, cera unombra, ma non la sua. Era più alta, più sottile, che si muoveva prima di lei, come se la guidasse.

Sono corsa nella mia stanza, chiuso la porta, bloccata con una sedia, ho pregato. Ma Dio non risponde quando il male ha già varcato la soglia di sua spontanea volontà.

Il giorno dopo ho confrontato le foto più recenti di Ginevoro con quelle di un mese fa. Gli occhi: prima marrone chiaro, ora grigi-verdi, come acqua stagnante. Le pupille non erano più tonde, ma verticali, da gatto o serpente.

Quella notte ho sparso della farina nel corridoio, una trappola semplice. Alluna ho sentito la porta aprirsi, i passi leggeri, poi uninterruzione. Ho simulato il sonno, tenendo un occhio aperto. Ginevra è apparsa sullo sbarramento della mia camera, immobile. Sotto i suoi piedi, nella farina, non cerano impronte umane, solo segni sottili, come graffi di artigli lunghi, e una linea curva, lunga come una coda, trascinata dietro di lei.

Al mattino ho trovato un biglietto sotto il cuscino. Non era scritto a mano: le parole sembravano bruciate sulla carta. Diceva: Mamma, sono intrappolata. Non sono io. Non la lasciate entrare domani. E ora ho paura, perché è già quasi mezzanotte e la serranda fuori si sta aprendo, da sola.

**Episodio 3 La voce dietro la porta**
Alluna, la lancetta del orologio fa quel click familiare e la porta dingresso si apre da sola. Io sono in salotto, con il biglietto ancora in mano, il cuore che batte come se volesse strapparsi le costole. Questa volta non vado ad accoglierla. Mi nascondo dietro le tende, telefono silenziato, luci spente. Sento i passi: uno, due, tre. Non sono leggeri come quelli di una teenager, sono pesanti, come se portasse qualcosa o non fosse più del tutto umana.

Poi sento la voce: Mamma sono qui. Ma non è la sua voce. È più grave, con un eco strano, due bocche che parlano insieme. Una più acuta, cercando di imitare Ginevra, laltra che striscia le parole come artigli su vetro. Mamma sei sveglia? Il pomello della porta gira. Non respiro. Non entra, non ancora. Appoggia la fronte alla porta e comincia a piangere. Le lacrime non sono liquide, ma secche, spaccate, come se qualcosa dentro di lei stesse frantumandosi.

Mamma ho freddo. Aprimi
Vorrei aprirla, correre verso di lei, ma il biglietto mi ricorda: Questa non sono io. Non la lasciate entrare domani. Capisco che la vera Ginevra è fuori, e quella dentro è solo unimitazione. Non la restituirà.

Alle tre e trentatré della notte i passi si allontanano. La porta si richiude, poi il silenzio, e finalmente laria torna nei miei polmoni.

Al mattino, nella sua stanza, cè una scatola avvolta in tessuto nero, con un nastro di capelli umani. Dentro cè una bambola, una replica perfetta di me. Sulla testa, una scritta a coltello: Tu sarai la prossima.

**Episodio 4 Lo specchio che non riflette**
Il giorno dopo Ginevra non è più a scuola, non risponde ai messaggi delle amiche, il suo cellulare è più spento. La bambola sul suo letto è ancora lì, con i miei occhi, i miei vestiti, la mia espressione di paura incollata sul tessuto. Ho provato a bruciarla, ma non ha preso fuoco, ha soltanto profumato di carne bruciata.

Alle 12:55 ho fatto una cosa assurda: ho messo uno specchio davanti alla porta dingresso. Non era superstizione, era disperazione. Se quella cosa che entra ogni notte non è Ginevra, volevo vederla, confermarlo.

Alluna la serratura gira. Io sono al buio, seduta sul pavimento del corridoio, trattenendo il respiro. La porta si apre lentamente, entra una figura: è Ginevra, con la giacca blu, lo zaino sulle spalle, i capelli raccolti, pelle pallida. Ciao, mamma, dice, ma non mi guarda. Guardando lo specchio, non si vede nulla.

Che cosè questo? chiede, sorridendo con un ghigno gelido. Niente, tesoro, rispondo, la voce rotta. Come è andata a scuola? Bene, risponde, ma so che quella lezione è avvenuta due settimane fa. Passa accanto allo specchio senza proiettare alcuna ombra, né immagine, né presenza. Solo un soffio di aria gelida mi sfiora i piedi.

Ho dormito con la porta chiusa, la bambola in una busta, sepolta nel giardino. Alle tre della notte ho sentito risate, non dal corridoio ma dal mio armadio. Lho aperto lentamente: la bambola era lì, con un nuovo sorriso, e tra le dita stringeva un ciuffo dei miei capelli.

Il giorno dopo ho portato la bambola in chiesa. Il sacerdote non lha voluta toccare, ha solo mormorato parassita. Mi ha spiegato che certe entità imitano, osservano, imparano e si infiltrano. A volte hanno bisogno di un invito, altre volte basta crederci. Io gli ho chiesto: Dove è la mia figlia? Lui, con tristezza, ha risposto: Se la sua ombra non la segue, forse non è più di questo mondo.

Quella notte ho messo delle telecamere nascoste, con visione notturna. Volevo prove, la verità. Quello che hanno catturato Dio mio. La mia bambina è entrata in casa, ma non dalla porta. È caduta dal tetto, come una marionetta spezzata. Si è alzata con movimenti innaturali, e mentre avanzava nel corridoio, qualcosa strisciava dietro di lei, senza forma, senza volto, ma con artigli invisibili che graffiavano le pareti. Ha guardato la telecamera e ha detto: Mamma smettila di guardare. Lo schermo è diventato nero.

**Episodio 5 Il luogo dove va quando esce**
Da quel video non ho più dormito. Ho rotto le telecamere, ho gettato la bambola nel fiume, ho pregato con ogni respiro, ma nulla ha funzionato. Ginevra continua ad entrare a casa alle unora, più fredda, più perfetta, più vuota.

Una mattina ho controllato il suo zaino mentre dormivo. Dentro non cerano libri, solo terra umida, nera, come quella di una tomba aperta, e un foglio piegato in quattro: Lei è a scuola. Io sono quella che torna. Non chiedere più.

Ho chiamato la scuola. La signorina Ginevra frequenta le lezioni? Ho sentito il silenzio dallaltra parte. Signora, sua figlia non viene a scuola da un mese. Che? Ma la lascio qui ogni sera! Ho chiesto: Non avete ricevuto le telefonate? No, qualcuno parlare al posto suo, con la sua voce, ha vissuto la sua routine, ha dormito nel suo letto.

Quella notte ho aspettato larrivo di Ginevra. Mi sono nascosta dietro la tenda del corridoio. Alle unora il silenzio è stato rotto da colpi secchi sul tetto, dal suono di un corpo che cadeva senza anima. Si è alzata, ha camminato e ha diretto i passi verso la mia camera. Lho seguita.

Dalla porta semiaperta ho visto qualcosa di impossibile: la figura si è inginocchiata davanti allarmatura, sussurrando in una lingua che sembrava lamenti al contrario. Larmadio si è aperto da solo e, da dentro, è uscita unaltra bambina. Sembrava Ginevra, ma sporca, pallida, le labbra cucite con filo nero, tremante, muta. Limitatrice lha abbracciata e ha sussurrato: Quasi pronta. Poi entrambe hanno guardato verso la porta, verso di me. Mamma, ora tocca a te.

Sono corsa, non ricordo nemmeno se ho sceso le scale, ma mi trovai fuori, scalza, a gridare. Nessuno ha acceso le luci, tutto il quartiere sembrava addormentato sotto un sonno imposto. Sono tornata il giorno dopo con la polizia. Casa vuota, armadio vuoto, nessuna traccia di gente, né telecamere, né terra nello zaino, né bambola. Solo una frase incisa sul muro della mia stanza: Non è più tua.

Non mi sono arresa. Ho chiesto alle scuole di visionare le registrazioni di sicurezza. Lì ho visto Ginevoro, la vera, intrappolata in una stanza che non esiste nelledificio, senza finestre, solo una sedia, un banco, uno specchio. Nello specchio le sorridevo, ma non ero io.

Ora capisco: la mia figlia è intrappolata tra questo mondo e un altro, e la cosa che vive con me, che cammina come lei, che mi chiama mamma, non la restituirà mai a meno che io non la liberi.

**Episodio 6 Il nome che non devo dire**
Ho scavato ovunque: archivi vecchi, forum nascosti, chiese chiuse, e in un angolo oscuro di internet ho trovato una parola. Un nome che, secondo la leggenda, può chiamare ciò che si nasconde dietro lo specchio. Con una sola avvertenza: Se lo dici una volta, ti vede. Due volte, ti sente. Tre volte, sei con lei.

Lho scritto su un foglio e lho bruciato subito, ma le lettere sembravano respirare, non me ne sono più liberata. Quella notte Ginevra mi ha preparato la colla: pancake perfetti, troppo perfetti. Ti piacciono, mamma? ho risposto, ma sentivo i suoi occhi vuoti, senza fondo. Capivo che sapeva che io sapevo.

Sono scesa in cantina, dietro la caldaia, ho trovato lo specchio che avevamo buttato settimane prima. Coperto da un lenzuolo nero, tremava quando lo ho tolto. Il riflesso non mostrava me, ma la vera Ginevra, che batteva fuori dal vetro, urlando, ma non si sentiva. Ho sussurrCon il nome sussurrato tre volte, lo specchio si frantumò, la vera Ginevra corse fuori e io rimasi sola nelloscurità, finalmente libera dalla sua imitazione.

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