Alessandra era seduta alla sua scrivania quando bussò alla porta dellufficio. Marco sbirciò dentro, osservando il suo spazio familiare con uno sguardo stranamente nuovo.
«Posso entrare?» chiese, già oltrepassando la soglia.
Lei annuì senza distogliere gli occhi dallo schermo. Quella casa, ereditata da zia Lucia cinque anni prima, era ampia, luminosa, con tre stanze. Alessandra aveva trasformato una di esse nel suo angolo di lavoro ideale, dove regnavano ordine e silenzio.
«Ascolta», cominciò il marito, sedendosi sul bordo del divano, «i miei genitori si lamentano ancora del trambusto della città».
Alessandra si girò finalmente verso di lui. Dopo dieci anni di matrimonio, aveva imparato a riconoscere le sue intonazioni; ora cera unombra di incertezza nella voce di Marco.
«Mia madre dice di dormire male per il rumore», continuò Marco. «E mio padre è stanco di correre sempre. Inoltre laffitto continua a salire».
«Capisco», rispose brevemente, tornando al lavoro.
Ma il tema dei genitori non svanì. Ogni sera Marco trovava un nuovo motivo per accennare ai loro problemi: laria inquinata di Milano, i vicini rumorosi al piano di sopra, le scale troppo ripide delledificio.
«Sognano tranquillità, sai?», disse una volta a cena. «Un vero focolare, pace.»
Alessandra masticò lentamente, riflettendo. Marco non era mai stato loquace; quella attenzione ai genitori gli sembrava strana.
«E tu cosa suggerisci?», chiese cauta.
«Niente di speciale», sbuffò. «Solo pensando a loro.»
Una settimana dopo, Alessandra notò che il marito entrava più spesso nel suo ufficio. Prima con la scusa di cercare documenti, poi senza motivo. Si fermava a fissare il muro, come se misurasse qualcosa con gli occhi.
«Bella stanza», commentò una sera. «Luminosa, spaziosa.»
Alessandra alzò lo sguardo dai fogli. Cera qualcosa di nuovo nel suo tono, quasi una valutazione.
«Sì, mi piace lavorare qui», rispose.
«Sai», disse Marco avvicinandosi alla finestra, «potresti spostare il tuo posto di lavoro nella camera da letto. Anche lì potresti sistemare una scrivania.»
Una stretta si fece dentro di lei. Alessandro depose la penna e fissò il marito.
«Perché dovrei spostarmi? Qui è comodo.»
«Non lo so», mormorò. «Mi è venuto in mente.»
Il pensiero del trasferimento non la lasciò più. Alessandra iniziò a notare come Marco scandisse il locale, riorganizzando mentalmente i mobili, fermandosi alluscio come se già immaginasse un diverso assetto.
«Ascolta», disse qualche giorno dopo, «non è ora di liberare lufficio, per ogni evenienza?»
La domanda pareva già una decisione presa. Alessandra sussultò.
«Perché dovrei liberare la stanza?», chiese più brusca di quanto intendeva.
«Solo un pensiero», esitò Marco. «Potremmo avere una stanza per gli ospiti.»
Allora capì. Tutti quei riferimenti ai genitori, tutti quei commenti casuali sullufficio, facevano parte di un unico progetto, in cui la sua opinione non era considerata.
«Marco», disse lentamente, «dimmi la verità. Che cosa sta succedendo?»
Lui si girò verso la finestra, evitando il suo sguardo. Il silenzio si allungò. Alessandra comprese che una decisione era già stata presa, senza di lei.
«Marco», ripeté con fermezza, «cosa cè?»
Il marito si voltò, il volto imbronciato. Un lampo di determinazione attraversò i suoi occhi.
«I miei genitori sono davvero stanchi del trambusto cittadino», iniziò cautamente. «Hanno bisogno di pace, capisci?»
Alessandra si alzò dalla scrivania. Lansia le colpì, quellansia che aveva cercato di ignorare per settimane.
«E cosa proponi?», chiese, sapendo già la risposta.
«Siamo una famiglia», replicò Marco, come se quello fosse tutto. «Abbiamo una stanza in più.»
Una stanza in più. Il suo ufficio, il suo rifugio, la sua zona una stanza in più. Alessandra strinse i pugni.
«Questa non è una stanza in più», disse lentamente. «È il mio ufficio.»
«Sì, ma potresti lavorare nella camera da letto», sbuffò il marito. «I miei genitori non hanno altrove dove andare.»
Le parole sembravano già provate. Alessandra capì: quella conversazione non era la prima, solo non con lei.
«Marco, questa è la mia casa», affermò decisa. «E non ho accettato che i tuoi genitori si trasferiscano qui.»
«Ma non ti dispiace, vero?», ribatté lui, irritato. «Siamo una famiglia, no?»
Ancora la scusa della famiglia. Come se far parte di una famiglia cancellasse il suo diritto di parlare. Alessandra si avvicinò alla finestra, cercando di calmarsi.
«E se mi dispiacesse?», chiese senza voltarsi.
«Non essere egoista», lanciò Marco. «Si tratta di anziani.»
Egoista. Per non voler cedere il suo spazio di lavoro. Per ritenere che tali decisioni dovessero essere discusse. Alessandra si rivolse a lui.
«Egoista?», ripeté. «Per volere che la mia opinione venga considerata?»
«Dai», agitò la mano Marco. «È un dovere familiare. Non possiamo abbandonarli.»
Un altro bel modo di zittirla. Ma Alessandra non avrebbe più taciuto.
«E il mio dovere verso me stessa?», chiese.
«Smetti di drammatizzare», la liquidò. «Non è un gran problema, basta spostare il computer in unaltra stanza.»
Non un problema. Anni di duro lavoro per creare lufficio perfetto, ridotti a un semplice spostamento. Alessandra vide Marco per la prima volta con occhi diversi.
«Da quando decidi tutto?», sussurrò.
«Non ho deciso nulla», iniziò a giustificarsi. «Solo pensando a delle opzioni.»
«Stai mentendo», replicò. «Hai già parlato con i tuoi genitori, vero?»
Il silenzio parlò più di mille parole. Alessandra si sedette, cercando di elaborare.
«Quindi avete consultato tutti tranne me», concluse.
«Basta», scoppiò Marco. «Che differenza fa chi ha parlato con chi?»
Che differenza. La sua opinione, il suo consenso, la sua casa che differenza? Alessandra capì che il marito si comportava come proprietario, ignorando i suoi diritti.
Il mattino seguente Marco entrò in cucina con laria di chi aveva preso una decisione definitiva. Alessandra, con una tazza di caffè, attendeva il proseguimento della discussione di ieri.
«Ascolta», iniziò senza preambolo, «i miei genitori hanno deciso di trasferirsi.»
Alessandra alzò lo sguardo. Non cera spazio per il dialogo nel suo tono.
«Libera una stanza nella casa, ora i miei genitori vivranno lì», aggiunse, come se fosse un ordine.
Per Alessandra fu un lampo di consapevolezza. Non lavevano nemmeno consultata. Marco non solo non aveva chiesto, ma laveva esclusa dalla decisione.
Il bicchiere tremò tra le sue mani. Dentro, tutto si ribaltò: tradimento, esclusione, supremazia. Marco attendeva la sua reazione come se fosse il padrone di casa.
«Sei serio?», disse lentamente. «Hai deciso da solo, nonostante io abbia detto ieri di essere contraria!»
«Calmati», sventò Marco. «È logico. Dove altrimenti potrebbero stare?»
Alessandra posò il bicchiere e si alzò. Le mani tremavano ancora per la rabbia accumulata.
«Marco, mi hai tradita», affermò. «Hai messo gli interessi dei tuoi genitori sopra il nostro matrimonio.»
«Non drammatizzare», borbottonò. «È la famiglia.»
«E io? Unestranea?», la sua voce si fece più dura. «Hai violato i miei confini e ignorato la mia voce nella mia stessa casa!»
Marco si girò, sorpreso dalla reazione. Per anni aveva accettato passivamente le decisioni di lui; ora qualcosa si era rotto.
«Mi tratti come una serva», continuò Alessandra. «Mi hai deciso che dovevo subire in silenzio.»
«Basta isteria», sbottò Marco, irritato. «Non è nulla di serio.»
Niente di serio. La sua opinione ignorata, il suo spazio sottratto eppure lui lo trattava come un dettaglio. Alessandra si avvicinò.
«Rifiuto di cedere la mia stanza», dichiarò con fermezza. «E di accogliere i tuoi genitori senza invito.»
«Come osi?», esplose Marco. «Sono i miei genitori!»
«E questa è la mia casa!», gridò Alessandra. «Non vivrò con un uomo che mi considera unoggetto!»
Il marito fece un passo indietro, vedendo per la prima volta la furia negli occhi di Alessandra.
«Non capisci», iniziò confuso. «I miei genitori contano su di noi.»
«E tu non capisci me», lo interruppe. «Dieci anni e ancora non comprendi che non sono un giocattolo nelle tue mani.»
Camminò verso la cucina, raccogliendo i pensieri. Le parole accumulate per anni esplosero.
«Sai una cosa, Marco?», disse voltandosi. «Esci da casa mia.»
«Cosa?», rimase sbalordito. «Di cosa parli?»
«Non voglio più vivere con un uomo che non mi rispetta», affermò con calma.
Marco aprì la bocca, ma non trovò parole. Non si aspettava quella svolta.
«Questa è la nostra casa», balbettò.
«Legalmente la casa è mia», ricordò fredda Alessandra. «E ho tutto il diritto di chiederti di andare via.»
Il marito rimase immobile, incredulo. Realizzò di aver varcato un confine invisibile.
«Parliamo con calma», tentò. «Troviamo un accordo.»
«Troppo tardi», lo interruppe. «Laccordo avremmo dovuto fare prima che decidessi da solo.»
Marco cercò di obiettare, ma la determinazione negli occhi di Alessandra bloccò ogni sua frase. Non era più la moglie remissiva che aveva fatto concessioni per anni.
«Fai le valigie», disse con serenità.
Una settimana dopo, Alessandra sedeva di nuovo nel suo ufficio, godendo del silenzio. La casa sembrava più ampia senza la presenza di estranei; lordine tanto amato era tornato.
Non provava rimorso. Dentro si era stabilita la certezza di aver fatto la cosa giusta. Per la prima volta in molti anni, aveva difeso i propri confini e la propria dignità.
Il telefono squillò. Era il numero di Marco. Alessandra rifiutò la chiamata e tornò al lavoro. Lamore e la famiglia non possono esistere senza rispetto; nessun debito verso i parenti giustifica calpestare chi è accanto a noi.
Aveva capito, finalmente: il rispetto di sé è la base su cui costruire relazioni sane.






