Dopo il divorzio, mio figlio mi ha ospitato sul suo divano mentre regalava un lussuoso appartamento alla suocera.

**Diario Personale**
Dopo il divorzio, mio figlio mi ha permesso di dormire sul suo divanomentre regalava un appartamento di lusso a sua suocera.
I cuscini del divano si erano ormai modellati alla forma della mia schiena dopo tre settimane di notti insonni. Premetti il viso più a fondo nel tessuto ruvido, inalando lodore del dopobarba di mio figlio Luca mescolato alle candele alla vaniglia di sua moglie Beatriceil profumo del mio esilio. Attraverso le sottili pareti dellappartamento, li sentivo sussurrare, parlare di me come se fossi un problema da risolvere, non la donna che laveva cresciuto.
A 62 anni, non avrei mai immaginato di dormire su un divano letto nel soggiorno di mio figlio, con tutta la mia vita ridotta a due valigie. I documenti del divorzio erano ancora caldi dalla stampante dellavvocato quando Luca mi aveva offerto questa soluzione temporanea. Temporanea. Come se un matrimonio di trentanni dissoltosi in una notte fosse solo un fastidio minore.
La luce del mattino filtrava attraverso le immacolate tende bianche di Beatrice, proiettando ombre sul pavimento di legno su cui non potevo camminare con le scarpe. Ogni regola in quella casa era non detta ma assoluta: non usare gli asciugamani buoni, non toccare il termostato, non cucinare nulla che potesse lasciare odore. Ero diventata un fantasma ai margini della loro vita perfetta.
«Mamma, sei sveglia presto» apparve Luca sulla porta della cucina, già vestito con il suo completo grigio. A 35 anni, aveva ereditato la mascella pronunciata di suo padre e la mia testardaggine, anche se sembrava aver dimenticato da chi avesse preso questultima.
«Non riuscivo a dormire» dissi, preparando un caffè istantaneo con lacqua riscaldata nel microonde. La macchina del caffè buona era off-limitsun regalo di nozze, mi aveva spiegato Beatrice con un sorriso teso.
«Beatrice e io stavamo parlando» iniziò lui, un nervosismo dinfanzia. «Pensiamo che forse è il momento di cercare una sistemazione più definitiva.»
Il caffè divenne amaro in bocca. «Definitiva?»
«Residenze per anziani. Ora hanno programmi fantastici.»
«Certo» posai la tazza con più forza del necessario. «Che sciocca pensare di poter restare finché non mi rimettevo in piedi.»
«Non fare così. Sai che vogliamo aiutarti.»
«Aiutarmi?» La parola uscì più tagliente del previsto. «Luca, ieri hai accompagnato la madre di Beatrice a vedere quel nuovo complesso residenziale in Via degli Ulivi. Quello con i piani di lavoro in granito.»
Il suo pomo dAdamo si mosse. «È diverso. Sua madre ha esigenze specifiche.»
«La mia esigenza specifica è un letto che non sia il tuo divano.»
Beatrice apparve allora, i capelli biondi raccolti in una coda perfetta. Si muoveva in cucina con efficienza, evitando il mio sguardo. «Buongiorno, Margherita» disse senza alzare gli occhi. Luso del mio nome completo era un costante promemoria che non ero famiglia; ero unospite che aveva abusato della sua accoglienza.
La camera degli ospiti che usavano come ripostiglio era stata svuotata la settimana prima e dipinta di giallo per il loro primo figlio. Beatrice mostrava appena la pancia, ma già compravano culle.
«Beatrice ha bisogno di spazio per la cameretta» spiegò Luca. «È stressata.»
«Non stavo proponendo di dormirci per sempre, Luca. Solo finché non trovo un altro posto.»
Beatrice finalmente mi guardò, gli occhi verdi freddi e calcolatori. «Margherita, mi sa che non capisci. Si tratta di confini. Di ciò che è appropriato.»
«Appropriato?» ripetei. «E cosa sarebbe appropriato per una donna il cui marito di trentanni lha scambiata per la sua segretaria?»
«Mamma, no»
«Luca, fammi capire. Il tuo bambino non ancora nato ha più bisogno di una stanza di tua madre senza casa. È così?»
Il colore gli svanì dal volto. «Non sei senza casa. Hai opzioni. Papà ti ha offerto lappartamento in Sicilia.»
«Tuo padre mi ha offerto un monolocale a duemila chilometri di distanza, a patto che rinunciassi alla metà dei nostri beni. Molto generoso.»
Il frullatore di Beatrice si accese, coprendo qualunque cosa Luca avesse da dire. Quando si fermò, il silenzio era più pesante.
«Se volevi comodità» disse infine Luca, a malapena un sussurro, «avresti dovuto restare sposata con papà.»
Le parole mi colpirono come un pugno. Guardai mio figlio, questuomo che avevo portato in grembo, allattato, amato incondizionatamente, e vidi un estraneo. «Capisco» dissi, posando la tazza nel lavandino. «Grazie per avermi chiarito la mia posizione.»
Passai la giornata a cercare affitti sul telefono, ricalcolando i miei risparmi miseri. Avevo esattamente 780 euro sul conto. A 62 anni, senza lavoro né credito, potevano essere otto centesimi.
Quella sera, andai al minimarket. Alla cassa, fissai i biglietti della lotteria. Il SuperEnalotto era a 250 milioni. Mi sentii dire: «Un quick pick, per favore.»
Il signor Rossi inserì il biglietto nella macchina, che sputò fuori un rettangolino di carta. 7, 14, 23, 31, 42, 58.
«Buona fortuna» disse, dandomi il resto. Otto euro. Tutto quello che mi restava al mondo.
Lappartamento era vuoto quando tornai. Un biglietto sul tavolo informava che Luca e Beatrice erano andati a cena da sua madre. Naturalmente. Mi accomodai sul divano e accesi il telegiornale. Alle 23:17, i numeri del SuperEnalotto apparvero sullo schermo.
7, 14, 23, 31, 42, 58.
Guardai la televisione, certa di avere allucinazioni. Poi estrassi il biglietto con mani tremanti e confrontai i numeri ancora e ancora. Ogni singolo corrispondeva. Il biglietto cadde a terra mentre mi lasciavo cadere sui cuscini. Duecentocinquanta milioni di euro. Dopo le tasse, abbastanza per non dormire mai più sul divano di nessuno.
La domanda non era cosa avrei fatto con i soldi. Era cosa avrei fatto con quel potere.
Non dormii. Il biglietto era sul tavolino accanto a me, come unarma carica. Alle 5:30, sentii la sveglia di Luca. Finsi di dormire, recitando la parte della donna sconfitta che si aspettavano.
«Buongiorno» dissi piano quando entrò in cucina, solo per vederlo trasalire.
«Oh, mamma. Non sapevo fossi sveglia.» Armeggiò con il filtro del caffè. «Senti, riguardo a ieri sera»
«Hai detto quello che pensavi» replicai, sedendomi. «Non insultare entrambi fingendo il contrario.»
Beatrice apparve, avvolta nella sua vestaglia di seta. «Buongiorno, Margherita. Come hai dormito?»
«Magnificamente» sorrisi, e qualcosa nella mia espressione la fermò.
«Inizierò a cercare un posto oggi» continuai, alzandomi. «Potrei persino avere buone notizie stasera.»
«Buone notizie?» La sua voce era sospettosa.
«Una donna della mia età ha poche opzioni

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