Dovremo darlo in adozione, non ci serve!” Mio marito ha detto queste parole subito dopo il parto

“Dobbiamo portarlo allorfanotrofio, non ci serve!” dichiarò mio marito dopo il parto.
“È nostro figlio!” Sofia trasalì come se avesse preso la scossa. “Sei cieco? Non vedi comè?” Enrico indietreggiò dalla culla come se fosse un serpente velenoso.
La stanza, impregnata di sterilità e latte in polvere, sembrò rimpicciolirsi alle dimensioni di una bara. Il bambino, per cui aveva sopportato nove mesi di nausee e paure, dormiva con la serenità di un angelo. Una manina con proporzioni imperfette spuntava dalla copertina, come un muto rimprovero del destino.
Sofia coprì quella mano difettosa con la sua. Il calore della pelle del piccolo diventò un giuramento: mai tradirlo, mai arrendersi.
“Un disabile non ci serve,” borbottò Enrico, evitando lo sguardo del figlio. Il suo alito, pesante di alcol, si mescolava allodore dellantisettico. “Lo lasciamo allistituto. Ne faremo un altro…”
Dentro di lei qualcosa si spezzòlultimo frammento di fede nel “e vissero felici e contenti”.
“Stai parlando del tuo sangue,” disse con una voce limpida e gelida.
“Non è mio!” scrollò le spalle, come per scrollarsi di dosso un peso. “Non può essere mio un mostro del genere!”
La pioggia batteva contro i vetri della vecchia Fiat mentre tornavano a casa. Le gocce tambureggiavano sul tettouna marcia funebre per i loro sogni. Il padre stringeva il volante in silenzio, la madre teneva stretta la culla con il suo tesoro.
“La stanza è pronta,” interruppe Nonna Teresa il silenzio. “Le fasce sono stirate. La culla è accanto al tuo letto.”
Sofia non distoglieva lo sguardo dalle guance paffute del piccolo. Il naso perfetto, le ciglia lunghe. Il suo miracolo.
“Lo chiamerò Matteo. Come mio nonno,” annunciò, cogliendo nello specchietto retrovisore una lacrima del padre.
Il paese li accolse con un temporale. Il padre aprì un ombrellone da spiaggia, creando un riparo per il bambino. Lodore di pane appena sfornato e legna da ardere avvolse la casa.
Quella notte, ascoltando il respiro irregolare del figlio, Sofia giurò alle stelle: “Lo renderò felice. Gli insegnerò a non vergognarsi di sé.”
Cinque anni dopo, Matteo era seduto sulla scalinata di casa, la lingua fuori dalla concentrazione. Le sue dita ribelli combattevano con i bottoni della giacca.
“Da solo!” ringhiò, respingendo la mano della madre. Cinque minuti di lottae un grido trionfante: “Ce lho fatta!”
La vita scorreva tra piccole vittorie. Le levatacce per il mercato con la frutta e verdura. Le notti passate a cucire con la macchina da cucire. Il rumore dellascia nel cortile, dove il nonno insegnava al nipote: “Un uomo non è le braccia, ma la schiena dritta. Tieniti su come un cipresso.”
A sette anni, Matteo tornò da scuola con le labbra serrate. Alle domande rispose: “Mi hanno chiamato uncino.”
“E io gli ho detto che gli uncini servono per pescare,” disse scrollando le spalle, mentre la madre nascondeva un sorriso fiero.
A quattordici anni, il vecchio computer in cantina diventò il suo universo. Lo schermo lampeggiava di codice verde quando chiamò la madre:
“Guarda! Ho creato un programma per calcolare traiettorie!”
Nonna Teresa brontolava per le notti insonni, ma Nonno Gino rideva forte: “Lascialo rosicchiare la scienza! Diventerà un nuovo Leonardo!”
Il destino sembrava sorridergli. Finché, una mattina dautunno, non squillò il telefono…
“Ragazzo, trova la sua strada da solo, mamma. Non mettergli i bastoni tra le ruote.”
A sedici anni, Matteo porse alla madre delle banconote stropicciateil primo compenso per il sito web del negozio del paese.
“Per la spesa di nonno e nonna,” disse, raddrizzando la schiena con lorgoglio di un uomo fatto.
Era cresciuto in silenzio, come un giovane pino. La voce si era fatta più profonda, ricordando il riso greve del nonno. Solo gli occhi erano rimasti gli stessiattenti, capaci di cogliere dettagli che agli altri sfuggivano.
Sofia sedeva in veranda, respirando laria resinosa. Dalla stanza di Matteo arrivava il ticchettio della tastieramonotono come il picchio nel bosco. Il cuore le si strinse per un presentimento: prima o poi, la città lo avrebbe chiamato, come un faro nella notte.
“Non dormi?” Nonno Gino si sedette accanto a lei, sistemando la coperta a quadri sulle ginocchia.
“Ho paura di lasciarlo andare,” ammise, come se avesse ancora in braccio il neonato. “Se ne andrà.”
Il vecchio guardò a lungo le stelle, che brillavano come scintille di un falò.
“Non trattenerlo,” indicò il cielo. “Le aquile hanno bisogno di spazio. Ma il nido non lo dimenticheranno mai.”
Il diciottesimo compleanno di Matteo coincise con il primo grosso contratto. Una mattina, un corriere portò scatoloni pieni di tecnologiaun laptop potente, monitor cristallini.
“Un cliente di Milano li ha mandati,” spiegò, aprendo le scatole sul tavolo della cucina. “Lavoro da remoto.”
Da quel momento, la vita tranquilla di casa cambiò. Prima arrivò la connessione veloceMatteo convinse i tecnici a stendere una linea apposita. Poi arrivarono nuovi mobili, un frigorifero con lo schermo touch.
Sofia osservava il figlio discutere contratti, risolvere problemi con i fornitori. Dellinsicurezza non restava tracciaparlava con una sicurezza piena di termini come “interfaccia” e “algoritmi”. Per lei erano formule magiche, ma ciò che contava era che il suo bambino era diventato il pilastro della famiglia.
“Ti faccio un bonifico,” disse una volta, senza alzare gli occhi dallo schermo. “Comprati un vestito nuovo.”
“Perché?” si confuse, torcendo il grembiule.
Matteo si tolse gli occhiali e sorrise. Dietro le lenti, i suoi occhi sembravano più grandi, come laghi nel bosco.
“Tu meriti di più che vecchie felpe.”
Il saldo sul conto la fece aggrappare alla sedia. Ma la vera sorpresa arrivò poco dopo.
In piena estate, con laria che tremava per il caldo, un fuoristrada con il logo di una ditta edile entrò nel cortile. Un giovane geometra fece il giro della casa, scattando foto e misurando le pareti.
“Spiegati!” ordinò Sofia quando luomo se ne andò.
Matteo faceva girare una mela tra le ditaunabitudine da quando era nervoso.
“La casa cade a pezzi. Le fondamenta cedono, il tetto perde. Dinverno tira vento da ogni fessura.”
“E i soldi?” ancora non credeva che quel ragazzo con una mano malformata guadagnasse più di tutti i vicini messi insieme.
“Sono in un team di sviluppatori,” arrossì come un ragazzino. “Stiamo creando un servizio per milioni di persone.”
Nonna Teresa, che aveva ascoltato in silenzio, gli diede una pacca sulla schiena così forte che quasi fece cadere la mela.
“Brav

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