Ha cacciato la figlia al freddo, ma quando si è ricordato di lei, era ormai troppo tardi…

Mi sono dimenticato di Ginevra nel gelo, e quando mi è venuto in mente era già troppo tardi

Papà, ho fame e voglio uscire a giocare! piagnisteggiava ancora una volta la piccola Ginevra, avvicinandosi al padre.

Io, Andrea Bianchi, stavo finendo lultima bottiglia di birra e giocavo a un sparatutto sul computer. Avevo una partita importante, ma i suoi strilli mi distruggevano la concentrazione. Non capivo quando sarebbe stata stanca e smetterebbe a chiedermi cose. La sua espressione irritante diventava sempre più fastidiosa quando mi afferrava la manica per attirare la sua attenzione. Quanti anni aveva? Cinque? Un bimbo già quasi indipendente, che non riusciva nemmeno a prepararsi la colazione da solo? A quelletà mi divertivo a fare i giro in garage con gli amici, mentre la mia figlia sembrava una piccola ameba incapace di cavarsela da sola.

Il piccolo scostamento mi costò cara: persi la partita. La rabbia mi avvolse gli occhi come una nebbia densa. Saltai in piedi, corsi in cucina, afferrai una pagnotta di pane ormai indurita e la lanciai a Ginevra.

Prendi e mastica, non è che non riesci a raggiungerla da sola? sbottai.

Riempii un bicchiere di latte dal frigo, lo posai sul tavolo e, quando la bambina rimase a dire che la mamma scalda sempre il latte, le risposi che non ero la mamma e che doveva imparare a farne a meno. Tornai al computer, riavviò il gioco sperando che il bambino sazio smettesse di disturbarmi con le sue richieste sciocche. Ma la collera mi impediva di concentrarmi. Dopo una pausa per andare al bagno, tornai, ma non riuscii a sedermi nella mia poltrona preferita.

Papà, voglio uscire a giocare. Mamma ed io andavamo a passeggiare ogni giorno! sussurrò Ginevra.

Vuoi uscire? Benissimo! Vai e divertiti!

Vidi loccasione perfetta per stare solo e rilassarmi. Aprii larmadio di Ginevra, trovai pantaloni caldi, una felpa, dei guanti e una giacca con cappuccio. La vestii di corsa, la spinsi fuori nel cortile e le dissi di giocare finché non la richiamassi. Tornai al computer, mi misi le cuffie, accesi la musica, aprii una nuova lattina di bibita frizzante e ricominciai a sparare nemici, felice che nessuno mi disturbasse.

Ginevra tremava per il freddo. Le sembrava che la mamma le mettesse sempre vestiti più caldi per le uscite in quel periodo. Il sole non cera più, era già sera, e non era da sua madre mandarla fuori a quellora. Quanto le mancava la mamma! Quanto era bene con lei e quanto era terribile senza di lei. Le labbra tremavano, provò ad aprire la porta, ma io lavevo chiusa a chiave. Per non gelarsi, decise di correre un po. I piedi si incastravano nella neve non spazzata da giorni, e non riusciva a correre. Provò a fare un pupazzo di neve, ma la neve era troppo sabbiosa, più simile a farina che a neve. Pensò di chiedermi se quella neve fosse in realtà sabbia fredda. Bussò alla porta, ma nessuno aprì, come se non la sentissero. Si spaventò. Iniziò a piangere, a chiamare papà, ma non rispondevo. Si avvolse in se stessa, singhiozzando, e notò il cancellino leggermente socchiuso; così, con gli occhi pieni di lacrime, si avviò verso la luce, cercando di scaldare i piedi gelati.

Voleva andare da Lucia, la vicina anziana che spesso ci offriva latte, ma la casa di Lucia era al buio. Bussò, ma non aprì. Probabilmente non cera nessuno. Camminò più in là, finché il villaggio scomparve dietro di lei; la nostra casetta era ai margini del paese. Camminava piangendo, ignara di cosa le sarebbe accaduto, quando una furiosa tormenta di neve la avvolse. Girandosi, il panico aumentò: non vedeva più nulla. Corse, afferrava il freddo con la bocca, piangeva e chiamava papà, ma nella sua mente compariva sempre il mio volto irritato e la frase: «Lascialo, non sono la mamma!». Realizzando di essere completamente sola e senza via duscita, cercò di difendersi dal vento che la spingeva a cadere, ma cedette, crollò in ginocchio. La neve gelata bruciava la pelle, e il vento ululante penetrava sotto i vestiti.

Quando mi ricordai di Ginevra, erano già le due di notte. Probabilmente non mi sarei ricordato, ma, di corsa al bagno, udii un forte bussare alla finestra. I rami spogli di un glicine sotto la finestra, coperti di ghiaccio, sbattevano furiosamente al vento.

«Un vero bufio», pensai, ma in un attimo il pensiero che avevo lasciato la figlia fuori mi colpì come un fulmine.

Corse fuori nel cortile e la chiamai a gran voce, ma la bambina non era più. Per un attimo il terrore mi trafisse lanima: era tardi, la tormenta era al culmine e la bambina non cera. Non mi curai più, come se non potesse gelarsi. Decisi che fosse andata a casa di qualche vicina. Tornei in casa, il freddo fuori era pungente, ma non mi preoccupai: la zia Lucia spesso prendeva Ginevra con sé. Un lucore nella finestra della casa di Lucia mi rassicurò. Risposi freddamente a mia moglie, Daria, che mi chiedeva come andavano le cose, dicendo che stavamo dormendo e che tutto era a posto.

Il rapporto con Daria era da tempo teso; era diventata unombra della madre defunta, rimproverandomi sempre e dicendomi di andare a lavorare invece di stare incollato al computer. Forse un giorno i videogiochi sarebbero stati il mio lavoro. Sognavo di diventare un giocatore professionista, sentendo parlare dei guadagni dei pro. La rimproveravo per non sostenermi, promettendo che un giorno avrebbe cambiato vita non appena avrei iniziato a tagliare i soldi.

Caddi sul letto e russai. Non chiusi la porta a chiave, per caso, così da non svegliarmi se Ginevra fosse tornata. La mattina mi svegliò la voce furiosa di Dina, sorella di Daria.

È impazzito! Gli hanno affidato un figlio e lo tratta così! Dovè Ginevra? sbraitava.

Basta urlare! Non è casa tua! le dissi, girandomi. Ma Dina mi afferrò per il braccio, mi tirò verso di sé e io, ancora mezzo addormentato, caddi a terra.

Un giorno ti farò pagare ogni errore! minacciò, massaggiandosi il braccio dolorante, guardandomi con rabbia. Dina, a differenza della sorella più mite, Oliva, era una donna tosta. Fin da piccola praticava il karate e si era iscritta a un corso di autodifesa. Mettere a terra un uomo più stupido di una scimmia non sarebbe stato un problema per lei.

Dove è il bambino? Dove hai portato la mia nipote? Sono qui per Ginevra! chiedé.

Vagabonda per il paese, dove più non può andare!

Dina rimase a bocca aperta. Era pronta a colpirmi sul colpo, perché parlava come se fosse normale che la figlia fosse sparita. Eppure, non era una bambina di cinque anni? No, era ormai una piccola donna.

Se succede qualcosa a Ginevra, la seppellirò! Dove lhai messa?

Non lho messa da nessuno. È uscita da sola ieri, forse è andata a casa della zia Lucia al novantesimo omisi il fatto di averla scaraventata fuori per non disturbare.

Dina non perse tempo, corse subito dalla vicina. Le mani tremavano per la paura; non capiva perché il padre non lavesse cercata appena si era accorto dellassenza. La tempesta di ieri era forte, eppure lui aveva dormito come un ghiro. Dina bussò a tutte le case, chiedendo se qualcuno avesse accolto Ginevra; tutti, però, scossevano la testa, perché con quel freddo nessuno usciva neanche alla finestra.

Ritornata a casa, trascinò Andrea, che era ancora al computer, e cominciò a picchiare sul tavolo.

Mostro senza cuore! Dove lhai messa? singhiozzava.

Calmati, non è successo nulla! Tornerà! Dove andrà?

Non è dappertutto! Ieri hai detto a tua moglie che andavate a dormire, che tutto andava bene! Dove lhai messa?

Dina, sapendo che la sorella Oliva era in attesa di unintervento al cuore, non voleva comunicare la notizia prima del tempo. Chiamò la polizia; quando Andrea cercò di strapparle il telefono, lei lo fissò con sguardo minaccioso, facendo capire che non doveva avvicinarsi. I soccorritori promisero di perlustrare larea il prima possibile. Dina non poteva credere a ciò che accadeva: sembrava un incubo, un sogno impossibile, ma la realtà era troppo crudele. Si biasimava per non aver lasciato il lavoro prima, per non aver aiutato la sorella, per aver affidato la bambina a quel padre inutile. Andrea non era più un padre, era un parassita.

La polizia arrivò in fretta, interrogò Andrea e, capendo la gravità, lo mise alle manette.

E noi? Che cosa abbiamo da fare? Non ho fatto nulla! protestò.

Prima capiremo se hai ferito la bambina, poi parleremo di abbandono. Lasciare una bimba fuori a una tempesta è già abuso, è reato! replicò lufficiale, disgustato.

Dina pianse disperata, temendo il peggio per Ginevra. Ogni volta che i soccorritori parlavano di un mucchietto di neve anomalo, lei si scosse. Dopo aver bevuto i calmanti che le aveva dato la zia Lucia, cercò di rimettersi in piedi, ma non ce la faceva. Entrò nella stanza della bambina, trovò i vestiti sparsi, afferrò il pigiama e scoppiò in lacrime. Lultima volta laveva vista un mese prima; allora Oliva parlava dellintervento al cuore, rimandandolo per lavoro. Ginevra le aveva promesso di amarla tanto, e ora era sparita. Forse per sempre.

Un investigatore entrò nella stanza.

Questi guanti appartengono alla bambina? chiese.

Dina quasi svenne, perché quei guanti li aveva portata da una sua missione di lavoro. Si appoggiò al armadio, scivolò a terra, e lufficiale la aiutò a sedersi sul divano.

È presto per seppellire. Solo i guanti sono stati trovati. Perlustrano larea, ma la tempesta è stata così forte che non resta traccia. È difficile cercare senza una direzione.

Dina annuì, si abbracciò, piangeva silenziosa. Davanti agli occhi vedeva il sorriso di Ginevra, pregava Dio perché la trovassero viva.

La ricerca continuò fino a notte fonda, senza risultati. I soccorritori furono richiamati altrove, la polizia ripartì, portando via anche il dolore del padre. Dina rimase sola in quella casa estranea, maledicendo il fatto di non aver convinto sua sorella a non sposare Andrea. Era evidente fin dal principio che era un uomo egoista, fissato sul proprio aspetto, sui muscoli scolpiti dallesercito, ma senza cervello. Anche Oliva, con i suoi occhiali rosa, lo amava, credendo che Andrea fosse un uomo buono. Nonostante le ore passate davanti al computer, lei sosteneva che Andrea amasse loro e la bambina, ma era tutto una bugia.

Non riuscivo a dormire; Dina mentì a sua sorella dicendo che tutto andava bene, portando così Ginevra con sé. Non poteva immaginare come direbbe a Oliva la verità se avessero trovato la bambina morta.

Allalba il telefono squillò: era linvestigatore. Mi disse che al pronto soccorso dellospedale provinciale era arrivata una bambina di cinquesei anni, e Dina doveva correre lì subito. Senza pensarci, Daria si precipitò in ospedale. Le negarono laccesso finché arrivò linvestigatore. Entrata nella stanza, Dina quasi svenne di nuovo: era Ginevra, avvolta da una coperta leggera. I medici la tenevano su una sedia, ma una mano giovane la stringeva.

È sua figlia? chiese delicatamente il dottore.

Nostra nipote balbettò Dina, cercando di rialzarsi, ancora barcollante.

Tutto andrà bene! È una bimba forte, ce la farà rassicurò il medico.

Linvestigatore si ritirò per parlare, e Dina si avvicinò al letto, prese la mano di Ginevra e pianse di gioia. Non poteva non piangere davanti a quella piccola, ma il fatto che fosse viva era ciò che contava. Dina promise di prendersi cura di lei, di diventare sia madre che padre per quel periodo.

Ginevra si riprese presto: il medico confermò che non cera polmonite, solo un lieve raffreddore. Il dottore, Sergei, si presentò, raccontò che aveva trovato la bambina con il suo cane Charlie, che laveva guidata al bosco. Charlie, un pastore tedesco, era rimasto impigliato nella neve; quando Sergei lo raggiunse, vide Ginevra afferrare la manica del bambino, cercando di salvarlo. Sergei intervenne subito, la portò in ospedale. A causa del freddo la ragazza aveva un leggero congelamento alle estremità, ma nulla di grave.

Dina ringraziò Sergei e Charlie, dicendo: «Devo ringraziare Charlie, perché se non fosse stato lui». Sergei accettò, offrendo una tazza di caffè nella mensa dellospedale. Dina, affamata e senza sonno da giorni, accettò. Pensava a come dire la verità a Oliva senza sconvolgerla; comunque, la notizia dellospedale avrebbe già causato stress alla sorella, soprattutto con lintervento al cuore imminente.

Il caso si concluse, il giudice mise Andrea in carcere, condannandolo a una pena detentiva. Andrea non mostrò rimorso, anzi, si compiacque di essere libero dalle incombenze familiari. Quando perse il lavoro, vendette tutti i suoi beni e iniziò a vivere di piccoli lavori, ma rimase un uomo amareggiato, sempre più scontroso. Un giorno, a causa di una lite in fabbrica, gli colleghi lo picchiarono e lo etichettarono come vergogna della mascolinità. Finì con la schiena rotta e, per un attimo, cercò di riconquistare OlAlla fine, la famiglia trovò la forza di ricostruirsi, tenendo viva la memoria di Ginevra e imparando a non ripetere gli errori del passato.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

seventeen − three =

Ha cacciato la figlia al freddo, ma quando si è ricordato di lei, era ormai troppo tardi…