L’astuta lontra dallo sguardo intelligente arrivò supplicando tra le persone in cerca d’aiuto e, per riconoscenza, lasciò un generoso dono.

Accadde tutto lo scorso agosto. Una brezza salmastra e calda, proveniente dal mare, accarezzava i volti dei pescatori mentre il sole, ancora pieno denergia nonostante lestate avanzata, danzava sulla superficie dellacqua. Il porto era come sempre: assi vecchie e scricchiolanti, odore di alghe e sale, reti da riparare e chiacchiere sul tempo e la fortuna. Niente lasciava presagire che quel giorno sarebbe stato diverso.

Ma il miracolo venne dal profondo.

Allinizio sentirono solo uno schizzoqualcosa di umido e veloce balzò fuori dallacqua e si agitò sulle assi del molo. Tutti alzarono lo sguardo. Unotteria. Maschio. Bagnata, tremante, con negli occhi panico e supplica. Non scappò, non si nascose, come fanno gli animali selvatici. No. Corse tra gli uomini, toccò le loro gambe con le zampette, emettendo un lamento sottile e quasi infantile, poi tornò di corsa al bordo del molo.

“Che diavolo è questa?” chiese uno dei marinai, posando una matassa di corde.

“Lasciala stare, se ne andrà da sola.”

Ma non se ne andò. Continuò a implorare.

Fu un vecchio pescatore, il viso solcato da rughe profonde e dal sole, di nome Vincenzo Rossi, a capire. Non era un biologo, non leggeva neppure i giornali. Ma qualcosa di antico brillò nei suoi occhiun istinto rimasto dai tempi in cui luomo e la natura parlavano la stessa lingua.

“Aspettate” disse piano. “Vuole che la seguiamo.”

Fece un passo verso il mare. Lotteria corse avanti, girandosi per assicurarsi che lo seguissero.

E allora Vincenzo la vide.

Laggiù, tra i grovigli delle vecchie reti, alghe e corde sfilacciate, una femmina di otteria lottava disperata. Le zampe erano intrappolate, la coda si dibatteva inutile contro lassalto delle onde. Ogni movimento la rendeva schiava della rete. Stava affogando. Negli occhi cera solo terrore. Accanto a lei, galleggiava un cuccioloun batuffolo di pelo che si stringeva alla madre senza capire, ma sentendo la morte avvicinarsi.

Il maschio, quello che aveva chiesto aiuto, era seduto sul molo e osservava. Non guaiva, non si agitava. Solo guardava. E in quello sguardo cera più umanità che in molti uomini.

“Presto!” gridò Vincenzo. “È qui! Si è impigliata!”

I pescatori accorsero. Uno saltò su una barca, un altro iniziò a tagliare la rete. Tutto avvenne in un silenzio teso, rotto solo dal respiro dellanimale e dallo sciabordio delle onde.

I minuti sembrarono ore

Quando finalmente la liberarono, la femmina era allo stremo. Il corpo tremava, le zampe quasi non rispondevano. Ma il cucciolo si avvicinò, e lei lo leccò debolmente.

“Rimettetela in acqua!” gridò qualcuno. “Subito!”

La calarono con delicatezza. E in un istantemadre e piccoloscomparve nelle profondità. Il maschio, che aveva assistito immobile, si tuffò dietro di loro.

Tutti restarono in silenzio. Nessuno parlò. Respiravano come dopo una battaglia.

Poi, pochi minuti dopo, lacqua si mosse di nuovo.

Lui tornò.

Da solo.

Riemerse sul molo, fissando gli uomini. Poi, lentamente, con fatica, tirò fuori dalle zampe anteriori una pietra. Liscia, grigia, un po allungatasi vedeva che era stata usata a lungo, un oggetto amato. La posò sulle assi, proprio dove aveva implorato aiuto.

E sparì.

Silenzio.

Nessuno si mosse. Persino il vento sembrò fermarsi.

“Ha ha lasciato la pietra per noi?” sussurrò un ragazzino, quasi un bambino.

Vincenzo si inginocchiò. La raccolse. Era fredda. Pesante. Ma non per il suo pesoper il suo significato.

“Sì” disse piano, la voce rotta. “Ci ha dato quello che aveva di più prezioso. Perché per unotteria, questa pietra è come il cuore. È il suo strumento, la sua arma, il suo gioco, il suo ricordo. La porta con sé per tutta la vita. Ogni otteria ne trova unae non se ne separa mai. Non serve solo per aprire i gusci la ama. Ci dorme, ci gioca, la mostra ai cuccioli. È la sua famiglia. È la sua vita.”

“E lui lha data a noi.”

Lacrime solcarono il volto di Vincenzo. Nessuno se ne vergognava.

Perché in quel momento tutti capirono: era un augurio di gratitudine. Non con un ringhio, non con un gesto. Ma regalando ciò che aveva di più caro. Come un uomo che dona lultima camicia per salvare qualcuno.

Qualcuno filmò. Il video durò venti secondi. Ma bastarono per commuovere milioni di persone.

“Ho pianto come un bambino.”
“Ora non potrò più pensare agli animali come macchine.”
“Oggi ero arrabbiato con il vicino per il rumore e unotteria ha dato tutto per amore.”

Gli scienziati poi dissero che le otterie sono tra gli animali più empatici. Che piangono quando perdono i cuccioli. Che dormono tenendosi per mano per non separarsi. Che giocano non per fame, ma per gioia. Che hanno unanima.

Ma in quel gestoin quella pietra lasciata sulle assi del molonon cera solo unanima.

Cera gratitudine. Pura. Disinteressata. Quella che anche tra gli uomini si vede raramente.

Vincenzo conserva ancora quella pietra. Su una mensola, accanto alla foto della moglie, scomparsa cinque anni fa. A volte, quando cè silenzio, la guarda e pensa:
“Forse noi umani abbiamo ancora qualcosa da imparare dagli animali?”

Perché in un mondo in cui tutti pensano solo a sé stessi, in cui la gentilezza si nasconde come in una grottauna piccola otteria ha dimostrato che lamore e la gratitudine sono più forti degli istint

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