Ci ho pensato bene: nessun matrimonio
Arcangelo rimaneva spesso fino a tardi nel laboratorio delluniversità di Bologna, immerso nei suoi esperimenti infiniti: travasava liquidi da una provetta allaltra, osservava polveri rare con l’occhio attento di chi spera in una scoperta.
Era convinto che, con la sua instancabile dedizione, presto sarebbe riuscito a ricavare da una radice trovata sulle colline dellEmilia un composto rivoluzionario che avrebbe stupito tutta lItalia.
Lentusiasmo con cui questo scienziato ormai quarantenne si buttava nel lavoro era tale da renderlo cieco ai timidi sguardi che la giovane donna delle pulizie, Sofia, gli lanciava. La ragazza era una semplice venuta da Modena, appena assunta allateneo.
Mentre Arcangelo, spinto solo dal sogno di unepocale scoperta, continuava a perder tempo tra vetrini e microscopi, Sofia spesso dimenticava di spazzare, fissa per ore sulluscio, appoggiata alla scopa e con gli occhi sempre su di lui.
Una sera, alla fine, trovò il coraggio.
Dottor Arcangelo, ma non le sembra di star troppo seduto? Sè mai alzato oggi? Magari una tazza di tè la rimetterebbe a nuovo. Sa, ho portato la mia teiera elettrica da casa. E delle salsicce fatte da mia mamma!
Sentendo la parola “salsicce”, Arcangelo si ridestò dai suoi pensieri e si alzò dalla sedia.
Ma il tè è sempre una buona idea, disse. E con le salsicce? Non si può certo dire di no a una tale tentazione
Sorridendo radiosa, la ragazza tirò fuori dal suo zaino una teiera lucida e un tupperware, da cui emanava un profumo inconfondibile.
Mia madre è tornata ieri dalla campagna con della carne fresca. Ho preparato le salsicce come si faceva una volta, con il lardo e tutto.
Mentre la teiera iniziava a borbottare, Arcangelo prese in mano il contenitore e lo esaminò con occhio da chimico.
Mi dica, signorina, da quanto tempo è stato in questo zaino?
Sofia arrossì, spaesata:
Credo dalla mattina perché?
Hmm. Il coperchio era chiuso bene?
Sì balbettò lei pensa che sia andato a male? Non credo, è fresco. Nella sala spogliatoio cè freddo, il riscaldamento non funziona mica ancora.
Arcangelo tentennava.
Capisco Allora, beviamo solo il tè, propose con cautela. Le sue salsicce, però, conviene le porti a casa.
Offesa, la ragazza afferrò il tupperware e lo aprì, annusandolo vistosamente:
Ma sa che profuma ancora di campagna? Non vuole assaggiare? Peggio per lei, ne mangio io!
Versò il tè nelle tazze con un broncio, mentre Arcangelo si accomodava esitante al tavolo.
Il profumo del tè caldo stemperò per un attimo la tensione. Arcangelo guardò Sofia masticare felice la salsiccia.
Vitello? chiese lui.
Sì, e cè anche un po di pancetta, disse lei, soddisfatta.
Se posso dirlo sembra davvero buona. E il profumo
Lo stomaco gli brontolava contro ogni raziocinio.
Sbuffando, Arcangelo sentenziò:
Dovrebbe però sapere che la temperatura ideale per conservare questi alimenti, secondo le norme, non devessere superiore ai ventidue gradi
Ma chi se ne importa! lo interruppe lei Basta, io mangio!
Lui osservò una goccia di grasso scivolare sul mento lei, il naso lucido. In testa un caotico via vai di pensieri: “Ma sì, dai, non avrà mica tutta questa importanza…” E mentre cercava di convincersi che non doveva cedere, la mano di Arcangelo si mosse da sola verso il piatto. Addentò la salsiccia, la pelle che scoppietta tra i denti.
Straordinaria chi l’ha fatta?
Gliel’ho detto, io! rispose Sofia, tutta rossa.
Arcangelo mangiava a occhi chiusi, come in estasi.
Davvero non so cosa dire.
Sofia quasi pianse dalla felicità.
Alla fine della cena, Arcangelo si offrì di accompagnarla fino alla fermata dellautobus, in segno di riconoscenza per la cena. Camminando e chiacchierando, lui scoprì che Sofia aveva solo ventitré anni. Quasi una ragazzina! Mentre attendevano il pullman che non arrivava mai, lei, timidamente:
Vuole che domani le porti dei biscotti fatti in casa? Li faccio solo io, non li compro mai. Preferisce quelli alla carota o quelli alla ricotta?
Mi piacciono tutti e due.
Allora porto entrambi.
Ed era incredibile, ma Arcangelo si sorprese ad attendere lindomani con ansia. Dimenticò per una sera i calcoli e le formule. E che sogni quella notte! Sognò addirittura che Sofia si spogliava piano, togliendosi la camicetta di lino.
La mattina dopo si svegliò con le guance in fiamme.
Non ci credo Quarantanni senza mai invaghirmi di una donna, e ora vedi cosa succede
**Seconda Parte**
Il giorno in cui Arcangelo doveva conoscere i futuri suoceri era molto nervoso. Mentre il taxi sobbalzava sulle strade di campagna verso un paesino tra Parma e Reggio, lui si specchiava sul finestrino, sistemandosi i radi capelli per coprire la calvizie che ormai avanzava.
Solo il giorno prima, Sofia gli aveva delicatamente strappato i capelli bianchi col pinzetto, accarezzandolo con la testa sulle sue ginocchia.
Si era rasato ben bene, indossato il vestito migliore, annodato la cravatta, spruzzato il suo dopobarba preferito.
Lei sussurrava come una gattina:
Tranquillo, piacerai a mia madre! È molto comprensiva, sai? E il patrigno lui dice sempre di sì a tutto.
Quanti anni ha tua madre?
Quarantacinque.
E io, quaranta Pensi davvero che possa accettarmi?
Ma certo, se non vuole dirle che aspetto un figlio tuo! rise Sofia.
Non diciamo sciocchezze, si intimorì Arcangelo.
Arrivati a destinazione, Arcangelo si lanciò subito verso il berretto per proteggerlo dal vento freddo che soffiava tra i campi. Linverno in quella parte dellEmilia lasciava mucchi di neve altissimi, molto diversi dalla città.
Sofia pagò il tassista, schizzò fuori dalla macchina col sorriso, prese le borse in spalla (anche quelle di Arcangelo) e si avviò spedita verso una vecchia casa di sasso coperta di muschio.
Arcangelo aveva visto simili casupole solo nei libri dei pittori: tetto storto di coppi vecchi, il camino con sopra un vaso di rame rovesciato. Appena dentro, il cigolio della porta imbottita di lana e il pavimento scricchiolante coperto da tappetini di stoffa gli sembrarono quasi irreali.
“Madonna santa, ma come si può vivere in una catapecchia così?” pensò tra sé, incerto se quella fosse veramente la casa di Sofia o un casale abbandonato. Eppure, lei lo spinse con decisione, dicendo: “Togliti le scarpe, mi raccomando!”
Qui ad attenderli cera la madre di Sofia, con addosso un vecchio accappatoio di flanella.
Ciao mamma, ti presento Arcangelo, il mio fidanzato. Te ne ho parlato al telefono.
La donna lo squadrò gelidamente dallalto in basso.
Mica vorrai scherzare, figliola? Quanti anni avete voi due?
Arcangelo deglutì forte.
Molto lieto di conoscerla. Lavoriamo insieme, sua figlia ed io, si presentò impacciato.
Quanti anni hai? tuonò lei.
Quaranta.
E la mia bimba ha ventitré! Sei più vecchio di lei di una vita intera!
Ma la amo, tentennò lui. Ho un lavoro fisso, una casa in città e anche una casa in montagna
La macchina ce lhai?
Non guido più, non ci vedo tanto bene! Ma posso comprarne una, e insegnare a Sofia a guidare se le fa piacere
Ah certo! sbottò la donna Volete trasformare mia figlia in una serva! Siamo forse tornati al Medioevo?
Arcangelo sospirò.
La prego, ascolti Vorrei davvero sposarla, e magari anche aver dei bambini. Onestamente! Voglio solo una famiglia.
A quel punto, dallangolo del camino sbucò fuori un uomo sorridente, giovane e ben vestito, con i ricci scuri, bello come un attore.
Buonasera, piacere di conoscerla, salutò cordialmente. Era il patrigno di Sofia, molto più giovane della madre.
Andrea, non serve essere tanto gentile. Mia figlia non la do in sposa a uno come te!
Sofia smise di sorridere.
Mamma, per favore Non si parla così agli ospiti! Io voglio stare con lui!
Mai!
Scoppiò una lite degna di un dramma teatrale. Arcangelo cercò di fuggire dalla situazione, staccando con gentilezza la mano di Sofia dalla propria per uscire.
Perdonami, Sofia. Non voglio andare contro tua madre.
E lei allora può maltrattarmi, portare in casa un amante giovane come un figlio e buttarmi fuori quando le do fastidio? gridò Sofia.
Andrea e la madre iniziarono a urlare ancora più forte. In mezzo al parapiglia, una sedia volò vicino ad Arcangelo mentre lui fuggiva verso luscita.
“Salvami, Madonna!”, pensava mentre correva fuori nella neve, cercando disperatamente un bar o una stazione dei pullman per scappare. Con il cellulare provò a chiamare un taxi, ma niente segnale. Non sapendo che altro fare, tornò verso la casa, riconoscendola dal vaso di rame sul camino.
Sofia uscì a cercarlo, con le borse in mano.
Arcangelo, sei qui? Caro mio, ho avuto paura che fossi sparito
Mi mancava laria, sono solo uscito per respirare un po, mentì lui.
Se mia madre non ci benedice, me ne vado. Vengo con te.
Una folata di vento gelido lo fece saltellare per scaldarsi. Sentiva le dita dei piedi come ghiaccioli; altro che amore, pensò. E poi: ma davvero voglio tutto questo? Una famiglia così?
La madre di Sofia si affacciò alla porta con un vecchio mantello sulle spalle, eretta e orgogliosa come una marchesina antica.
Se non rispetti tua madre, ragazza, allora vattene pure. Lui ora sarà responsabile per te.
Sofia annuì.
Meglio con lui che con te, mamma. Arcangelo è un bravuomo! Ma almeno chiamaci un taxi.
Se lo deve trovare da solo ormai! replicò glaciale la donna.
Caro, aiutami tu, ti prego disse Sofia, disperata.
Ma qui non prende il telefono, e non posso mica andare casa per casa.
Fu la prima volta che Arcangelo si trovò davvero in crisi. Sentì le forze mancare, e cadde sulla neve.
Arcangelo! urlò Sofia rossa in viso.
Lui sussurrò appena:
Mi gira la testa, non credevo di morire in un posto così. Voglio tornare a casa.
Sofia strillò che sembrava un’anima in pena.
***
Dopo un po, mentre era semicosciente sul divano della cucina, una signora del paese la guardia medica gli fece uniniezione e gli consigliò di restare sdraiato. Appena si riprese chiese:
Scusi, mi può portare via con sé?
E dove? Abito qui nel paese e lavoro in zona.
Sofia gli porse una tazza di tè caldo.
Ormai tutto è risolto. Mamma ci ha perdonati. Siamo a posto.
Arcangelo strinse le labbra. Ormai non voleva più saperne di nozze. Di nascosto pensava: Se riesco a raggiungere la città con le mie gambe, scappo. E alle donne, mai più!
***
Di ritorno in laboratorio a Bologna, Arcangelo rassettò il banco e disse alla sua assistente:
Ho finito. Puoi andare pure anche tu. Chiudo tutto io.
La ragazza una trentaduenne occhialuta, molto riservata balbettò imbarazzata:
Avevo portato una crostata magari una tazza di tè?
No, no, grazie! reagì dimpulso Arcangelo. Qui si lavora, niente tè o dolci!
Ma il turno è finito da un pezzo
Vai a casa! tagliò corto lui.
Lei prese la borsa, scura in volto, e uscì sussurrando qualcosa tra i denti.
Arcangelo chiuse a chiave e corse verso lappartamento.
Arrivò in orario, alle otto di sera.
Sofia gli aprì la porta:
Buonasera, Arcangelo.
Che ceniamo stasera? chiese lui, senza guardarla.
Zuppa danatra e tortelli di patate.
Benissimo. Appuntati pure quanti euro ho speso e te li aggiungo a fine mese nello stipendio.
Si sedette a tavola, dove Sofia gironzolava.
Sei ancora arrabbiato con mia mamma? chiese lei. Non intendeva offendere Si è solo spaventata che tu, così rispettato, professore mancato, potessi non voler fare sul serio con me; ha reagito esagerando. Ma io ti amo ancora.
Arcangelo girava il cucchiaio nella zuppa, senza entusiasmo.
Forse ti ha spaventato la nostra scenata familiare. Ma nelle famiglie italiane succede. Noi ci urliamo appresso e facciamo pace il giorno dopo Dai, non è niente…
Allora Arcangelo si alzò, accompagnò Sofia allingresso e le consegnò tutte le sue cose.
È tardi, vai pure. Domani non cè bisogno che torni, me la cavo da solo. Dopodomani invece sì.
Chiusa la porta alle sue spalle, Arcangelo tornò in cucina e riprese a cenare, in silenzio, mentre il ricordo di quella notte nella casa gelida, e la consapevolezza di essere scampato, lo confortavano come non mai.






