A FIOR DI PELLE…
In questa famiglia ognuno viveva per conto proprio.
Il papà, Lorenzo, oltre alla moglie, aveva unamante, talvolta anche più di una e spesso diverse. La mamma, Elisabetta, intuiva i tradimenti del marito, ma nemmeno lei conduceva una vita impeccabile. Le piaceva uscire con un collega sposato. I due figli erano lasciati a se stessi. Nessuno si occupava entrambi delle loro educazioni. Così, finivano spesso a gironzolare senza meta. La mamma sosteneva che fosse la scuola a doversi occupare completamente dei ragazzi.
La famiglia si riuniva in cucina solo la domenica a pranzo, mangiando in fretta e in silenzio, per poi tornare ciascuno ai propri affari.
Questo equilibrio precario sarebbe forse durato allinfinito, se un giorno non fosse accaduto qualcosa di irreparabile.
Quando il figlio più piccolo, Daniele, aveva dodici anni, il papà Lorenzo decise, per la prima volta, di portarlo con sé in garage per dargli una mano. Mentre Daniele osservava curioso gli attrezzi, Lorenzo si allontanava per raggiungere alcuni amici appassionati di motori che trafficavano con le loro auto poco distante.
Improvvisamente dal garage uscì una densa nube di fumo nero, poi lingue di fuoco. Nessuno capì subito cosa stesse succedendo. (Solo dopo si scoprì che Daniele aveva fatto cadere per sbaglio una lampada a benzina accesa proprio sopra una tanica di benzina). La gente rimase impietrita, colta di sorpresa, il fuoco divampava. Qualcuno rovesciò un secchio dacqua su Lorenzo, che si lanciò senza esitazione nel garage in fiamme. Tutti trattennero il fiato. Dopo pochi secondi, Lorenzo emerse dallinferno, stringendo fra le braccia il figlio privo di sensi. Daniele era completamente ustionato. Si era salvato solo il volto, probabilmente protetto con le mani. I vestiti erano carbonizzati sul suo corpo.
Qualcuno chiamò subito i vigili del fuoco e unambulanza. Daniele fu trasportato durgenza in ospedale. Era vivo!
Fu subito portato in sala operatoria. Dopo lunghe e interminabili ore di attesa, un medico uscì e riferì ai genitori con tono serio: Stiamo facendo tutto il possibile e limpossibile. Adesso vostro figlio è in coma. Le sue possibilità di sopravvivere sono una su un milione. La medicina ufficiale si arrende, ma se Daniele avrà una forza straordinaria di vivere, potrebbe avvenire un miracolo. Stringete i denti.
Senza esitazione, Lorenzo ed Elisabetta corsero alla chiesa più vicina. Cominciò a cadere una pioggia torrenziale. I genitori, stravolti dal dolore e dallangoscia, non vedevano né sentivano nulla se non la necessità disperata di salvare il proprio bambino.
Fradici dalla testa ai piedi, per la prima volta nella loro vita entrarono in chiesa. Dentro era silenzioso, quasi vuoto. Notando il prete, la coppia gli si avvicinò tremante.
Padre, nostro figlio sta morendo! Ci aiuti, la prego! implorò Elisabetta tra le lacrime.
Mi chiamo padre Sergio, figli miei. Eh, quando si ha paura si cerca Dio, vero? Ma quanto siete in pace con la vostra coscienza? domandò il sacerdote, diretto.
Credo di sì insomma, non abbiamo mai fatto del male a nessuno balbettò Lorenzo abbassando lo sguardo sotto gli occhi penetranti di padre Sergio.
Ma la vostra amore dove lavete lasciata? È morta, sepolta sotto i vostri piedi. Fra marito e moglie ci dovrebbe essere un filo che unisce, invece tra voi ci passerebbe un tronco dulivo, senza che nessuno se ne accorga! Che peccato Pregate, figli miei, pregate San Nicola per la salute di vostro figlio! Con tutto il cuore. Ma ricordate: tutto avviene per volontà di Dio! Non lamentatevi mai di Lui. A volte il Signore ci fa capire così i nostri errori, altrimenti restiamo ciechi. Solo lamore salva!
Lorenzo ed Elisabetta, bagnati di pioggia e lacrime, sembravano due cuccioli sperduti davanti al parroco, ascoltando dentro di sé dolorose verità. Era una scena straziante.
Padre Sergio indicò licona di San Nicola.
Lorenzo e Elisabetta si inginocchiarono davanti alla statua, pregarono con tutte le forze, piansero, fecero promesse
Tutte le relazioni extraconiugali vennero immediatamente chiuse. Furono dimenticate e bandite dalla memoria. La vita venne passata al setaccio, filo per filo.
La mattina successiva, una telefonata dal medico annunciò che Daniele si era risvegliato dal coma.
Lorenzo ed Elisabetta erano già seduti al suo capezzale.
Daniele, riaprendo gli occhi, cercò di sorridere ai genitori. Ma era un sorriso sofferente, il volto segnato da una maschera di dolore adulto.
Mamma, papà, vi prego, non lasciatevi sussurrò piano il ragazzo.
Tesoro, perché pensi questo? Noi siamo insieme rispose Elisabetta, accarezzando la sua mano calda e rilassata. Daniele fece una smorfia e gemette. Elisabetta si ritrasse subito.
Lho visto, mamma E poi, i miei figli porteranno i vostri nomi continuò Daniele, assorto.
Lorenzo ed Elisabetta si scambiarono unocchiata preoccupata. Pensarono che il figlio stesse delirando. Ma quali bambini, adesso? Non puoi nemmeno muovere un dito! Sei ancora a letto Limportante è che tu possa guarire, vedrai
Eppure, da quel giorno, Daniele cominciò a migliorare. Tutte le energie e i risparmi della famiglia furono investiti nella sua guarigione. Lorenzo ed Elisabetta vendettero la loro casa in campagna.
Purtroppo, il garage e la macchina erano andati completamente distrutti il giorno dellincidente: altrimenti avrebbero venduto anche quelli per raccogliere qualche euro in più per la salute del figlio. Ma la cosa più importante era che Daniele fosse sopravvissuto. I nonni, zii e parenti diedero tutti una mano.
La famiglia si unì davanti alla sventura comune.
Anche il giorno più lungo arriva alla sua fine.
Passò un anno.
Daniele si trovava in un centro di riabilitazione.
Aveva riacquistato la capacità di camminare e poteva badare a se stesso.
In quel centro, Daniele fece amicizia con una ragazza, Chiara. Avevano la stessa età e, come Daniele, anche Chiara portava i segni di un incendio: il volto ustionato.
Dopo varie operazioni, Chiara si vergognava delle sue cicatrici e non si guardava mai allo specchio: temeva ciò che avrebbe potuto vedere.
Daniele si affezionò subito a Chiara. Da lei emanava una luce insolita, un misto di innocenza e saggezza fuori dal comune. La sentiva indifesa, desiderava proteggerla.
Ogni momento libero lo trascorrevano insieme, confidandosi. Avevano vissuto gli stessi dolori, le stesse paure, imparato a convivere con le pillole amare, le punture e i camici bianchi
Avevano sempre moltissimo da dirsi e non si stancavano mai di stare insieme.
Con il tempo
Daniele e Chiara celebrarono un matrimonio semplice.
Dallo loro unione nacquero due splendidi bambini: una bambina, Lucia, e tre anni dopo un maschietto, Gabriele.
Quando finalmente la famiglia sembrò poter respirare, Lorenzo ed Elisabetta decisero di separarsi. Tutta la terribile esperienza con Daniele li aveva svuotati: non riuscivano più a convivere sotto lo stesso tetto. Erano entrambi esausti e desiderosi di ritrovare la pace, anche lontani luno dallaltra.
Elisabetta si trasferì dalla sorella, in provincia. Prima di partire, volle passare in chiesa per ricevere la benedizione da padre Sergio. Negli ultimi anni era spesso tornata lì a ringraziarlo per il miracolo del figlio. Ma padre Sergio la correggeva:
Ringrazia il Signore, Elisabetta!
Il sacerdote non era però favorevole alla sua partenza.
Se davvero non ne puoi più, vai. Riposati. Un po di solitudine fa bene allanima. Ma poi torna! Marito e moglie sono una cosa sola! la ammoniva, bonario.
Lorenzo rimase solo nella loro casa ormai vuota. I figli, ormai adulti, vivevano con le rispettive famiglie.
Gli ex coniugi andavano a trovare i nipoti a turno, facendo di tutto per non incontrarsi.
In un certo senso, finalmente ognuno trovò la propria serenità.
Ma nonostante le ferite, il dolore e le scelte, proprio quella sofferenza aveva ricordato a tutti che solo recuperando lamore e la vicinanza vera si può davvero guarire, ritrovando il senso della famiglia e limportanza del perdono, ingrediente fondamentale per la felicità di tutti.






