Sono Passati 40 Anni, Ma Io Continuo a Pensare a Lui: Ho Deciso di Cercarlo di Nuovo

Quarantanni sono passati, eppure il suo volto rimaneva impresso nei miei sogni. Decisi di cercarlo di nuovo.

Lo trovai dopo quattro decadi, per caso, tra una ricetta di tiramisù e una pubblicità di una crema antietà. Nome, cognome, e accanto una foto: capelli argentati, occhiali spessi, quel sorriso che riconobbi allistante.

Mi fermai, il cuore accelerò come se il corpo ricordasse qualcosa che la mente non osava nominare. Premetti clic. Era il profilo di un artista, una piccola galleria nel quartiere Oltrarno di Firenze, foto di dipinti paesaggi, antiche porte, una donna alla finestra. Sotto una di quelle immagini, una frase: Lautunno ricorda più dellestate.

Lo sapevo, era lui. Marco. Il mio Marco di quegli anni, colui che amavo in silenzio durante tutta la scuola superiore e molto oltre. Dopo il diploma partì, io rimasi.

Le sue vicende seguirono un sentiero diverso: matrimonio, figli, divorzio, lunga quiete e routine. Ma quel sentimento non si spense mai davvero; si era semplicemente nascosto, come una lettera dimenticata in un cassetto.

Senza pensarci, scrissi:
«Non so se ti ricordi di me. Io mi ricordo di te. Se ti va, prendiamoci una tazza di tè; ti aspetto a Firenze.»

Quella stessa sera mi rispose:
«Ti ricordo. E il tè lo bevo sempre alle quattro. Lindirizzo lo trovi sul mio sito.»

Comprai il biglietto, impacchettai una piccola borsa, un maglione di lana e quella vecchia lettera che non avevo mai spedito. Sul treno osservavo gli alberi scorrere dorati, rossi, coperti di brina e sentivo il tempo invertire, come se avessi di nuovo diciotto anni.

Scesi alla stazione di Firenze Santa Maria Novella e, per la prima volta dopo tanto, provai che qualcosa di veramente importante stava per accadere. Non sapevo ancora cosa, ma non volevo perderlo.

Il suo studio si trovava in una viuzza secondaria dellOltrarno. Scale strette, porte pesanti con una piccola vetrina, sopra uninsegna di ottone: Marco B. Atelier. Il cuore batteva più forte quando bussai. Un attimo di silenzio, poi una voce familiare:
Aperto.

Entrai. Linterno era diverso da come lo immaginavo, e al tempo stesso esattamente come doveva essere: aroma di trementina, penombra, luce diurna che filtrava da una grande finestra, tele appoggiate alle pareti, un secchio di pennelli, una tazza di caffè a metà. Marco era davanti al cavalletto, girò lentamente la testa, come se avesse previsto il mio arrivo. Sorrise, non apertamente, ma con gli occhi.

Non sei cambiata, disse, anche se non era vero. Il suo tono non tradiva menzogne.

Nemmeno tu risposi.

Mi fece accomodare su una poltrona di velluto logoro, versò acqua per il tè. Parlammo prima di nulla dei treni, del traffico, di come Firenze diventi più luminosa in autunno poi di tutto: dei suoi anni trascorsi, della mia vita, di come entrambi avessimo perso persone care, di quanto fossimo rimasti un po soli in mezzo a tanta gente.

Sul tavolo cera il profumo di pane appena sfornato. Nelle tazze si vedeva il vapore del tè alle spezie. La luce dorata entrava dalla finestra. Il silenzio era così profondo che sentivo il mio respiro.

Pensi ancora a quellestate? chiese allimprovviso.
Sempre risposi, prima ancora di finire di pensare.

Per due giorni fummo inseparabili. Passeggiavamo lungo il Giardino di Boboli, mangiavamo focacce in Piazza Santo Spirito, ridevamo di cose che solo chi ricorda il sapore di una limonata in bottiglia di vetro e il suono della campanella della lezione può capire.

Non mi chiese quanto tempo sarei rimasta. Io non dissi quando sarei partita. Era come una bolla fragile, silenziosa e splendida. Eppure reale.

Il terzo mattino impacchettai di nuovo la borsa e la posai accanto alla porta. Marco mi porse una tazza di tè e disse solo:
Non tornare ancora.
Ma io ho obblighi, la casa

Scosse la testa.
Tutto lì aspetta. Qui qui aspetta chi non vuole più perderti.

Guardai fuori dalla finestra gli alberi cadenti e pensai: forse stavolta dovrei essere io a restare.

Non salii sul treno. La borsa rimase accanto alla porta, io rimasi alla finestra, una tazza di tè tra le mani, nella sua poltrona, nel suo mondo. Per un attimo provai vergogna, come se avessi fatto qualcosa di irresponsabile, di sciocco. Ma quella sensazione svanì più in fretta di quanto fosse comparsa.

Rimasi un giorno in più. Poi un altro. E poi persi il conto.

Nel suo atelier il tempo scorreva diversamente. Lo aiutavo a sistemare i colori, a pulire le cornici, gli leggevo ad alta voce mentre schizzava. Improvvisamente compresi che si può vivere semplice, leggero, senza smembrare ogni cosa.

Di sera camminavamo per le strade del centro storico. Tra la gente, ma separati. Nessuno ci guardava stranamente. Forse perché sembrava naturale. O perché a nessuno importava se avevamo trentanni o sessantanni.

Un giorno trovai sul tavolo un piccolo disegno: io, seduta alla finestra, persa nella luce. Scritto sopra: Lautunno che è tornato. Non dissi nulla. Solo sfiorai la carta con le dita e sorrisi in silenzio.

Non so se questo durerà per sempre. Non ho piani. Non chiedo. Basta quel singolo istante che qualcuno mi abbia detto: Resta e che io labbia sentito davvero.

Ho atteso quella decisione per quarantanni. Ora non voglio più attendere.

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