Mia madre e mia sorella mi vedevano solo come un bancomat – non si sono mai veramente interessate a me come persona

Mia madre e mia sorella mi consideravano solo un portafoglio vivente non si presero mai la briga di interessarsi davvero a me.

Crescii in una famiglia che di casa aveva solo il nome. Eravamo in tre: mia madre, mia sorella maggiore e io. Mio padre? Un fantasma del passato, un nome vuoto sul mio certificato di nascita. Non lo conobbi mai, e ogni volta che provavo a parlarne, mia madre cambiava discorso, come se la sua stessa esistenza fosse un tabù.

Così rimanemmo noi tre io, mia madre e mia sorella, Fiorenza. Aveva cinque anni più di me, ma in realtà sembrava sempre che i ruoli fossero invertiti: ero io il ragazzo maturo e responsabile, mentre lei, la principessa viziata di casa.

Mia madre ladorava. Fiorenza riceveva sempre i vestiti più belli, i regali più costosi, tutto ciò che desiderava. Io? Dovevo accontentarmi dei suoi abiti vecchi, logori e spesso troppo grandi. Ricordo ancora quei maglioni con le maniche lunghe che mia madre ripiegava goffamente, dicendomi che «avrebbero fatto ancora per un anno o due».

Il cibo? Se Fiorenza aveva fame, poteva servirsi quanto voleva. Se osavo chiedere unaltra porzione, mi ricordavano con freddezza che mia madre già si sacrificava troppo per noi.

Compleanni? Natale? Per me non esistevano. Niente regali, niente gesti daffetto. Solo i sospiri di mia madre, che mi ricordavano costantemente quanto fossi un peso sulle sue spalle stanche.

Capii una cosa: per lei non ero un figlio. Ero solo un fardello.

Il giorno in cui divenni il loro bancomat
A sedici anni, avevo già capito che nessuno sarebbe mai venuto in mio aiuto. Mia madre e Fiorenza erano un duo inscindibile, e io ero un estraneo.

Così iniziai a lavorare. Dopo scuola, nei weekend, ogni volta che potevo. Feci di tutto: consegnai giornali allalba, pulii tavoli in un bar, caricai scatole in un supermercato.

E, nonostante la fatica, ero orgoglioso. Per la prima volta, avevo i miei soldi.

Ma per mia madre era unaltra storia.

«Allora, guadagni adesso?» mi chiese una sera, con un sorriso stranamente dolce.

Annuii, senza sospettare cosa sarebbe seguito.

Si avvicinò e posò una mano sulla mia spalla.

«È ora che contribuisca alle spese di casa.»

Per «casa», intendeva lei e Fiorenza.

Mia sorella non pensò nemmeno di cercare lavoro. Perché avrebbe dovuto? Qualcuno si era sempre preso cura di lei prima mia madre, ora toccava a me.

Fuggire era lunica opzione
Quando finii il liceo, capii che cera una sola via duscita: andarmene lontano.

Cera ununiversità nella nostra città, ma scelsi apposta una facoltà a centinaia di chilometri di distanza. Non era solo una questione di studi, era questione di sopravvivenza.

Quando annunciai la mia partenza a mia madre, il suo sguardo si ghiacciò.

«Ci abbandoni? Dopo tutto quello che ho fatto per te?»

Stavo per ridere in faccia.

Lasciai casa e mi trasferii in un piccolo dormitorio universitario. Per la prima volta, sentii cosa significava essere libero. Continuai a lavorare questa volta come scaricatore in una stazione. Era estenuante, ma lo stipendio era buono. Finalmente potei comprarmi vestiti decenti, permettermi un caffè senza sentirmi in colpa.

Mia madre e Fiorenza? Non mi chiamarono mai.

Non chiesero mai come stessi, se avessi da mangiare, se me la cavassi.

Ma quando tornai per le feste, la prima cosa che mia madre disse non fu «Come stai?» né «Ci sei mancato.»

Mi scrutò e sbottò:

«Sembra che tu abbia soldi adesso.»

Non era una domanda. Era unaccusa.

Da quel giorno, ogni mia visita diventò una trattativa senza fine. Avevano bisogno di soldi. Fiorenza voleva un telefono nuovo, vestiti nuovi. Non chiedevano pretendevano.

Quando dissi a mia sorella di trovarsi un lavoro, scoppiò a ridere.

«Io? Lavorare? Sei serio?»

Leredità che cambiò tutto
Dopo luniversità, trovai un lavoro stabile. Poi, un giorno, accadde linaspettato: la mia azienda mi offrì un appartamento in uso.

Non era un lusso, ma era il mio spazio.

Quando mia madre e Fiorenza lo scoprirono, andarono su tutte le furie.

«Hai un appartamento?! E non ci hai dato niente?!»

Provai a spiegare che era un benefit aziendale. Non vollero sentire ragioni.

Poi, il destino diede lultimo colpo.

Mio nonno il padre di mia madre morì.

Non ero molto legato a lui, ma era stato lunico a trattarmi con rispetto.

Quando il notaio lesse il testamento, stentai a crederci.

Mi aveva lasciato la sua casa e i suoi terreni.

Mia madre e Fiorenza, quando lo seppero, impazzirono.

«Non è giusto!» urlò Fiorenza. «Ho un figlio! Ho bisogno di quella casa!»

Nel frattempo, si era sposata, aveva avuto un bambino e divorziato. Ora pretendeva che vendessi leredità e le dessi i soldi.

Ma avevo già deciso.

Quando glielo annunciai, esplosero.

Mia madre mi chiamò egoista.

Fiorenza urlò, pianse, mi accusò di essere un fratello ingrato.

Le lasciai sfogare. Poi dissi, calmo:

«Venderò la casa. Ma userò i soldi per comprare un appartamento più grande. Perché sono sposato. E mia moglie aspetta un bambino.»

Silenzio assoluto.

Non si rallegrarono per me. Non si interessarono alla mia famiglia.

Lunica cosa che contava era che non ottenevano ciò che volevano.

Fu lultima volta che ci parlammo.

La famiglia che scelsi
Vendetti la casa e comprai un appartamento più grande per la mia famiglia.

Mia madre e Fiorenza?

Non incontrarono mai mio figlio. Non cercarono mai di vederlo.

Ma sapete una cosa?

Non mi mancano.

Per la prima volta nella vita, so cosa significa avere una vera famiglia.

E non permetterò mai che mio figlio passi ciò che ho passato io.

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