La telefonata arrivò puntuale a mezzogiorno, tagliando lattesa come un coltello nel burro.
Lucia Ferraro prese il telefono con una rapidità quasi giovanile, cercando di sistemare una piega inesistente sulla tovaglia nuova, tirata fuori solo nelle grandi occasioni.
Paolo? Sei tu, amore?
Mamma, ciao. Tanti auguri.
La voce del figlio, Paolo, era fiacca, ruvida, un po come se chiamasse dal fondo di una cantina a Napoli durante la pioggia.
Mamma, non ti arrabbiare, ma oggi non ce la faccio. Davvero.
Lucia rimase in silenzio. Lo sguardo si fermò sullinsalata di polpo col prezzemolo, per cui aveva lottato tutta la mattinata e mezzo chilo di limoni di Sorrento.
Come non ce la fai? Paolo, oggi compio settanta. È una vita.
Lo so, mamma. Ma qui cè linferno. Scadenze, i clienti insanabili, lo studio è una baraonda. Devo consegnare il progetto oggi, lo sai come sono questi architetti milanesi. Se mollo, mi mangiano vivo.
Ma avevi promesso
Mamma, è lavoro. Non è un capriccio. Proprio non posso, né oggi né domani. Però ti prometto che in settimana passo da te, tranquilla. Mangiamo una pizza insieme, io e te. Giuro. Un bacio.
Tu-tu-tu.
Lucia appoggiò il ricevitore, molto lentamente.
Settantanni.
Scadenze “che bruciano”.
La serata passò come in una nebbia veneziana. La vicina di casa, Lina, era passata con una tavoletta di cioccolato fondente Novi. Due chiacchiere, due bicchierini di grappa “per lumore”.
Lucia provava a sorridere, annuiva, raccontava di quellattore del nuovo sceneggiato Rai. Ma la festa si era ridotta alla sua cucina di otto metri quadri, e si era spenta ancora prima di cominciare.
Più tardi, indossato il suo vecchio accappatoio di flanella, accese il tablet. Passò il dito sulla schermata, come a sconfiggere la noia, e aprì Facebook.
Scorrevano case al mare, gatti randagi salvati, ricette di zuppe toscane.
Poi, unesplosione visiva.
Bacheca di Federica, la nuora.
Nuovissimo post. Pubblicato venti minuti prima.
Ristorante elegante “Da Vinci” o qualcosa del genere, specchi e lampadari da re. Camerieri in guanti bianchi, musica dal vivo, calici di cristallo ovunque.
Federica. Sua madre, la signora Carmela, radiosa, perle al collo e un mazzo di rose rosse degno di una telenovela.
E Paolo.
Il suo Paolo. In camicia chiara ed elegante, che abbraccia calorosamente la suocera.
Sorride.
Lo stesso Paolo che “ha il progetto che scotta” e “una mandria di clienti che lo rincorre”.
Lucia ingrandì la foto. I volti felici e rubicondi riempivano tutto lo schermo.
Sotto, la didascalia: “Festeggiamo il compleanno della nostra amata mammina! 65! Abbiamo rinviato a sabato così ci siamo tutti!”
“Così ci siamo tutti”.
Lucia ricordava bene; il compleanno della consuocera era la settimana prima. Martedì.
Hanno “rinviato”. Proprio nel giorno dei suoi settantanni.
Scrollò la carrellata di foto.
Paolo fa un brindisi col bicchiere di grappa, alto. Tutti insieme ridono a crepapelle con le teste allindietro. Ostriche, antipasti, portate su portate.
Rimase a fissare quella faccia felice e rilassata che un tempo le chiedeva due euro per il gelato.
Il problema non era il ristorante. E nemmeno il mega bouquet di rose.
Il problema era la bugia.
Una bugia semplice, quotidiana, da supermercato.
Lucia chiuse il tablet.
Nel silenzio della cucina, profumata di gamberi marciati e di arrosto ancora intero mai tagliato, il suo compleanno si rivelò per quel che era: una data dintralcio.
Una data che si può tranquillamente spostare se la suocera compie gli anni.
Lodore del lunedì mattina la accolse: un odore acidulo, di festa fallita, di “ci siamo sbagliati data”.
L’aspic di carne preparato con tanto amore era diventato molliccio. Insalata di mare giù di maionese. Larrosto, untuoso, iniziava a trasudare.
Lucia prese il secchio più grande.
Piatto dopo piatto, ci gettò dentro il suo compleanno.
Il suo lavoro. Il suo aspettare.
Le polpettine alle melanzane, che Paolo adorava. I resti della sua crostata “Napoleone”. Ogni pezzetto cadendo nel sacco nero faceva più male di qualsiasi rimprovero.
Era peggio del dispiacere: era come essere cancellata, ma con i complimenti di prammatica.
Dopo aver lavato tutto, portò giù la spazzatura pesante e traditrice.
E ricominciò lattesa.
Lui aveva promesso che sarebbe passato “in settimana”.
Soltanto il mercoledì il telefono squillò.
Mamma, ciao! Come stai? Scusami, ho avuto giornate di follia…
Solita voce, frettolosa, un po sbrigativa.
Sto bene, Paolo.
Senti, ti porto il regalo. Passo giusto quindici minuti, poi Federica mi viene a prendere; abbiamo i biglietti
Biglietti?
Teatro nuovo, sai, la commedia a Porta Romana. Federica ha avuto i posti tramite amici. Come potevo dire di no?
Arrivò dopo unora.
Le mollò un pacco pesante, confezione lucida.
Ecco. Auguri di nuovo.
Lucia guardò limmagine. Un purificatore daria high-tech con luci LED e ionizzazione.
Grazie, mise la scatola nellingresso.
Lha scelto Federica, è una figata, ti fa unaria da montagna in casa.
Passò in cucina, si versò un bicchiere dacqua dal rubinetto.
Mamma, dove hai nascosto da mangiare?
Ho buttato tutto. Lunedì.
Paolo fece una smorfia.
Potevi chiamarmi, avrei portato via almeno larrosto
Lucia lo fissò con uno sguardo che ora aveva imparato a usare.
Fino allultimo aveva cercato una giustificazione: “Paolo avrà subito pressioni dalla moglie; magari nemmeno sapeva”.
Ma era lì, e ancora mentiva.
Paolo.
Dimmi?
Ho visto le foto.
Rimase fermo, bicchiere in mano. Ruotò lentamente.
Quali foto?
Quelle del ristorante. Sabato. Federica su Facebook.
La faccia di Paolo si sciolse per un attimo. Poi divenne tesa, quasi infastidita.
Ah, certo. Ecco, sapevo che finiva così.
Hai detto che avevi il lavoro.
Mamma, ma che cambia?
Cambia che mi hai mentito.
Posò il bicchiere con tanta forza che un po dacqua saltò sul tavolo.
Non ti ho mentito! Ho lavorato davvero come un matto fino a venerdì notte! E sabato Federica ha voluto la festa per sua madre! Lo sai comè, voleva fare “tutto perfetto”! E io che centro?
Alzava la voce.
Dovevo sdoppiarmi? Io manco ci volevo andare! Sono esausto!
Lucia lo guardava.
Quarantanni. Urlava perché era stato beccato.
Potevi dirmi la verità. Bastava!
E che sarebbe cambiato?! Vuoi fare la vittima per una settimana?
Per non sentire le tue lagne.» Ecco la ragione.
Mamma, è la mia famiglia, capisci? Se non andavo, mi facevo la guerra in casa. Volevi che litigassi per questo?
Nei suoi occhi quasi cera rabbia.
Lui si stava difendendo, e così la colpevolizzava.
Il campanello interruppe la scena.
Ecco Federica. Devo correre.
Indossò la giacca.
Col manuale del regalo ti arrangi, sono istruzioni facili. Ottimo investimento, davvero.
E sparì, lasciandola sola, con la cucina e il suo silenzio.
Guardò la pozza dacqua rimasta sul tavolo.
Il nodo era diventato stretto.
Aveva voluto parlare civilmente, fare la persona adulta. Era servito a niente.
La sua festa era stata solo una scomodità.
Passò una settimana come dentro il cotone.
Lucia alla fine aprì il regalo. Cosa utile.
Studiò le istruzioni, aggiunse acqua, attaccò la spina.
Il purificatore iniziò a vorticare. Lucina blu, ronzii. Vapore.
Non era un odore: era la totale assenza di odore.
Laria, che prima raccontava di lavanda, di vecchi libri, di qualche goccia di profumo Acqua di Parma sulla lampadina, era diventata sterile.
Da ambulatorio. Morta.
Come se qualcuno fosse entrato a strofinare dappertutto con la varecchina.
Provò ad abituarsi. Federica lo ha scelto apposta.
Ma il ronzio soffocava ogni memoria. Aprì la finestra: il freddo di febbraio mescolato allaria filtrata rendeva la casa ancora meno sua.
La domenica decise di spolverare la credenza.
Nel fondo dei ricordi, trovò una foto.
Lei aveva cinquantanni. Paolo, ancora studente, le cingeva le spalle. Felice, spettinato, occhi brillanti.
Sul retro, la sua calligrafia: “Alla mamma migliore del mondo. Il tuo Paolo”.
Si sedette sul divano.
Guardò quel ragazzo che le sorrideva di cuore.
E udì il ron-ron senza anima del purificatore.
Quello era suo figlio. Quello delle mimose comprate con la paghetta.
E poi quella “cosa utile”, portata da uno sconosciuto arrabbiato, come una mazzetta.
Quel regalo non era per lei, ma da lei, per tacitarla.
I suoi ideali si sgretolarono. La cieca fiducia: Lui è buono, lhanno costretto.
Vide tutto con la chiarezza fredda di una quarantenne daltri tempi.
Prese il telefono.
Compose il numero.
Paolo? Sono la mamma.
Qualcosa che non va? sembrava già pronto a difendersi.
Sì, cè qualcosa. Vieni a prenderti il regalo di Federica.
Come sarebbe?
Quello che hai lasciato qui. Portatelo via. Non mi serve.
Chiuse la telefonata.
Arrivò dopo quaranta minuti. Rosso, alterato.
Che succede?! Ma che significa “regalo di Federica”?
Lucia era tranquilla come una madonna di giotto.
Portalo via, Paolo. Non mi serve.
Indicò il purificatore che ronzava speranzoso nellangolo.
Ma sei matta?! È costato un botto! Per la salute!
La mia salute, Paolo, è quando mio figlio non mi racconta palle il giorno in cui compio settantanni.
Lui fece un passo indietro, tramortito.
Ancora con questa storia! Ho già spiegato!
No, non hai spiegato. Hai solo urlato e sei scappato.
Ma perché ti fisso con questo compleanno! Solo una cena in famiglia dalla suocera! Che dramma è?
Il dramma, Paolo, è la bugia.
Ti ho mentito per non farti soffrire!
Mi hai mentito per stare più comodo, gli rispose. Per non venire a spiegarmi che, per te, la mamma di Federica conta più della tua.
Colpo secco.
Paolo aprì la bocca, e in quel momento il suo telefono iniziò a vibrare.
“Sissi” comparve lo schermo.
Lanciò uno sguardo alla madre, uno al telefono, e rispose veloce:
Sì, Fede.
…
Sono da mamma. Sì, cè ancora casino per il regalo, lascia stare.
…
Eh, arrivo! Sì sì, sto arrivando!
Attaccò.
Si girò verso Lucia.
Questa volta, per la prima volta, si scorgeva una specie di vergogna.
Era schiacciato fra due mondi: la madre tranquilla ma dritta come un giudice, e la moglie che aspettava il compagno per il teatro.
Mamma, io balbettò. Non è così semplice
Vai, Paolo. Che Federica ti aspetta.
Si allontanò verso la finestra, chiudendo il dialogo.
Paolo si rigirò, afferrò la giacca e uscì trafelato.
Rimase sola.
Andò al purificatore e staccò la spina.
Il silenzio tornò, e con esso i suoi odori familiari.
Passarono due giorni.
La scatola utilissima troneggiava vicino alla porta, come una minaccia.
Paolo non chiamò mai. Non venne a riprenderla. Chiaro, stava aspettando che le passasse.
Lucia capì che non si sarebbe fatto più vedere.
Prese il telefono e chiamò un corriere espresso.
Indicò lindirizzo: centro uffici in via Turati, Paolo Ferraro, responsabile reparto.
Pagò luomo, e due baldanzosi caricatori portarono via la grossa scatola.
Richiuse la porta.
Aveva compiuto un gesto definitivo. Senza parole, ma netto.
Aveva restituito loro il loro mondo lindo, le loro bugie, il loro modo di tagliare fuori.
In serata, squillò il telefono.
Numero sconosciuto, ma Lucia lo intuì subito: Federica.
Signora Lucia? una voce stizzita, fredda.
Sì, Federica, dimmi pure.
Che significa questa storia? Il regalo è appena arrivato in ufficio da Paolo, lo hanno visto tutti! Ma stiamo scherzando?
Non faceva per me.
Non faceva per? Ma lo sa quantè costato? Ottocento euro! Era da parte mia e di Paolo, con amore!
Un regalo, Federica, è cosa che si fa col cuore. Non per comprare il silenzio.
Dallaltro capo, un silenzio incredulo.
Ma si rende conto?! Paolo ha lavorato come un pazzo, rischiando il posto, e lei Lei è sempre stata egoista! Mai contenta!
Egoista.
Buona serata, Federica.
Lucia chiuse la chiamata.
Sapeva come sarebbe andata a finire.
Immaginava la scenata in casa Ferraro.
Ma, per la prima volta in settantanni, non le importava davvero. Aveva reciso quel filo guasto.
Arrivò Paolo verso mezzanotte.
Da solo.
Un timido tocco appena udibile alla porta.
Lucia aprì.
Non era più luomo grasso di rabbia della domenica. Era il suo Paolo. Stanco, trascinato, grigio in volto.
Entrò in cucina, si sedette sullo sgabello.
Lucia rimase in piedi accanto a lui. No, niente luci accese.
Mamma Mi ha detto che, se stasera tornavo qui beh, potevo anche starmene.
Guardava il pavimento.
Mamma, scusami.
Alzò lo sguardo.
Non volevo mentirti.
Ma lhai fatto.
Federica ha detto che tanto ti saresti offesa lo stesso. Che se dicevo la verità, ti avrei ferita, ma se mentivo magari ti calmavi più facilmente. Che così era più facile.
Lucia silenziosa.
Ecco il rosario delle manipolazioni. Era più facile.
Ha detto che il tuo compleanno “non è una gran data”. Invece sua madre ha ospiti, amicizie tu hai solo la signora Lina, vero?
E tu? chiese lei piano piano. Tu la pensavi così?
Lunga pausa.
Sono stanco, mamma. Mi sento solo esausto.
Si coprì il volto.
Volevo solo che tutti fossero contenti. E invece
Si lasciò sfuggire un piccolo, sommesso singhiozzo.
Scusa che non sono venuto. Avrei dovuto. Mi sento una merda.
Lucia guardava le sue spalle corrose dal peso.
I suoi ideali non si erano proprio sbriciolati. Lui era il suo bambino, solo un po smarrito.
Gli pose una mano sulla spalla.
Non per perdonare subito. Per dare sostegno.
Tocca a te, Paolo. Decidere come vuoi vivere.
Non so più niente, mamma.
Ma con me, solo la verità.
Annuii, a testa bassa.
Posso solo restare qui un po?
Resta pure.
Prese la vecchia teiera, la tazza con le fragole dipinte.
Faccio due tè.
Passarono sei mesi.
Laria sterile di quellaffare tecnologico aveva lasciato il posto al profumo di libri, un po di Biochetasi, e della menta secca dalla Sardegna.
Dopo quella notte cambiò quasi tutto.
No, Paolo non lasciò Federica. Ma Lucia non se laspettava. Hanno mutuo, abitudini, incrostazioni di vita insieme.
I manipolatori non mollano la presa in fretta.
Ma cambiò Paolo.
Cominciò a tornare.
Non passare un attimo, ma proprio tornare.
Ogni sabato, al pomeriggio. Qualche volta portava ricotta fresca o la torta di visciole, la preferita.
Stavano seduti in cucina.
Parlava del lavoro, del sogno di cambiare macchina, del collega nuovo.
Mai una parola su Federica, mai più una bugia.
Lucia ormai aveva abbandonato lidealismo cieco sullinfallibilità del figlio.
Non aspettava più la sua telefonata come una sentenza di vita o di morte. Viveva.
Vedeva davanti a sé non il ragazzino universitario, ma un uomo stanco che barcamenava.
Il loro rapporto era diventato più complicato, ma vero.
Non aveva recuperato il figlio. Aveva recuperato la sua dignità.
Una di quelle sabato pomeriggio, mentre sorseggiavano tè con la torta di visciole, il telefono di Paolo vibrò.
Sul display: “Sissi”.
Lucia fece finta di nulla, continuando a mescolare lo zucchero.
Paolo sospirò e rispose:
Sì, Sissi.
Ascoltò. Il volto si fece serio, come quella sera.
…
No, sono da mamma.
…
Federica, ti ho detto che il sabato sto da mamma. Labbiamo deciso.
…
Paolo socchiuse gli occhi.
Non vuol dire che non mi importa. Solo oggi sto qui. Torno a casa stasera, come sempre.
Pose il telefono capovolto sul tavolo.
Un attimo di gelo.
Scusa, mamma.
Figurati, tesoro. Prendi ancora un pezzetto di torta.
Paolo la guardò.
In quegli occhi cera gratitudine.
Non le aveva chiesto aiuto. Né si lamentava.
Aveva solo scelto. E il suo posto, per quel sabato, era lì, a bere tè nella cucina della madre.
Lei lo guardò portarsi alla bocca la fetta di torta alla visciola.
Capì che quella notte non era stata la fine.
Era stata, finalmente, linizio.
Il suo settantesimo compleanno, che Paolo aveva saltato, era diventato il giorno in cui suo figlio aveva imparato, dopo tanto, ad essere adulto.






