Presagio di Destini Intrecciati

28 aprile 2025

Oggi mi sveglio nel mio vecchio condominio di otto piani in periferia di Napoli, le pareti così sottili che un semplice starnuto del vicino risuona nei radiatori. Da tempo non mi preoccupo più dei rumori dei vicini, delle porte che sbattano o delle liti per il trasloco dei mobili. Niente più il televisore che urla dal piccolo appartamento della signora Rosa al piano inferiore.

Ciò che però mi sta facendo perdere la pazienza è il nuovo inquilino del piano di sopra, un certo Luca Bianchi. Ogni sabato, senza alcun riguardo, fa vibrare lintero palazzo con il suo trapano o il suo martello pneumatico, a volte alle nove del mattino, a volte alle undici. Sempre nel giorno di riposo, proprio quando avrei voluto dormire fino a tardi.

Allinizio ho cercato di prenderla con filosofia: Forse è solo una ristrutturazione che si protrae, lo capirò. Mi giravo nel letto, coprendomi la testa con il cuscino, sperando che il rumore si placasse. Ma le settimane sono passate e il suono del trapano mi svegliava ancora, con brevi serie o lunghe sonorità prolungate. Il vicino sembrava cominciare un lavoro, abbandonarlo, per poi riprendere dallo stesso punto.

Talvolta il rumore si insinuava non solo al mattino ma anche verso le sette di sera, quando tornavo dal lavoro desideroso di silenzio. Ogni volta mi veniva voglia di alzarci e dire a Luca tutto quello che penso di lui, ma la stanchezza, la pigrizia o il semplice desiderio di evitare conflitti mi trattengono.

Una sabata, mentre il trapano ruggiva sopra la mia testa, ho scoperto il limite della mia pazienza. Ho bussato con forza, ma la risposta è stata solo il ruggito del macchinario. Un giorno! ho sputato, senza riuscire a finire la frase. Pensavo a mille modi per farlo smettere: segnalare al portiere, denunciare alla polizia, persino intasare il condotto daria.

Immaginavo Luca che improvvisamente si rendesse conto di aver disturbato tutti e venisse a chiedere scusa, o che si trasferisse, o almeno che smettesse di perforare!

Il rumore era diventato per me simbolo di ingiustizia. Pensavo: Se solo qualcuno nel condominio si alzasse e mettesse fine a questa follia!. Ma tutti rimanevano nelle loro case, indifferenti.

E poi è accaduto limpossibile.

Sabato mattina mi sono svegliato non al suono del trapano, ma al silenzio più denso che abbia mai provato. Ho atteso, ascoltando, ma nulla. È finita! O è andato via quelluomo? ho pensato, felice. Il giorno è trascorso con una strana sensazione di libertà: il frullatore era più silenzioso, il bollitore quasi gentile, il televisore non vibra più nel soffitto. Mi trovavo sul divano, sorridendo come un bambino.

Anche domenica, lunedì, martedì e mercoledì il silenzio è rimasto. Era come se il rumore fosse stato tagliato via dalla vita. Quella pausa, però, mi sembrava innaturale, quasi inquietante, dopo mesi di costante frastuono.

Il giorno dopo, davanti alla porta di Luca, ho raccolto il coraggio. Che cosa volevo? Vorrei solo capire se tutto era finito? O forse avevo bisogno di confermare che la mia agitazione non era ingiustificata? Ho premuto il citofono.

La porta si aprì subito, rivelando una donna incinta, il viso pallido, le palpebre gonfie. Lavevo vista di sfuggita qualche volta, ma ora sembrava invecchiata di anni. Lei è la moglie di Luca? le ho chiesto con delicatezza.

Annuisce, con voce rotta. Qualcosa è successo? Non sentivo più.

Le parole mi si sono bloccate in gola: comè possibile arrivare qui per il silenzio? Si fece un passo indietro, lasciandomi entrare, e un sussurro delicato rompi il silenzio: Luca non ce lha più.

Ci vollero qualche secondo perché il significato mi fosse chiaro. Quando è successo? le chiesi.

Sabato scorso, molto presto. Era una mattina… doveva finire la culla per il nostro bambino. Si è alzato prima di me, voleva terminarla in fretta, temeva di non farcela in tempo. Con un gesto indicò una stanza al fondo.

Lì, contro il muro, cera una culla smontata a metà, istruzioni, scatole di viti e bulloni, tutto ordinatamente disposto. È caduto il cuore non sono riuscita a svegliarmi, ho sentito la sua voce spezzarsi.

Rimasi immobile, il cuore gravato da una tristezza che non avevo previsto. Il rumore che tanto mi avevo odiato ora aveva una storia dolorosa dietro di sé. Guardai la scatola delle viti: piccole parti, una chiave a brugola, etichette numerate. Una cura e un desiderio che solo chi ama davvero può avere.

Posso aiutarla? dissi timidamente, ma lei scosse la testa. Grazie, ma non serve.

Uscì di casa quasi in punta di piedi, come se volesse non disturbare più quel dolore. Scese le scale stringendo il corrimano, ogni passo portava con sé un senso di colpa pesante, senza forma, ma ardente.

Rimasi a guardare il soffitto del mio appartamento, il silenzio denso che sembrava giudicarmi. Forse odiare Luca non era per il rumore, ma per il fatto che mi aveva rubato il sonno? Era solo un fastidio o qualcosa di più? Ora non cera più Luca, ma cera una donna che piangeva la sua perdita, e un bambino che verrà al mondo senza padre.

Pensai: Devo andare da lei, aiutarla. Probabilmente non lo farà da sola.

Quella sera, quando i pensieri si calmavano, guardai di nuovo il soffitto. La morte del rumore era ancora lì, una quiete morta. Mi sedetti in cucina, quasi al buio, e capii che non avrei potuto dormire così. Salì di nuovo, suonai il campanello. La donna alzò le sopracciglia, sorpresa; non mi aspettava.

Con un filo di imbarazzo le dissi: Scusi, non ci conosciamo bene, ma se vuole posso assemblare la culla. Luca avrebbe voluto che fosse pronta. Se posso mi farebbe piacere aiutarla.

Per un attimo rimase in silenzio, poi annuì lentamente. Prego, entri.

Entrai, facendo attenzione a non calpestare i pezzi sparsi. Lavorai in silenzio per ore, avvitando lultimo bullone, sistemando il retro della culla. La stanza cambiò aria, come se un peso si fosse sollevato.

La donna, seduta sul divano, accarezzava il suo pancione, a tratti singhiozzando piano per non disturbare. Quando posai lultimo tassello, lei si avvicinò e, toccando la barra di legno, sussurrò: Grazie non ha idea di quanto significhi.

Io rimasi lì, senza parole, e le feci un cenno di assenso. Alla fine, mentre mi avviavo verso luscita, provai una sensazione nuova: per la prima volta da molto tempo avevo fatto qualcosa di davvero giusto. E capii che a volte il silenzio non è solo assenza di rumore, ma una chiamata a rispondere con empatia.

**Lezione:** il fastidio di un rumore può nascondere una sofferenza più profonda; ascoltare davvero gli altri, anche quando tutto sembra solo un fastidio, è lunico modo per trasformare il rumore in compassione.

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