La suocera ha cercato di comandare nella mia cucina, e io le ho mostrato la porta!

Ricordo ancora quella cucina di Milano, dove la nuvola di cipolle tagliate aveva quasi avvolto lintera stanza. La suocera, la signora Guglielmina Bianchi, cercava di comandare ogni centimetro del piano di lavoro, e io, Irene Rossi, le indicai la porta.

Ginevra, chi taglia così la cipolla? Non è per una minestra, è per il maiale, ti giuro! È troppo grossa, si sente ancora il croccante tra i denti, e Sergio non può sopportarlo.

La voce della signora Bianchi, di una tonalità quasi meccanica, rimbombava sopra le nostre orecchie, costringendomi a piegare la testa verso le spalle. Quel tono monotono, simile al rumore di una trivella, sembrava penetrare direttamente nel cervello. Inspirai profondamente, contai fino a cinque e, cercando di sorridere il più dolcemente possibile, posai il coltello.

Signora Bianchi, è cipolla per il filetto alla francese. Lo infornerò per unora e mezza con maionese e parmigiano. Non farà più croccante, diventerà morbida, quasi si scioglierà. Lo preparo da dieci anni, e Sergio chiede sempre il bis.

Ma che mi racconti! sbatté le mani la suocera, facendo tintinnare i grossi perline di ambra al suo collo. Dieci anni! Io lo nutro da trentacinque! Ha lo stomaco delicato, non può sopportare cose così ruvide. Passami il coltello.

Si avvicinò al tagliere con la decisione di trasformare quella cucina in un vero campo di lavoro, come se da quel momento fosse iniziata la vera preparazione, non più limprovviso scontro che si era creato prima del suo arrivo.

Io le blocco laccesso al tavolo con un gesto gentile ma fermo.

Signora Bianchi, non serve. Ce la faccio da sola. Lei è una ospite. Andi in salotto, Sergio ha sistemato la TV, guardi la sua serie. Avevamo concordato: oggi è il mio compleanno e voglio apparecchiare da sola per la famiglia.

La suocera strinse le labbra fino a farle diventare un filo sottile. Nei suoi occhi si leggeva una mescolanza di offesa e risoluta determinazione.

Ospite così, dunque. La madre non può più aiutare. Io, per inciso, voglio solo il bene, non farci vergognare davanti alla gente. Arriveranno i parenti, la zia Nella, e tu con la cipolla a spicchi. Diranno: Che nuora ha cresciuto Guglielmina, nemmeno a tagliare sa.

È mia madre ad avermi educato, risposi piano ma con decisione, riprendendo il coltello. E mi ha insegnato che la padrona di casa ha il suo spazio in cucina.

La signora Bianchi sbuffò e si diresse verso la finestra, facendo scorrere il dito lungo il davanzale come a controllare la polvere. Io conoscevo quel gesto alla perfezione: se non trovava polvere, trovava sempre un macchio sulla tenda o una macchia sul vetro.

Latmosfera, unora prima pervasa da profumi invitanti e dallattesa di una festa il mio trentacinquesimo compleanno ora si era fatta densa come una tempesta.

Sergio, mio marito, era nel salotto. Sentiva la discussione, perché nella nostra bifamiliare il suono viaggiava bene. Scelse la tattica delloca: non intervenire, sperando che la tensione si sciogliesse da sola. Lui odiava i conflitti, soprattutto quelli che lo costringevano a scegliere tra le due donne più importanti della sua vita.

Continuai a tagliare le cipolle, ignorando lo sguardo pesante della suocera. Amavo cucinare. La cucina era il mio regno, il mio luogo di forza. Tra barattoli di spezie, pentole lucenti e mixer ronzante, trovavo pace dopo una lunga giornata in banca. Conoscevo ogni ingrediente, sapevo quanto sale aggiungere senza assaggiarlo. E detestavo, più di ogni altra cosa, quando qualcuno si intrometteva in quel rito sacro.

La signora Bianchi non stette a lungo in silenzio. Il suo temperamento richiedeva azione.

Irene, hai marinato la carne? chiamò dalla finestra. Ieri ti ho telefonato, ti ho chiesto di aggiungere laceto. La carne è dura, senza aceto sarà dura come legno.

Lho marinata con kefir, erbe e limone. Laceto secca le fibre, signora Bianchi, la carne sarà tenerissima.

Con il kefir! sbuffò. Dio mio, chi rovina il vitello col kefir? Sarà una minestra acida! Irene, sei una donna adulta, ma non sai le cose più semplici. Dove ho messo la ricetta che ho ritagliato dal giornale? Lhai buttata?

Forse è nel cassetto, mentii. Quel ricettario con maionese, aceto e una bustina di condimento lo avevo buttato.

La signora Bianchi si avvicinò al fornello dove sobbolliva una salsa per il pesce.

Che cosè quel borbottio? Che colore strano, pallido.

Afferrò il cucchiaio sul supporto e, prima che potessi reagire, si lagnò la salsa in bocca.

Porca miseria! Irene, hai messo sale? Sembra una dieta!

Mi blocco. Dentro iniziò a crescere quella sensazione di voler abbandonare tutto: grembiule, coltello, strofinaccio. Ma era il mio compleanno, gli amici, i genitori avrebbero arrivato. Non potevo rovinare la festa.

È una besciamella, dissi con voce ferma. Si aggiunge noce moscata e parmigiano. Il parmigiano è già salato. Non ho ancora messo il formaggio. Per favore, prendete il cucchiaio.

Noce moscata parmigiano imitò la suocera. Solo fronzoli. La gente vuole cibo semplice, sostanzioso. Patate, acciughe. Tu continui a sognare. Lasciami aggiungere il sale, non voglio metterlo in imbarazzo a tavola.

Allungò la mano verso il salino.

No! mi frapposi, afferrando il suo braccio.

Quel contatto fu la scintilla. La signora Bianchi strappò la mano, gli occhi spalancati per lindignazione.

Che fai, mi stai fermando? Volevo solo salare! Sto facendo questo per te, ingrata!

Non ho chiesto aiuto! la mia voce tremò, poi aumentò. Signora Bianchi, è la decima volta che vi chiedo: uscite dalla cucina. Lasciatemi finire in pace.

Sergio! urlò la suocera verso il corridoio. Sergio, vieni qui! Guarda come tua moglie litiga con sua madre! Mi cacciano dalla cucina!

Sergio entrò, con lo sguardo colpevole e spaventato, spostando lo sguardo dalla madre infuriata a me, pallida e con i pugni stretti.

Mamma, Irene, che succede ancora? È una festa, senti il rumore per tutto il palazzo.

Dille! puntò il dito la suocera. Le do consigli su come salvare la carne, a migliorare la salsa, e lei mi tira indietro le mani! Mi dice vai via!

Non ho detto vai via, risposi fredda. Ho chiesto solo di uscire dalla cucina e non disturbarmi. Due cose diverse.

Sergio, senti? la suocera si rivolse a lui, cercando sostegno. Lei pensa che io sia un ostacolo! Io che ti ho cresciuto, che ti ho insegnato a fare il brodo quando vi siete sposati! Se non fosse per me, avreste rovinato gli stomaci con i vostri esperimenti!

Sergio si grattò la nuca.

Irene, davvero la mamma vuole solo il meglio. È una cuoca esperta. Ascoltala, per favore. Un po di sale non fa male.

Io lo guardai come se lo vedessi per la prima volta. In quel sguardo cera tanta delusione che Sergio indietro di un passo.

Quindi credi sia normale? sussurrai. Normale che nella mia casa, nella mia cucina, nel giorno del mio compleanno, non mi si permetta nemmeno un passo? Che mi critichino per ogni fetta di cipolla? Che infilino il cucchiaio sporco nella mia salsa?

Sporco? Lho leccato! intervenne la suocera.

Quelle parole mi fecero sobbalzare.

Sergio, ho cucinato per cinque ore. Sono esausta. Voglio solo una festa. Se la signora Bianchi non lascia la cucina e smette di toccare i piatti, spengo tutto, butto tutto nella spazzatura e ordiniamo una pizza. O vado da una amica. Decidi tu.

Ma perché questi ultimatum balbettò Sergio. Mamma, andiamo in camera, davvero. Lascialo stare.

No! la suocera incrociò le braccia. La posa teiera segnava linizio della fase decisiva. Non permetterò che gli ospiti vengano avvelenati! Finirò tutto da sola. E tu fece cenno a me vai, vestiti. Non servi quasi nulla, solo spostare gli ingredienti. Prendi il grembiule.

Allungò la mano verso il mio grembiule, cercando di allacciarlo intorno alla vita. Fu uninvasione, una violazione spudorata dei miei confini. Dentro di me qualcosa si spezzò; la tensione di una corda tesa divenne un freddo silenzio.

Feci un passo indietro, tolsi il grembiule da sola, lo avvolsi con cura e lo posai sul tavolo.

Va bene, dissi.

Brava, esclamò la suocera con tono trionfante. Finalmente. Vai a riposare.

No, non avete capito, alzai gli occhi. Nella mia voce non cerano più suppliche né irritazione, solo acciaio. Signora Bianchi, rimetta il grembiule e lasci la mia casa.

Il silenzio nella cucina divenne assordante. Si sentiva il fruscio della salsa e il ronzio del frigorifero.

Cosa? ripeté la suocera, incredula. Che cosa hai detto?

Ho detto: andate via. Subito.

Irene, che fai? Sergio impallidì. La mamma…

Ecco perché, dissi a lui, girandomi. Non voglio litigare davanti agli ospiti. Se lei resta, continuerà a commentare ogni piatto, a rimproverare i miei genitori, a sovrasa\-lare il cibo. Ho sopportato per cinque anni, Sergio. Cinque anni di silenzio per la tua tranquillità. Oggi è il mio compleanno; mi concedo il regalo di una serata senza critiche tossiche.

Mi cacci fuori? la voce di Guglielmina tremò, le lacrime cominciarono a filtrare. La madre del mio figlio, dalla sua casa?

Questa è la nostra casa, signora Bianchi. Io ne sono la padrona. La rispetto come madre di Sergio, ma non mi rispetta come persona né come padrona di casa. Ho superato il limite. Per favore, vestitevi e andate via. Chiamiamo un taxi.

Sergio! La lasci fare così? strillò la suocera, rivolgendosi a lui. Mi umilia! Mi cacciano come un cane!

Sergio rimase tra due fuochi. Vide la determinazione della moglie, sapeva che Irene, se decideva, non si poteva fermare. Capì che se non la sosteneva, avrebbe perso qualcosa di fondamentale. Ricordò anche quella salsa a cui la madre aveva provato a infilarsi, il sapore del brodo troppo salato della settimana precedente.

Mamma, sospirò, Irene ha ragione. Hai esagerato.

Cosa? barcollò Guglielmina, aggrappandosi al tavolo. E tu tradisci tua madre per questa cuoca?

Non è una cuoca, mamma. È mia moglie. È la sua cucina. Ti abbiamo chiesto di non intervenire. Non ascolti. Per favore, torna a casa. Veniremo a trovarti nel weekend, ti portiamo una torta. Ma oggi, voglio che sia come vuole Irene.

La suocera fissò il figlio con terrore muto. Per la prima volta in trentacinque anni, il suo sergente si schierò contro di lei. Il suo mondo vacillò.

Va bene! gridò, lanciando il grembiule sul pavimento. Restate pure con la vostra cibiera acida! Non tornerò più qui! Metto il cuore in tutto ciò che faccio, e voi egoisti!

Uscì correndo verso il corridoio, i tacchi che battevano il pavimento, il cappotto che strappava dallappendiabiti.

Non ho bisogno del taxi! Prendo lautobus! Che vi vergogniate di una madre anziana con le valigie!

La porta sbatté così forte che i bicchieri tintinnarono. Io rimasi immobile davanti al grembiule a terra, le mani tremanti. Ladrenalina che mi aveva dato la forza a reagire cominciava a svanire, lasciando un vuoto e una leggera nausea.

Sergio si avvicinò da dietro, posandomi delicatamente le mani sulle spalle, temendo di spezzarmi.

Come stai?

Non lo so, risposi sinceramente. Mi dispiace che sia andata così. Davvero. Non volevo offenderla.

Non lhai offesa. Hai solo posto dei confini. Dovevi farlo da tempo, disse Sergio, appoggiando il naso alla mia testa. Scusami, sono stato un idiota. Avrei dovuto fermarla al primo taglio di cipolla.

Mi avvolsi nel suo abbraccio, appoggiando la guancia al suo petto.

Lo credi davvero? O è solo per consolarmi?

È vero. Ho visto come ti trattava. È una vecchia abitudine. Il padre di sua madre ha sempre sopportato, quindi lui ha imparato a fare lo stesso. Tu non sei obbligata a farlo.

Mi porse il grembiule, lo scrollò via dalla polvere e me lo porse.

Indossalo. Il pesce non è pronto. Che vuoi che faccia? Posso sbucciare le patate. Solo mostrati come tagli, altrimenti anche io potrei fare cibo per i maiali.

Risi nervosamente. La tensione iniziò a sciogliersi.

Le patate le faccio io. Tu porta il vino. E apri la finestra, serve arie fresca.

Gli ultimi due ore prima degli ospiti li trascorremmo a quattro mani. Sergio, sentendosi colpevole, si mise a impastare il pane, sistemare le posate, lucidare i bicchieri. Latmosfera nella cucina cambiò: il peso sparì, il timore di sbagliare svanì.

Quando gli invitati i miei genitori, la sorella con il marito, un paio di amici intimi arrivarono, la tavola era perfetta. Al centro troneggiava il filetto alla francese (la cipolla era stata salvata), accanto il pesce in besciamella, insalate colorate.

Dovè la signora Bianchi? chiese mia madre, Vera Pagani, osservando la tavola. Pensavamo fosse già qui per aiutare.

Sergio e io ci scambiammo uno sguardo.

Ha avuto una piccola crisi di pressione, rispose rapidamente, prendendo la responsabilità. Ha deciso di riposarsi a casa. Ha mandato iCosì, con il cuore più leggero, festeggiai il mio compleanno circondata dallamore della mia famiglia.

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