Se tutti ricevessero “aiuti” così: la storia di Polina, tre figli, una suocera invadente e una casa che non era più la sua

Giulietta, oggi passo da voi e ti aiuto con i bambini.

Giulia teneva il telefono tra la spalla e lorecchio, cercando di cullare nello stesso tempo il piccolo Massimo che piangeva disperato.

Signora Adelaide, grazie, ma ce la facciamo da…

Tu-tuu-tu… Laltra aveva già chiuso la chiamata.

Dalla sala si udì un tonfo: Sandro aveva rovesciato la scatola dei mattoncini e Martina subito gridò di gioia, lanciandoli ovunque. Massimo urlava ancora in braccio a Giulia come se non mangiasse da giorni, anche se solo venti minuti prima aveva finito il biberon.

Giulia guardò Antonello, che sedeva sul divano immerso nel telefono, con una foga un po troppo sospetta.

Hai chiamato tua madre.

Non era una domanda. Solo unaffermazione.

Antonello alzò appena le spalle, ancora con lo sguardo fisso sullo schermo.

Beh… sì. Ti vedo stanca. Mamma può aiutarci…

Giulia avrebbe voluto dire che ce la faceva. Che aveva sistemato la casa, accudito tre figli e persino trovato un po di tempo per dormire, in quei tre mesi dalla nascita di Massimo. Ma lui riprese a piangere, così si rifugiò in camera, lullando il piccolo e preparandosi mentalmente allarrivo di Adelaide.

La suocera comparve puntuale per pranzo due valigie enormi e il solito sguardo da comandante in battaglia.

Madonna santa, Giulia, hai una faccia! Adelaide attraversò lingresso scrutando lappartamento. E che disordine. Ma ora ci sono io, sistemeremo tutto, vedrai che andrà meglio.

La prima sera Giulia avrebbe dato qualunque cosa per poter chiudere la porta a chiave.

Cosè questo? la suocera guardava perplessa il tagliere dove Giulia tagliava zucchine.
Ratatouille. Ai bambini piace.
Ratatouille? ripeté Adelaide con tono da veleno. No, no, no. Antonello ama la ribollita. Quella vera, come la faccio io. Fatti da parte, penso io.

Giulia si scostò dai fornelli, stringendo il coltello.

La mattina dopo, Adelaide la svegliò alle sette, quando Massimo si era appena calmato alle cinque.

Giulia! Come li vesti, questi bambini? Ma sei al circo?

Sandro e Martina erano nelle loro tute preferite: una gialla come il sole, laltra rossa fiammante. Giulia le aveva scelte così, per riconoscere subito i gemelli al parco.

Sono vestiti normali.
Normali? Ma dove? Adelaide aveva già tirato fuori dal suo borsone pantaloni grigi e magliette beige. Sembrano pappagalli! E poi, fa fresco, si ammalano. Ho portato io i vestiti giusti.
Ma loro si trovano bene con…
Giulia. La suocera si irrigidì, incrociando le braccia, con gli occhi lucidi. Sono venuta ad aiutare. E tu mi rispondi male. Io sono più grande, ho cresciuto Antonello, so cosa fare. E tu… tu non mi rispetti. Non mi apprezzi.

Adelaide fece un verso offeso e si strinse al petto.

Antonello uscì dalla stanza, guardò prima la madre, poi Giulia.

Dai, lasciala stare sussurrò alla moglie. Mamma vuole solo il meglio. Quanti vorrebbero un aiuto così…

Giulia tacque. Mise ai gemelli il grigio e il beige. Accennò un sorriso ad Adelaide. E si sentì spezzata ancora un po dentro.

…A fine settimana la casa era ormai territorio di Adelaide. I lettini erano stati spostati così va meglio. I bambini seguivano il suo orario. E Giulia nutriva Massimo sotto sguardo severo, ascoltando osservazioni perfide: Tieni il biberon male.

Antonello spariva sul balcone ogni mezzora. Guardava il cortile. Faceva finta di niente.

Giulia non dormiva. Notti stesa a fissare il soffitto, il corpo teso, pronta a un passo di too Adelaide nel corridoio, a controllare se i nipoti dormono dritti.

Al mattino si alzava distrutta, le mani che tremavano, faceva il caffè che non serviva.

Giovedì, Giulia aprì la credenza delle pappe, bloccandosi.

Tutto vuoto.

Adelaide, la chiamò in cucina, dove la suocera affettiva cavolo per lennesima ribollita. Dovè il latte per Massimo?
Lho buttato via. Nemmeno si voltò. Quella roba moderna fa male, lho letto. Ho comprato qualcosa di sano.

Adelaide indicò il tavolo.

Una lattina economica. Di quella marca che un mese fa aveva scatenato lallergia a Massimo.

Gli causa prurito.
Sciocchezze. Adelaide agitò la mano. Se lha avuta è perché lhai dato male. Ora va tutto meglio, vedrai.

Giulia guardò la lattina. Guardò Adelaide, impegnata con il cavolo. Pensò ad Antonello, che sapeva già sarebbe stato fuori sul balcone.

Qualcosa scattò, in silenzio, ma irrimediabile…

…Quaranta minuti dopo, Giulia era già in taxi con Massimo tra le braccia. Sandro e Martina, ancora negli abiti colorati che aveva recuperato dalle pile della suocera, guardavano fuori dal finestrino. Avevano in borsa solo il necessario essenziale.

Arrivata da sua madre, si sciolse in lacrime sulla soglia…

Mamma, non ci riesco più. Così non posso più vivere…

La madre labbracciò subito, la portò in cucina e le fece trovare un po di tè. Le accarezzava la testa, silenziosa, lasciandole piangere le lacrime nella tazza.

Va tutto bene. State qui da me ora.

Il telefono iniziò a vibrare alle undici e non smise fino alle tre di notte.

Giulia, che cosa fai? urlava Antonello al telefono. Mamma è in crisi! Voleva solo aiutare! E tu? Voglio solo vivere tranquilla! sussurrava Giulia per non svegliare i bambini. Ha buttato il latte! Massimo quellaltro non lo può bere!
Ma quale allergia! Esageri sempre! Mamma ne sa più di te, ha esperienza!
Allora vivici tu con lei!
Sei una pazza ingrata Antonello sibilò. Senza mia madre non ce lavresti mai fatta. Torna subito a casa.
Non torno con quella donna lì.

Silenzio. Poi lui mormorò:

Come vuoi, poi chiuse la chiamata.

La mattina seguente, Giulia andò in Comune e presentò la richiesta di separazione.

Dopo tre giorni tornò a casa, sola i figli rimasero dalla nonna materna.
Adelaide laspettava allingresso.

Giulia, come puoi farci questo? Allontanare i bambini dal padre! La nonna dai nipotini! È crudele, davvero! Ho dato tutto per voi! Quanti aiuterebbero come ho fatto io!

Giulia la guardò. Davanti a sé, una donna che aveva distrutto la sua quiete mascherando tutto come aiuto. La stessa che aveva buttato il latte giusto, comprato quello sbagliato, cambiato la casa, i vestiti, le regole. Che laveva schiacciata fino a spingerla oltre il limite.

Sopravvivrete. Non vi succederà niente, si sentì dire con voce fredda, straniera anche a sé stessa.

Adelaide trasalì, boccheggiando. Antonello uscì di corsa, le afferrò il polso.

Ma che fai? Come parli a mia madre?

Giulia si svincolò. Guardò suo marito, ormai adulto, sempre a rifugiarsi tra le braccia materne.

Non toccarmi.

Passò oltre lui, raccolse la roba rimasta, la ficcò in valigia. Uscì, senza voltarsi.

…La separazione si concluse due mesi dopo. Antonello provò a chiamare qualche altra settimana. Poi si arrese. Adelaide le mandò un lungo messaggio in cui la accusava di aver distrutto la famiglia. Giulia lo cancellò senza finire di leggerlo.

…A casa della mamma cera poco spazio, ma tanto silenzio. Di notte, Giulia vegliava Massimo in cucina, guardando il buio fuori dalla finestra. Di giorno giocava con i gemelli in cortile, cucinava ratatouille, li vestiva di colori vivaci…

Dopo sei mesi, Sandro e Martina entrarono allasilo. Giulia trovò lavoro da casa, correggeva testi la notte, mentre i figli dormivano. Bastava per vivere. Non era una vita di lusso, certo. Ma per quello che serviva andava bene.

Di sera si sedeva sul divano, Massimo già addormentato, e i gemelli le si infilavano accanto chiedendo una favola. Giulia leggeva dei tre porcellini cambiando voce; Martina rideva, Sandro ascoltava serio. E in quegli attimi capiva di aver fatto la cosa giusta. Lavrebbero aspettata anni difficili, lavrebbe fatto da sola. Era dura, a volte aveva paura e si sentiva sola. Ma era giusto così.

Perché non sempre chi si propone di aiutare ci fa davvero del bene. Qualche volta, il modo migliore per volersi bene è imparare a proteggere i propri limiti e scegliere la propria serenità.

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