Il mistero della vecchia cartolina

Diario di Ludovica

Tre giorni prima che una vecchia cartolina gialla cambiasse la mia vita, mi trovavo sul balcone del mio monolocale a Milano. Era notte fonda, una di quelle notti dense e senza stelle. Sotto, le luci di Corso Buenos Aires tremolavano pigre. Dentro casa, oltre la porta a vetri, Matteo stava chiacchierando in vivavoce di una trattativa di lavoro che si profilava importante.

Appoggiai la mano sul vetro gelido del balcone.

Ero stanca. Non delle cose da farequelle le portavo avanti fin troppo benema dellaria stessa che respiravo da anni. Di quel ritmo meccanico dove anche la proposta di matrimonio era stata una casella da spuntare in un piano quinquennale. Avevo un nodo in gola, difficile a definirsi: malinconia o rabbia silenziosa? Presi in mano il cellulare, aprii WhatsApp e scrissi un messaggio a Caterina, la vecchia amica con cui non parlavo dai secoli dei secoli. Lei aveva appena avuto il secondo figlio e viveva in un turbinio di urla infantili e caos domestico.

Il messaggio era breve, quasi assurdo per chi lo leggesse: Sai, a volte mi sembra di aver scordato il profumo della pioggia vera. Non quella nebbia acida di città, ma quella che cade sulla terra, con odore di polvere e speranza. Ho voglia di un miracolo. Di quelli di carta, che puoi tenere tra le mani.

Non aspettavo risposta. Era un sussurro lanciato nel vuoto virtuale, uno sfogo per calmarmi. Bastava scriverlo perché mi sentissi meglio. Poi, senza inviare il messaggio, lo cancellai. Caterina non avrebbe capito; magari avrebbe pensato che avessi un crollo o fossi solo ubriaca. Dopo pochi minuti rientrai in salotto, proprio mentre Matteo finiva la chiamata.

Tutto bene? mi chiese, uno sguardo veloce. Sembri stanca.

Tutto ok, sorrisi. Solo bisogno daria fresca, sai

A gennaio? rise lui. Aria fresca, sì, magari al mare. Se chiudiamo questo trimestre andiamo in Liguria a maggio.

Si immerse di nuovo nello schermo. Presi lo smartphone dal tavolo: solo una notifica di appuntamento con un cliente. Nessun miracolo in vista. Sospirai e andai a prepararmi per dormire, mentre già stilavo la lista mentale delle cose da fare il giorno dopo.

***

Tre giorni dopo, sistemando la posta, trovai nellangolo della cassetta un vecchio plico sconosciuto. Mi cadde sul pavimento. Era spesso, ruvido, color pergamena ingiallita. Non aveva francobolli, solo un timbro ad inchiostro con un ramo di pino e il mio indirizzo. Dentro, una cartolina di Capodanno: non quelle patinate da edicola, ma di vero cartoncino, goffrato e con dei brillantini dorati che mi si incollarono alle dita.

Che tutti i tuoi sogni più coraggiosi si realizzino questannola calligrafia mi colpì come una stilettata sotto le costole.

Quelle lettere le conoscevo. Era la scrittura di Stefano. Il ragazzino di Valtellina con cui, da piccoli, ci eravamo promessi amore eterno. Da bambina passavo tutte le estati nel paesino di mia nonna. Lì avevo avuto la mia prima cotta: insieme costruivamo capanne sul fiume, facevamo scoppiare bengala in agosto e ci scrivevamo lettere tra una vacanza e laltra. Poi la nonna vendette casa, io e Stefano finimmo a studiare in città diverse e ci perdemmo.

Ma lindirizzo sulla busta era quello di adesso. La cartolina, però, era datata 1999. Possibile? Un errore postale? O il destino mi stava mandando una risposta? Aveva sentito quel mio urlo muto che chiedeva un miracolo concreto, di carta?

Cancellai appuntamenti e due call di lavoro, dissi a Matteo che andavo a vedere una location nuova per un evento (lui annuì senza staccare gli occhi dal tablet), presi la macchina.

Sono tre ore di macchina da Milano a Valtellina. Lo avrei trovato io, il mittente. Google mi aveva detto che in paese cera ancora una piccola tipografia.

***

La bottega Fiocco di Neve non somigliava affatto a quello che avevo immaginato. Pensavo a una tipica botteguccia souvenir: piena, piccola, odorosa di candele economiche. Invece trovai uno spazio grande, silenzioso, sospeso, dove laria profumava di legno, metallo e un che di amarognolo e dolciastroforse vernice antica o ceralacca. Di sicuro: odore di stufa. Il calore mi arrossò il viso infreddolito.

Il proprietario era chino su un vecchio torchio, massiccio, che pareva lanimale di un altro tempo. Sentivo solo il tintinnio degli attrezzi. Non si voltò al suono del campanello. Tossii.

Si raddrizzò piano, stirando in su ogni vertebra. Era basso, robusto, con una camicia a quadri arrotolata fino ai gomiti. Il volto: qualunque, banale. Ma con occhi sereni, privi di invadenza o cortesia di facciata. Solo silenzio, attesa.

È sua questa cartolina? posai il cartoncino sul banco.

Andrea si avvicinò con calma. Non la prese subito; prima si asciugò le mani sporche ai pantaloni, lasciando strisce azzurrine e sbavate. Poi sollevò la cartolina in controluce, come fosse una moneta preziosa.

È nostra, annuì. Timbro del pino. Deve essere del 99. Come lha avuta?

L’ho ricevuta a Milano. Un errore delle Poste, forse, dissi, cercando di restare professionale, ma dentro tremavo. Devo trovare lautore. Riconosco la calligrafia

Lui mi fissò più a lungo, più netto. Uno sguardo che passò dalla mia pettinatura perfetta, al cappotto color cammellotroppo elegante, fuori luogo tra quelle murafino alla faccia stanca, dove neppure il trucco ormai reggeva la fatica.

Perché lo cerca? Sono passati venticinque anni. In quel tempo si nasce, si muore, si dimentica.

Io non sono morta, mi uscì con una durezza che mi stupì, e non ho dimenticato.

Mi guardò ancora, a fondo, come se decifrasse i miei pensieri, non le parole. Fece un cenno verso un angolo. Avrà freddo. Un tè scalda più di una parola. Anche a chi viene da Milano.

Non attese risposta: pochi istanti dopo versava acqua bollente in due tazze scheggiate.

Così ebbe inizio tutto.

***

I tre giorni a Valtellina furono per me un ritorno allorigine. Dal ronzio infinito della cittàal silenzio dove si sente cadere la neve dai tetti. Dalla luce azzurrastra degli schermi a quella viva e danzante della stufa accesa. Andrea non fece domande, mi accolse e basta. Viveva solo, nella vecchia casa dei genitori, con il pavimento che scricchiolava sotto ogni passo. Dentro: profumo di stufa, di marmellata e di libri.

Mi mostrò le matrici del padre: lastre di rame incise con cervi e fiocchi di neve, mi spiegò come si miscelano i brillantini per non farli cadere. Era come la sua casa: solida, un po logora, piena di tesori discreti. Mi raccontò di come suo padre, innamorato della madre al primo incontro, le spedisse cartoline allantico indirizzo, e una era andata persa.

Amare il vuoto, disse fissando il fuoco. Bello e inutile.

E tu? Ci credi allinutile? chiesi.

Beh, alla fine lha trovata. E hanno vissuto insieme una vita intera. Se cè amore tutto è possibile. Per il resto credo solo in ciò che posso toccare. In questa macchina, in questa casa, in quello che realizzo. Il resto è fumo.

Non cera amarezza, solo la pazienza di chi conosce la materia. Io avevo sempre combattuto la materia, piegandola ai miei progetti. Qui capii che era inutile: la neve cadeva quando voleva. E Moka, la cagnolona di Andrea, dormiva solo dove le andava.

Fra me e Andrea nacque una strana intimità. Un incontro tra due solitudini che si completavano: lui trovava in me il coraggio e la vitalità, io in lui la tranquillità e lautenticità. Nei suoi occhi ero di nuovo la bambina che teme il buio e sogna miracoli semplici. Nei miei vedeva non una milanese di successo, ma una custode: di tempo, di silenzi, di gesti antichi. Il mio battito dansia si placava vicino al suo ritmo lento, come il lago dopo la tempesta.

Proprio quando Matteo chiamò, io stavo alla finestra, guardando Andrea che spaccava la legna sul cortile.

Faceva tutto con semplicità, colpo su colpo, ogni ceppo si apriva netto, col suono pieno del legno che si arrende.

Dove ti sei cacciata? chiese Matteo, la voce piatta. Quando torni compra un albero vero, il nostro di plastica si è rotto. Simbolico, no?

Guardai labete addobbato con le vecchie palline di vetro.

Già. Molto simbolico, risposi piano. Riagganciai.

***

La verità venne fuori il 30 dicembre. Andrea mi mostrò, senza parlare, un disegno ingiallito dallalbum del padre: la bozza di quella stessa cartolina.

Ho trovato la verità, disse, stranamente impacciato, Non è stato il tuo Stefano. Era mio padre. La scrisse a mia madre. Non arrivò mai. La storia, sai, torna sempre.

La magia si frantumò come i brillantini. Nessuna misteriosa connessione, solo lo scherzo del destino. Mi sentii gelare: la mia fuga nel passato era stata solo un errore affascinante.

Devo andare, sussurrai, abbassando lo sguardo. A casa mi aspettano. Matrimonio. Contratti.

Andrea annuì, non mi trattenne. Restò semplicemente lì, in quella sua galassia di carta, persona capace di custodire calore nei biglietti, ma non di trattenerlo tra le mani che non stringono.

Capisco, disse. Non sono un mago. Sono solo un artigiano. So fare le cose che si toccano, non i castelli in aria. Ma a volte il passato ci manda uno specchio, non un fantasma. Per farci vedere chi potremmo diventare.

Si voltò al suo torchio, lasciandomi la via libera.

Presi la borsa, le chiavi. In tasca il cellulare, unico ponte con la vita là fuori, la realtà con i KPI, le call silenziose e un matrimonio comodo ma senza calore, tutto euro e razionalità.

Stavo per aprire la porta quando lo sguardo mi cadde sulla cartolina rimasta sul banco. Accanto, una nuova, appena stampata, che Andrea doveva aver preparato senza dirmelo. Stesso timbro di pino, diversa liscrizione: Che basti il coraggio.

Ecco, il miracolo non era la cartolina del passato. Era questo istante, questa chiarezza improvvisa davanti a due strade. Sapevo che non avrei scelto il suo mondo, né lui avrebbe mai seguito il mio. Ma tornare da Matteo non aveva più senso.

Uscii nella notte gelida e piena di stelle, senza voltarmi.

***

È passato un anno. È di nuovo dicembre.

Non sono tornata agli eventi su larga scala. Io e Matteo ci siamo lasciati, poi ho aperto una piccola agenziaorganizza eventi consapevoli, quelli intimi, costruiti con attenzione e cuore. Le partecipazioni sono di carta, stampate in una sola bottega nella valle. La mia vita è ancora veloce, ma ora ha un significato profondo. Ho imparato a coltivare i silenzi.

Da Fiocco di Neve ora fanno anche weekend creativi. Andrea ha imparato a prendere ordini online, ma li seleziona uno a uno. Le sue cartoline vanno un po più lontano, portano un reddito tranquillo, ma la loro nascita è la stessa di sempre.

Non ci scriviamo ogni giorno, ci sentiamo solo per lavoro. Ma pochi giorni fa ho ricevuto una cartolina. Sopra, un timbro di una rondine in volo. E solo due parole: Grazie, coraggio.Quella sera, seduta nel mio nuovo studio, la cartolina tra le dita, capii che il destino non si cura delle coincidenze, né dei piani perfetti. Mi accarezzai il polso, lì dove la pelle sapeva ancora di freddo e corteccia. Fuori scendeva la prima neve, lenta e sicura come la vita che avevo finalmente scelto.

Sorrisi. Non serviva altro: non una risposta, non una promessa eterna. Solo la consapevolezza di aver avuto il coraggio di attraversare il vuoto, che avevo saputo ascoltare un richiamo sottile, fatto solo di carta e inchiostro.

Guardai il messaggio disegnato con pazienza, quellunica parola che adesso brillava più dei vecchi brillantini: coraggio. Bastava quello, scoprii. Bastava abbastanza coraggio per cambiare strada, per mollare il certo e aprirsi a ciò che non si può controllarecome la vera neve, quella che cade in silenzio e trasforma ogni cosa.

Appoggiai la cartolina accanto alla finestra, dove il bianco del mondo incontrava il calore della stanza. Sapevo che domani avrei trovato, tra le mail di lavoro e la lista della spesa, altre difficoltà, altre domande. Ma per la prima volta, non avevo più paura.

Quando rialzai lo sguardo, oltre il vetro, vidi una rondine vera attraversare la notte, troppo presto o forse mai davvero fuori stagione. Sorrisi di nuovo. A volte il miracolo non è chi ti aspetti, ma chi diventi attraversando linverno. E io, finalmente, volavo.

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