Mi ha lasciata sola a tavola imbandita per il nostro anniversario per correre a festeggiare in garage con gli amici – La vendetta di Elena alla festa di compleanno, tra pettegolezzi, pigne di pelmeni e un addio tutto italiano

Mi hai lasciata sola a tavola, con tutto apparecchiato, ed è corso in garage a festeggiare con gli amici

Davvero adesso te ne vai? Te ne vai così, senza neanche pensarci? La voce di Isabella tremava, ma si sforzò di apparire ferma e decisa, non risentita.

Marco si bloccò nellingresso, con una manica della vecchia giacca già infilata. Ai piedi non aveva le pantofole ma le sue scarpe da ginnastica, quelle che metteva sempre quando si occupava della macchina. Dalla cucina arrivava un profumo irresistibile di anatra al forno con le mele una ricetta che aveva richiesto quattro ore di lavoro e di marinatura. In sala da pranzo, la tovaglia di pizzo riportata dalla nonna copriva il tavolo; brillavano i bicchieri di cristallo e i piatti pieni di insalate che Isabella aveva preparato fin dalle prime ore del mattino, tagliando tutto a cubetti perfetti.

Isa, dai, non fare così sbuffò il marito, come se avesse appena sentito dolori ai denti. Mi hanno chiamato i ragazzi: Luca ha rotto il carburatore, è bloccato, serve aiuto. Torniamo in unora, massimo unora e mezza. Torno, festeggiamo insieme, e la tua anatra non si fredda nemmeno.

Il carburatore di Luca si rompe ogni venerdì alle sette in punto replicò con freddezza Isabella, appoggiandosi allo stipite della porta. Marco, oggi sono dieci anni che siamo sposati. Ho chiesto permesso a lavoro per tornare prima, ho comprato il tuo vino preferito, quello che costa quanto metà dello stipendio. E, guarda un po, ho indossato questo vestito che ti piace tanto. E tu scegli il garage?

Marco si infilò la giacca del tutto e cominciò a frugarsi nelle tasche cercando le chiavi della macchina.

Drammatizzi. È solo un pezzo di ferro che ha bisogno di una mano. Solidarietà tra uomini, capito? Se succedesse a me, Luca correrebbe a darmi una mano. Non essere egoista. Non è mica che andiamo al ristorante, dobbiamo riparare una cosa. Dai, non ti arrabbiare, torno appena posso.

Le lasciò un bacio sulla guancia, rapido e svogliato, e la porta si chiuse con un colpo secco. Il rumore della serratura, nellappartamento silenzioso, suonò come uno sparo.

Isabella rimase nellingresso. Nel riflesso dello specchio vide una donna elegante, pettinatura perfetta, vestito blu notte che mascherava i difetti del tempo esaltando le qualità. Solo gli occhi sembravano spenti.

Andò piano in cucina. Il forno si era già spento col timer, ma il grasso sfrigolava ancora. Tirò fuori la teglia pesante. Lanatra era perfetta: pelle dorata, profumo di mela renetta e spezie. Unopera darte… inutile ora.

Adagiò il piatto in sala da pranzo, dove cerano due coperti, due calici, candele che non aveva neanche acceso. Il silenzio pesava. Dalle pareti si sentiva il brusio della TV dei vicini, mentre lì, nello spazio di lei, regnava il vuoto.

Sapeva già che Marco non sarebbe tornato in unora. Né in unora e mezza. Il garage, per un uomo, è un triangolo delle Bermuda: lì il tempo scorre diversamente. Prima guardano il carburatore, poi si scopre che non è quello il problema, poi arriva la birra solo per bagnarsi la gola, poi si aggiunge il vicino per festeggiare un nipote nato o perché gli è scappato il gatto e via così.

Isabella si versò del vino. Rosso corposo, amarognolo. Ne bevve un sorso, tagliò una coscia danatra, la parte più buona. La masticava senza sentire nulla. Dentro però cresceva una freddezza limpida, pesante. Come se un velo calato davanti agli occhi da anni, si fosse finalmente strappato.

Era forse la prima volta?

Lanno prima, al suo compleanno, lui era arrivato con tre ore di ritardo: Ho aiutato mia madre a spostare il divano! anche se sarebbe bastato chiamare i traslocatori, spendendo cinquanta euro. Invece Marco sostenne: Perché sprecare soldi, ho due braccia!. Arrivò a casa sudato, sporco, nervoso, e tutta la serata si lamentò della schiena rotta.

E due estati prima? Dovevano andare in vacanza, soggiorno già pagato. Ma il giorno prima lui prestò metà dei risparmi allo stesso Luca, per problemi con il mutuo. Siamo amici, Isa, tanto ci ridà tutto. Luca restituì in sei mesi, ma in vacanza, altro che ristoranti: si arrangiavano con pasta e scatolette in camera.

Isabella guardò il posto vuoto davanti a lei. Dieci anni. Nozze di stagno. Si dice che lo stagno sia flessibile, ma se lo pieghi troppo nella stessa direzione, si spezza.

Finì lanatra senza toccare il contorno. Poi raccolse le candele, le spense senza neanche accenderle, e cominciò a sparecchiare. Le insalate finirono in frigo, il vino col tappo. I piatti caricati in lavastoviglie, ma non schiacciò il pulsante.

Alluna di notte, il telefono di Marco era irraggiungibile. Alle due, la notifica: Utente online. Isabella non chiamò. Rifò il letto, si coricò e spense la luce. Nessun sonno. Rimase ad ascoltare lascensore che saliva e scendeva nel palazzo.

La chiave girò nella toppa alle tre e mezza. Marco si mosse piano, ma in piena notte ogni scricchiolio sembrava un boato. Si inciampò nella cassapanca, sussurrò una bestemmia, poi frugò nei vestiti per togliersi i jeans. Sapeva di tabacco scadente, benzina e alcol. Il tipico odore del garage.

Si infilò sotto le coperte, cercò di abbracciarla.

Dormi? mormorò, alitandole dietro il collo. Isa, dai scusa. È successa una storia… Il carburatore era niente, sè rotto proprio il motore di Luca. Era un casino, le mani tutte nere dolio, potevo lasciarlo solo? Il telefono era scarico.

Isabella si spostò sullorlo del letto.

Non toccarmi disse a bassa voce.

Ma piantala! Sono qui, sano e salvo, solo un po tardi. Festeggiamo domani. Anzi, oggi. Prendo una torta…

Dopo un minuto russava già. Isabella si alzò, prese cuscino e coperta, e si mise a dormire sul divano in soggiorno. Cera ancora, nellaria, un lieve profumo danatra: quello di una festa mai realizzata.

La mattina non venne segnata da scuse, ma da pretese. Marco apparve in cucina quasi allora di pranzo, gonfio in viso e spettinato. Isabella stava bevendo caffè e controllava la posta dal portatile.

Allora, niente colazione? domandò, aprendo il frigo. Ah, ci sono ancora le insalate! Ottimo. E lanatra?

È in frigo, nel contenitore rispose Isabella, senza staccare gli occhi dallo schermo.

Me la scaldi? Ho un mal di testa…

Isabella chiuse il laptop con calma.

No.

Che significa?

Vuol dire che non la scaldo. Hai due mani proprio quelle con cui ieri hai smontato mezza auto a Luca. Scaldatela da solo.

Marco si girò stupito. Di solito, dopo i litigi, Isabella si risentiva un paio dore, ma poi riprendeva le sue mansioni: cucinare, rassettare, apparecchiare. Era il loro copione. Lui sbagliava, lei si arrabbiava, lui portava cioccolatini o diceva due parole dolci, lei perdonava.

Isa, ma sei ancora per ieri sera? Te lho spiegato, era una cosa imprevista. Gli amici si vedono nel bisogno. Non puoi tenere un uomo al guinzaglio.

Non ti tengo rispose calma. Sei assolutamente libero. E io pure. Libera dallobbligo di servirti la colazione dopo la sbronza.

Non era una sbronza ma un lavoro! sbottò lui, pescando dal frigo e mangiando linsalata con il cucchiaio. E comunque, sei diventata nervosa. Forse ti serve un po di riposo. O sarà il ciclo…

Isabella lo fissò a lungo. Come se lo vedesse per la prima volta. Quelluomo che masticava linsalata lasciando briciole ovunque: era suo marito. Quello a cui aveva affidato la sua vita. Ricordò che la casa in cui vivevano era un lascito della nonna; Marco era solo domiciliato lì. Avevano ristrutturato insieme, ma in realtà gran parte dei soldi li aveva messi lei, visto che a Marco mancavano i clienti, lattrezzo era rotto, o doveva aiutare la mamma.

Marco disse con una voce flebile e i soldi che avevamo messo da parte per cambiare gli infissi?

Lui si strozzò con linsalata.

In che senso? Sono lì, nella scatola.

Non ci sono più. Ho controllato stamattina. Sono spariti. Cinquemila euro non ci sono più.

Marco abbassò lo sguardo. Le orecchie cominciarono a diventargli rosse.

Ah, ecco… Li ho presi ieri. Quando sono andato da Luca. Servivano i pezzi di ricambio, costavano tanto. Gli ho prestato. Mi ridà tutto con la prossima paga.

Hai preso cinquemila euro dal fondo comune, senza nemmeno consultarmi, e li hai dati a Luca per aggiustare la sua carcassa? E abbiamo risparmiato per mesi, per non morire di freddo questinverno!

Ma dai, sono solo soldi! gettò il cucchiaio sul tavolo, seccato. Lui li restituisce! Promesso. E poi in questa casa ci sono io a decidere i soldi, giusto? Devo forse chiedere il permesso a mia moglie per una vite?

Devi chiedere il permesso quando prendi i nostri risparmi. Soprattutto se io contribuisco per il settanta percento.

Adesso mi rinfacci i soldi? Sei caduta in basso. Non eri così. Sei diventata tirchia. Davvero!

Si alzò, fece rumore spostando la sedia e si chiuse in salotto a guardare la TV. Mise il volume al massimo, per dimostrare che delle sue parole non gliene importava niente.

Isabella restò in cucina, sentì dentro di sé spezzarsi lultima corda. Quella che teneva insieme tutto il fragile castello chiamato famiglia. Si rese conto che non avrebbero mai cambiato gli infissi. Che Luca non avrebbe mai restituito nulla aveva sempre qualche debito, un divorzio, una disgrazia. E Marco avrebbe continuato a fare il salvatore di tutti sulle sue spalle, mentre lei rinunciava a ogni piacere.

Seguirono giorni di guerra fredda: solo comunicazioni essenziali. Marco si presentava a casa tardi, mangiava ciò che trovava, a letto si voltava verso il muro.

Giovedì Marco arrivò a casa prima del solito, con una sorpresa: un mazzo di crisantemi di quelli economici comprati dalle vecchie fuori della metro.

Isa, finiamola qui dai, disse, porgendo i fiori. Facciamo pace?

Isabella li mise in vaso.

Pace rispose, fredda. Era già tutto deciso dentro di lei.

Benissimo! Basta musi lunghi. Senti, sabato è il mio compleanno, lo ricordi?

Certo che lo ricordo.

Pensavo lasciamo perdere il ristorante, costa troppo e si sta meglio in casa. Invito i ragazzi, con le mogli, e stiamo qui. Tu meni le mani in cucina come solo tu sai fare. Facciamo una bella tavolata! Mamma mia come ne parlano bene tutti dei tuoi piatti.

Isabella lo guardò. Nei suoi occhi non cera un dubbio: lui era sicuro che, dopo tutto quello che era successo il disastro della loro ricorrenza, i soldi spariti, una settimana di gelo lei si sarebbe messa ai fornelli per accontentarlo e i suoi amici.

Va bene sorrise Isabella. Era un sorriso strano, ma Marco non se ne accorse. Invitali pure. Per le due, sabato.

Grande! tentò di abbracciarla, ma lei schivò fingendo di raddrizzare la tovaglia. Dimmi la lista delle cose da comprare, che penso io alla spesa.

Non preoccuparti. Stavolta voglio fare una sorpresa. A te piacciono, vero?

Le sorprese? Le adoro! disse lui, raggiante. Allora avviso tutti.

Il venerdì passò tranquillo. Isabella andò davvero a fare la spesa, tornò con varie buste. Marco provò a sbirciare dentro, ma lei lo bloccò ridendo: «Curioso!». Cucina chiusa a chiave. Dal di là della porta, Marco sentiva rumori di pentole e odori strani, insipidi niente di riconoscibile. Forse, pensava, erano preparativi per piatti complicati.

Sabato mattina. Marco si svegliò tutto eccitato. Isabella si era già vestita: tailleur serio, pettinata e truccata.

Ma che formale sei? Mi aspettavo il vestitino rosso!

Oggi mi sento così. I tuoi amici arrivano a breve?

Stanno arrivando. Luca ha già chiamato.

Si fece la doccia, si profumò da capo a piedi. Quando uscì dal bagno, i primi ospiti suonarono al citofono. Marco aprì e la casa si riempì di grida, abbracci, sporte con bottiglie.

Buon compleanno, fratello! gridava Luca. Allora, a cosa ci stuzzichi? Roba buona, sai… di solito qui cè sempre profumo, invece oggi niente

Entrarono in soggiorno. E si bloccarono.

Il tavolo era quello di sempre, con la tovaglia elegante, i piatti, i tovaglioli. Solo che…

Al centro, unenorme montagna di tortellini surgelati Popolari, incollati tra loro. Ai lati, piatti pieni di minestrina istantanea già gonfia e fredda. Al posto degli affettati ricercati, fette spesse di mortadella scadente, spesso ancora con la pellicola. Nelle coppette, crostini da sacchetto e scatolette di tonno, ancora nella latta.

Cosè questa roba? Marco aveva perso la voce. Isa, stai scherzando? Dovè il brasato? Dovè linsalata russa?

Seguì un silenzio di ghiaccio. Luca guardava a turno i tortellini, Marco e Isabella. La moglie di Luca aveva la bocca serrata.

Isabella avanzò in mezzo alla sala, dritta e solenne:

Questo, Marco, è un pranzo di festeggiamento alla garage. Visto che ami di più i tuoi amici e il garage piuttosto che la tua famiglia quello della nostra festa lha dimostrato ho pensato di riprodurre latmosfera a cui tieni tanto. Mangiate, cari amici, questo è esattamente il menu che merita il vostro club maschile.

Sei fuori di testa? ringhiò Marco, paonazzo. Mi vuoi mettere in ridicolo davanti agli amici? Togli tutto e porta la roba vera, forza! So che ieri hai cucinato!

Ho cucinato per me, per la prossima settimana. È in frigo, nei contenitori. Questo invece è per voi, pagato con quello che restava dopo che hai svuotato il nostro gruzzolo.

Luca tossì piano.

Eh, Marco… noi forse usciamo un attimo, mettiti daccordo…

Nessuno si muove! urlò Marco. Isa, ora sistemi tutto, porti la roba vera, chiedi scusa e basta scenate! O…

O cosa? domandò Isabella fissandolo.

O non rispondo delle mie azioni! Questo è il MIO appartamento, sono i MIEI ospiti.

Tuo? e rise, amara. Vediamo di essere precisi. Questo appartamento è di mia proprietà, donato da mia nonna tre anni prima del nostro matrimonio. Il Codice Civile italiano è chiaro: ciò che era mio prima del matrimonio, o ricevuto per donazione, resta mio. Tu hai solo residenza qui, non sei proprietario.

Marco restò muto. Non aveva mai sentito Isabella parlare così. Di solito parlava di ricette, offerte al supermercato, ferie.

Ma abbiamo fatto i lavori insieme! Ho messo le piastrelle!

Le piastrelle le ha messe un piastrellista, pagato con la mia tredicesima. Ho tutte le fatture. E il tuo apporto sono stati due sacchi di cemento e una settimana di birra per celebrare. Se anche tu provassi a chiedere i soldi per i tuoi investimenti, al massimo avresti diritto a una compensazione, ma non a una parte dellimmobile. E considerando che hai speso dal fondo migliaia di euro negli anni per faccende tue, nessun giudice ti darà ragione.

Ma vaff…! Ti chiamo i carabinieri, dico che fai casino!

Chiamali rispose lei tranquilla. Intanto ecco le tue cose.

Si avvicinò alla camera e trascinò fuori due valigioni.

Ho messo tutto: vestiti, scarpe, i tuoi attrezzi dal balcone. Persino la tua tazza preferita (anche se era parte del mio servizio).

Gli ospiti si defilarono verso luscita. La moglie di Luca già si stava infilando le scarpe.

Marco, noi ti aspettiamo fuori sussurrò Luca e scomparve.

Marco restò solo, circondato da tortellini freddi e valigie.

Davvero, Isa? Non sarai seria? Dai, se vuoi mi inginocchio. Ho sbagliato, lo ammetto. Rimetto tutto a posto. Non cacciarmi. Dove vado… da mia madre, in quellangolo minuscolo?

Sono affari tuoi, Marco. Sei adulto, hai amici, hai il garage, la macchina col motore nuovo. Vivi come preferisci. Ma non qui.

Isa, te ne pentirai! Chi vuoi che ti prenda a trentotto anni? Divorziata! Io una ragazza nuova la trovo in una settimana! Tu rimarrai qui coi gatti!

Rischio volentieri, rispose lei con calma, aprendo la porta. Esci.

Marco afferrò le valigie. La faccia distorta dalla rabbia.

Maledetta! Materialista! Ti porto via metà dei mobili! Il televisore è mio!

Il televisore è stato preso a rate da me. Pago ancora io le rate, e ho la ricevuta. Vai, Marco. E lascia le chiavi.

Esitò, poi lanciò il mazzo di chiavi sul pavimento.

Tieniti la tua casa!

Uscì sbattendo la porta dietro di sé. Isabella chiuse due volte la serratura, mise pure la catenella. Si appoggiò alla porta e chiuse gli occhi. Il cuore le batteva forte, le mani tremavano. Ma non pianse. Provava una leggerezza nuova, come quando dopo anni ti togli un sacco di macigni dalle spalle, convinta che quella zavorra fosse lamore.

Sgombrò tutto: tovaglia, tortellini, minestrina, mortadella diritto nel sacco della spazzatura, senza rimpianti. Aprì le finestre, per cancellare la puzza di scatolette e acqua di colonia maschile.

Poi prese dal frigo quella stessa bottiglia di vino, avanzata dallanniversario. Versò un bicchiere, si sedette in poltrona.

Il telefono trillò. Messaggio della mamma: Cara, comè andata la festa? Marco si è divertito?

Isabella rispose: «Mamma, è stata la festa perfetta. Il migliore compleanno della sua vita. E il primo giorno della mia vera vita».

Domani avrebbe cambiato la serratura. Lunedì avrebbe presentato le carte per il divorzio. Sarebbe stata dura, sì: urla, minacce, persino liti per le posate. Ma ormai non aveva importanza. Quella sera, per la prima volta dopo anni, Isabella non cenò da sola. Cenò con se stessa: una donna intelligente, forte e libera, che finalmente aveva imparato a rispettare.

A volte per ritrovare la felicità bisogna avere il coraggio di lasciare andare il passato, scegliendo finalmente se stessi.

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