Il marito mi paragonava sempre a sua madre, così gli ho detto di fare le valigie e tornare da lei
Hai di nuovo lesinato il sale? Quante volte te lo devo dire, sa di niente, come lacqua del Tevere. Giovanni allontana il piatto fumante di spezzatino, poi si afferra la saliera come se fosse un microfono magico. Mamma ripete sempre: Poco sale in cucina, tanto sale sulla schiena, ma Elisabetta, lei, il sale lo sente nelle ossa. Tu invece butti tutto dentro seguendo la ricetta, senza amore.
Mi vedevo riflessa nel vetro della finestra mentre la città di Roma si tingeva delle luci autunnali, e osservavo in silenzio Giovanni che, spavaldo, affogava le verdure che avevo stufato per unora nel sale grosso. Dentro di me, la molla di resistenza ormai logora dopo tre anni di matrimonio si tendeva ancora unaltra volta. Cercai di nascondere il fastidio, sistemando le tazze ancora umide sulla griglia.
Ho cucinato così, come ci ha consigliato il gastroenterologo, Giovanni risposi a voce bassa. La settimana scorsa avevi il bruciore.
Ma lascia perdere! borbottò lui, inghiottendo a fatica il boccone. Basta ammettere che cucinare non è pane per i tuoi denti. Te li ricordi gli involtini di mia madre domenica? Piccoli, perfetti, tutti uguali. E il sugo, quella panna fresca, la passata fatta in casa, non il tuo ketchup della Conad. Mamma sa creare casa, capisci? Da lei profuma sempre di crostata, qui invece solo detersivo.
Mi morse il labbro: quellodore era mio, il risultato della battaglia sostenuta contro la cucina incrostata di grasso dopo la sua ultima carbonara, che aveva mandato schizzi fin sopra il lampadario. Ma inutile ricordarglielo Giovanni aveva il dono di ignorare i suoi disastri, e di trovare le crepe anche dove non ce nerano in me.
La cena proseguiva tra il vociare della TV e i commenti accigliati del marito, sempre pronto a spiegare come tenere una casa. Io annuivo piano, pensavo al report che mi aspettava lindomani: ero responsabile finanziaria in una grossa società di spedizioni, e la fine del trimestre mi prosciugava lanima. Tornavo la sera sognando solo silenzio e tregua, ma invece mi aspettava la solita dose di paragoni: la sacra, imbattibile, intoccabile Signora Rosetta.
Rosetta Galli, mia suocera, era una donna energica e va detto, anche piuttosto abile nelle faccende. Ma la sua energia era come uno scirocco impazzito: se faceva le pulizie, le pareti si spostavano e polvere veniva cacciata dai buchi più segreti dellappartamento. Giovanni era cresciuto in quel culto della madre e ora non capiva perché io non mi inginocchiassi felice davanti allaltare della vita domestica.
La sera scivolò nella notte senza calare la tensione. Giovanni si spiaggiò sul divano col tablet, io misi su lasse per stirare le sue camicie, accesi il ferro e mi diedi alla lotta con quellazzurra: stoffa ottima, ma una bestia da addomesticare.
Ancora con la camicia? la sua voce sbucò alle mie spalle facendomi sussultare.
Era sulla soglia, braccia incrociate, lo sguardo severo su di me che passavo il vapore sul collo.
Ma chi stira così? sbuffò. Lasci tutte le pieghe! Mamma parte sempre dalle maniche, poi dietro, e il collo per ultimo, ma con il panno umido. Tu invece col vapore diretto, la rovini, lo sai
Appoggiai il ferro: il vapore sibilò, come se volesse parlare per me.
Se conosci il metodo migliore, Giovanni, vieni a stirartela da solo
Lui fece una smorfia da bambino viziato.
Ma allora! Non si può dirti niente che reagisci. Ti voglio solo insegnare come si fa. Mamma dice che una donna deve curare il guardaroba del marito, che è il biglietto da visita della famiglia. Tu sei sempre impegnata, sempre troppo stanca. Lavori, report Ma la casa cade a pezzi.
Cade a pezzi? girai gli occhi nella sala immacolata. Giovanni, qui è pulito, è stirato, è cucinato. Lavoro come te, guadagnando pure di più. Perché la sera dovrei frequentare corsi intensivi di economia domestica alla maniera di tua madre?
Sempre coi soldi in bocca! fece una smorfia come se si mordesse la lingua. Non è questione di soldi, è questione di cuore, di donna. Mamma ha sempre lavorato, eh! Ma a casa cerano sempre pasta, secondo e dolce, e papà sembrava uscito dalla sartoria! Tu invece Eh, Elisabetta. Vabbè, stira come vuoi, domani vado in giro stropicciato, così magari qualcuno vede che moglie ho.
Scomparve in camera. Io rimasi sola col ferro che si raffreddava e una palla di ghiaccio in gola. Avrei voluto solo andarmene. O meglio, no: era lui a dover andare. Casa mia, ereditata dalla nonna, Giovanni era arrivato con un trolley e un vecchio portatile, ma in tre anni aveva imparato a comportarsi da padrone di casa scontento della servitù.
Seguirono giorni di guerra fredda: Giovanni sbuffava a ogni granello di polvere sullo specchio, sale ovunque ancora prima di assaggiare, io reggevo botta col silenzio e mi tuffavo nel lavoro. Si avvicinava il sabato, giorno sacro del pranzo a casa della suocera.
La mattinata era partita storta: Giovanni mi sollecitava con la voce di uno spettatore allippodromo.
Questi sono i tuoi tempi? Mamma odia chi arriva tardi. E indossa il vestito blu, non quei jeans. Sembra di stare con una ragazzina Hai trentotto anni, Elisabetta, vuoi sembrare adulta?
Io, con i pantaloni comodi già abbottonati, mi fermai, fissandolo.
Ma io mi sento a mio agio con questi, Giovanni. È un pranzo in famiglia, mica al Quirinale.
Si chiama rispetto! Mamma ha cucinato, tu arrivi come una scappata di casa
Alla fine jeans e camicia bianca, basta polemica. Tutto il viaggio fino a Ostia, silenzio ostinato di Giovanni, che batteva le dita sul volante della nostra Golf regalino pagato per il 70% col mio stipendio, ma la memoria a lui sfuggiva.
La porta della suocera aperta nella nuvola di arrosto, pane bianco e grembiule inamidato.
Oh, siete qui! Finalmente. Giovanni, sei diventato magro, ma tua moglie ti tiene senza cibo? e abbracci, e occhiate a me come se fossi polvere nascosta dietro le tende. Elisabetta, le ciabatte sono là. Attenta, ho passato la cera.
A tavola il solito monologo: Rosetta serviva i bocconi migliori al figlio, sospirando sulla sua debole costituzione.
Assaggia questanatra, Giovanni! Con le mele, tre ore di cottura, mica quellaffare elettrico dove butti tutto dentro e speri che cucini da solo. Quella non è cucina. Giusto, Elisabetta?
È una questione di stile di vita, signora Rosetta la pentola automatica fa risparmiare tempo.
Risparmia tempo per fare che? Guardare Facebook? Noi al lavoro, figli, casa lucida ora avete i robot ma non sapete dove mettere le mani, figurati! Sono stata da voi, settimana scorsa Tende grigie, vetri opachi. Che vergogna, figliola. Le finestre sono il volto di una donna.
Giovanni, con la bocca irrorata danatra, annuiva.
Le dico sempre, mamma! Le dico: stira, lava, pulisci. E lei: chiamiamo quelli della pulizia a ore! Capito? Estranei che toccano la roba nostra!
Estranei? Rosetta spalanca gli occhi, come se le fosse stato proposto di aprire una bisca clandestina a Trastevere. Così si rovina lenergia di casa. Ecco poi perché non avete figli, e chissà quante litigate fate.
Colpo basso. La questione dei figli era un dolore che affrontavamo con i medici, ma Rosetta non perdeva occasione per infierire.
Non litighiamo per la pulizia, signora Rosetta. Litighiamo per i paragoni.
Un silenzio da papiro rotto. Giovanni tossì nel bicchiere di aranciata.
È male prendere esempio dal migliore? domandò sinceramente la suocera. Giovanni è orgoglioso di me. Anche tu dovresti annotare qualche ricetta, che tempo poco ne resta Giovanni è abituato a certi livelli.
Appunto rincarò lui mamma ha ragione. Dovresti essere più premurosa. Guarda come splende qui. Da noi? Polvere da due giorni.
Dentro di me, si ruppe qualcosa, un interruttore che da sopporto virò su agisci. Guardai entrambi: Giovanni, sazio e compiaciuto; Rosetta, che sorrideva come una Madonna trionfatrice.
Grazie per il pranzo, molto buono dissi alzandomi.
Ma già vai via? Cè la torta Millefoglie!
Io vado, penso che Giovanni resti volentieri per il dolce. È giusto che goda della sua vera casa.
Ma sei impazzita? Giovanni provò a farmi sedere in corridoio. Vuoi farmi fare brutta figura?
Io torno a casa, Giovanni. Ho mal di testa. Vieni come vuoi dopo.
Fuori dallandrone, inspirai a fondo laria romana e sentii un sollievo stranissimo: il piano si formò nella mia mente così, di colpo, come se stesse aspettando il suo turno da mesi.
La sera la passai non a riposo, ma a lavoro. Tirai fuori dalla cantina le valigie grandi, quelle gialle, usate per la Croazia. Aprii larmadio e misi dentro, piegando con calma: camicie, jeans, maglioni, mutande, i suoi calzini, perfino il completo da stirare con la pezza bagnata. Tutto ben disposto, solido, niente pianti.
Giovanni tornò tardi, alle undici, impregnato di profumi di crostata e soddisfazione.
Che scenata, davvero! Mamma si è agitata, ci ho messo unora a calmarla. Sei unegoista, Elisabetta.
Entrò in camera e si bloccò. Tre valigie e quattro scatoloni in mezzo al parquet, armadio vuoto come la Fontana di Trevi in piena notte.
Cosè, partiamo? tremava nella voce.
Stavo in poltrona col libro ancora in mano. Lo chiusi, guardandolo negli occhi.
Noi no, Giovanni. Tu sì.
Che? In che senso? Per lavoro? Io
No. Torni da tua madre.
Lui provò a riderci su.
Che scherzone, Elisabetta. Metti via tutto, devo dormire. Si fa tardi.
Non scherzo. Ho piegato tutto, messo via i documenti, i tuoi dischi, perfino la tazza di Star Wars. Domani, alle nove, arriva il furgone.
Il suo viso si congestionò.
Mi butti fuori? Da casa mia?
Da casa mia, Giovanni. La casa è mia, lo sai. Vivere insieme va bene, ma qui non stai bene.
Non sto bene? Ho sempre fatto il possibile! Volevo solo il meglio per noi!
Però non ti va mai bene niente: cucina insipida, pulizia sbagliata, stiro errato, io mai abbastanza. Mi sono stancata di perdermi la pace per qualcosa che tanto non sarà mai come da Rosetta. È una gara che non minteressa vincere.
Ma siamo una famiglia! il tono iniziava a tremare, la prosopopea andata.
Una famiglia sostiene, non umilia. E tu non hai mai veramente lasciato casa di tua madre. Torna lì: troverai cotolette, minestroni, comfort. Io voglio solo la tranquillità di tornare e riposare, non dover superare ogni giorno una verifica.
Dormimmo separati. Lui sul divano, io nella mia stanza. Al mattino, alle nove in punto, arrivò il trasloco. Portarono giù valigie e scatole, come statue dargilla che se ne andavano senza più storia.
Giovanni sostava sulluscio avvolto nella sua giacca troppo corta.
Elisabetta, non farlo Mamma impazzirà se mi vede tornare così. Che le dico?
La verità. Che tua moglie era troppo poco per gli standard e hai deciso di tornare dalla regina. Finalmente avveri il suo sogno.
La porta si chiuse dietro di lui, la girai due volte e mi appoggiai al metallo freddo. Scoppiai in una risata leggera, di quelle che escono solo quando la catena si spezza. La casa era immersa in un silenzio irreale. Nessuno borbottava, criticava, pretendeva.
Passò una settimana di pace. Ordinai le pulizie professionali: la casa brillava senza il tocco mistico della suocera. Passavo dal caffè all’enoteca senza sensi di colpa, le serate in vasca con un libro o una serie, finalmente libera da camicie da stirare.
Il telefono squillò: era Rosetta Galli. Presi la chiamata.
Coshai combinato?! la voce stridula della suocera mi trafisse. Perché mio figlio è qui da me? Mi ha rivoluzionato la vita! Io sono stanca, Elisabetta, sono anziana! Lui vuole le polpette, vuole tutto subito, lascia le calze ovunque, mi sconquassa il ritmo!
È quello a cui è stato abituato risposi serena. Io non ce la faccio a reggerlo: lavoro. Lei invece è perfetta per lui. Lo dica sempre: da me è sporco e senza amore, da lei cucito a mano.
Ti sembra uno scherzo? Tuo marito è un uomo! Rimandalo indietro! Oggi ha detto che la mia minestra è troppo salata! Troppo, Elisabetta! A me!
Feci fatica a non ridere.
Mi spiace, signora Rosetta, ma non tornerà più indietro. Chiederemo il divorzio. O resta con lei, o trova una casa e impara a vivere da solo.
Il divorzio?! Ma a quarantanni chi ti vuole più? E Giovanni è un bel ragazzo
Ancora meglio! Lui da solo con la regina madre: il regalo perfetto per chi ci crede. Io starò benissimo così. Buona sera, signora Rosetta.
Riagganciai, bloccai il numero. Dopo un secondo, anche quello di Giovanni.
Un mese dopo, Tribunale di Roma. Giovanni era pallido, la camicia stropicciata, lo sguardo spento.
Proviamoci ancora, Elisabetta. Mamma mamma è impossibile. Comanda su tutto. Pensavo che mi amasse, ma vuole solo un regno. Da te si stava da dio, era tutto tranquillo. Dai, il tuo spezzatino sarà anche insipido, ma tu non mi mangiavi lanima.
Lo guardai compatimento, nessun rimpianto.
Giovanni, lhai capito solo quando hai vissuto ciò che vivevo io. Non è amore: è voglia di stare comodo. Tu cerchi una nuova casa-mamma, io non sono una stanza quieta. Sono una donna.
Mi prendo una stanza, sistemo tutto da solo!
Fai. Impara. Cresci. Ma senza di me. Mi piace troppo questa nuova vita, in cui nessuno mi paragona mai più.
Uscimmo dal tribunale: lui piegato sulla fermata, io in macchina, accanto a me il catalogo di viaggi. Era tanto che sognavo Firenze, Napoli, la Sicilia Giovanni diceva che era meglio spendere per l’orto della madre. Ora niente orto. Solo io, la mia strada, la mia gioia. Accesi la radio più forte e sorrisi.
Davanti a me, tutta una vita da assaporare, anche se a qualcuno sembrerà priva di sale.






