Mi ricordo di quei giorni freddi nella piccola casetta di campagna dove il legno puzzava di umidità, una dimora che nessuno aveva più ordinato da anni. Era tutta mia, il mio piccolo regno, ma la forza mi era stata sottratta dalle preoccupazioni; non sapevo da dove cominciare. Il cuore, stretto dalloffesa, non piangeva più, le lacrime erano ormai secche, ma lintera giornata lavevo trascorsa a piangere.
Pensavo che le mura familiari mi avrebbero curato lanima, che col tempo la ferita si sarebbe rimarginata. Con il cappotto di lana e il cappellino caldo, seduta con mani e piedi gelati, appoggiai la testa sul tavolo e il ricordo della mia vita mi travolse.
Il bene più prezioso che avevo era la mia figlia Ginevra. Sin dalla nascita era stata una bambina fragile; il marito, Giovanni, non faceva che ripetere: Che figlia è questa, che non dormi la notte, che prendi medicine a ogni ora? Porta a casa un figlio sano!. Come? Giungeva a malapena al terzo trimestre, a quarantadue anni partorì, e già non sperava più di essere felice. Persi due figli in una gestazione precoce e, dopo la perdita, non avevo più speranze per una vita di madre.
Giovanni se ne andò presto, trasferendosi in un villaggio vicino, a Pianoro, dove trovò una nuova moglie che gli diede un figlio. Non volle più sentire parlare della nostra Ginevra malata.
La bambina crebbe, anno dopo anno divenne più forte e più bella, finché io non la riconobbi più come una ragazzina, ma come una donna. Il peso delle responsabilità gravava sulle mie spalle: lavoravo diligente nei campi dellazienda agricola collettiva, ma gestire da sola la casa era un compito impossibile; Ginevra mi aiutava, ma senza un uomo la vita in paese era dura. Quando la suocera, la Signora Rosetta, si trasferì da noi, è stato un sollievo: una sola coppia non bastava più. Un vedovo si avvicinò per chiedermi la mano, ma rifiutai per rispetto alla figlia; non potevo portare un altro uomo sotto lo stesso tetto, ero già sposata a me stessa per amore di Ginevra. Le due vecchie, la suocera ormai incapace di alzarsi dal letto, chiedevano aiuto, a volte una tazza dacqua, a volte una mano per girarsi.
Ginevra completò gli studi, incontrò un uomo buono, Andrea, e si sposò per amore. Due anni dopo, nacque la piccola Anita. Ginevra non voleva restare sola in casa, e il mutuo sullabitazione era ancora da pagare. Cominciò a implorarmi:
Mamma, cara, vieni a vivere con noi, ti sentirai più felice e potrai aiutarci; tua madre è sola, ha bisogno di noi.
Non posso, Ginevra, ho la mucca, il gatto anziano, il orto come farò a lasciare la mia casa?
Vendi la mucca, non dà più tanto latte; non temere per il gatto, la vicina Signora Nara lo accoglierà volentieri. Tra una settimana ti aspettiamo!
Non potei rifiutare la figlia; chi altro avrebbe potuto aiutarla? La vicina prese la mucca e il gatto, e il figlio, la nuora e i nipoti promisero di badare alla casa. Così anchio mi trasferii in città. La figlia e il genero lavoravano fino a tardi; io potevo passeggiare con la nipotina, nutrirla e persino preparare la cena.
Anita somigliava molto a sua madre: la nonna non sperava di ricevere altro in cuore, ma trascorrevamo giorni e notti insieme, felici, e la piccola raramente si ammalava. Quando Anita compì quattro anni, Ginevra decise di mandarla allasilo, perché il bambino doveva crescere e socializzare con i coetanei.
Il rapporto con la madre cambiò improvvisamente: il genero, sempre scontente, arrivava a casa lamentandosi; Ginevra confessava che i litigi con il marito erano spesso per colpa della madre, la nonna coccolava troppo la bambina, il bambino disubbidiente cresceva, e Anita lasciava lasilo tra le lacrime, amando più la nonna che la madre.
Io mi sentivo smarrita, non capivo cosa fosse andato storto, finché non udii le parole della figlia:
Mamma, non abbiamo più bisogno di te. Torna a casa tua, Anita va già allasilo, il mutuo lo abbiamo pagato, vedi? Lappartamento bilocale è stretto, e per te sarebbe meglio così.
Vorrei morire sul posto, mai avrei immaginato che una madre potesse sentirsi così. Raccolsi in fretta poche cose e presi lautobus, pensando solo a non piangere. Anita, dietro di me, chiedeva di fare una passeggiata. Il genero mi portò alla stazione, mi scaricò senza un saluto; neanche la figlia uscì dalla cucina, nonostante lamore che provava. Probabilmente il suo cuore piangeva, ma non voleva mostrarmi le lacrime.
Così arrivai a casa. Fuori pioveva, il freddo aumentava. Sentii una voce ruvida e dei insulti, ma la porta si aprì e una vicina, la Signora Lucia, entrò:
Oh, Tania, sei tu? Ho temuto che qualcuno volesse rubare la tua casa. Buongiorno! Cosa fai seduta al buio? Alzati, vieni da noi. Vieni, la mia Nadia sta preparando le crespelle, sediamoci, parliamo, ci rivediamo da una vita!
Mi prese per mano e mi raccontò:
I miei nipoti vanno già a scuola, vanno bene, non combinano guai. Questanno la tua mucca ha partorito una vitellina, labbiamo portata in fabbrica, è bellissima, non si può vendere, tienila per te.
I bambini mi accolsero come se fossi di famiglia, portarono il gatto, che si chiamava Musetta, e mi raccontarono quanto fosse dolce e affettuoso. Musetta iniziò a fare le fusa non appena mi vide.
Cominciai a piangere di gioia, perché non ero più sola. Ascoltavo le storie del villaggio, della vita allegra e dellampia famiglia. Tutti ridevano, nessuno chiedeva perché fossi tornata o perché non avessi avvisato prima. Dopo cena, il figlio della vicina disse:
La nostra casa è grande, zia Tania, resta qui finché vuoi, non pensarci di andare via. Riparerò il tetto, porterò la legna, pulirò il camino, sistemerò la stufa. Quando ti sentirai pronta, potrai tornare nella tua dimora, oppure, se ti piacerà, potrai restare con noi.
Io, la vecchia signora magra, sorridevo; il calore dellumanità mi scaldava il cuore.
Così è la vita nel borgo di San Michele, dove il ricordo di una madre dimenticata si è trasformato in una nuova famiglia che la ha accolta con il cuore aperto.






