Prometto di amare tuo figlio come se fosse il mio. Riposa in pace…

«Ti prometto, che amerò tuo figlio come fosse mio stesso sangue. Riposa in pace»

Romano era un uomo che sembrava avere tutto. Un monolocale elegante nel centro di Milano, un lavoro prestigioso in una banca, una auto lucente come un lampo di luce. Cene in ristoranti che profumavano di basilico, abiti di seta e cravatte di seta. Era lincarnazione del successo, ma il vuoto dellamore lo attraversava come una nebbia sottile. Un anno prima aveva divorziato da Laura, con cui aveva vissuto sette primavere. Un giorno, lei gli aveva detto: «Voglio vivere solo per me, niente figli, niente caos familiare». Era troppo luminosa per una vita ordinaria; lui, per lei, era troppo semplice, quasi primitivo. Romano, però, era sempre stato corretto, fedele alla sua onestà. I suoi genitori, che abitavano a Napoli, lo ammiravano da lontano, ma le visite erano rare.

Una sera, uscito dal lavoro un po prima del solito, Romano guidò verso casa, pensando di fermarsi sotto una doccia calda prima di andare a cena fuori. Non sentiva voglia di cucinare. Allimprovviso, un pensiero ributtò le sue regole: «E se infrangessi un po le mie abitudini, fermandomi a comprare un kebab e una CocaCola, e trascorressi una notte diversa?». Avvicinandosi a un chiosco di strada, vide da lontano un ragazzino di circa cinque o sei anni, seduto su una pietra, le lacrime scorrendo sulle guance. Il cuore di Romano si strinse.

Scese dallauto e si avvicinò, inginocchiandosi al suo livello.

Chi sei? Che fai qui? Dovè la tua madre?

Mi chiamo Edoardo Leoni. Ho fame, ma non ho soldi. La mamma è in ospedale e io sono solo. Ho paura.

E il tuo papà, Edo?

Non lo so, la mamma diceva che se ne era andato quando io sono nato.

Da quanto tempo sei qui a vagare?

Due giorni. Ho le chiavi di casa, ma non riesco a entrare. Dormo nellingresso, fa freddo e ho fame.

Va bene, compriamo qualcosa e ti porto a casa. Mostrami dove vivi.

Lo so, la mamma me lha insegnato.

Romano comprò panini, patatine e una bottiglia dacqua. Tenendo la mano di Edo, si diresse verso il quartiere dove il ragazzino aveva detto di abitare. La porta era alta, il pomello troppo lontano per le piccole braccia di Edo, così il bambino non riuscì ad aprirla. Appena entrati, Edo corse alla cucina, afferrò un pezzo di pane e lo inghiottì. Romano posò le borse sul tavolo e disse:

Prima ti lavi bene e ti cambi con vestiti puliti; io preparo qualcosa da mangiare.

Edo annuì, corse alla stanza, poi al bagno con i vestiti. Romano lo osservò, chiedendo se avesse bisogno daiuto; il ragazzino rispose con voce adulta: «Sono un uomo, devo fare da solo». Si sedettero poi a tavola. Romano notò che Edo masticava a malapena, ingoiando il cibo. Il piccolo si addormentò sopra il tavolo, il viso illuminato da una luce onirica. Romano lo prese in braccio, lo portò nella stanza, lo distese sul letto e lo coprì con una coperta. Lappartamento era piccolo, una sola stanza, ma accogliente, con fotografie su un comodino: una giovane donna dai lineamenti delicati, la madre di Edo, sorridente.

Romano, ancora sconvolto, si chiese: «Che cosa faccio qui? Perché tutto questo?». Guardò il bambino dormente e comprese che non poteva più lasciarlo. Accarezzò la testa del piccolo, prese le chiavi e uscì silenzioso, parcheggiò lauto in una piazzetta libera e, con passo rapido, tornò al suo monolocale. Edo era ancora immerso in un sonno profondo. Romò tornò in cucina, rimise ordine, sistemò la spesa in frigo. Sul corridoio notò un taccuino appoggiato al lato di uno specchio. Lo aprì, trovò i dati della madre di Edo: nome, cognome, data di nascita, numero di cellulare. Compostò il numero, ma la linea era occupata. Allora chiamò lospedale e diversi centralini finché non scoprì che Irene Leoni era stata trasferita in una clinica oncologica di Napoli. Un brivido gelido attraversò il suo corpo.

Si diresse verso la clinica, entrò nella stanza di Irene, aggiustò la coperta e si sedette sul letto, crollando in un sonno pesante. Quando riaprì gli occhi, il sole filtrava attraverso le finestre. Edo non cera più; al suo posto una figura luminosa apparve.

Zio, sei sveglio? Ho preparato colazione e il tè è caldo.

Romano si lavò il viso, scese in cucina. Sul piatto cerano sandwich tagliati in modo disordinato, ma sembravano i più deliziosi del mondo.

Sai, Edo, ho scoperto dove hanno portato tua madre. Dobbiamo andare a trovarla, così non si preoccupa più. Io sono Romano, daccordo?

Edo annuì. Dopo aver messo via le cose, salirono verso lospedale. Indossarono le ciabatte di plastica, aprirono la porta della stanza di Irene. La donna sembrava spenta, con occhiaie profonde, ma quando vide suo figlio, gli occhi si riempirono di lacrime scintillanti.

Figlio mio, ti ho tanto temuto. Come sei finito qui? Chi è quelluomo?

Mamma, è Romano. È il mio amico, è molto gentile. Ieri mi ha comprato tante cose buone, ho mangiato e ho dormito. È rimasto con me.

Irene fissò Romano.

Chi siete? Grazie di cuore per il ragazzo. Non ho chiesto aiuto a nessuno. Non sapevo dove cercare.

Irene, calmiamoci. Non si preoccupi. Io e Edo ci siamo incontrati per caso e siamo diventati amici. Non lo lascerò, vivrà con me. Curati, e quando potrai tornare a casa, verrà da noi.

Irene, con voce flebile, sussurrò:

Non potrò più uscire. È lultimo passo. Se sei davvero amico, ti chiedo una cosa: nel taccuino ho lindirizzo della casa della mia infanzia e i dati del direttore dellorfanotrofio. Quando me ne sarò andata, portate Edo lì. Il direttore è già al corrente. È lunica persona a cui tengo.

Romano promise, e il medico della clinica, dopo aver ascoltato, gli disse che il tempo di Irene era limitato: al massimo un mese, forse meno, e che era ormai sotto forte terapia analgesica. Romano implorò una stanza privata, e lospedale acconsentì. Portarono succhi, frutta e cibo caldo nella stanza. Irene, nonostante il dolore, assaggiò qualcosa per far felice Edo e il suo nuovo amico. Guardò Romano con gratitudine e pregò silenziosamente che non abbandonasse il figlio.

Giorno dopo giorno, Romano andava a trovare Irene, portando bouquet di rose rosse, raccontando barzellette e storie stravaganti. Irene cominciò a sorridere di nuovo, come se un raggio di sole fosse trapelato tra le nuvole. Dopo tre settimane, il suo viso ritrovò un leggero colorito; Romano cominciò a nutrirsi di speranza. Andò dal medico per chiedere una soluzione, ma il dottore, senza nemmeno guardarlo negli occhi, rispose:

Se ne va.

Quella notte Romano non chiuse gli occhi. Girava per la stanza, bevve caffè nella cucina, la madre di Irene, Lidia, sentiva il suo lamento ma non sapeva come aiutarlo. Con il tempo, Lidia cominciò a curiosare sul figlio, osservandolo davanti allo specchio, vestito con cura. Un giorno, Edo, con voce ferma, disse:

Mamma, mi sposo. Ho capito che, se divento marito di Irene, potrei dare a te e a me una nuova famiglia. Andrò da un avvocato, poi tornerò da Irene. Prepariamo una cena speciale.

Irene guardava il soffitto, il pensiero fisso sul futuro del figlio. Improvvisamente la porta si aprì, e Romano apparve con un enorme mazzo di rose rosse e una piccola scatola. Si inginocchiò accanto al letto.

Irene, ho cambiato idea. Non voglio mandare Edo in un orfanotrofio. Lo voglio tenere con me. Se accetti, sposiamoci. Ho già organizzato tutto: cè un celebrante del registro civile in corridoio. Sarà lunica via per adottare Edo. Vuoi diventare mia moglie?

Irene lo guardò come se fosse un angelo. Le lacrime le rigavano il volto, ma il suo cuore rispose con un sì. In meno di mezzora, Romano le posò lanello al dito, la baciò sulla guancia e corse dal medico.

Dottore, posso portarla a casa? Non vuole più stare in ospedale, non ha più bisogno di punture, la moglie si prenderà di lei.

Il medico, con un gesto gentile, gli spiegò le cure da seguire. Linfermiera aiutò Irene a vestirsi, la mise su una sedia a rotelle e la portarono fuori. Quando Romano la sollevò, quasi non sentiva il suo peso; la vita sembrava un filo di luce appena accesa.

Quella sera, nella loro casa, cera una grande tavola imbandita per celebrare il matrimonio. Edo saltellava felice, la madre Lidia era lì, insieme a nonna Lena, che rideva di cuore. La notte, Romano vegliava accanto a Irene, le somministrava le medicine, la cullava nei suoi sogni. Per cinque giorni, la routine di colazioni, pranzi e cene continuò, ma poi il cuore di Irene non sopportò più il dolore. Romano sentì un vuoto immenso, come se una parte della sua anima fosse svanita.

Al cimitero, due figure si stagliavano: un uomo e un ragazzino. Dietro di loro, i genitori di Romano e i suoi amici. Romano teneva la mano del piccolo, temendo di lasciarlo andare. Edo alzò gli occhi verso di lui.

Rom, la mamma mi ha detto che sei il mio papà, che sei arrivato. È vero? Rimarrai sempre con me e non te ne andrai come mamma?

Romano si inginocchiò, lo abbracciò forte.

Sì, figlio mio, sono qui e lo sarò sempre. E tua madre, non è andata via; è sempre con te, guarda dal cielo e vive nel tuo cuore. Non ti lascerà mai.

Edo stringeva il collo di Romano, lo guardava e, rivolgendosi alla foto di sua madre, disse:

Mamma, non temere. Papà è qui e noi saremo sempre insieme. Guarderò su di te, su nonna e nonno. Torna a trovarmi più spesso, ti racconterò come viviamo. Ti voglio un bene immenso, papà.

Con la sua mano piccola accarezzò la foto della madre, mentre le lacrime di Romano scivolavano sul volto. Da quel giorno la vita di Romano trovò un senso nuovo: non era più solo, aveva un figlio da amare, una moglie da proteggere, un legame sacro per cui valeva la pena di vivere, perché aveva promesso di crescere il ragazzo come se fosse suo stesso sangue.

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