NON HO MAI PRESO NULLA DI ALTRUI
Diario di Anastasia Caruso
Ricordo bene quando ancora ero una ragazzina e andavo al liceo a Napoli. Provavo una strana combinazione di disprezzo e invidia per Martina Galbiati. La disprezzavo per la situazione in cui viveva: i suoi genitori sempre persi nel vino, lavori saltuari, superavano il mese con pochi euro in tasca. Martina camminava spesso affamata e con vestiti logori, laria sempre stanca e triste. Suo padre, a volte, alzava anche le mani su di lei bastava una scusa qualsiasi. Sua madre non la difendeva mai: anche lei aveva paura della violenza del marito. Solo la nonna paterna era una luce nella vita di Martina. Una volta al mese, dalla sua pensione minima, la nonna le dava una paghetta per il buon comportamento. In realtà Martina sapeva bene che, anche se fosse stata monella, la nonna avrebbe fatto finta di nulla e le avrebbe comunque dato la paghetta. Cinque euro! Per Martina era il giorno più felice. Correva subito al negozio dietro langolo e comprava due gelati (uno per lei, uno per la nonna), un po di torrone e qualche caramella.
Ogni volta Martina prometteva a se stessa di far durare quelle dolcezze tutto il mese, ma già dopo due giorni erano finite. In quei momenti, la nonna apriva il freezer, prendeva il suo gelato e diceva:
Prendi, cara, mangialo tu: mi fa male la gola oggi.
Strano, pensava Martina, la nonna ha sempre mal di gola il giorno in cui finiscono le caramelle In cuor suo, sperava sempre che ci fosse anche quel tocco di dolcezza in più dalla nonna.
La mia famiglia era lesatto opposto. In casa nostra non mancava nulla. I miei genitori lavoravano bene, guadagnavano abbastanza, e mi trattavano come una principessa. Ero sempre vestita allultima moda. Le mie compagne di classe spesso mi chiedevano in prestito i vestiti. Niente mi mancava: ero ben nutrita, ben vestita, ben calzata. Eppure invidiavo Martina per la sua bellezza incantata, per quel fascino dolce che emanava e per la capacità di andare daccordo con tutti.
Io, Anastasia, invece, ritenevo inappropriato anche solo parlare con lei. Quando la incrociavo, la guardavo con occhi gelidi, come se dovesse sciogliersi sotto una doccia fredda. Una volta, davanti a tutti, le dissi in tono sprezzante:
Sei una poveraccia!
Martina corse a casa piangendo e raccontò tutto alla nonna. Lei la fece sedere accanto, le accarezzò i capelli e le disse:
Non piangere, Marti bella. Domani rispondi alla tua compagna: Hai ragione, sono povera, ma sono ricca di Dio.
Subito Martina si sentì meglio.
Anche Martina era molto bella, ma la sua era una bellezza fredda, distante.
Cera un ragazzo nella nostra classe che conquistava tutte: Massimo Morelli.
Simpatico, un po svogliato a scuola, proprio un personaggio. Non si lasciava abbattere dai brutti voti o dai rimproveri, aveva sempre il sorriso sulle labbra e una dose di sano ottimismo che contagiava tutti, persino gli insegnanti che, pur colorando il suo registro di un rosso vivido, gli volevano bene per lallegria che portava.
Negli ultimi anni del liceo, Massimo cominciò ad accompagnarmi a casa dopo le lezioni. La mattina mi aspettava davanti al cancello. Entravamo insieme tra i commenti maliziosi dei compagni: Ecco lì, la coppietta! Anche i professori ormai avevano capito tutto: tra me e Massimo cera qualcosa di bello che stava nascendo.
Arrivò lultimo giorno di scuola. Il ballo, la notte magica. E via, ciascuno per la propria strada.
Io e Massimo ci siamo sposati. Un matrimonio organizzato in fretta, dato che non si potevano più nascondere le tracce della nostra passione anche il vestito da sposa più ampio non avrebbe potuto coprire la pancia. Cinque mesi dopo è nata nostra figlia, Sofia.
Martina, alla fine della scuola, fu costretta a lavorare subito. La nonna era mancata, i genitori aspettavano che portasse in casa qualche soldo. Aveva molti pretendenti, ma nessuno che le facesse davvero battere il cuore. Decise di aspettare: in fondo, si vergognava anche dei suoi e del loro modo di vivere.
Il tempo passò. Dieci anni in un soffio.
Un giorno mi trovai davanti alla porta dellambulatorio di un centro per la dipendenza da alcol. Anche lì, due coppie: Martina con sua madre, io con Massimo.
Riconobbi subito Massimo: era diventato un uomo affascinante, sicuro. Ma guardare Martina faceva male: magra, con le mani tremanti, lo sguardo spento e lanimo lontano. E aveva solo ventotto anni.
Massimo mi guardò con un misto di vergogna e tristezza.
Ciao, compagna di banco, dice, evidentemente a disagio per quella testimonianza della sua vita dolorosa.
Ciao Massimo. Non posso non notare che hai dei problemi. È da molto che Martina sta così? chiesi subito, capendo subito la situazione.
Da tanto rispose abbassando la testa.
Una donna che beve è una tragedia, lo so bene: per mia madre è stato lo stesso. Mio padre se nè andato, letteralmente consumato dal vino, sospirai. È dura da entrambe le parti.
Dopo quella visita, ci scambiammo i numeri. Perché si sa: con la sofferenza, ci si sente meno soli se si può parlare con chi capisce. Così Massimo cominciò a venirmi a trovare, per chiedere consigli su come affrontare chi ha questo problema in casa, quali sono i trattamenti migliori, cosa non fare mai. Avevo imparato molto per necessità, sapevo che in Italia gli uomini si annegano più spesso in un bicchiere che nel mare.
Poi scoprii che Massimo e sua figlia Sofia vivevano ormai da soli; Martina era tornata a casa dei suoi. Massimo aveva deciso di proteggere la bambina dalla madre, diventata imprevedibile.
La goccia che aveva fatto traboccare il vaso era stata quella volta in cui, rientrando dal lavoro, aveva trovato Martina ubriaca sul pavimento, mentre Sofia, che aveva solo tre anni, era in piedi sul davanzale, pronta a precipitare dal quinto piano. Ormai era chiaro: con Martina aveva sofferto abbastanza. Non si può penetrare lanimo altrui come si guarda nellacqua limpida di una fontana e poi Martina non voleva curarsi, diceva di avere tutto sotto controllo.
Così, il matrimonio finì.
Un giorno, Massimo mi invitò a cena in un ristorantino vicino al mare, e lì mi confessò di essere stato innamorato di me fin dai tempi della scuola. Prima aveva paura di un mio rifiuto, poi la gravidanza di Martina la vita era scivolata via così. Lincontro al centro per le tossicodipendenze lo considerava quasi un segno del destino. Parlandomi sentiva il cuore alleggerirsi.
Massimo mi chiese di sposarlo. Riuscì a trovare la strada per entrare nel mio cuore. Anche lui mi era sempre piaciuto, in fondo. Ma allora non avrei mai pensato di intromettermi nella vita di Martina. Oggi le cose erano cambiate: Massimo era libero e innamorato di me. Nessun ostacolo ci teneva separati. Finalmente cera qualcuno disposto ad accogliere il mio amore.
Ci sposammo in silenzio, fra pochi intimi. Io mi trasferii da Massimo. Allinizio, Sofia era un po diffidente nei confronti di questa strana zia in casa; aveva paura di dover condividere lamore del papà, ma io la circondai di affetto e dolcezza, fino al punto che fu lei a voler chiamarmi mamma. Due anni dopo, le nacque una sorellina, Maria.
Un giorno, mentre ero in casa, sentii bussare. Aprii la porta: era Martina. Solo dal tono della voce riuscii a riconoscerla; lodore di alcool era forte. Laspetto parlava chiaro: lei e il vino erano ormai inseparabili.
Vipera, mi hai rubato marito e figlia! Non per niente ti ho odiato per tutta la vita! sibilò Martina.
Rimasi impassibile. Ero serena, curata, felice.
Non ho mai preso nulla che non fosse mio. Sei stata tu ad abbandonare la tua famiglia, senza nemmeno capirlo. Mai una volta ho parlato male di te. Mi dispiace, Martina, sinceramente
Le chiusi la porta senza esitare.
Non ho mai preso niente di altrui. E oggi, scrivendo queste righe, so che la mia coscienza è leggera come il vento del golfo che accarezza Napoli.






