Ai confini del mondo. La neve mi riempiva gli stivali, bruciava sulla pelle. Ma comprare gli stivali di pelo non ci pensavo proprio: meglio gli stivali alti, anche se qui sembrerei ridicola. Del resto, papà mi ha bloccato la carta. – Vuoi davvero vivere in campagna? – mi ha chiesto lui, storcendo la bocca con disprezzo. Papà non sopporta la vita rurale, le vacanze nella natura, qualsiasi posto privo dei confort da cittadino a cui è abituato. E anche Giosuè è così, per questo sono partita. Non che volessi realmente restare qui, anche se, al contrario di mio padre, amo le escursioni, le tende e quella loro romantica atmosfera. Ma vivere in un paesino… Assolutamente no. Anche se a papà ho detto il contrario. – Lo voglio. E lo farò. – Non dire stupidaggini. Che farai lì, girerai la coda alle mucche? Pensavo che quest’estate vi sareste sposati tu e Giosuè, pensavo già di preparare il matrimonio… Il matrimonio. Papà mi “serviva” Giosuè come si offre una semola fredda e piena di grumi, talmente disgustosa che la nausea sale alla gola e non ti lascia per ore. No, Giosuè non è repellente esteticamente, anzi, si può dire pure carino: naso dritto, occhi vivi sotto sopracciglia ben disegnate, capelli leggermente mossi e ben tagliati, fisico robusto. Era il braccio destro di papà e l’uomo perfetto secondo lui per sua figlia. Ma io Giosuè proprio non lo sopporto. Detesto la sua voce monotona, le dita grosse che non stanno mai ferme, le storie vanitose sui soldi che spende per i suoi vestiti, orologio, auto… Soldi, soldi, soldi! Solo quello conta per loro. Io invece volevo l’amore. Quei sentimenti che ti lasciano senza fiato, come nei romanzi. Non li avevo mai provati, ma sapevo che esistono. Mi infatuavo spesso, mi piaceva qualcuno, ma erano emozioni fugaci, che non lasciavano segni. Io invece volevo cicatrici e drammi, non la calma prevedibile di Giosuè. Così, andare a insegnare nella scuola di paese mi sembrava un’idea magnifica. Giosuè di certo non mi avrebbe seguita: si sarebbe spaventato dall’assenza di internet, acqua calda e servizi moderni. Ho scelto apposta una frazione così, dove non c’è niente. Il preside non voleva assumermi, temeva che non sarei sopravvissuta, ma la vecchia insegnante è mancata improvvisamente e io mi sono fatta valere all’Ufficio Scolastico, mostrando tutti i miei diplomi e attestati di aggiornamento. – E cosa farà una giovane insegnante così qualificata in questa frazione? – mi ha chiesto una donna severa dai capelli rossi accesi. – Educherò i bambini, – le ho risposto con serietà. E così ho iniziato. Vivo in una casetta senza acqua calda né scarichi, mi scaldo la stufa da sola. Come previsto, Giosuè è venuto, ha resistito una notte ed è fuggito. Mi ha chiamata, voleva che tornassi; per lui – come papà – è un capriccio che passerà in fretta. All’inizio qui mi piaceva. Ma poi è arrivato l’inverno, la casa si gelava di notte e portare la legna non era certo facile. A tratti volevo tornare indietro, ma a mollare non sono mai stata abituata. Ora che ho anche la responsabilità dei miei alunni. Classe piccola, dodici bambini. All’inizio mi sono sentita persa: al Centro di Creatività Infantile dove lavoravo, i bambini erano brillanti. Qui… mi sembravano senza speranza. Terza elementare e leggono quasi a sillabe, non fanno mai i compiti, durante la lezione sono rumorosi. Ma poi me ne sono innamorata. Semone intagliava animali di legno, veri capolavori: volpi, orsetti, leprotti ed enotteri degni di un grande negozio in centro. Anna scriveva poesie in versi liberi. Vovka rimaneva sempre a pulire la classe, Irina aveva un agnellino che la accompagnava a scuola come un cane. E alla fine hanno imparato anche a leggere: bastava scegliere altri libri, che io andavo a prendere in paese, visto che qui Internet prende male e non si possono ordinare. Solo una bambina mi restava misteriosa. Il padre l’ho visto mentre il vento e la neve mi schiacciavano gli stivali e portavo legna in casa. – Buongiorno, Margherita Egorova, – ha detto lui, fermandosi a pochi passi dal cancello. Mi incuteva timore, lo ammetto. Faccia da duro. Mai un sorriso. Il cuore mi batteva tanto che temevo capisse quanto mi impressionava. – Buongiorno. La voce mi è uscita più acuta del previsto. – Perché Tania prende solo insufficienze? – Non fa nulla. – Allora costringila. Chi è l’insegnante, lei o io? Ero io la maestra. Ma nessuna voglia di costringere nessuno. La bambina probabilmente ha autismo, servirebbe una specialista. – È sempre stato così? – ho chiesto. Vladimir ha esitato. – No, prima faceva tutto con Olga. – Olga chi è? Lui si è rabbuiato come se anche lui avesse la neve negli stivali. – Sua madre. Subito ho capito che la domanda successiva sarebbe stata scomoda. – E ora dov’è? – Al cimitero. Ecco tutto. Era scomodo reggere la legna, ma sembrava fuori luogo dirlo. Quando il ciocco in cima è scivolato e mi è caduto sul piede, ho fatto un grido, ho perso la legna e mi sono trattenuta dal piangere. Pianto doppio, per la vergogna e per il dolore: mi sono sentita goffa davanti a un uomo adulto. Che sciocchezza, anch’io sono adulta. – Faccia lei, se vuole, – mi ha detto lui. – Grazie, ma me la cavo. – Sì, lo vedo. Mi ha portato altra legna, ha sistemato il battente della porta che rimaneva incastrato. – Se ha bisogno, si faccia sentire, – e ha salutato. Perché è venuto? Per la legna, pensa di comprare bei voti per sua figlia? Tutt’altro… Continuavo a pensare a quella bambina. Ho provato di tutto per avvicinarmi, sentivo sia la frustrazione della maestra sia la compassione. Ho perfino chiesto alla vice-preside. – Lascia perdere. Metti le insufficienze, la spediremo in una scuola speciale d’estate. – E come? – Così. La mandiamo in commissione, che le segnino la disabilità. Che vuoi farci… – Ma il padre dice che prima… – Prima la madre si occupava di lei. Lui non potrà mai. Non dar retta: ti racconterà mille cose… – A lei non piace quell’uomo, vero? – ho intuito. La vice ha stretto la bocca: – Non è un dolcino. E la bambina va istruita dove si può. Non ero convinta che dovesse andare in una scuola speciale. Ho chiamato la mia consulente preferita, Lidia Nicolini, le ho chiesto consiglio e sono andata a casa della bambina. Avevo una paura tremenda, ho bevuto perfino una tisana alla camomilla, che nemmeno mi piace. In ricordo di mamma, che diceva calmava i nervi. Mamma anche lei non c’è più. Forse per questo quella storia mi toccava così. Vladimir non mi accolse benissimo, speravo fosse contento del mio aiuto. – Noi non accogliamo ospiti normalmente, – disse lui. Mi feci decisa, come la vice, e gli spiegai che la coordinatrice di classe deve verificare l’ambiente familiare. La camera di Tania era meravigliosa: carta da parati rosa, pupazzi morbidi, tanti libri. Un po’ ho invidiato: mio padre era minimalista, odiava merletti e colori vivaci. Da bambina avevo tutto beige. La prima volta non cavai molto. Le chiesi quali libri le piacessero, sfogliavo, domandavo dei colori. Ha portato i suoi pastelli in silenzio. Solo quando le ho chiesto il nome del coniglio rosa, mi ha risposto: – Si chiama Piumina. La volta seguente le ho portato una maglia per Piumina. Me l’ha insegnato mamma e da allora ho sempre lavorato a maglia per ricordarla. Non sono brava e ho preso la lana troppo grossa, ma Tania si è illuminata, ha provato la maglia e ha detto “Bella”. Le ho chiesto di disegnare Piumina con la maglia nuova. L’ha disegnata. Ho scritto il nome, facendo un errore di proposito. Tania l’ha corretto. Non era affatto una disabile mentale. – Verrò da Tania tre volte a settimana, – ho annunciato a Vladimir. – Non ho soldi da buttar via, – lui scontroso. – Non voglio soldi, – mi sono quasi offesa. E così è rimasta. Quando la vice ha saputo delle mie visite, era scandalizzata. – Ma che fa? Non si può favorire un solo bambino, non è pedagogico! Inutile: li ho già visti questi casi. – Io li ho visti, – le ho risposto. – E so che non è il momento di abbandonarli. La ragazzina era davvero particolare: quasi sempre zitta, evitava il contatto degli occhi, preferiva disegnare invece di scrivere. Ma contava bene e imparava la grammatica in fretta. A fine trimestre i voti non sono più stati inventati: se li era meritati. – A Capodanno se ne va da qui? – mi ha chiesto Vladimir, evitando occhi negli occhi come fa Tania. – No, resto qui, – ho balbettato arrossendo. – Tania vorrebbe invitarla a festeggiare. Era strano. Da lei nessuna parola. Però non volevo ferire la bambina. D’altra parte non mi andava nemmeno di festeggiare con estranei. – Grazie, ci penso, – ho risposto. Quella notte ho dormito male. Non capivo cosa mi turbasse tanto. In fondo, dopo un mese di attenzione, è naturale che Tania sia più aperta. Non è quello che volevo? E che importa cosa pensa Vladimir… Così mi sono addormentata. La mattina dopo ha chiamato Giosuè. – Quando arrivi? – In che senso? – Per Capodanno? Non vorrai certo restare lì… – Invece sì! – Rita… Non basta più? Mio padre è agitato, non continua a chiamarti. Non mi ha mai chiamata. – Che vada dal dottore, – ho tagliato. – Quindi non vieni? – No, non verrò. – E io che faccio? – Quello che vuoi! Non pensavo davvero che Giosuè mi avrebbe preso sul serio e sarebbe venuto con lo spumante, l’insalata e i regali. – Se la montagna non va da Maometto… Sorprendente. Non mi dispiaceva, non pensavo Giosuè capace. Amava Capodanno in ristorante, tra musica e animazione. Qui nemmeno la TV. – Poco importa. Tu ci sei, conta quello. Cercavo il tranello, ma non lo trovavo. “Forse ho giudicato troppo in fretta?” Mi sono sciolta ancora di più quando ho trovato nei suoi regali i miei piatti preferiti e libri di pedagogia, un proiettore e un’agenda per insegnanti. – Grazie, – davvero commossa. – Pensavo avresti comprato solo gioielli e gadget. Ha sorriso: – Rita, ho capito che sei la cosa più preziosa che ho. Se vuoi vivere qui, vivremo qui. Comunque ho portato anche i gioielli. Ha tirato fuori la famosa scatolina rossa. E subito si è capito. – Posso non rispondere subito? – ho chiesto. Giosuè non era offeso. – Avevo paura rifiutassi subito. Posso aspettare quanto serve. Non sapevo che dire. Ho nascosto la scatolina in tasca. Vladimir aveva il mio numero di cellulare, ma mi ha chiamata al fisso. – Ha pensato? – mi ha chiesto. – Scusi, è venuto un amico. – Capisco. Ha messo giù. All’improvviso mi sono sentita male. Che modo di parlare: “Capisco”… Ma cosa capisce? Non ho promesso nulla, non c’è da offendersi! E invece si è offeso? Forse sì. Per Tania. Vuole evitare che sua figlia sia delusa. Mi girava la testa. Giosuè però non se ne accorgeva: tentava sempre di connettere a internet per vedere i film di Capodanno. Ho sentito un fischio: come si chiama un cane. Mi sono ricordata che anche Vladimir fischiava così. Ho buttato lo sguardo fuori. Vladimir e Tania erano davanti al cancello. Mi sono colorata in viso. – Chi sono? – ha chiesto Giosuè sulla difensiva. – Un’alunna, – ho squittito. – Vado ora. Avevo preparato a Tania un regalo: un’amica per Piumina, la coniglietta rosa. Mio padre lo avrebbe chiamato kitsch. Ho preparato anche un regalo per Vladimir. Non ero sicura fosse giusto, ma l’ho fatto: ho lavorato a maglia dei guanti. Ho afferrato i regali e sono corsa fuori, senza berretto e senza calze. La neve negli stivali, ma nessun fastidio. – Ciao Tania! – ho detto cercando di essere affabile. – Buon anno! Guarda cosa ti ho preso. Le ho dato il pacchetto. Tania ha preso la coniglietta e l’ha stretta, ha guardato il papà. Vladimir ha consegnato due pacchetti, uno grande e uno piccolo. Tania ha scartato quello grande: un quaderno con un fumetto disegnato, i suoi disegni. – Grazie, che fumetto bellissimo! Nel piccolo c’era una spilla a uccellino, una piccola colibrì d’oro. L’ho fissato negli occhi. Non guardava me. Tania ha detto: – Era della mamma. Mi si è chiusa la gola. – Allora… noi andiamo, – ha borbottato Vladimir. – Certo. Buon anno anche a voi! – Buon anno a lei… Avrei voluto abbracciare Tania, ma non me la sono sentita: stava ferma, stretta al pupazzo, in silenzio. Alla porta mi sono voltata. Per qualche motivo il cuore mi si è fatto stretto per quei due, e sono entrata in casa singhiozzando e battendo le palpebre. – E allora? – ha chiesto infastidito Giosuè. Ho guardato il quaderno, la spilla in pugno. Mi sono ricordata dei guanti dimenticati, e di quello che ha detto Tania: era della mamma… E poi quel sorriso contagioso di Vladimir che si apre solo quando guarda la figlia. Mi si è conficcato dentro qualcosa. Mi spiaceva per Giosuè, ma non aveva senso fingere con lui e con me stessa. Ho preso la scatolina, gliel’ho restituita e ho detto: – Torna a casa tua. Scusa, non posso sposarti. Scusa, – ho ripetuto. Giosuè si è incupito. Non era abituato ai rifiuti. Per un attimo ho temuto volesse aggredirmi, ma ha solo messo la scatola in tasca, ha preso le chiavi e se n’è andato in silenzio. Ho raccolto in fretta il cibo nei contenitori, i guanti che avevo fatto per Vladimir e sono corsa a raggiungere quegli estranei che, ora, erano tutto per me…

Ai confini del mondo.

La neve si infilava negli stivaletti, bruciando la pelle. Eppure, comprare gli scarponi di lana non era nei pensieri di Rita: meglio gli stivali alti, ma lì avrebbe fatto la figura di una milanese impreparata. Tanto, il padre le aveva bloccato la carta di credito.

Davvero vuoi vivere in campagna? chiese, con quel solito tono sprezzante che gli storceva la bocca.

A suo padre non era mai piaciuta la vita rurale: detestava la natura, le vacanze allaria aperta, tutto ciò che lo privava dei comfort cittadini cui era abituato. E lo stesso valeva per Giorgio, il fidanzato che il padre aveva scelto per lei, motivo per cui Rita si era rifugiata proprio lì, in un paesino della provincia toscana. In realtà, Rita amava le escursioni, le notti in tenda, il profumo di legna bruciata. Ma viverci no. Per suo padre, però, aveva detto il contrario.

Voglio. E lo farò.

Non dire sciocchezze. Che farai lì, pascerai le mucche? Pensavo che questestate ti saresti sposata con Giorgio, che avremmo organizzato il matrimonio

Il matrimonio. Il padre le propinava Giorgio come si serve un piatto di polenta fredda: insipida, appiccicosa, che provoca nausea solo a guardarla.

A ben vedere, Giorgio non era brutto: viso regolare, occhi vivaci, capelli mossi sempre curati, fisico atletico. Era il braccio destro del padre, lo sosteneva in tutto, e il padre ormai sognava solo di vedere Rita sposa accanto a quelluomo così perbene.

Ma Rita non lo sopportava. La irritava il tono monotono, le dita grosse che sempre giocherellavano, la continua ostentazione di quanto costassero giacca, orologio, macchina

Soldi, soldi e ancora soldi! Non sembrava altro che interessarli, mentre Rita sognava lamore: quello che ti toglie il respiro, come nei romanzi. Non laveva mai provato, ma ne era certa: sarebbe arrivato. Si innamorava facilmente, perdeva la testa per qualche ragazzo, ma erano infatuazioni passeggere, che non lasciavano segni. Avrebbe voluto invece ferite e drammi non la certezza noiosa e prevedibile di Giorgio. Così andarsene in campagna e insegnare alla scuola elementare locale le pareva la scappatoia perfetta. Giorgio non lavrebbe seguita. Sarebbe fuggito davanti alla mancanza di Wi-Fi, dellacqua calda, del bagno moderno.

Rita aveva scelto apposta un borgo sperduto: niente internet, servizi minimi. Il preside allinizio non voleva assumerla, temendo che non reggesse, ma visto limprovvisa scomparsa della vecchia maestra e la tenacia di Rita che aveva portato tutti i suoi certificati agli uffici scolastici provinciali alla fine cedette.

E cosa farà una giovane e qualificata insegnante in questo paesino? domandò la donna dai capelli rossi accesi in ufficio.

Insegnerò ai bambini, rispose Rita, decisa.

Ed eccola lì: insegnante in una casa senza acqua calda e con la stufa da sistemare ogni sera. Come aveva previsto, Giorgio venne, trascorse una notte, e ripartì senza voltarsi. Continuava a chiamarla, cercava di convincerla a tornare, ma, come il padre, pensava che fosse solo un capriccio passeggero.

Allinizio, Rita si sentì quasi felice. Poi arrivò linverno, e il vento gelido entrava ovunque anche sotto le coperte. Portare la legna era una fatica. Avrebbe voluto tornare indietro, sì, ma non era il tipo che si arrende. E ora non era responsabile solo di se stessa, ma anche dei suoi alunni.

La classe era piccola, solo dodici bambini. Allinizio, Rita rimase scioccata: i ragazzi del centro musicale in cui aveva lavorato in città erano svegli e pieni di talento. Qui, invece Sembravano senza speranze. Terza elementare, e leggevano a fatica sillabando. Non facevano i compiti, chiacchieravano durante la lezione. Ma presto Rita si innamorò di loro.

Samuele intagliava animali nel legno, non rozzi, ma volpi, procioni, lepri e orsi da esporre in qualsiasi negozio di Firenze. Anita scriveva poesie in versi liberi, Matteo rimaneva dopo scuola a pulire la classe, Ilaria aveva un agnellino che la accompagnava ogni mattina a scuola come un cagnolino.

A leggere, furono bravi: bastava lasciarli provare, e portare libri diversi che Rita si procurava al paese più grande, dato che lì anche la connessione era un miraggio.

Soltanto con una bambina non riuscì a trovare la chiave giusta. Proprio il padre della piccola, lo vide quando uscì a prendere la legna, stringendo i rami tra le braccia con le dita congelate.

Buongiorno, Margherita Esposito, disse luomo, fermandosi a qualche passo dalla cancellata.

Rita lo temeva, in verità. Aveva il volto duro, mai sorrideva. Le faceva battere il cuore tanto forte che pensava si sarebbe capito quanto fosse intimidita o forse no?

Buongiorno, rispose Rita, la voce più acuta di quanto volesse.

Perché Elena ha solo voti bassi?

Perché non fa nulla, tagliò Rita.

Allora obbligala tu. Chi è la maestra: io o te?

La maestra era lei, ma non intendeva forzare nessuno. Probabilmente la bambina aveva un disturbo autistico, serviva unaltra figura.

È sempre stato così? domandò Rita.

Vittorio si bloccò.

No, un tempo faceva tutto con Olga.

Chi è Olga?

Vittorio si lasciò sfuggire unespressione infelice, come se avesse ricevuto una raffica di neve in faccia.

Sua madre.

Non era il caso di chiedere altro, ma Rita dovette farlo.

E adesso dovè?

Al cimitero.

Era chiaro. Come diceva suo padre: Il motivo, basta poco a capirlo.

Stare con la legna in braccio era scomodo e doloroso, ma dirlo le sembrava imbarazzante. Quando il ceppo più alto scivolò e le cadde sul piede, fece un verso, lasciò cadere tutto per terra e trattenne le lacrime di dolore e di rabbia per essersi così goffamente fatta vedere fragile. Che sciocchezza: anche lei era adulta. Ma non si sentiva tale.

Venga, la aiuto, propose Vittorio.

No, grazie, posso fare da sola.

Come no, lo vedo.

Le portò altra legna, sistemò la porta che tendeva a incastrarsi.

Se le serve, chieda pure, disse, poi se ne andò.

Rita non capiva il motivo di quella visita. Pensava forse di ottenere voti migliori per sua figlia con qualche fascio di legna? Difficile.

Elena tuttavia non le dava tregua. Provò vari metodi, si sentiva incapace e piena di compassione. Alla fine consultò anche la direttrice.

Cara, questa è una situazione senza speranza. Dai i voti che merita e la inviamo allestate nella scuola speciale.

Come sarebbe?

Si manda in commissione, le danno la diagnosi, che vuoi farci, la bambina è così.

Ma suo padre dice che prima

Lascia stare! La madre se ne occupava, lui non può. Non dargli retta: ti racconterà un sacco di cose.

Lei non sopporta Vittorio, vero? intuì Rita.

La direttrice serrò le labbra:

Non mi deve piacere, è il dovere del bambino ricevere il giusto sostegno.

Rita però non era convinta. Sentiva che Elena aveva bisogno di restare lì. Chiamò la sua mentore, Lidia Bianchi, e dopo aver chiesto consiglio, andò a casa della piccola. Aveva paura, molto, persino il tè alla camomilla che non le piaceva sembrava utile sua madre lo usava per calmarsi, e ora lei lo beveva per sentirla vicina. Anche la mamma di Rita era venuta a mancare, ed era per questo che la storia di Elena la toccava così.

Vittorio la accolse freddamente.

Non riceviamo ospiti, disse asciutto.

Rita strinse le labbra, come la direttrice, e affermò che la maestra deve verificare le condizioni domestiche.

La stanza di Elena era bella: carta da parati rosa, pupazzi morbidi ovunque, tanti libri. Rita provò un po di invidia suo padre detestava i fronzoli e i colori vivaci. La camera di Rita era beige e così lo erano tutte le sue bambole.

La prima visita fu un buco nellacqua. Chiese quali fossero i libri preferiti, sfogliò i volumi, domandò sui colori. Elena ne portò silenziosa, ma non rispose. Solo alla fine dellincontro, Rita chiese il nome del coniglio rosa.

Pippi, disse Elena.

La volta seguente Rita portò a Pippi un maglioncino. Sapeva lavorare a maglia per tradizione di famiglia, non era granché, ma Elena sembrò felicissima, lo indossò subito e disse:

È bello.

Rita propose di disegnare Pippi con il maglione, e il disegno fu splendido. Scrisse il nome, lasciando una svista: Elena la corresse con attenzione.

Non era affatto una bambina in difficoltà.

Verrò da Elena tre volte a settimana, disse a Vittorio.

Non posso pagare, rispose lui grigio.

Non mi serve denaro, si offese Rita.

Così fu deciso.

La direttrice, scoprendo le visite, non fu contenta.

Maestra, non si dà attenzione solo a uno. Non è educativo! E non serve, ne ho visti tanti così.

Ne ho visti anchio, la interruppe Rita, e non accetto una condanna preventiva.

Elena era diversa, sì: parlava poco, evitava gli sguardi, preferiva il disegno alla scrittura. Ma contava bene e capiva la grammatica al volo. Alla fine del trimestre, i voti bassi erano un lontano ricordo, sostituiti da onesti sufficienze.

A Capodanno se ne va? chiese Vittorio, senza guardarla negli occhi, proprio come Elena.

No, resterò qui, balbettò Rita arrossendo.

Elena voleva invitarla.

Strano. Elena non aveva mai parlato dinviti. Ma poco importava: non aveva voglia di festeggiare con estranei e nemmeno di deludere la bambina.

Grazie, ci penserò, rispose.

Quella notte dormì male. Era nervosa, non capiva cosa davvero la turbasse. Aveva lavorato tanto con Elena, era logico che la ragazzina si fidasse di più. Non era quello che aveva voluto? E poi, poco importava che pensasse Vittorio

Così si assopì. Al mattino, chiamò Giorgio.

Quandè che torni? disse.

Come?

Per Capodanno. Non festeggerai lì sperduta in campagna, vero?

E invece sì!

Basta Rita, è ora di tornare: tuo padre è nervoso, ha la pressione alta, non ci dorme la notte.

Suo padre non laveva mai chiamata.

Che vada dal dottore, ribatté Rita.

Quindi non torni davvero?

No.

Maledizione. E ora?

Fa come vuoi!

Mentre pronunciava quelle parole, non pensava che Giorgio sarebbe arrivato davvero: con spumante, insalata russa e regali.

Se la montagna non va da Maometto

Rita restò stupita. Non era una sorpresa sgradevole, anzi: Giorgio amava il Capodanno in ristorante elegante, tra giochi e musica dal vivo. Lì, niente TV, niente comfort.

Ma va bene così, disse Giorgio. Tu mi basti.

Rita cercava una motivazione nascosta, ma non la trovava. E se lavessi frainteso? pensava.

Quando vide nei pacchetti i suoi piatti preferiti, i libri di pedagogia, un proiettore, lagenda da insegnante, si commosse.

Grazie, disse Rita. Credevo che mi regalassi solo gioielli e telefoni.

Giorgio sorrise:

Rita, tu sei la cosa più preziosa che ho. Se vuoi vivere qui, vivremo insieme in campagna. Comunque ti ho portato anche i gioielli.

E tirò fuori la scatolina di velluto rosso. Subito Rita intuì cosa ci fosse dentro.

Posso non rispondere subito? chiese.

Giorgio non si offese.

Pensavo peggio, ero sicuro del no. Aspetterò il tempo che vuoi.

Rita non disse nulla, mise la scatola in tasca.

Vittorio aveva il suo cellulare, ma chiamò il telefono di casa.

Ha deciso? domandò.

Mi scusi, un amico è arrivato.

Capisco.

E riattaccò.

Rita si sentì improvvisamente a disagio. Quellcapisco Cosa capiva? Non le aveva promesso nulla, non doveva offendersi! Ma forse sì, per Elena. La bambina la aspettava, e quale padre vuole vedere la figlia delusa?

Questi pensieri la confondevano. Giorgio, intanto, cercava in ogni modo di catturare la connessione per qualche film di Capodanno.

Rita sentì un fischio: chiamavano il cane. Ricordò il modo in cui Vittorio fischiava. Si affacciò: Vittorio ed Elena erano lì, vicino al cancello.

Rita arrossì.

Chi sono? chiese Giorgio, brusco.

Una mia alunna, sussurrò Elena. Arrivo subito.

Rita aveva preparato a Elena un regalo: unamica per Pippi, una coniglietta rosa. Per il padre, invece, aveva fatto dei guanti di lana.

Li prese di corsa, uscì scalza, senza cappello, e la neve le riempì gli stivali, ma non fece una piega.

Elena, tesoro, auguri! Guarda cosa ti ho trovato.

Le porse il pacchetto. Elena prese la coniglietta e la strinse, guardando il papà. Vittorio le diede due pacchettini, uno grande e uno piccolo. Elena aprì quello grosso: dentro, un quaderno con dei fumetti disegnati da lei.

Grazie, che bello questo fumetto!

Nel piccolo cera una spilla dorata a forma di uccellino, una minuscola colibrì. Rita guardò Vittorio: non la guardava. Elena disse:

Era della mamma.

Un nodo in gola le bloccò le parole.

Allora, buon anno, borbottò Vittorio.

Certo, auguri!

Anche a voi

Rita avrebbe voluto abbracciare la bambina, ma non si decise: Elena stava lì, con la coniglietta stretta, e taceva.

Al cancello Rita si voltò, e guardando quelle due figure sentì il petto stretto. Entrò in casa fissando la spilla e il quaderno.

E allora? sbuffò Giorgio.

Rita guardò la spilla nella mano, ricordando di aver dimenticato i guanti. Pensava alla frase di Elena: Era della mamma E al sorriso di Vittorio, così raro e vero, che appariva solo accanto alla figlia. Dentro, qualcosa ricominciava a fiorire. Giorgio le fece pena, ma era inutile mentire a lui e a se stessa.

Prese la scatoletta di velluto dal taschino, gliela porse e disse:

Vai a casa. Scusami, non posso sposarti. Mi dispiace, ripeté.

Giorgio rimase di sasso. Non era abituato ai rifiuti.

Per un attimo, Rita temette una reazione brusca. Ma Giorgio infilò la scatola in tasca, prese le chiavi dellauto e se ne andò senza una parola.

Rita raccolse il cibo, prese i guanti lavorati per Vittorio, e corse fuori a raggiungere quelle persone ancora estranee, ma ormai fondamentali nella sua vita.

Capii che il vero valore non è ciò che possiedi, ma ciò che riesci a donare e ricevere. E fu proprio nella semplicità di quel borgo che Rita scoprì che il cuore trova la sua strada, anche dove sembra impossibile.

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Ai confini del mondo. La neve mi riempiva gli stivali, bruciava sulla pelle. Ma comprare gli stivali di pelo non ci pensavo proprio: meglio gli stivali alti, anche se qui sembrerei ridicola. Del resto, papà mi ha bloccato la carta. – Vuoi davvero vivere in campagna? – mi ha chiesto lui, storcendo la bocca con disprezzo. Papà non sopporta la vita rurale, le vacanze nella natura, qualsiasi posto privo dei confort da cittadino a cui è abituato. E anche Giosuè è così, per questo sono partita. Non che volessi realmente restare qui, anche se, al contrario di mio padre, amo le escursioni, le tende e quella loro romantica atmosfera. Ma vivere in un paesino… Assolutamente no. Anche se a papà ho detto il contrario. – Lo voglio. E lo farò. – Non dire stupidaggini. Che farai lì, girerai la coda alle mucche? Pensavo che quest’estate vi sareste sposati tu e Giosuè, pensavo già di preparare il matrimonio… Il matrimonio. Papà mi “serviva” Giosuè come si offre una semola fredda e piena di grumi, talmente disgustosa che la nausea sale alla gola e non ti lascia per ore. No, Giosuè non è repellente esteticamente, anzi, si può dire pure carino: naso dritto, occhi vivi sotto sopracciglia ben disegnate, capelli leggermente mossi e ben tagliati, fisico robusto. Era il braccio destro di papà e l’uomo perfetto secondo lui per sua figlia. Ma io Giosuè proprio non lo sopporto. Detesto la sua voce monotona, le dita grosse che non stanno mai ferme, le storie vanitose sui soldi che spende per i suoi vestiti, orologio, auto… Soldi, soldi, soldi! Solo quello conta per loro. Io invece volevo l’amore. Quei sentimenti che ti lasciano senza fiato, come nei romanzi. Non li avevo mai provati, ma sapevo che esistono. Mi infatuavo spesso, mi piaceva qualcuno, ma erano emozioni fugaci, che non lasciavano segni. Io invece volevo cicatrici e drammi, non la calma prevedibile di Giosuè. Così, andare a insegnare nella scuola di paese mi sembrava un’idea magnifica. Giosuè di certo non mi avrebbe seguita: si sarebbe spaventato dall’assenza di internet, acqua calda e servizi moderni. Ho scelto apposta una frazione così, dove non c’è niente. Il preside non voleva assumermi, temeva che non sarei sopravvissuta, ma la vecchia insegnante è mancata improvvisamente e io mi sono fatta valere all’Ufficio Scolastico, mostrando tutti i miei diplomi e attestati di aggiornamento. – E cosa farà una giovane insegnante così qualificata in questa frazione? – mi ha chiesto una donna severa dai capelli rossi accesi. – Educherò i bambini, – le ho risposto con serietà. E così ho iniziato. Vivo in una casetta senza acqua calda né scarichi, mi scaldo la stufa da sola. Come previsto, Giosuè è venuto, ha resistito una notte ed è fuggito. Mi ha chiamata, voleva che tornassi; per lui – come papà – è un capriccio che passerà in fretta. All’inizio qui mi piaceva. Ma poi è arrivato l’inverno, la casa si gelava di notte e portare la legna non era certo facile. A tratti volevo tornare indietro, ma a mollare non sono mai stata abituata. Ora che ho anche la responsabilità dei miei alunni. Classe piccola, dodici bambini. All’inizio mi sono sentita persa: al Centro di Creatività Infantile dove lavoravo, i bambini erano brillanti. Qui… mi sembravano senza speranza. Terza elementare e leggono quasi a sillabe, non fanno mai i compiti, durante la lezione sono rumorosi. Ma poi me ne sono innamorata. Semone intagliava animali di legno, veri capolavori: volpi, orsetti, leprotti ed enotteri degni di un grande negozio in centro. Anna scriveva poesie in versi liberi. Vovka rimaneva sempre a pulire la classe, Irina aveva un agnellino che la accompagnava a scuola come un cane. E alla fine hanno imparato anche a leggere: bastava scegliere altri libri, che io andavo a prendere in paese, visto che qui Internet prende male e non si possono ordinare. Solo una bambina mi restava misteriosa. Il padre l’ho visto mentre il vento e la neve mi schiacciavano gli stivali e portavo legna in casa. – Buongiorno, Margherita Egorova, – ha detto lui, fermandosi a pochi passi dal cancello. Mi incuteva timore, lo ammetto. Faccia da duro. Mai un sorriso. Il cuore mi batteva tanto che temevo capisse quanto mi impressionava. – Buongiorno. La voce mi è uscita più acuta del previsto. – Perché Tania prende solo insufficienze? – Non fa nulla. – Allora costringila. Chi è l’insegnante, lei o io? Ero io la maestra. Ma nessuna voglia di costringere nessuno. La bambina probabilmente ha autismo, servirebbe una specialista. – È sempre stato così? – ho chiesto. Vladimir ha esitato. – No, prima faceva tutto con Olga. – Olga chi è? Lui si è rabbuiato come se anche lui avesse la neve negli stivali. – Sua madre. Subito ho capito che la domanda successiva sarebbe stata scomoda. – E ora dov’è? – Al cimitero. Ecco tutto. Era scomodo reggere la legna, ma sembrava fuori luogo dirlo. Quando il ciocco in cima è scivolato e mi è caduto sul piede, ho fatto un grido, ho perso la legna e mi sono trattenuta dal piangere. Pianto doppio, per la vergogna e per il dolore: mi sono sentita goffa davanti a un uomo adulto. Che sciocchezza, anch’io sono adulta. – Faccia lei, se vuole, – mi ha detto lui. – Grazie, ma me la cavo. – Sì, lo vedo. Mi ha portato altra legna, ha sistemato il battente della porta che rimaneva incastrato. – Se ha bisogno, si faccia sentire, – e ha salutato. Perché è venuto? Per la legna, pensa di comprare bei voti per sua figlia? Tutt’altro… Continuavo a pensare a quella bambina. Ho provato di tutto per avvicinarmi, sentivo sia la frustrazione della maestra sia la compassione. Ho perfino chiesto alla vice-preside. – Lascia perdere. Metti le insufficienze, la spediremo in una scuola speciale d’estate. – E come? – Così. La mandiamo in commissione, che le segnino la disabilità. Che vuoi farci… – Ma il padre dice che prima… – Prima la madre si occupava di lei. Lui non potrà mai. Non dar retta: ti racconterà mille cose… – A lei non piace quell’uomo, vero? – ho intuito. La vice ha stretto la bocca: – Non è un dolcino. E la bambina va istruita dove si può. Non ero convinta che dovesse andare in una scuola speciale. Ho chiamato la mia consulente preferita, Lidia Nicolini, le ho chiesto consiglio e sono andata a casa della bambina. Avevo una paura tremenda, ho bevuto perfino una tisana alla camomilla, che nemmeno mi piace. In ricordo di mamma, che diceva calmava i nervi. Mamma anche lei non c’è più. Forse per questo quella storia mi toccava così. Vladimir non mi accolse benissimo, speravo fosse contento del mio aiuto. – Noi non accogliamo ospiti normalmente, – disse lui. Mi feci decisa, come la vice, e gli spiegai che la coordinatrice di classe deve verificare l’ambiente familiare. La camera di Tania era meravigliosa: carta da parati rosa, pupazzi morbidi, tanti libri. Un po’ ho invidiato: mio padre era minimalista, odiava merletti e colori vivaci. Da bambina avevo tutto beige. La prima volta non cavai molto. Le chiesi quali libri le piacessero, sfogliavo, domandavo dei colori. Ha portato i suoi pastelli in silenzio. Solo quando le ho chiesto il nome del coniglio rosa, mi ha risposto: – Si chiama Piumina. La volta seguente le ho portato una maglia per Piumina. Me l’ha insegnato mamma e da allora ho sempre lavorato a maglia per ricordarla. Non sono brava e ho preso la lana troppo grossa, ma Tania si è illuminata, ha provato la maglia e ha detto “Bella”. Le ho chiesto di disegnare Piumina con la maglia nuova. L’ha disegnata. Ho scritto il nome, facendo un errore di proposito. Tania l’ha corretto. Non era affatto una disabile mentale. – Verrò da Tania tre volte a settimana, – ho annunciato a Vladimir. – Non ho soldi da buttar via, – lui scontroso. – Non voglio soldi, – mi sono quasi offesa. E così è rimasta. Quando la vice ha saputo delle mie visite, era scandalizzata. – Ma che fa? Non si può favorire un solo bambino, non è pedagogico! Inutile: li ho già visti questi casi. – Io li ho visti, – le ho risposto. – E so che non è il momento di abbandonarli. La ragazzina era davvero particolare: quasi sempre zitta, evitava il contatto degli occhi, preferiva disegnare invece di scrivere. Ma contava bene e imparava la grammatica in fretta. A fine trimestre i voti non sono più stati inventati: se li era meritati. – A Capodanno se ne va da qui? – mi ha chiesto Vladimir, evitando occhi negli occhi come fa Tania. – No, resto qui, – ho balbettato arrossendo. – Tania vorrebbe invitarla a festeggiare. Era strano. Da lei nessuna parola. Però non volevo ferire la bambina. D’altra parte non mi andava nemmeno di festeggiare con estranei. – Grazie, ci penso, – ho risposto. Quella notte ho dormito male. Non capivo cosa mi turbasse tanto. In fondo, dopo un mese di attenzione, è naturale che Tania sia più aperta. Non è quello che volevo? E che importa cosa pensa Vladimir… Così mi sono addormentata. La mattina dopo ha chiamato Giosuè. – Quando arrivi? – In che senso? – Per Capodanno? Non vorrai certo restare lì… – Invece sì! – Rita… Non basta più? Mio padre è agitato, non continua a chiamarti. Non mi ha mai chiamata. – Che vada dal dottore, – ho tagliato. – Quindi non vieni? – No, non verrò. – E io che faccio? – Quello che vuoi! Non pensavo davvero che Giosuè mi avrebbe preso sul serio e sarebbe venuto con lo spumante, l’insalata e i regali. – Se la montagna non va da Maometto… Sorprendente. Non mi dispiaceva, non pensavo Giosuè capace. Amava Capodanno in ristorante, tra musica e animazione. Qui nemmeno la TV. – Poco importa. Tu ci sei, conta quello. Cercavo il tranello, ma non lo trovavo. “Forse ho giudicato troppo in fretta?” Mi sono sciolta ancora di più quando ho trovato nei suoi regali i miei piatti preferiti e libri di pedagogia, un proiettore e un’agenda per insegnanti. – Grazie, – davvero commossa. – Pensavo avresti comprato solo gioielli e gadget. Ha sorriso: – Rita, ho capito che sei la cosa più preziosa che ho. Se vuoi vivere qui, vivremo qui. Comunque ho portato anche i gioielli. Ha tirato fuori la famosa scatolina rossa. E subito si è capito. – Posso non rispondere subito? – ho chiesto. Giosuè non era offeso. – Avevo paura rifiutassi subito. Posso aspettare quanto serve. Non sapevo che dire. Ho nascosto la scatolina in tasca. Vladimir aveva il mio numero di cellulare, ma mi ha chiamata al fisso. – Ha pensato? – mi ha chiesto. – Scusi, è venuto un amico. – Capisco. Ha messo giù. All’improvviso mi sono sentita male. Che modo di parlare: “Capisco”… Ma cosa capisce? Non ho promesso nulla, non c’è da offendersi! E invece si è offeso? Forse sì. Per Tania. Vuole evitare che sua figlia sia delusa. Mi girava la testa. Giosuè però non se ne accorgeva: tentava sempre di connettere a internet per vedere i film di Capodanno. Ho sentito un fischio: come si chiama un cane. Mi sono ricordata che anche Vladimir fischiava così. Ho buttato lo sguardo fuori. Vladimir e Tania erano davanti al cancello. Mi sono colorata in viso. – Chi sono? – ha chiesto Giosuè sulla difensiva. – Un’alunna, – ho squittito. – Vado ora. Avevo preparato a Tania un regalo: un’amica per Piumina, la coniglietta rosa. Mio padre lo avrebbe chiamato kitsch. Ho preparato anche un regalo per Vladimir. Non ero sicura fosse giusto, ma l’ho fatto: ho lavorato a maglia dei guanti. Ho afferrato i regali e sono corsa fuori, senza berretto e senza calze. La neve negli stivali, ma nessun fastidio. – Ciao Tania! – ho detto cercando di essere affabile. – Buon anno! Guarda cosa ti ho preso. Le ho dato il pacchetto. Tania ha preso la coniglietta e l’ha stretta, ha guardato il papà. Vladimir ha consegnato due pacchetti, uno grande e uno piccolo. Tania ha scartato quello grande: un quaderno con un fumetto disegnato, i suoi disegni. – Grazie, che fumetto bellissimo! Nel piccolo c’era una spilla a uccellino, una piccola colibrì d’oro. L’ho fissato negli occhi. Non guardava me. Tania ha detto: – Era della mamma. Mi si è chiusa la gola. – Allora… noi andiamo, – ha borbottato Vladimir. – Certo. Buon anno anche a voi! – Buon anno a lei… Avrei voluto abbracciare Tania, ma non me la sono sentita: stava ferma, stretta al pupazzo, in silenzio. Alla porta mi sono voltata. Per qualche motivo il cuore mi si è fatto stretto per quei due, e sono entrata in casa singhiozzando e battendo le palpebre. – E allora? – ha chiesto infastidito Giosuè. Ho guardato il quaderno, la spilla in pugno. Mi sono ricordata dei guanti dimenticati, e di quello che ha detto Tania: era della mamma… E poi quel sorriso contagioso di Vladimir che si apre solo quando guarda la figlia. Mi si è conficcato dentro qualcosa. Mi spiaceva per Giosuè, ma non aveva senso fingere con lui e con me stessa. Ho preso la scatolina, gliel’ho restituita e ho detto: – Torna a casa tua. Scusa, non posso sposarti. Scusa, – ho ripetuto. Giosuè si è incupito. Non era abituato ai rifiuti. Per un attimo ho temuto volesse aggredirmi, ma ha solo messo la scatola in tasca, ha preso le chiavi e se n’è andato in silenzio. Ho raccolto in fretta il cibo nei contenitori, i guanti che avevo fatto per Vladimir e sono corsa a raggiungere quegli estranei che, ora, erano tutto per me…