Ai confini del mondo.
La neve si infilava negli stivaletti, bruciando la pelle. Eppure, comprare gli scarponi di lana non era nei pensieri di Rita: meglio gli stivali alti, ma lì avrebbe fatto la figura di una milanese impreparata. Tanto, il padre le aveva bloccato la carta di credito.
Davvero vuoi vivere in campagna? chiese, con quel solito tono sprezzante che gli storceva la bocca.
A suo padre non era mai piaciuta la vita rurale: detestava la natura, le vacanze allaria aperta, tutto ciò che lo privava dei comfort cittadini cui era abituato. E lo stesso valeva per Giorgio, il fidanzato che il padre aveva scelto per lei, motivo per cui Rita si era rifugiata proprio lì, in un paesino della provincia toscana. In realtà, Rita amava le escursioni, le notti in tenda, il profumo di legna bruciata. Ma viverci no. Per suo padre, però, aveva detto il contrario.
Voglio. E lo farò.
Non dire sciocchezze. Che farai lì, pascerai le mucche? Pensavo che questestate ti saresti sposata con Giorgio, che avremmo organizzato il matrimonio
Il matrimonio. Il padre le propinava Giorgio come si serve un piatto di polenta fredda: insipida, appiccicosa, che provoca nausea solo a guardarla.
A ben vedere, Giorgio non era brutto: viso regolare, occhi vivaci, capelli mossi sempre curati, fisico atletico. Era il braccio destro del padre, lo sosteneva in tutto, e il padre ormai sognava solo di vedere Rita sposa accanto a quelluomo così perbene.
Ma Rita non lo sopportava. La irritava il tono monotono, le dita grosse che sempre giocherellavano, la continua ostentazione di quanto costassero giacca, orologio, macchina
Soldi, soldi e ancora soldi! Non sembrava altro che interessarli, mentre Rita sognava lamore: quello che ti toglie il respiro, come nei romanzi. Non laveva mai provato, ma ne era certa: sarebbe arrivato. Si innamorava facilmente, perdeva la testa per qualche ragazzo, ma erano infatuazioni passeggere, che non lasciavano segni. Avrebbe voluto invece ferite e drammi non la certezza noiosa e prevedibile di Giorgio. Così andarsene in campagna e insegnare alla scuola elementare locale le pareva la scappatoia perfetta. Giorgio non lavrebbe seguita. Sarebbe fuggito davanti alla mancanza di Wi-Fi, dellacqua calda, del bagno moderno.
Rita aveva scelto apposta un borgo sperduto: niente internet, servizi minimi. Il preside allinizio non voleva assumerla, temendo che non reggesse, ma visto limprovvisa scomparsa della vecchia maestra e la tenacia di Rita che aveva portato tutti i suoi certificati agli uffici scolastici provinciali alla fine cedette.
E cosa farà una giovane e qualificata insegnante in questo paesino? domandò la donna dai capelli rossi accesi in ufficio.
Insegnerò ai bambini, rispose Rita, decisa.
Ed eccola lì: insegnante in una casa senza acqua calda e con la stufa da sistemare ogni sera. Come aveva previsto, Giorgio venne, trascorse una notte, e ripartì senza voltarsi. Continuava a chiamarla, cercava di convincerla a tornare, ma, come il padre, pensava che fosse solo un capriccio passeggero.
Allinizio, Rita si sentì quasi felice. Poi arrivò linverno, e il vento gelido entrava ovunque anche sotto le coperte. Portare la legna era una fatica. Avrebbe voluto tornare indietro, sì, ma non era il tipo che si arrende. E ora non era responsabile solo di se stessa, ma anche dei suoi alunni.
La classe era piccola, solo dodici bambini. Allinizio, Rita rimase scioccata: i ragazzi del centro musicale in cui aveva lavorato in città erano svegli e pieni di talento. Qui, invece Sembravano senza speranze. Terza elementare, e leggevano a fatica sillabando. Non facevano i compiti, chiacchieravano durante la lezione. Ma presto Rita si innamorò di loro.
Samuele intagliava animali nel legno, non rozzi, ma volpi, procioni, lepri e orsi da esporre in qualsiasi negozio di Firenze. Anita scriveva poesie in versi liberi, Matteo rimaneva dopo scuola a pulire la classe, Ilaria aveva un agnellino che la accompagnava ogni mattina a scuola come un cagnolino.
A leggere, furono bravi: bastava lasciarli provare, e portare libri diversi che Rita si procurava al paese più grande, dato che lì anche la connessione era un miraggio.
Soltanto con una bambina non riuscì a trovare la chiave giusta. Proprio il padre della piccola, lo vide quando uscì a prendere la legna, stringendo i rami tra le braccia con le dita congelate.
Buongiorno, Margherita Esposito, disse luomo, fermandosi a qualche passo dalla cancellata.
Rita lo temeva, in verità. Aveva il volto duro, mai sorrideva. Le faceva battere il cuore tanto forte che pensava si sarebbe capito quanto fosse intimidita o forse no?
Buongiorno, rispose Rita, la voce più acuta di quanto volesse.
Perché Elena ha solo voti bassi?
Perché non fa nulla, tagliò Rita.
Allora obbligala tu. Chi è la maestra: io o te?
La maestra era lei, ma non intendeva forzare nessuno. Probabilmente la bambina aveva un disturbo autistico, serviva unaltra figura.
È sempre stato così? domandò Rita.
Vittorio si bloccò.
No, un tempo faceva tutto con Olga.
Chi è Olga?
Vittorio si lasciò sfuggire unespressione infelice, come se avesse ricevuto una raffica di neve in faccia.
Sua madre.
Non era il caso di chiedere altro, ma Rita dovette farlo.
E adesso dovè?
Al cimitero.
Era chiaro. Come diceva suo padre: Il motivo, basta poco a capirlo.
Stare con la legna in braccio era scomodo e doloroso, ma dirlo le sembrava imbarazzante. Quando il ceppo più alto scivolò e le cadde sul piede, fece un verso, lasciò cadere tutto per terra e trattenne le lacrime di dolore e di rabbia per essersi così goffamente fatta vedere fragile. Che sciocchezza: anche lei era adulta. Ma non si sentiva tale.
Venga, la aiuto, propose Vittorio.
No, grazie, posso fare da sola.
Come no, lo vedo.
Le portò altra legna, sistemò la porta che tendeva a incastrarsi.
Se le serve, chieda pure, disse, poi se ne andò.
Rita non capiva il motivo di quella visita. Pensava forse di ottenere voti migliori per sua figlia con qualche fascio di legna? Difficile.
Elena tuttavia non le dava tregua. Provò vari metodi, si sentiva incapace e piena di compassione. Alla fine consultò anche la direttrice.
Cara, questa è una situazione senza speranza. Dai i voti che merita e la inviamo allestate nella scuola speciale.
Come sarebbe?
Si manda in commissione, le danno la diagnosi, che vuoi farci, la bambina è così.
Ma suo padre dice che prima
Lascia stare! La madre se ne occupava, lui non può. Non dargli retta: ti racconterà un sacco di cose.
Lei non sopporta Vittorio, vero? intuì Rita.
La direttrice serrò le labbra:
Non mi deve piacere, è il dovere del bambino ricevere il giusto sostegno.
Rita però non era convinta. Sentiva che Elena aveva bisogno di restare lì. Chiamò la sua mentore, Lidia Bianchi, e dopo aver chiesto consiglio, andò a casa della piccola. Aveva paura, molto, persino il tè alla camomilla che non le piaceva sembrava utile sua madre lo usava per calmarsi, e ora lei lo beveva per sentirla vicina. Anche la mamma di Rita era venuta a mancare, ed era per questo che la storia di Elena la toccava così.
Vittorio la accolse freddamente.
Non riceviamo ospiti, disse asciutto.
Rita strinse le labbra, come la direttrice, e affermò che la maestra deve verificare le condizioni domestiche.
La stanza di Elena era bella: carta da parati rosa, pupazzi morbidi ovunque, tanti libri. Rita provò un po di invidia suo padre detestava i fronzoli e i colori vivaci. La camera di Rita era beige e così lo erano tutte le sue bambole.
La prima visita fu un buco nellacqua. Chiese quali fossero i libri preferiti, sfogliò i volumi, domandò sui colori. Elena ne portò silenziosa, ma non rispose. Solo alla fine dellincontro, Rita chiese il nome del coniglio rosa.
Pippi, disse Elena.
La volta seguente Rita portò a Pippi un maglioncino. Sapeva lavorare a maglia per tradizione di famiglia, non era granché, ma Elena sembrò felicissima, lo indossò subito e disse:
È bello.
Rita propose di disegnare Pippi con il maglione, e il disegno fu splendido. Scrisse il nome, lasciando una svista: Elena la corresse con attenzione.
Non era affatto una bambina in difficoltà.
Verrò da Elena tre volte a settimana, disse a Vittorio.
Non posso pagare, rispose lui grigio.
Non mi serve denaro, si offese Rita.
Così fu deciso.
La direttrice, scoprendo le visite, non fu contenta.
Maestra, non si dà attenzione solo a uno. Non è educativo! E non serve, ne ho visti tanti così.
Ne ho visti anchio, la interruppe Rita, e non accetto una condanna preventiva.
Elena era diversa, sì: parlava poco, evitava gli sguardi, preferiva il disegno alla scrittura. Ma contava bene e capiva la grammatica al volo. Alla fine del trimestre, i voti bassi erano un lontano ricordo, sostituiti da onesti sufficienze.
A Capodanno se ne va? chiese Vittorio, senza guardarla negli occhi, proprio come Elena.
No, resterò qui, balbettò Rita arrossendo.
Elena voleva invitarla.
Strano. Elena non aveva mai parlato dinviti. Ma poco importava: non aveva voglia di festeggiare con estranei e nemmeno di deludere la bambina.
Grazie, ci penserò, rispose.
Quella notte dormì male. Era nervosa, non capiva cosa davvero la turbasse. Aveva lavorato tanto con Elena, era logico che la ragazzina si fidasse di più. Non era quello che aveva voluto? E poi, poco importava che pensasse Vittorio
Così si assopì. Al mattino, chiamò Giorgio.
Quandè che torni? disse.
Come?
Per Capodanno. Non festeggerai lì sperduta in campagna, vero?
E invece sì!
Basta Rita, è ora di tornare: tuo padre è nervoso, ha la pressione alta, non ci dorme la notte.
Suo padre non laveva mai chiamata.
Che vada dal dottore, ribatté Rita.
Quindi non torni davvero?
No.
Maledizione. E ora?
Fa come vuoi!
Mentre pronunciava quelle parole, non pensava che Giorgio sarebbe arrivato davvero: con spumante, insalata russa e regali.
Se la montagna non va da Maometto
Rita restò stupita. Non era una sorpresa sgradevole, anzi: Giorgio amava il Capodanno in ristorante elegante, tra giochi e musica dal vivo. Lì, niente TV, niente comfort.
Ma va bene così, disse Giorgio. Tu mi basti.
Rita cercava una motivazione nascosta, ma non la trovava. E se lavessi frainteso? pensava.
Quando vide nei pacchetti i suoi piatti preferiti, i libri di pedagogia, un proiettore, lagenda da insegnante, si commosse.
Grazie, disse Rita. Credevo che mi regalassi solo gioielli e telefoni.
Giorgio sorrise:
Rita, tu sei la cosa più preziosa che ho. Se vuoi vivere qui, vivremo insieme in campagna. Comunque ti ho portato anche i gioielli.
E tirò fuori la scatolina di velluto rosso. Subito Rita intuì cosa ci fosse dentro.
Posso non rispondere subito? chiese.
Giorgio non si offese.
Pensavo peggio, ero sicuro del no. Aspetterò il tempo che vuoi.
Rita non disse nulla, mise la scatola in tasca.
Vittorio aveva il suo cellulare, ma chiamò il telefono di casa.
Ha deciso? domandò.
Mi scusi, un amico è arrivato.
Capisco.
E riattaccò.
Rita si sentì improvvisamente a disagio. Quellcapisco Cosa capiva? Non le aveva promesso nulla, non doveva offendersi! Ma forse sì, per Elena. La bambina la aspettava, e quale padre vuole vedere la figlia delusa?
Questi pensieri la confondevano. Giorgio, intanto, cercava in ogni modo di catturare la connessione per qualche film di Capodanno.
Rita sentì un fischio: chiamavano il cane. Ricordò il modo in cui Vittorio fischiava. Si affacciò: Vittorio ed Elena erano lì, vicino al cancello.
Rita arrossì.
Chi sono? chiese Giorgio, brusco.
Una mia alunna, sussurrò Elena. Arrivo subito.
Rita aveva preparato a Elena un regalo: unamica per Pippi, una coniglietta rosa. Per il padre, invece, aveva fatto dei guanti di lana.
Li prese di corsa, uscì scalza, senza cappello, e la neve le riempì gli stivali, ma non fece una piega.
Elena, tesoro, auguri! Guarda cosa ti ho trovato.
Le porse il pacchetto. Elena prese la coniglietta e la strinse, guardando il papà. Vittorio le diede due pacchettini, uno grande e uno piccolo. Elena aprì quello grosso: dentro, un quaderno con dei fumetti disegnati da lei.
Grazie, che bello questo fumetto!
Nel piccolo cera una spilla dorata a forma di uccellino, una minuscola colibrì. Rita guardò Vittorio: non la guardava. Elena disse:
Era della mamma.
Un nodo in gola le bloccò le parole.
Allora, buon anno, borbottò Vittorio.
Certo, auguri!
Anche a voi
Rita avrebbe voluto abbracciare la bambina, ma non si decise: Elena stava lì, con la coniglietta stretta, e taceva.
Al cancello Rita si voltò, e guardando quelle due figure sentì il petto stretto. Entrò in casa fissando la spilla e il quaderno.
E allora? sbuffò Giorgio.
Rita guardò la spilla nella mano, ricordando di aver dimenticato i guanti. Pensava alla frase di Elena: Era della mamma E al sorriso di Vittorio, così raro e vero, che appariva solo accanto alla figlia. Dentro, qualcosa ricominciava a fiorire. Giorgio le fece pena, ma era inutile mentire a lui e a se stessa.
Prese la scatoletta di velluto dal taschino, gliela porse e disse:
Vai a casa. Scusami, non posso sposarti. Mi dispiace, ripeté.
Giorgio rimase di sasso. Non era abituato ai rifiuti.
Per un attimo, Rita temette una reazione brusca. Ma Giorgio infilò la scatola in tasca, prese le chiavi dellauto e se ne andò senza una parola.
Rita raccolse il cibo, prese i guanti lavorati per Vittorio, e corse fuori a raggiungere quelle persone ancora estranee, ma ormai fondamentali nella sua vita.
Capii che il vero valore non è ciò che possiedi, ma ciò che riesci a donare e ricevere. E fu proprio nella semplicità di quel borgo che Rita scoprì che il cuore trova la sua strada, anche dove sembra impossibile.






