Se mi chiami solo per parlare di cibo, smettila di chiamarmi! Ho impegni più importanti che discutere di pasti ogni giorno, va bene, mamma? Ci siamo capiti?

Se solo mi chiedi del cibo, è meglio che non mi richiami più! Ho cose più importanti da fare che parlare a tavola ogni giorno, capito, mamma? Ci siamo capiti?

Rosetta rimase con il telefono allorecchio. Lacrime si accumulavano negli occhi, ma non osavano scorrere. Il dolore che la madre aveva provato quando il figlio le lanciò quelle parole taglienti fu immenso.

Va bene, figlio mio! Ne parleremo domani, riuscì a dire la donna. Nei minuti successivi la sua intera vita da madre gli passò davanti agli occhi. Lo vedeva ancora piccolo, appoggiato al suo seno, con la manina delicata che giocherellava nei suoi capelli. Lo ricordava mentre piangeva al primo graffio al ginocchio, sentiva il suo abbraccio caldo e le lacrime che bagnavano la camicia al suo primo fallimento a scuola. Riviveva il momento in cui lo aveva accompagnato sul treno, bagaglio alla mano, quando era partito per luniversità. Era così fiera di lui…

Il telefono rimase appoggiato alla sua orecchia ben oltre la chiusura della chiamata. In casa si sentiva lodore di una minestra di verdure con finocchietto fresco, ma quel profumo, che un tempo le portava tranquillità, ora le agitava il petto vuoto. Pose il cellulare sul tavolo, afferrò il cucchiaio di legno e cominciò a mescolare meccanicamente. Gli occhi si fissarono sul vetro appannato della finestra, dove si intravedeva il pigrissimo edificio di mattoni. Al secondo piano, la signora Cecilia innaffiava i fiori ogni mattina. «E anche lei ha un figlio a Milano», pensò Rosetta.

E oggi le lacrime si erano trasformate in ghiaccio. Marco non era più quel neonato per cui lei era il mondo intero. Era un uomo a pieno titolo, impegnato, sempre in piedi. Lei, invece, era una pensionata. Aveva lavorato in una grande fabbrica come ingegnere, rispettata da tutti. Quando entrava, le vetrine si fermavano improvvisamente. Ora era anziana, sola, e la sua più grande gioia era chiacchierare con il figlio. Ogni volta che lo schermo si illuminava e compariva il suo nome, il cuore le batteva più forte. E, per quanto volesse dirgli tutto, finiva sempre per chiedere la stessa cosa: «Marco, che hai mangiato oggi?»

Passarono tre giorni senza alcuna chiamata. Rosetta accese la radio, stanca del silenzio. Preparò del tè e, per riempire il vuoto, iniziò a parlare al telefono con voce bassa, come se fosse ancora in linea:

Marco, oggi cè il sole ma soffia vento. Prendi quella sciarpa blu. E non dimenticare se dimentichi, non importa, ti voglio lo stesso.

Il telefono squillò solo in serata. Il nome di Marco illuminò lo schermo.

Mamma scusami. Sono stato nervoso e scemo. Il capo mi ha rimproverato, ho corso, i soldi mi sono ritardati. Ho sfogato la frustrazione su chi non meritava, su di te. Sai qual è il colmo, mamma? continuò con voce flebile. Ho chiuso la porta e poi è arrivato il corriere. Mi ha chiesto: «Dove lo lasciamo?». Io ho risposto frettolosamente: «Alla porta». Dopo due ore, torno a casa e trovo il pacco bagnato dalla pioggia. Dentro cera una pentola che avevo ordinato due settimane fa. Ho riso da solo, perché da due giorni non avevo neanche il tempo di mangiare.

Rosetta non sapè come rispondere. Si sedette sulla sedia.

Mamma possiamo parlare anche del tempo, dei cannelloni. Ma prometti che se di nuovo sarò sgarbato, me lo dirai. Non lasciarmi perdermi.

Ti dirò, sussurrò lei. Ma sai una cosa, Marco: «Che hai mangiato?» è il mio modo di toccarti anche a distanza. Non voglio dimenticare di darti da mangiare. È così che resto la tua mamma, anche se non riesco più a infilare la tua camicia.

Lui rimase in silenzio a lungo, e quel silenzio non fu più freddo.

Domani vengo a trovarti, disse più tardi. Non per una festa, non «quando il calendario lo permette». Domani.

Quando invecchiamo, i genitori vivono dei piccoli scambi di parole che i figli recano ogni giorno: «Hai mangiato?», «Che tempo fa?». Non sono banalità: sono i briciole di pane che ci tengono vicini. Perciò, non spezzate questi ponti con parole dure. Dite «ti voglio bene» tra ricette e previsioni.

E non dimenticate, se limpazienza o lorgoglio vi assalgono:

Se solo mi chiedi del cibo, è meglio che non mi richiami più!

Fa male, perché a volte proprio parlando di cibo impariamo a dire ti voglio bene. E un «ti voglio bene» detto ogni giorno, anche in due semplici domande, tiene un cuore intero al suo posto.

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