Per anni, sono stata unombra silenziosa tra gli scaffali della grande biblioteca comunale.
Per anni, sono stata unombra silenziosa tra gli scaffali della grande biblioteca comunale. Nessuno mi vedeva davvero, e per me andava bene così o almeno, così pensavo. Mi chiamo Giulia Bianchi, e avevo 32 anni quando ho iniziato a lavorare come addetta alle pulizie lì. Mio marito era morto allimprovviso, lasciandomi sola con nostra figlia di otto anni, Mariella. Il dolore era ancora un macigno sullo stomaco, ma non cera tempo per piangere: bisognava mangiare, e laffitto non si pagava da solo.
Quella è la mia mamma Un segreto lungo dieci anni che ha mandato in frantumi il mondo di un milionario Matteo Santini aveva tutto: ricchezza, prestigio e una villa da sogno tra le colline di Firenze. Fondatore di una delle aziende di cybersicurezza più influenti dItalia, aveva impiegato ventanni per costruire un impero che lo rese un nome rispettato e persino temuto.
Eppure, ogni sera, quando varcava la soglia della sua villa silenziosa, unassenza riempiva ogni angolo. Né i Brunello riservati, né i quadri antichi appesi ai corridoi potevano colmare il vuoto lasciato da sua moglie, Caterina.
Sei mesi dopo il matrimonio, lei era sparita nel nulla.
Nessun biglietto. Nessun testimone.
Solo un vestito appoggiato sullo schienale di una sedia e un ciondolo di perla scomparso insieme a lei.
Gli investigatori hanno parlato di fuga, forse di omicidio. Il caso si è raffreddato.
Matteo non si è mai più risposato.
Ogni mattina, si dirigeva in auto verso lufficio, attraversando sempre il vecchio quartiere dove una panetteria di angolo esponeva in vetrina fotografie di matrimoni locali. Una di quellela suapendeva da dieci anni nellangolo in alto a destra. La sorella del fornaio, fotografa per hobby, laveva scattata nel giorno più felice della sua vita. Un giorno che a Matteo sembrava esistere in unaltra epoca.
Ma poi, un giovedì di pioggia sottile, cambia tutto.
Il traffico si blocca proprio davanti alla panetteria. Matteo getta uno sguardo attraverso il vetro scuro dellauto, senza intenzione e poi lo vede:
Un ragazzino scalzo, avrà avuto dieci anni al massimo, zuppo dacqua, con i capelli arruffati e una camicia troppo grande.
Il bambino fissa la foto di Matteo e Caterina. Poi, con voce decisa ma flebile, sussurra al panettiere che sta spazzando davanti allingresso:
Quella è la mia mamma.
Il cuore di Matteo si ferma un attimo.
Abbassa il finestrino. Osserva il bambino più attentamente.
Zigomi marcati. Sguardo dolce. Occhi color nocciola con riflessi verdi esattamente come quelli di Caterina.
Ehi, ragazzo! chiama, la voce incrinata. Che hai detto?
Il ragazzino si volta. Lo guarda senza paura.
Quella è la mia mamma ripete, indicando la fotografia. Cantava per me ogni sera. Poi è andata via. Non è tornata più.
Matteo esce dallauto senza pensarci due volte, ignorando lautista che strilla il suo nome e la pioggia che gli scivola addosso.
Come ti chiami, piccolo?
Leonardo dice tremando.
Dove vivi?
Leonardo abbassa lo sguardo.
Da nessuna parte. A volte sotto il ponte. A volte vicino ai binari della stazione.
Matteo deglutisce.
Ricordi altro di tua mamma?
Le piacevano le rose mormora. E portava sempre una collana con una pietra bianca. Tipo una perla
Matteo sente le gambe cedere. Caterina non si toglieva mai quel ciondolo. Era della sua mamma. Un pezzo unico.
Leonardo hai mai conosciuto tuo papà?
Il bambino scuote la testa lentamente.
No. Ceravamo solo io e lei. Fino a quando è sparita.
Il panettiere si avvicina, allarmato dalle voci. Matteo gli si rivolge con voce febbrile:
Questo bambino viene spesso?
Sì fa spallucce. Sta lì a fissare quella foto. Non dà mai fastidio. Non chiede niente. Osserva e basta.
Matteo rimanda gli appuntamenti con una telefonata. Porta Leonardo in trattoria e ordina la colazione più abbondante del menu. Mentre il piccolo divora ogni boccone con le mani, Matteo osserva come se dalla risposta di lui dipendesse il suo futuro.
Un orsetto di peluche di nome Tito.
Un appartamentino con le pareti verdi.
Ninnenanne sussurrate da una voce che lui non sentiva da dieci anni.
Matteo fa fatica a respirare. Quel bambino è vero. Anche i suoi ricordi.
Un test del DNA sarà la prova definitiva. Quello che il cuore già grida da sé.
Leonardo è suo figlio.
Ma quella notte, mentre Matteo guarda la pioggia sulla finestra della villa, una domanda lo tiene sveglio:
Se questo bambino è mio…
Dovè stata Caterina per dieci anni?
Perché non è mai tornata?
E chio cosalha fatta sparire insieme a suo figlio?
Continua
Nel prossimo capitolo:
Una lettera trovata nella tasca dellorsetto Tito contiene un indirizzo in Molise e un nome che Matteo non avrebbe mai pensato di dover risentire.
Il direttore della biblioteca, il signor Verdi, era un uomo dal viso severo e dal tono austero. Mi squadrò, poi disse con voce distante:
Puoi iniziare domani ma niente bambini che schiamazzano. Che non si facciano vedere.
Non avevo scelta. Accettai senza discutere.
La biblioteca aveva un angolo dimenticato, accanto agli archivi vecchi, dove si nascondeva una stanzetta con un materasso polveroso e una lampadina fulminata. Lì dormivamo io e Mariella. Ogni notte, quando la città saddormentava, io davo la caccia alla polvere sugli scaffali senza fine, lucidavo i tavoli lunghi e svuotavo cestini pieni di carte e briciole. Nessuno mi guardava negli occhi; ero solo la signora delle pulizie.
Ma Mariella lei invece sì che guardava. Osservava tutto con la meraviglia di chi scopre un nuovo pianeta. Ogni giorno mi sussurrava:
Mamma, un giorno scriverò storie che tutti vorranno leggere.
Io sorridevo, anche se dentro sapevo che il suo orizzonte era limitato a quei corridoi bui. Le insegnai a leggere con vecchi libri per bambini recuperati dai ripiani della dismissione. Si sedeva per terra, abbracciata a un volume ormai sciupato, viaggiando con la mente in mondi lontani sotto la luce fioca.
Quando compì dodici anni, trovai il coraggio di chiedere al signor Verdi qualcosa che per me valeva un tesoro:
La prego, signor direttore, lasci usare a mia figlia la sala di lettura principale. Adora i libri. Lavorerò più ore, glielo restituisco dai miei risparmi.
La sua reazione fu una risata tagliente:
La sala di lettura grande è per gli utenti, non per i figli dello staff.
Così continuammo come sempre. Lei leggeva in silenzio negli archivi, senza mai lamentarsi.
A sedici anni, Mariella già scriveva racconti e poesie che cominciavano a vincere premi locali. Un professore universitario notò la sua bravura e mi disse:
Questa ragazza ha un dono raro. Diventerà la voce di molti.
Ci aiutò a ottenere delle borse di studio e così Mariella venne ammessa a un corso di scrittura creativa a Roma.
Quando diedi la notizia al signor Verdi, vidi la sua espressione vacillare.
Aspetti la ragazza che stava sempre tra gli archivi è tua figlia?
Annuii.
Sì. Proprio quella che è cresciuta mentre io tiravo a lucido la sua biblioteca.
Mariella partì, e io continuai a pulire. Invisibile. Finché un giorno, la ruota girò.
La biblioteca cadde in crisi. Il Comune tagliò i fondi, la gente smise di frequentarla, si cominciò a parlare di chiusura definitiva. Tanto non la vuole più nessuno, dicevano dalle istituzioni.
Poi, arrivò una mail da Roma:
Mi chiamo Dott.ssa Mariella Bianchi. Sono scrittrice e docente universitaria. Posso aiutare. E conosco molto bene la biblioteca comunale.
Quando arrivò, alta e sicura di sé, nessuno la riconobbe. Si diresse verso il signor Verdi e disse:
Una volta mi disse che la sala principale non era per i figli del personale. Oggi, il futuro di questa biblioteca è nelle mani di una di loro.
Luomo si sciolse, con le lacrime che gli rigavano le guance.
Mi dispiace non lo sapevo.
Io sì rispose lei dolcemente. E la perdono, perché mia madre mi ha insegnato che le parole possono cambiare il mondo, anche se nessuno le ascolta.
Nel giro di pochi mesi, Mariella rivoluzionò la biblioteca: portò nuovi libri, organizzò laboratori di scrittura per ragazzi, lanciò programmi culturali e non volle nemmeno un euro. Lasciò solo un biglietto sulla mia scrivania:
Questa biblioteca un tempo mi vedeva come unombra. Oggi cammino a testa alta, non per superbia, ma per tutte le mamme che lucidano i pavimenti affinché i loro figli possano scrivere la propria storia.
Col tempo, mi costruì una casa luminosa con una piccola biblioteca tutta mia. Mi fece viaggiare, vedere il mare, il vento nei capelli in luoghi che finora avevo solo trovato tra le pagine ingiallite dei libri che leggeva da bambina.
Oggi mi siedo nella rinnovata sala principale, guardando tanti bambini che leggono a voce alta, circondati dalla luce che entra dai finestroni restaurati proprio da lei. E ogni volta che sento pronunciare il nome Dott.ssa Mariella Bianchi in televisione, o lo vedo stampato su una copertina, sorrido. Perché prima ero solo la donna delle pulizie.
Adesso, sono la madre della donna che ha ridato le storie alla nostra città.






