Presagio di Destini Inaspettati

Vivevo in un palazzone di mattoni a Napoli, dove le pareti sembravano di carta e ogni starnuto del vicino risuonava nei radiatori come uneco.

Da tempo non mi agitavo più per le porte sbattute, per le liti per il trasloco dei mobili e nemmeno per la televisione che la pensionata del piano interrato lasciava urlare a ore indiscrete.

Ciò che faceva il vicino di sopra, un certo Alessandro, invece mi faceva perdere la pazienza e scatenare una serie di parolacce.

Ogni sabato quelluomo non proprio affabile si lanciava senza pudore a martellare con il trapano o con la pistola perforatrice!

A volte alle nove, a volte alle undici. Sempre di domenica, sempre proprio nel momento in cui avrei voluto dormire fino a tardi.

Allinizio, io, che non ero uno che amava gli scontri, lo prendevo con filosofia: Magari è solo una ristrutturazione che si è prolungata si può capire pensavo, girandomi nel letto da una parte allaltra e coprendomi la testa con il cuscino.

Ma le settimane passavano e il rombo della perforatrice mi svegliava ancora e ancora ogni sabato.

A tratti era un breve sprint, a tratti una lunga melodia monotona. Sembrava che Alessandro iniziasse qualcosa, poi abbandonasse, per poi riprendere il lavoro interrotto.

Talvolta i suoni fastidiosi arrivavano non solo al mattino, ma anche nei giorni feriali verso le sette di sera, quando rientravo dal lavoro sognando il silenzio. Ogni volta mi veniva voglia di alzarmi e dire al vicino tutto quello che pensavo di lui, ma la stanchezza, la pigrizia o il semplice desiderio di evitare conflitti mi trattenevano.

Una volta, quando il trapano iniziò a stridere sopra la mia testa per lennesima volta, non reggii più e corsi al piano di sopra. Bussai, chiamai, ma la risposta fu solo silenzio. Il maledetto rumore continuava a vibrarmi nello skull.

Un giorno! scoppiò da me, ma non riuscii a finire la frase. Non sapevo nemmeno che cosa avrei fatto un giorno.

Nella mia fantasia correvo da una parte allaltra: chiamare il portiere, denunciare al vigile, infilare la ventola di scarico di colla, persino chiudere il condominio. A volte immaginavo Alessandro che si rendesse conto di aver disturbato tutti e venisse a chiedere scusa, o che si trasferisse, o qualsiasi cosa che mettesse fine al martello!

Quel rumore era per me simbolo di ingiustizia. Pensavo sempre: Almeno qualcuno dovrebbe alzarsi e fermare questo schifo! Ma tutti rimanevano nelle loro nicchie, senza intervenire.

E poi accadde qualcosa che non avrei mai previsto

***

Una sabato mi svegliai non per il rumore, ma per un silenzio assoluto.

Rimasi sdraiato ad ascoltare, chiedendomi quando sarebbe tornato quel dannato apparecchio. Ma il silenzio era denso, calmo, quasi tangibile

È finito! balenò nella mia testa, o quel mostro se nè andato?!

Il giorno trascorse con una strana sensazione di libertà. Laspirapolvere faceva meno rumore, il bollitore sembrava quasi gentile, e la televisione non vibrazava più con il soffitto.

Mi ritrovai sul divano a sorridere, come un bambino.

***

Domenica fu silenziosa. Lunedì. Martedì. Mercoledì. Il rumore era stato tagliato fuori dalla mia vita

Il silenzio sopra di me durò quasi una settimana. Non lo attribuii più a lavori in corso, a ferie o a caso. In quella pausa cera qualcosa di innaturale, di inquietante: un contrasto troppo netto dopo mesi di costante frastuono.

***

Stavo davanti alla porta di Alessandro, raccogliendo coraggio, chiedendomi perché volessi davvero bussare. Volevo accertarmi che tutto fosse a posto? O forse volevo solo verificare che non fosse solo nella mia testa?

Premetti il campanello.

La porta si spalancò quasi subito e subito capii che qualcosa era cambiato.

Sul soglia cera una donna incinta, il volto pallido, le palpebre gonfie. Lavevo vista di sfuggita qualche volta, ma ora sembrava invecchiata di qualche anno.

Lei è la moglie di Alessandro? chiesi con cautela.

Annunciò di sì.

È successo qualcosa? Io non sentivo più

Le parole si bloccarono nella gola, non sapevo nemmeno come spiegare che ero lì per il silenzio.

La donna fece un passo indietro, lasciandomi entrare, e allimprovviso pronunciò a bassa voce:

Lesercizio non cè più.

Non compresi subito il senso; ci vollero qualche secondo perché le parole si assemblassero.

Come quando?

Sabato scorso, presto al mattino. asciugò una lacrima. Capite questa ristrutturazione infinita lo logorava. Lavorava sempre nei weekend, durante la settimana non aveva tempo. Quel giorno si alzò prima di me voleva finire la culla. Era di fretta, temeva di non farcela

Indicò verso linterno dellappartamento.

Lì, contro il muro, cera una culla smontata a metà, il manuale, le scatole con le viti e i dadi, i pezzi sparsi sul pavimento.

È semplicemente caduto, sussurrò. Il cuore. Non sono riuscita nemmeno a svegliarmi.

Rimasi immobile, come se il pavimento mi avesse inghiottito.

Le sue parole, lente e pesanti, scivolavano nella mia coscienza

***

Il rumore

Quello che mi aveva tanto irritato, che mi svegliava di sabato! Lavevo tanto maledetto insieme alluomo che lo produceva! Abbassai lo sguardo e vidi una scatola di componenti della culla.

Piccole viti, una chiave a brugola, adesivi con i numeri dei pezzi. Tutto ordinatamente disposto solo le persone che vogliono davvero costruire qualcosa di importante lo fanno così.

Ha bisogno di qualcosa? iniziai piano, ma la donna scosse la testa.

Grazie. Non serve nulla

Uscii quasi in punta di piedi, come quando si fugge da un dolore appena nato.

Scendendo le scale, mi aggrappai al corrimano. Ogni passo mi pesava di una colpa sorda, senza forma ma che bruciava intensamente.

***

A casa alzai gli occhi al soffitto. Il silenzio era ancora denso, come se mi accusasse di qualcosa

Forse odiavo Alessandro solo perché mi impediva di dormire? Lo avevo persino maledetto! Per me non era una persona, era solo un rumore, un fastidio.

E ora

Non cè più.

Ma cè una donna che piange la sua perdita.

Presto nascerà un bambino senza padre.

E cè quella culla che lui voleva tanto assemblare

Ma non lha potuta finire

Devo andare dalla sua moglie, pensai, aiutarla. È improbabile che lo faccia da sola

***

La sera, dopo che i pensieri si calmarono, guardai ancora il soffitto. Il silenzio rimaneva impenetrabile.

Rimasi a lungo nella cucina semibuia e capii che non avrei potuto dormire in quella notte. Salìi di nuovo, feci un colpo al campanello. La porta si aprì, la donna alzò le sopracciglia sorpresa non mi aspettava.

Con un leggero rossore al volto, le dissi piano:

Scusi, lo so che ci conosciamo poco, ma se vuole, posso aiutarla a montare la culla. Lui desiderava che fosse pronta. E se posso vorrei davvero dare una mano.

Restò in silenzio, fissandomi per un lungo istante, come a cercare il significato delle mie parole.

Infine annuì lentamente.

Prego, entri.

Entrai, facendo attenzione a non calpestare le scatole.

Lavorai a lungo, senza parlare.

La donna sedeva sul divano, accarezzando il pancione, a tratti singhiozzava piano, cercando di non disturbare. Quando avvitei lultima vite e sistemai lo schienale della culla, laria nella stanza cambiò, come se si fosse scaricata una tensione.

La donna si avvicinò, sfiorò la struttura di legno liscio con la mano.

Grazie, sussurrò. Non ha idea di quanto questo significhi.

Io rimasi lì, senza sapere cosa rispondere, e mi limitai a fare un cenno.

Uscendo, pensai che, per la prima volta da molto tempo, avevo fatto qualcosa di davvero giusto e sentii che avrei sicuramente tornato lì.

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