La solitudine non colora la vita

«Luca non è un tipo strano, ma mi guarda sempre serio», penso mentre esco dal piccolo negozio di alimentari a Borgo San Lorenzo, nella campagna toscana. Luca mi chiama per caso: «Ludovica, passa stasera in discoteca, ho qualcosa da dirti». Annuisce la testa, ma lui è già scomparso dietro langolo.

Cammino lungo il sentiero di campagna verso casa, la mente occupata da quel pensiero. «Forse è il fatto che ha sei anni più di me», mi dico, osservando i campi di girasole. Dentro di me, però, il cuore batte più forte per il discorso che Luca vorrà farmi. Federica è sempre accanto a lui, non gli permette nemmeno a unaltra ragazza di avvicinarsi. Tutti nel villaggio sanno che è lei a tenerlo su un piede, a stringergli il collo come una molla. Lho vista schivare il suo invito a ballare nella discoteca, mentre lei rideva, senza mai arrabbiarsi.

«Non ti scapperai, ti innamorerai e ti sposerai, e sarai comunque mia», canticchia Federica, il tono quasi canzonatorio. Se un ragazzo mi dicesse qualcosa del genere, lo eviterei a tutti i costi, mi vergognerei.

Allora mi preparo per la serata, il cuore è un po agitato. Ho diciannove anni, tutta la vita davanti. Sogno di sposarmi con un uomo buono e di avere due figli. Luca è un ragazzo gentile, anche se ha sei anni più di me; il suo sguardo mi fa gelare la schiena. Mi guardo allo specchio, il nuovo vestito mi sta benissimo. Lui mi ha accompagnata a casa tre volte, ma è sempre stato discreto, non ha mai preso la mia mano, a differenza di altri ragazzi che vogliono subito avvolgermi in un abbraccio.

Appena entro nella discoteca, vedo subito Luca ad aspettarmi. Mi avvicino e lui mi chiama: «Ciao Ludovica, andiamo a ballare». Mi porta al centro della pista e suona la canzone «Stella luminosa». Non ho il tempo di guardarmi intorno: già stiamo danzando. Luca è serio, ma ogni tanto un sorriso spunta sulle sue labbra. La sua stretta sulla mia vita è rassicurante. Dopo qualche brano, Federica fa la sua entrata, gli occhi pieni di gelosia, ma Luca continua a invitarmi a ballare.

Non appena la musica finisce, Luca mi prende per mano: «Ludovica, facciamo una passeggiata». Accetto e usciamo dalla discoteca mentre Federica continua a ballare. Fuori, al di fuori del villaggio, regna il silenzio interrotto solo dal canto delle cicale e dal fruscio del fiume Arno, dove qualche nuvola di nebbia si posa sul prato. Laria è fresca, lodore dei fiori selvatici mi avvolge.

«Ludovica, non voglio girare intorno, voglio che accetti di sposarmi», dice Luca, fermandosi sotto un albero. Mi blocco, non mi aspettavo quella proposta; pensavo solo a una dichiarazione damore. «Che succede, ti taci?», mi chiede, impaziente. «Oh Luca, non me lo aspettavo ma accetto», rispondo, ridendo sottovoce. Lui mi abbraccia e mi bacia.

Il matrimonio è allegro, celebrato con amore. Dopo le nozze, mi trasferisco nella casa del suocero, vivendo con i genitori di Luca. I miei suoceri mi accolgono con gentilezza, nonostante le voci su suocere tiranne. Le relazioni con loro sono ottime. Ascolto sempre Luca, perché è più grande di me, e lo considero il capo della famiglia. Non mi offende mai, mi sostiene nei momenti difficili. Presto nasce nostro figlio; mi dedico alle cure, e la nonna aiuta, dandoci anche un po di tregua la notte.

Tre anni dopo nasce nostra figlia; i nonni adorano i nipoti. Quindi non devo fare tutto da sola: la madre e la suocera mi aiutano sempre. Un giorno, Luca dice: «Costruiamo una casa nostra, ogni uomo deve avere la sua dimora». Io sostengo lidea e lui inizia i lavori. Il figlio ha cinque anni, la figlia è ancora piccola, e io non posso fare a meno di gioire per quella notizia.

Sogno di avere una casa tutta mia, dove possa decidere come vivere: stanze separate per i bambini, una camera da letto per noi due. Luca esaudisce i miei desideri. Dopo mesi di lavori, la casa è pronta, costata circa 150.000 euro, e ci trasferiamo. Il bambino corre felice, la bambina gioca, e persino un gattino nuovo ci segue in ogni stanza.

Luca, un pomeriggio, mi propone: «Che ne dici di pensare a un terzo figlio?». Io rispondo ridendo: «Perché no, cè tanto spazio nella nostra casa». Ma il destino è crudele: improvvisamente Luca si sente male, si accascia dopo colazione. Lo aiuto a sdraiarsi sul divano e corro a chiamare lambulanza, ma è già troppo tardi; è morto.

Il dolore è immenso. Mi chiedo come farò a sopravvivere con i due bambini nella nostra nuova casa. «Devo vivere e sorridere, anche se sogniamo un terzo figlio», piango, ma il fato è stato spietato. Rimango vedova con due figli, lottando ogni giorno. Lavoro due lavori per garantire loro tutto, e i genitori mi danno una mano. Ritorno a sorridere col tempo; gli uomini continuano a propormi matrimoni, ma io non voglio più un nuovo compagno finché i miei figli non crescono.

«E se un nuovo uomo non fosse accettato dai bambini? E se non sapesse essere un padre?», mi chiedo, e decido di attendere. I figli crescono: il figlio finisce luniversità, la figlia il college, entrambi si sposano e hanno i miei primi due nipoti. Ora ho quarantotto anni; nei weekend i figli e i nipoti mi fanno visita. Un giorno mio figlio mi dice: «Mamma, sei ancora giovane e carina, trova un uomo buono e sposa di nuovo. Non è bello vivere da sola». Rispondo: «Ho già amato un uomo come Luca; non troverò mai un altro così. Molti bevono, altri si lamentano, pochi lavorano seriamente. Ho la mia casa, il mio lavoro, e questo è tutto. Almeno sei un bravo artigiano».

Una vicina mi presenta suo cugino, Gregorio, vedovo come me, con figli adulti. Un sabato, Gregorio arriva in auto con una bottiglia di vino rosso, forse di un’azienda locale. Lo accolgo con una torta, allestisco la tavola, e lui versa il vino in due bicchieri. Beve tutta la bottiglia da solo, mentre io mi limito a un sorso. «Che vino delizioso, Gregorio, dove lhai preso?», gli chiedo. «Lha portato mio figlio», rispondo, notando i suoi occhi che si stanno facendo più rossi.

Gregorio, un po imbevuto, inizia a parlare: «Ludovica, perché non viviamo insieme nella mia casa? È grande, come la tua, e potremmo venderla». Io lo fermo: «Ma i miei figli hanno diritto a quella casa, è stata costruita dal loro padre». Gregorio replica, irritato: «Allora cosa mi offri, se non la tua casa?».

Mi alzo e dico: «Gregorio, non nascerà nulla tra noi. Torna a casa, siamo troppo diversi per convivere». Lui, confuso, risponde: «Ci conosciamo da due ore e già decidi di non stare insieme». Io rispondo: «Non ho più bisogno di nulla, è tutto chiaro». Lo accompagno alla porta, lo lascio partire con la sua auto. Chiudo la porta a chiave, deciso: «Nessun altro uomo entrerà in questa casa. Rimarrò sola, anche se sarà noioso e difficile, tra orto e fattoria, ma non voglio più un compagno a caso».

Rido amaramente: «Non avrai più un uomo che ti ricordi Luca. Vivevo per i figli e i nipoti, perché la solitudine non abbellisce la vita. Ma stare con chiunque non è la soluzione; la vita continua, con o senza lui».

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