2 ottobre, venerdì
Stasera, mentre la cena volgeva al termine, la mia piccola Ginevra mi ha passato di sotto il tovagliolo un foglio piegato con la cura dei suoi quindici anni. «Fingi di stare male e vattene», recitava in una grafia che riconosco subito. L’ho guardata, confusa, e lei mi ha agguantato lo sguardo, scuotendo la testa con una disperazione che solo una figlia può mostrare quando vuole che si creda a una verità.
Il mattino era iniziato come tutti gli altri nella nostra casa di periferia a Milano. Sono passati poco più di due anni dal mio matrimonio con Riccardo, un dirigente di successo che ho incontrato dopo il mio divorzio. Sembra che tutti vedessero la nostra vita come una favola: una casa accogliente, dei risparmi sul conto corrente e una figlia, Ginevra, che finalmente aveva la stabilità che cercavo da tempo. Ginevra era sempre stata silenziosa, osservatrice, quasi una spugna che assorbiva tutto intorno a sé. Allinizio il rapporto con Riccardo era stato teso, tipico dei rapporti con un patrigno adolescente, ma col tempo sembrava che avessero trovato un equilibrio. Io, almeno, lo credevo.
Sabato mattina Riccardo aveva invitato i suoi soci per un brunch in casa. Era un momento cruciale: si doveva parlare dellespansione della sua azienda e lui voleva fare una buona impressione. Ho trascorso la settimana a curare menu, decorazioni e ogni minimo dettaglio. Stavo finendo linsalata in cucina quando Ginevra è comparsa con il viso pallido e gli occhi pieni di qualcosa che non riuscivo a definire: tensione, paura.
Mamma sussurrò avvicinandosi come se volesse passare inosservata. Devo mostrarti una cosa nella mia stanza.
Riccardo entrò proprio in quel momento, sistemandosi la cravatta con quella cura che ha quando vuole apparire impeccabile anche a casa. Che cosa stanno facendo di nascosto? chiese con un sorriso che non raggiungeva gli occhi.
Niente di importante risposi automaticamente. Ginevra vuole solo aiuto per qualche compito a scuola.
Sbrigati, gli invitati arrivano tra trenta minuti e ho bisogno che tu li accogli con me.
Acconsentii e seguii la figlia lungo il corridoio. Appena entrati nella sua camera, chiuse la porta di colpo, quasi a sbatterla. Che succede, tesoro? Mi fai spaventare.
Ginevra non rispose. Invece, mi porse un piccolo foglio dal suo scrittoio, guardando nervosamente verso la porta. Lo ho aperto e ho letto: «Fingi di stare male e vattene, adesso».
«Che scherzo è questo?», le dissi, confusa e un po irritata. «Non abbiamo tempo per giochi, gli invitati stanno per arrivare».
«Non è uno scherzo»bisbigliò a bassa voce. «Per favore, mamma, credimi. Devi uscire da questa casa subito. Inventati una scusa, dì che ti senti male e vattene».
La disperazione nei suoi occhi mi paralizzò. In tutti gli anni da madre non avevo mai visto la figlia così seria, così impaurita. «Ginevra, mi stai spaventando. Che cosa succede?»
Guardò di nuovo verso la porta, come temesse di essere ascoltata. «Non posso spiegarti ora. Ti prometto di raccontarti tutto più tardi, ma adesso devi fidarti di me». Prima che potessi insistere, sentimmo dei passi nel corridoio. Il pomello della porta girò e fu Riccardo, con il volto visibilmente irritato. Che cosa state facendo? Perché ci state impiegando così tanto? È già qui il primo invitato.
Il volto di Ginevra implorava silenziosamente. In un impulso istintivo, decisi di credere a lei. Scusa, Riccardo disse, portandomi la mano alla fronte. Allimprovviso mi gira la testa, sento una forte emicrania.
Riccardo aggrottò le sopracciglia, fissandomi. Adesso? Stavi bene cinque minuti fa.
Lo so. Mi è appena scoppiata unattacco spiegai, cercando di apparire davvero ammalata. Potete cominciare senza di me. Vado a prendere una pillola e a sdraiarmi un po.
Il silenzio si fece teso, poi il campanello suonò. Riccardo, con un cenno, chiuse la porta e si allontanò. Non appena fummo sole, Ginevra mi afferrò le mani. «Non andrò a letto. Andiamo via subito. Dì che devi andare in farmacia a comprare qualcosa di più forte, io ti accompagnerò».
«È assurdo, non posso lasciare gli invitati», protestai.
«Mamma, ti prego, non è un gioco. È la tua vita», implorò, gli occhi colmi di terrore.
Quel terrore mi attraversò come un brivido. Così presi borsa e chiavi e trovai Riccardo in salotto a chiacchierare con due uomini in giacca e cravatta.
Scusa, Riccardo interruppi. Il mal di testa peggiora, vado in farmacia, Ginevra viene con me.
Il suo sorriso si spense per un attimo, poi si rivolse agli invitati con una rassegnata cortesia. Mia moglie non si sente bene annunciò. Torneremo presto.
Salimmo in macchina, Ginevra tremava. Guida, mamma disse, fissando la casa come se aspettasse che accadesse qualcosa di terribile. Allontanati da qui, ti spiegherò tutto lungo la strada.
Mentre acceleravo, un turbine di domande mi assalì. Cosa poteva essere così grave? Allora Ginevra iniziò a parlare e il mio mondo crollò.
Riccardo sta cercando di ucciderti, mamma dichiarò, la voce rotta dal singhiozzo. Lho sentito al telefono ieri sera, parlava di avvelenare il tuo tè.
Frenai bruscamente, quasi schiantandomi contro il retro di un camion al semaforo. Rimasi immobile, incapace di respirare, le parole di Ginevra sembravano uscite da un film di serie B.
Che sta succedendo, Ginevra? Non è uno scherzo riuscii a dire con la voce più debole del solito.
Credi che scherzerei? disse, gli occhi lucidi, il volto contorto tra paura e rabbia. Lho sentito tutto, mamma. Ha detto: «Domani tutto è pronto, Helen prenderà il tè come sempre, nessuno sospetterà nulla. Sembrerà un infarto.». Poi ha riso, come se parlasse del tempo.
Il mio stomaco ribollì. Non poteva essere vero. Riccardo, luomo con cui condividevo il letto, stava pianificando la mia morte. Cercai una spiegazione razionale. «Forse lhai frainteso, forse parlava di unaltra Helen», provai a convincermi.
Ginevra scosse la testa con veemenza. «No, mamma. Parlava di te, del brunch di oggi. Se sparisci, avrà accesso al denaro dellassicurazione e alla casa». Poi aggiunse, esitante, «e ha menzionato il mio nome, diceva che poi si occuperà di me in qualche modo».
Un brivido percorse la mia schiena. Riccardo era sempre stato affettuoso, così premuroso. Come potevo sbagliarmi così?
Lassicurazione sulla vita, quello che avete stipulato sei mesi fa. Un milione di euro, ti ricordi? sussurrò.
Il colpo fu come un pugno allo stomaco. Il titolo di vita che mi aveva garantito sicurezza ora era larma della sua trappola.
Cè di più continuò Ginevra, quasi a sussurro. Dopo aver chiuso, ha controllato dei documenti. Ho trovato carte sulle sue debiti, molte, la società è quasi in bancarotta.
Il mio cuore batteva allimpazzata. Riccardo fallito? Come non lavevo saputo?
Ho anche questo estrasse dalla tasca un foglio piegato. È lestratto di un altro conto a suo nome. Da mesi trasferisce piccole somme, così da non destare sospetti.
Le mani tremavano quando presi il foglio. Era un conto di cui non sapevo nulla, che raccoglieva quello che era stato il denaro della vendita dellappartamento ereditato dai miei genitori. Riccardo lo aveva rubato per mesi. Era una truffa, una rapina domestica. Mi sentii tradita, umiliata.
«Dio», balbettai, il vomito mi tormentava. «Come ho potuto essere così cieca?»
Ginevra pose la mano sulla mia, un gesto di conforto che sembrava più maturo di quanto la sua età suggerisse. «Non è colpa tua, mamma. Lui ci ha ingannati tutti». Il pensiero che potesse capire tutto, ma non aver notato i sottili indizi, mi colpì come una pietra.
Decidemmo di chiamare la polizia, ma Ginevra esitò. «Non abbiamo prove concrete, solo parole contro le sue parole, il suo status di uomo daffari rispettato». Un messaggio sul mio cellulare di Riccardo: «Dove sei? Gli invitati ti chiedono», mi fece gelare il sangue.
Non potevamo più tornare a casa. Non avremmo potuto sparire, lui aveva risorse. Dovevamo trovare prove, qualcosa di tangibile. Decisi di fingere di andare in farmacia, prendendo una pillola più forte, e di far credere a Riccardo che la mia emicrania fosse insopportabile. Ginevra avrebbe dovuto entrare nella sua studio, cercare documenti, foto, qualsiasi prova.
Mentre ci avvicinavamo alla casa, gli invitati erano già arrivati, il clamoroso brusio di conversazioni ci accolse. Riccardo, al centro del salotto, raccontava una storia divertente. Quando ci vide, il sorriso svanì un attimo.
Ah, siete tornate disse, avvolgendomi la vita con un braccio. Ti senti meglio, cara?
Un po risposi, costringendo un sorriso. La medicina comincia a fare effetto.
E tu, Ginevra? Ti vedo pallida.
Anchio ho mal di testa mormorò, recitando il copione . Penso che mi sdraierò un po.
Riccardo, con unaria di preoccupazione quasi credibile, mi offrì un bicchiere dacqua, rifiutai il prosecco per non mescolarlo con i farmaci. Niente tè oggi? chiese, e un brivido mi attraversò la schiena.
Credo di no risposi, mantenendo un tono leggero. Evito la caffeina quando ho emicrania.
Il suo sguardo si fece più scuro per un istante, poi tornò al consueto fascino. Mentre mi guidava tra gli invitati, nascondendo la tensione, controllavo il cellulare. Nessun messaggio. Dopo venti minuti, vibra: «Adesso».
Il sangue mi gelò nelle vene. Devo andare via subito. Mi scusai con il gruppo, fingevo di andare a controllare Ginevra. Nientaltro, corrii su per le scale.
Nella sua stanza la trovai pallida come la carta. «Sta arrivando», sussurrò, afferrandomi il braccio. «Ho sentito il rumore e sono corsa su».
«Hai trovato qualcosa?», chiesi, tirandola verso la porta.
«Sì, nella studio. Una bottiglietta senza etichetta nel cassetto. Ho scattato foto», mi disse.
Il tempo scorreva. Sentimmo passi, poi la voce di Riccardo: «Helen? Ginevra? Siete qui?».
Ci scambiammo uno sguardo disperato. La finestra della camera dava sul giardino, ma eravamo al secondo piano; una caduta di cinque metri e mezzo non era una scelta.
Resta lì, fingevo di parlare sussurrai.
Riccardo aprì la porta, fissando subito Ginevra. È tutto ok qui? chiese, con tono di cortesia ma occhi vigili.
Sì risposi, cercando di suonare normale. Ginevra ha ancora mal di testa, sono venuta a vedere se aveva bisogno di qualcosa.
Capisco annunciò, poi si avvicinò. A proposito, ho preparato quel tè speciale che ti piace. È pronto in cucina.
Il cuore mi balzò in gola. Il tè. La trappola di cui parlava al telefono.
Grazie, ma non credo di poterlo bere adesso risposi, cercando di guadagnare tempo.
Riccardo insistette, ma io dissi: «Rimarrò qualche minuto con Ginevra». Si allontanò, ma subito dopo la porta si chiuse, lasciandoci sole.
«Il tè», sussurrò Ginevra. «Vuole che lo beviamo».
«Lo so», risposi, il panico che mi attanagliava. «Dobbiamo uscire subito, anche dalla finestra se serve». Ma mentre pianificavamo la fuga, sentimmo il suono di una chiave girare nella serratura: Riccardo ci aveva chiusi dentro.
«Ci ha rinchiuso?», esclamò Ginevra, correndo verso la porta in vano.
Il panico aumentava, ma trovai una via di fuga: la coperta del letto. La legai a una sedia per creare una corda improvvisata. Non sarebbe stata lunga abbastanza per toccare terra, ma avrebbe ridotto laltezza della caduta.
«Mamma, torna gridò sta tornando!»
Il rumore dei passi si avvicinava. Con decisione, legai la coperta, la lanciai fuori dalla finestra. Ginevra, con timore, si avvicinò, afferrò il tessuto e iniziò a scendere. Quando arrivò a pochi metri dal suolo, la porta si aprì di colpo. «Vai!», urlai.
Giunsi al fondo della corda con le mani bruciate, ma il dolore al ginocchio sinistro era offuscato dalladrenalina. Riccardo sbucò nella stanza, la voce furiosa: «Helen!». Lo sentii gridare il mio nome, una furia che mi fece volare via.
Scappai, Ginevra mi seguì, e corremmo per il giardino, zoppicando verso il cancello che separava la nostra proprietà da una stradina laterale. Le voci degli invitati, i portoni sbattuti, leco dei passi di Riccardo alle nostre spalle trasformarono la fuga in uno spettacolo pubblico.
Rifugiamoci in una piccola riserva naturale. Ginevra tirò fuori il cellulare e mi mostrò le foto: la bottiglietta ambrata, un foglio con una lista di orari, 10:30 arrivano gli invitati, 11:45 servire il tè, effetto 1520 minuti, chiamare ambulanza alle 12:10. Il piano era scritto nero su bianco.
Unauto di pattuglia ci avvistò poco dopo. Chiamiamo la mia amica avvocato, Francesca Navaro, e le raccontiamo tutto. Francesca, con la calma di chi conosce il diritto, ci dice di non parlare con la polizia finché non arriva.
Mentre aspittavamo, Riccardo ci mandò un messaggio: «La polizia è arrivata, credono che siate in pericolo». Il suo tono, però, tradiva una preoccupazione fittizia.
Arrivarono due agenti nella caffetteria dove ci eravamo rifugiati. Signora Elena Mendoza? chiese uno. Suo marito ha denunciato che avete messo in pericolo la minore.
Prima che potessi rispondere, Ginevra intervenne: «È una menzogna! Il mio patrigno vuole ucciderci! Ho le prove!». Gli agentiAlla fine, la verità emerse, la giustizia fu servita e io e Ginevra ricominciammo a vivere libere, lontane dallombra di Riccardo.






