Senza bisogna
Marco aprì la porta di casa e vide sul tavolo della cucina tre piatti con pasta ormai secca, un vasetto di yogurt rovesciato e un quaderno a quadretti aperto. Lo zaino di Luca era abbandonato in mezzo al corridoio, Chiara sedeva sul divano, immersa nel suo cellulare.
Posò la borsa a terra e si tolse le scarpe. Avrebbe voluto dire qualcosa a proposito dei piatti, ma la stanchezza gli strinse la gola, così si avvicinò al tavolo, prese uno dei piatti e lo portò al lavandino.
Papà, adesso li lavo io, disse Chiara senza alzare lo sguardo.
Sì, va bene.
Aprì il rubinetto e lasciò scorrere lacqua sul piatto. La pasta si ammorbidì e scivolò via verso lo scarico. Spense lacqua e restò un attimo fermo a fissare le stoviglie bagnate.
Chiara, dovè Luca?
In camera sua. Sta facendo matematica.
E tu?
Ho già finito tutto.
Si asciugò le mani con lo strofinaccio e andò verso la stanza di Luca. Il figlio era sdraiato sul tappeto, la testa appoggiata su un pugno, e sul quaderno cera scritto poco più di un esempio.
Ciao, disse Marco.
Ciao.
Tutto bene?
Sì.
Compiti?
Li sto facendo.
Marco si sedette sul bordo del letto. Luca lo guardò di sfuggita, poi abbassò ancora la testa sul quaderno.
Papà, che cè?
Non lo so, rispose Marco. Sono solo stanco, credo.
Non lo sapeva davvero. Stamattina sua madre aveva chiamato, chiedendo di andare ad aiutarla con larmadio, poi al lavoro una riunione si era protratta fino alle sei, in metropolitana era rimasto schiacciato contro la porta. Ora era lì, nella stanza di Luca, e si accorgeva di non aver voglia di parlare dei piatti, dei compiti, dellordine. Non voleva sentirsi come una funzione che si accendeva appena rincasato.
Ascolta, ci sediamo tutti insieme in cucina? disse. Solo noi.
Perché?
Così. Per parlare.
Luca fece una smorfia.
Ancora per il voto in italiano?
No. Solo per parlare.
Papà, devo ancora finire i compiti.
Li finirai dopo. Solo cinque minuti.
Marco si alzò, tornò in soggiorno e chiamò Chiara. Lei sollevò lo sguardo, sospirando infastidita.
Seriamente?
Seriamente.
Buttò il cellulare sul divano e lo seguì. Anche Luca, uscito dalla stanza, si fermò incerto sulla soglia della cucina.
Marco si sedette, spostando il quaderno. Chiara si sistemò di fronte a lui, e Luca sullorlo della sedia.
Che è successo? chiese Chiara.
Niente.
Allora perché?
Marco la guardò, poi voltò lo sguardo su Luca. Gli occhi di Luca erano inquieti, sembrava aspettarsi qualche cattiva notizia.
Volevo solo parlare, disse Marco. Sul serio. Senza bisogna fare i compiti, bisogna lavare i piatti, tutte queste cose.
Quindi oggi niente piatti? chiese timidamente Luca.
Li laviamo dopo. Non è di questo che voglio parlare.
Chiara incrociò le braccia.
Sei strano oggi.
Strano, ammise lui. Sarà che sono stanco di fingere che vada tutto bene.
Rimasero in silenzio. Le parole si facevano desiderare.
Non so come dirlo, iniziò Marco. Ma mi sembra che tutti facciamo finta. Io torno a casa, voi fate finta che sia tutto ok, io faccio finta di crederci. Parliamo della scuola, del pranzo, ma a volte non parliamo davvero.
Papà, ci stai deprimendo, disse piano Chiara. Perché?
Non lo so. Forse perché nemmeno io ce la faccio, ed è dura pensare che anche voi facciate fatica e io nemmeno me ne accorga.
Luca si aggrottò.
Io ce la faccio.
Davvero? Marco lo fissò. E allora perché da due settimane ti addormenti solo dopo mezzanotte?
Luca tacque, lo sguardo basso.
Ti sento rigirarti nel letto, disse Marco. E la mattina ti alzi con una faccia come se non avessi chiuso occhio.
Non ho sonno.
Luca.
Cosa Luca?
Dimmi come stanno davvero le cose.
Luca alzò le spalle e si voltò dallaltra parte.
A scuola tutto bene, faccio i compiti. Cosaltro vuoi?
Non sono i compiti, ciò che chiedo.
Chiara intervenne:
Papà, perché insisti? Magari non vuole parlare.
Non sto interrogando. Voglio capire.
Ma lui non vuole. È un suo diritto.
Marco la fissò.
Daccordo. Allora tu, come stai?
Chiara fece un sorriso sarcastico.
Io? Tutto a posto. Studio, sento le mie amiche, tutto come sempre.
Chiara.
Lei si chiuse e distolse lo sguardo.
Che cè?
Da un mese non esci quasi mai. Le amiche ti hanno invitata due volte, hai detto di no.
E allora? Non ne avevo voglia.
Perché?
Serrò le labbra.
Perché mi sono stancata di loro, delle storie sui ragazzi e tutte quelle cavolate. Va bene così?
Va bene, rispose Marco. Solo che mi sembri triste.
Lei fece un gesto secco con la testa, come a scacciare la sensazione.
Non sono triste.
Bene.
Cade il silenzio, rotto solo dal frigo che borbottava alle sue spalle.
Ascoltate, disse piano Marco, non voglio fare il padre adesso. Né voglio che voi cerchiate di tranquillizzarmi. Dico solo una cosa: ho paura. Tutti i giorni. Ho paura di non arrivare a fine mese, che la nonna si ammali e non dica niente, di essere licenziato. Ho paura che dentro di voi succeda qualcosa, e io me ne accorga troppo tardi perché sono troppo occupato con me stesso. E sono stufo di recitare la parte di quello che controlla tutto.
Chiara sgranò gli occhi, guardandolo con attenzione.
Ma tu sei adulto, disse a bassa voce. Dovresti farcela.
Lo so. Ma non sempre ci riesco.
Luca sollevò la testa.
E se non ci riesci, che succede?
Non lo so, rispose onesto Marco. Forse dovrò chiedere aiuto.
A chi?
Anche a voi, per esempio.
Luca si rabbuiò.
Ma noi siamo solo bambini.
Siete bambini, sì. Ma siete anche la mia famiglia. A volte ho solo bisogno che mi diciate la verità. Non va tutto bene, ma come va davvero.
Chiara passò la mano sul tavolo, raccogliendo briciole invisibili.
Perché vuoi saperlo?
Per non sentirmi solo.
Alzò gli occhi su di lui, e Marco ci lesse una specie di comprensione.
Ho paura ad andare a scuola, disse allimprovviso Luca. Cè un ragazzo che ogni giorno mi dà dello stupido. E tutti ridono.
Marco sentì un nodo allo stomaco.
Come si chiama?
Non te lo dico. Se vai a parlargli, peggiori tutto.
Non ci vado. Prometto.
Luca lo guardò scettico.
Sul serio?
Sul serio. Ma per me è importante che tu sappia di non essere solo.
Luca annuì, lo sguardo basso.
Non sono solo. Cè Simone, con lui sto bene. Stiamo sempre insieme.
Bene.
Chiara sospirò.
Non voglio andare alluniversità, disse piano. Tutti mi chiedono quale facoltà sceglierò, e io non ne ho idea. Mi sembra di essere indietro rispetto agli altri.
Chiara, hai solo quattordici anni.
Ma tutti conoscono già la loro strada. Io no.
Non tutti.
Tutti quelli che conosco io.
Rifletté un attimo.
Alla tua età volevo fare il geologo. Poi ho cambiato idea. Poi lho cambiata ancora. E adesso lavoro da tuttaltra parte rispetto a quello che pensavo.
E comè?
A volte bene, a volte è pesante. Ma la vita non è fatta per essere decisa in anticipo.
Chiara annuì, ancora dubbiosa.
Ma tutti dicono che bisogna decidersi.
Lo dicono, confermò lui. Ma sono le loro parole, non le tue.
Chiara lo guardò e quasi sorrise.
Oggi sei diverso.
Mi sono stancato di essere sempre quello giusto.
Luca fece una risatina.
Posso farti una domanda?
Dimmi.
Hai davvero paura?
Sì.
E cosa fai quando hai paura?
Marco pensò un attimo.
Mi alzo al mattino e faccio qualcosa lo stesso. Anche se non so se è giusto. Ma faccio qualcosa.
Luca annuì.
Ho capito.
Stettero un po in silenzio. Marco li guardava, consapevole di non aver risolto niente, di non aver dato risposte né tolto peso. Ma qualcosa era cambiato: aveva mostrato di poter essere una persona e non solo una funzione, e loro avevano ricambiato.
Va bene, disse Chiara alzandosi. Andiamo a lavare i piatti.
Ti aiuto io, disse Luca.
Anche io, aggiunse Marco.
Si alzarono tutti, Chiara aprì il rubinetto, Luca prese la spugna. Marco afferrò il canovaccio ed iniziò ad asciugare. Lavorarono senza parole, ma era una silenzio diverso dal solito. Non vuoto, ma pieno.
Quando lultimo piatto era sullo scolapiatti, Chiara si strofinò le mani e guardò suo padre.
Papà, possiamo ancora parlare così? Una volta o laltra.
Quando vuoi, rispose lui.
Lei annuì ed entrò nella sua stanza. Luca rimase un attimo sulla porta.
Grazie per non andare a parlare con quel ragazzo, disse.
Ma se peggiora, me lo prometti che me lo dici?
Te lo prometto.
Allora andiamo a finire matematica.
Andarono insieme nella stanza di Luca, si sedettero sul tappeto. Marco prese il quaderno, controllando gli esercizi. Luca si avvicinò di più, ripresero a lavorare insieme, senza fretta, con una naturalezza nuova. Ora Marco sapeva che dietro agli esercizi cera un ragazzo che aveva paura, e che lui poteva essergli vicino, non solo come controllore, ma come un uomo che ha paura e che comunque si alza ogni giorno.
Era poco, forse, ma era un inizio.






