Come ho finto di essere felice per nove anni, ho cresciuto il figlio di un altro uomo e ho pregato che il segreto non venisse mai a galla. Ma la verità è esplosa proprio il giorno in cui mio figlio ha avuto bisogno del sangue del suo vero padre, e per la prima volta ho visto mio marito piangere.

Il sole della sera, denso e dorato come miele colato, si spandeva sui pendii delle colline umbre, colorando le facciate delle case di paese in toni caldi e rassicuranti. Nell’aria si sentiva lodore dellerba appena tagliata e il fumo dei camini lontani. In una di quelle case, da cui arrivava il profumo di pane fresco e marmellata di mele cotogne, la conversazione tra madre e figlio rimaneva sospesa tra le pareti della cucina.

«Figlio mio, tesoro, dimmi cosa hai trovato in quella ragazza inquieta?» la voce di sua madre, Edda, sapeva manifestare una preoccupazione profonda, materna, infinita. «Ti guarda come fossi poca cosa, polvere sulla strada. E tu? Tu sei come un girasole che si gira sempre verso la stessa luce, senza vedere il resto. Eleonora, la figlia dei Ricci, è una brava ragazza, modesta, lavora sodo e non ti perde mai di vista. Ma tu pensi solo a una.»

Lui, giovane e robusto, con le mani segnate dal lavoro nei campi, fissava il vetro dietro cui la nebbia serale si aggrovigliava alle vigne. Si chiamava Vittorio.

«Mamma, lasciami stare. Non mi interessa Eleonora, mai. Da quando mi sedetti vicino a Margherita, in prima elementare, non ho occhi che per lei. Se non mi sposa, resto solo. Non insistere, tanto non cambierò idea.»

«Margherita, dove scappi così elegante? Sembri pronta per una festa alla reggia!» la voce della madre, Ada, dallaltra casa, aveva la tonalità di chi cerca di proteggere senza apparire oppressiva. «Vai sempre a ballare, torni chi sa a che ora. Potresti invitare Vittorio, lui è doro, studia e lavora, sta costruendo una casa per voi, ti guarda con quegli occhi pieni damore. Uno affidabile, come una montagna.»

Margherita rideva davanti allo specchio, sistemando un nastro di seta tra i capelli scuri.

«Montagna? Pesante e monotono come un masso. La giovinezza viene una sola volta, voglio cantare, ridere, vedere Roma e Firenze! Lui invece vive di casa, lavoro e studio. Non parliamone più, mamma. Non è lui che voglio.»

Uscì di casa, leggera come una falena attratta dalla luce della notte.

Lautunno avvolse il paese nella sua veste dorata e porpora. Vittorio si laureò e presto arrivò la chiamata per il servizio militare. Margherita era allultimo anno di scuola. Al pranzo daddio di Vittorio, allegro come imponeva la tradizione, tutta la via si radunò. Cerano anche Margherita e Ada.

Nel caos dei saluti, tra brindisi e salame, Vittorio la condusse sotto un vecchio melo.

«Margherita Scriverò, va bene? Tutti scrivono alle loro ragazze. Io non ho nessuna. Vuoi essere la mia ragazza lontana, solo per lettera?»

Lo guardava, sospesa tra compassione e disinteresse.

«Scrivi, se ti va. Ti risponderò se avrò voglia. Altrimenti, prendilo come viene.» scrollò le spalle, schietta.

Per i primi mesi le lettere con il francobollo militare arrivavano spesso. Margherita, distratta o annoiata, rispondeva. Finita la scuola, lasciò linfanzia per la città: luci, rumore, promesse. Luniversità pedagogica la attirava come un faro. Smise di scrivere al soldato del borgo senza rimpianti, lasciando i sogni per la realtà.

Ada, guardando la strada dalla finestra, sperava che la figlia tornasse dalla persona che laspettava, costruisse una vita solida su fondamenta sincere.

«Da qui me ne vado!» gridava Margherita, aggiungendo vestiti alla valigia. «Finisco gli studi, sposo un cittadino, un uomo colto! Non mi vedrete più qui.»

Ma le mura delluniversità erano più difficili da varcare. Il primo esame di letteratura si trasformò in un fallimento. Il suo tema, scritto in italiano insicuro, tornò indietro con una sufficienza striminzita. Come poteva essere diverso, dopo la scuola di paese, con uninsegnante tedesca poco fluente? Le ambizioni di Margherita si scontrarono con la cruda verità.

Non era nella sua indole abbattersi. La città, con il suo ritmo, curava presto lorgoglio ferito. Ad una festa universitaria incontrò Leonardo: studiava giurisprudenza, era più grande, sicuro di sé, profumava di libertà e colonia costosa. Viveva in un appartamento ampio, mentre i genitori stavano a Milano per lavoro.

Margherita si trasferì subito. Per non risultare di peso, lavorò alla mensa: serviva panzerotti ai meccanici. Prese confidenza col ruolo di padrona di casa: puliva, cucinava la ribollita che lui elogiava agli amici, portava dolci profumati dal lavoro. Sognava: quel divano, quella casa, lui e i loro figli Lo amava fino a perdersi.

Il sogno di famiglia durò quasi un anno. Poi una sera, leggendo il giornale, Leonardo disse senza emozioni:

«Sai, Margherita, lamore si è sgonfiato. I miei tornano presto. Devi cercarti unaltra sistemazione.»

Non pianse, non urlò. Raccolse in silenzio le sue poche cose, lasciò a una compagna di corso. Solo lì, nella solitudine, sentì il gelo della perdita. I primi sintomi strani, che pensava stress, non passavano.

La visita dal medico fu decisiva.

«Lei è incinta. È troppo tardi e rischioso interrompere ora» disse lanziana dottoressa, guardandola sopra gli occhiali.

Margherita non pensava di rinunciare al bambino. Era il suo unico legame con Leonardo, la vita che aveva sognato. Intanto arrivò una lettera: Ada scriveva che Vittorio era tornato dal servizio militare e chiedeva di lei.

E il piano si formò nella mente di Margherita, disperatamente in cerca di salvezza: cinico, disperato, lunico possibile.

Vittorio la accolse sulla soglia della casa che stava ultimando. Era lo stesso: solido, riservato, con lo sguardo acceso quando la vedeva. Lei arrivò come per caso la sera. Cercava di essere brillante, scherzava più del solito, lo sfiorava con la mano. Ma, in verità, non dovette fare molto: lui era pronto a tutto per uno sguardo.

Restò in quella casa nata per un sogno. Due settimane dopo si sposarono, una cerimonia semplice e cordiale.

Qualcuno, soprattutto Eleonora, che ancora sospirava per Vittorio, guardava con invidia e curiosità il pancione che cresceva in fretta. La suocera, Caterina, donna di esperienza, tentava qualche allusione, ma lui sorrideva sereno.

«Sta nascendo un campione, e non vede lora di venire al mondo.»

Partorì Margherita allospedale centrale. Aveva risparmiato qualche euro come regalo al medico, per confermare che il bambino fosse nato prematuro. La fortuna le sorrise: il piccolo nacque di soli due chili e settecento grammi. «Esiste giustizia suprema», pensò, sollevata.

Il bambino lo chiamarono Paolo. Crebbe quieto, pensieroso, con occhi profondi. Vittorio lo adorava, lo sollevava sulle spalle, costruiva giocattoli di legno, gli insegnava a riconoscere i canti degli uccelli. Anche Caterina sciolse pian piano le sue diffidenze, vinta dal sorriso del nipote, viziandolo con crostate e favole.

Vittorio lavorava tanto: prima tra le vigne della cooperativa, poi aprì una piccola azienda agricola. Tornava a casa tardi, impregnato di terra e fieno, ma sempre felice. Il benessere arrivava, la casa era piena di abbondanza.

Margherita gestiva la casa, cresceva Paolo. Ancora la notte pensava a Leonardo, il suo modo di parlare, il suo ricordo vivo. Di Vittorio si abituò, lo stimava, lo rispettava, ma lamore vero rimaneva unassenza. Recitava il ruolo di moglie innamorata: senza di lui, non ce lavrebbe mai fatta con Paolo. Vittorio sognava una famiglia numerosa, lei in segreto prendeva erbe amare, affinché non ci fossero altri figli. Solo così si sentiva al sicuro, nella vita costruita sulla menzogna.

Ma ogni segreto, anche se sepolto a fondo, trova terreno per fiorire sotto il sole.

Paolo aveva otto anni. Era una giornata limpida e ventosa. Giocava con gli amici ad acchiapparello nel campo dietro casa. Il giorno prima gli operai avevano scavato una cantina e nel terreno rimaneva conficcata una sbarra di ferro. Nessuno vide come Paolo cadde: la barra lo trafisse profondamente.

Urla, corse, la chiamata allambulanza Per Margherita il mondo divenne solo attesa e paura. Vittorio arrivò per primo col vecchio camion, portando anche il medico di paese. Senza esitazione, scese nella buca e portò fuori suo figlio tra le braccia. Margherita, correndo accanto, vide per la prima volta le lacrime rigare le guance dure di suo marito. Silenziose, pesanti.

In ospedale Paolo fu subito operato. La perdita di sangue era grande: serviva una trasfusione urgente. Il sangue dei genitori, come da prassi, fu analizzato. E lì, la menzogna serpeggiata negli anni esplose come tuono.

«Perché non avete mai detto che fosse adottato?» la voce del medico era secca come un colpo di scudiscio. «Ha un gruppo sangue raro, quarto negativo. Il vostro non va bene. Se non troveremo donatore in dodici ore, lo perderemo. Qui non cè questa tipologia. Trovare un donatore quasi impossibile.»

Margherita rimase pietrificata. Il terrore per il figlio superava la vergogna e il timore dello scandalo.

«Io sono sua madre. Ma il padre è un altro,» balbettò, finalmente in lacrime.

Vittorio guardava il pavimento, le spalle enormi curve sotto un peso invisibile.

Uscirono nel corridoio freddo che odorava di disinfettante. Margherita singhiozzava, non importava più essere perdonata o cacciata. Sperava solo che Paolo vivesse.

«Margherita! Ricordi chi è? Il padre? Un indirizzo, un nome, qualsiasi cosa! Parla! Nostro figlio muore! Mio figlio! Lui può salvarlo. Gli darò tutto, mi inginocchierò davanti a lui!»

Lei ricordava. Vittorio chiamò un amico, ora poliziotto. Poche ore dopo Leonardo, diventato avvocato di successo, arrivò in ospedale, esausto e pallido. Continuava a ripetere solo che la sua famiglia non doveva sapere.

«Non vogliamo niente da te», disse Vittorio, calmo ma deciso, guardandolo negli occhi. «Né soldi né parole. Solo il tuo sangue. Solo questo.»

Paolo fu salvo. Per miracolo, per preghiere e per quel sangue raro, ricevuto da uno sconosciuto. Si riprese e tornò a correre.

Nel cuore di Margherita, mentre vegliava sul letto di Paolo, guardava Vittorio, che non lasciava mai il corridoio, qualcosa si sciolse. Guardava quel marito che, tradito nel profondo, aveva pensato soltanto alla salvezza del suo bambino. E quella barriera di ghiaccio che le avvolgeva il cuore si crepò, si disintegrò, lasciando affiorare un sentimento immenso e caldo che stentava a contenere. Era amore. Vero, adulto, nato dalla sofferenza e dal perdono.

Quando tutto fu passato e Paolo tornò a giocare nel cortile, una sera, seduti sul portico di casa, Vittorio disse contemplando le stelle:

«Lo sapevo, quasi dal principio. Sospettavo. Ma era mio figlio. Lo è. E lo sarà sempre.» Tacque, poi aggiunse quasi sussurrando: «E tu non ti avrei mai lasciata andare. Mai. Perché sei lunica vera dentro il mio cuore, da sempre. Nessunaltra ci è mai stata.»

Un anno dopo nacque una bambina. Piccola, rosea, con gli occhi limpidi del padre. La chiamarono Angelica. Vittorio la portava in braccio come un cristallo prezioso, e la sua faccia ruvida si illuminava duna tenerezza che stringeva il cuore di Margherita. Li guardava e rimpiangeva anni persi, paure, diffidenze, tutto ciò che laveva privata a lungo di quella felicità.

La vita riprese una corrente tranquilla e profonda. Lazienda di Vittorio prosperava. Margherita, ormai sempre in casa, sbocciava: bellissima, serena, giovane; attorno a lei profumavano crostate, pulizia e armonia. La loro casa era una vera conca piena, non solo di beni ma soprattutto di calore.

Paolo, cresciuto, si iscrisse a Medicina, in qualche modo restituendo il dono ricevuto. Divenne un chirurgo stimato, sposò una collega gentile. I genitori lo aiutarono con la casa.

Angelica, curiosa e vivace, seguì la vocazione delle parole: si iscrisse a giornalismo, con il desiderio di raccontare storie forse anche quella della sua famiglia.

Ogni sera, quando il sole si spegne dietro le loro colline, Margherita e Vittorio siedono ancora sul solito portico. Le mani si cercano, la pace tra loro è piena di tutto ciò che è stato vissuto, perdonato, conquistato. Sanno che il loro amore non è un lampo improvviso, ma una luce costante, come la vecchia lampada della cucina: non abbaglia ma illumina ogni passo alle spalle, e scalda il cuore fino allultimo giorno. Spesso i ponti più saldi, la vita li costruisce non con i petali delle illusioni, ma con travi robuste: prove, perdono e bontà silenziosa, quella che si rivela essere la sola vera felicità.

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