DAMMI ALI BIANCHE PIÙ GRANDI

Allora, ti racconto quello che è successo a Ginevra, così come se ti stessi parlando al volo.

La stanza era opprimente, laria sembrava pesante come un velo. Ginevra si avvicinò al davanzale della finestra; fuori, il caldo già cominciava a placarsi, quasi a dormire, e un fiocchetto di vento si faceva sentire.
Deve essere laria che mi soffoca, pensò. Proprio a me.

Un nodo alla gola le spezzava il respiro. Quella sensazione le era familiare, non era la prima volta. Non le spaventava più: era un misto di debolezza, vuoto e completo indifferenza. Le gambe vacillavano, la coscienza si offuscava un po, come se qualcuno spegnessse la luce premendo un singolo interruttore.

Si stese sul letto e, quasi subito, scivolò in un sonno profondo. Allinizio il sogno era un confuso susseguirsi di frammenti: voci sussurrate, passi su una scala altrui, la luce di un lampione nella nebbia Poi tutto si chiarì. Divenne un uccello, con enormi ali bianche, leggere e affilate come il primo respiro dopo un lungo silenzio. Volò sopra Napoli, che scintillava in basso come una distesa di piccole stelle, tremolante sotto un mille di luci, una costellazione di piccoli mondi.

La città le era straniera, ma al contempo la sentiva come casa. Le alte ombre dei palazzi si allungavano verso lalto, quasi a voler toccare le stelle. Tra di loro cerano ponti, canyon di strade, unaria di libertà che non si riesce a spiegare a parole, solo a sentirla. Lì tutto era leggero. Improvvisamente ricordò comera realmente: non stanca, non in cerca di approvazione, non compressa dentro di sé ma viva.

Libera.

Ginevra girava sopra quella città, sprofondava tra i tetti, accarezzava con le ali laria fresca, e le sembrava una promessa di eternità. Ma qualcosa la tirò giù, come un ricordo invisibile.
Devo sdraiarmi, sentì la sua voce, quasi da lontano.

Il mondo tremò. La luce si frantumò. E cominciò a cadere, dolce come una piuma, tornando nella stessa stanza soffocante dove tutto era iniziato.

Aprì gli occhi di colpo, come se qualcuno lavesse chiamata per nome. Laria nella stanza era ormai più fresca, ma un velo di freddezza le accarezzava la pelle, come se una parte di lei fosse rimasta ancora tra le luci e le ombre di Napoli. Si alzò lentamente e si sedette sul letto. Il silenzio era quasi tangibile, come un disco bloccato su una sola nota. Il mondo intorno le sembrava familiare, ma stranamente deformato, come se le pareti avessero scivolato un po mentre dormiva.

Portò la mano sul petto, dove nel sogno le avevano picchiettato le ali. Ma il tocco incontrò solo il tessuto della sua maglietta.
Strano quasi volavo davvero, mormorò. Però il ricordo del sogno si scioglieva come neve bagnata tra le dita. Rimaneva solo una sensazione: dentro di sé ancora si muoveva un leggero flusso daria, quasi invisibile ma reale.

Allora capì: quel sogno non parlava di volare.
Non parlava nemmeno di una città che non si può nominare ad alta voce.
Parlava del fatto che si era stancata di vivere sulla terra, dove ogni passo era un peso.
Parlava del bisogno di un cielo diverso da quello di tutti.
Parlava delle ali, non come fantasia, ma come memoria. Una memoria antica, quasi dimenticata.

Trattenne il respiro, per non spaventare quellemozione, e sussurrò nelloscurità:
Se un giorno avrò il coraggio tornerò lì.
Volerò davvero.

Nel medesimo istante qualcosa dentro di lei rispose piano:
Hai già iniziato.

Rimase lì, alla finestra, per un tempo che sembrava infinito. La notte cominciò a cedere il passo allalba, le ombre si assottigliarono, il cielo si schiarì, e il mondo parve fare un grande respiro prima di tornare alla sua solita frenesia.

Qualcosa era cambiato in lei, silenzioso, ma irreversibile. Guardava lorizzonte, quella striscia di luce che divideva il mondo in prima e dopo. In quel momento capì che non aveva più paura. Né delle sue debolezze, né del vuoto, né di quella stanchezza indifferente che la avvolgeva a tratti come unonda.

Capì che quelle ali non erano né di sogno né di fantasia. Erano parte di lei.

Chiuse gli occhi lentamente, pose la mano sul petto, dove il cuore batteva appena, confermando il pensiero, non con voce alta, ma con una certezza dolce.

Basta vivere secondo le aspettative degli altri. Basta sopportare. Basta attendere che qualcuno ti dia il permesso di essere te stessa, sussurrò, quasi a sé stessa.

In quel istante qualcosa si spalancò dentro di lei. Non erano ali, ma qualcosa di più profondo: lanima, che fino a poco tempo fa era rimasta rannicchiata nelle tenebre, ora si raddrizzava in tutta la sua altezza.

Aprì gli occhi; il cielo era già di un rosa pallido, e il primo raggio del mattino accarezzava il suo viso. Fece un passo indietro dalla finestra e sentì il pavimento vibrare sotto i piedi. O era il mondo a tremare? Non importava. Lunica cosa che contava era che non stava più cadendo.

Inspirò a fondo, il primo respiro davvero libero dopo mesi. E disse ad alta voce, chiaro e calmo, come una promessa:
Mi solleverò. Da sola. Verso le altezze che sogno.

Nessuna stanza soffocante sarà più la sua prigione. Si voltò e camminò leggero, quasi fluttuante. Non perché avesse fretta, ma perché chi ha trovato le proprie ali non può più tornare ad essere la stessa.

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