Ti ho dato la vita, non dimenticarlo!

«Ti ho partorito, lo sai!»

«Sei proprio una rottura di scatole!», ribatté la voce di Michele, echeggiando per lappartamento e ristagnando nel corridoio stretto. ­ «Ti agganci al collo, spendi i miei soldi e non sai neanche lavare i piatti!»

Stefania si accasciò sul divano, asciugandosi le lacrime con il dorso della mano. Il trucco scivolava sulle guance, trasformando il volto in una triste maschera.

«Anchio mi stanco! Non capisci quanto sia difficile per una donna gestire la casa!»
«Che gestione? Dove cè gestione qui?», sbottò Michele lanciando sul pavimento una piroetta di piatti rotti. I frammenti si sparpagliarono come coriandoli sul linoleum. ­ «È un casino! Ovunque è un casino! Io lavoro come un matto in fabbrica, torno a casa e qui è una stalla!»

Valentina, quattordicenne, si appoggiò al muro della sua stanza minuscola, trattenendo il respiro. Schieramenti del genere accadevano quasi ogni sera, ma lei non riusciva a normalizzarli.

«Non mi ami! Ti lamenti sempre!», urlò la madre, passando da una voce straziante a un urlo isterico. ­ «Mai ti ho amato! Ti ho sposato per pietà!»
«È vero, non per amore della tua pigrizia! Altre mogli lavorano, crescono i figli, e tu? Guardi la TV dal mattino alla sera!»

Valentina si tappò le orecchie con le mani, ma le parole continuavano a filtrare, insinuandosi nella mente come macchie di inchiostro. Odiava quelle serate, il pianto impotente della madre, il ruggito furioso del padre, e soprattutto odiava sé stessa per non poter cambiare nulla.

«Non ce la faccio più!», ruggì Michele, mentre qualcosa di pesante sbatteva contro il pavimento. ­ «Basta! Non voglio più essere la mucca da latte per voi due!»

Michele si diresse verso la camera da letto. Si sentì lo scricchiolio dellarmadio, poi un lungo silenzio interrotto solo da singhiozzi della madre. Valentina aprì cautamente la porta della sua stanza e sbirciò nel corridoio.

Michele trascinò fuori dalla camera una vecchia borsa sportiva piena di vestiti. Il suo viso era rosso, le guance gonfie come due palloni. Non lanciò neanche unocchiata alla figlia mentre passava.

«Dove vai?», sbatté Stefania dal divano, spargendo sul viso unaltra dose di trucco. ­ «Michele, aspetta!»
«Basta, me ne vado!»
«Non puoi! Abbiamo una bambina!»
«Alessia resta con te. Adesso occupati tu delle tue rogne. Forse così capirai che è ora di lavorare sul serio!»

Michele sbatté la porta con frastuono. Stefania cadde a terra nel corridoio, urlando di impotenza. Valentina corse verso di lei e si accucciò accanto.

«Mamma, calma»
«Ci ha abbandonati!», strillò la madre, aggrappandosi alle spalle di Valentina, piangendo con il viso sul petto della figlia. ­ «Come si può fare così a una famiglia? Come si può abbandonare moglie e figlia?»

Valentina accarezzò i capelli scompigliati della madre, trattenendo le lacrime. Il padre era sparito, come un fantasma che se ne va lasciando dietro solo lodore di muffa in un appartamento di Roma. In quel momento il ragazzo sembrava un mostro uscito da una fiaba nera.

Gli anni volarono più in fretta di quanto Valentina potesse immaginare: quindici, sedici, diciassette, diciotto. Con ogni anno la ragazza vedeva più chiaramente ciò che prima era velato dallinnocenza infantile.

La madre non lavorava affatto. Si svegliava a pranzo, si faceva una tazza di tè, si accoccolava davanti al televisore e rimaneva lì fino a sera. Valentina tornava a casa da scuola e trovava lappartamento sporco, piatti impilati sul lavandino, polvere sui mobili, biancheria non lavata.

«Mamma, perché non lavi neanche i piatti?»
«Sono stanca, ho mal di testa.»
«Sei stata tutta la giornata a casa!»
«Mi vuoi insegnare a fare qualcosa?», sbuffò Stefania, trasformandosi in una bambina offesa. ­ «Sono tua madre!»

Valentina imparò a tacere. Imparò a tornare da scuola e subito a occuparsi delle faccende domestiche: cucinare, pulire, lavare. Nei weekend faceva le riviste a Porta Napoli, guadagnando trecento euro a turno, poi trovò un lavoro serale in un bar come cameriera.

Il denaro finiva per spesa, bollette e bisogni minimi. La madre tendeva la mano per unaltra bustarella, arricciando il naso se la somma le sembrava insufficiente.

«Devi guadagnare di più, Alessia. Non abbiamo abbastanza soldi.»
«Mamma, sto ancora studiando. Lavoro quindici ore a settimana.»
«E allora? A quelletà io ero già sposata.»

Valentina si mordeva le labbra finché non sanguinava. Sì, sposata, con un uomo che la manteneva mentre lei era sul divano.

Dopo la scuola Valentina si iscrisse alluniversità per corrispondenza, perché luniversità a tempo pieno era fuori portata. Dovette lavorare ancora più intensamente. Entrò in un ristorante con mance migliori; le gambe tremavano alla fine del turno, la schiena bruciava, ma continuava. Che altro poteva fare?

«Prepara qualcosa di buono per cena», diceva Stefania senza distogliere lo sguardo dallo streaming. ­ «Mi sono stancate le tue maccheroni.»
«Mamma, tra mezzora devo andare al lavoro.»
«Fai in fretta. Io passo il giorno intero sola, almeno regalami un pasto decente.»

Valentina faceva il brodo di carne alle cinque e mezza del mattino, lo lasciava sul fuoco e andava al lavoro. La madre lo riscaldava a pranzo, poi tornava al televisore senza nemmeno lavare il piatto.

Un giorno, al ristorante, Valentina chiacchierò con lamministratrice, Olga.

«Senti, tua madre non vuole venire a farci la femme de ménage?», chiese Olga. ­ «Abbiamo appena una posizione libera. Paghiamo bene, orari flessibili.»

Valentina sgranò gli occhi.

«Sul serio? Sarebbe fantastico!»
«Dammi il suo numero, chiamo subito.»

A casa Valentina accennò timidamente a quellopportunità. Stefania fece una smorfia, come se la figlia le avesse portato una pesca marcia.

«Femme de ménage? Sei seria?»
«Mamma, è un lavoro normale. Pagano bene e lorario è comodo.»
«Non laverò i pavimenti!»
«Ma non riusciamo a sbarcare il lunario! Se solo tu dessi una mano»
«Sono stanca a casa!», alzò la voce Stefania, trasformandosi in un’ululata ultrasonica. ­ «Ho lipertensione!»
«Lipertensione è perché non ti muovi affatto!»
«Come ti rivolgi a me? Ti ho partorita, e tu»

Valentina serrò i pugni, le unghie affondarono nei palmi. «Ti ho partorita» divenne il suo nuovo scudo.

Olga alla fine riuscì a convincere Stefania a presentarsi al colloquio. La madre accettò, perché Valentina la teneva con lo sguardo di un falco, non lasciandola rifiutare. Una settimana dopo iniziò a lavorare, tornando a casa con il viso imbronciato, disgustata quando si parlava di pulizie.

«È un incubo! Sporco ovunque! Vogliono che pulisca tutto!»
«Mamma, sei una donna delle pulizie. È il senso del lavoro.»
«Mi fa male la schiena, le gambe mi gonfiano.»

Allottavo giorno Stefania non si presentò. Spense la sveglia e dormì fino a pranzo. Olga le chiese scusa per il licenziamento.

«Lara, scusa. Pensavo che»
«Va bene, grazie lo stesso per aver provato.»

La seconda volta Valentina trovò alla madre un posto come commessa al chiosco di verdure. Il gestore cercava qualcuno per la serata. Stefania accettò, ma dopo tre giorni tornò con la denuncia che faceva freddo, i clienti erano scortesi, il salario scarso.

«Mamma, non sei neanche arrivata alla prima paga!»
«Non posso! Non posso, capisci? È difficile! Ho lipertensione!»

Una ondata di furia travolse Valentina; corse sul balcone e vi restò per venti minuti, respirando laria gelida.

Non capisci? Lei lavorava dodici ore al giorno, studiava, teneva su tutta la casa. E ora non capisce?

Le liti non cessavano. Stefania chiedeva più soldi, cibo migliore, vestiti nuovi. Valentina cercava di spiegare che non poteva guadagnare di più.

«Allora trova un altro lavoro!»
«Mamma, ho gli esami! Dormo cinque ore!»
«Io non dormivo neanche a ventanni.»
«Ti sei sposata giovane! E ora ti giri sul divano!»

Stefania lanciava piatti, tazze, telecomandi; Valentina schivava, sentendo crescere dentro di sé unindifferenza assordante. Aveva venti anni, appena venti, e già si sentiva un cavallo affaticato che trasporta un carico troppo pesante.

Una sera, dopo un turno particolarmente estenuante, Valentina tornò a casa e trovò la madre in cucina circondata da sacchetti vuoti della spesa.

«Hai comprato una torta?», chiese Valentina, fissando il grande dolce cremoso sul tavolo.
«Sì, mi è venuta voglia di dolce.»
«A mille e cinquecento euro? Mamma, con quei soldi potremmo farcela per una settimana!»
«Sono i miei soldi! Tu me li hai dati!»
«Li ho dati per il cibo! Per la pasta, per la carne!»
«Non urlare!», incrociò le braccia Stefania, spostando il mento in avanti. ­ «Sono stanca delle tue pretese! Lavora di più se ti mancano i soldi!»

Valentina rimase immobile, le orecchie ronzavano.

«Basta», sussurrò, stringendo i denti.
«Cosa?», sbatté Stefania, fissandola con occhi di acciaio.
«Non ti darò più un centesimo. Ho bisogno dei soldi per il trasporto, per luniversità, per»
«Per te stessa, ovviamente! Egoista! Ti ho cresciuta, ti ho sacrificata, e tu?», sbottò la madre.
«Non hai sacrificato nulla!», esplose Valentina. ­ «Stavi sul divano mentre papà lavorava! Stavi sul divano quando è sparito! E continui a stare sul divano mentre io lavoro!»

Valentina si girò e corse nella sua stanza, sbattendo la porta. Si sedette sul letto, le mani tremanti, aprì il portale di lavoro online e iniziò a cercare offerte in altre città. E allora capì: poteva partire. Bastava prendere la valigia e andare.

Le due settimane successive furono un velo di nebbia. Valentina raccoglieva documenti, cercava un affitto, negoziava un lavoro da homeoffice in un callcenter del Veneto. La madre rimaneva ignara, immersa in unaltra puntata di serie TV e nei suoi lamenti.

Lultima notte Valentina quasi non dormì. Mise in una borsa ciò che serviva: vestiti, documenti, laptop. Sul tavolo della cucina lasciò un biglietto: «Ho capito perché papà è andato via. Colpa tua. Ora è il mio turno.»

Stefania dormiva quando Valentina chiuse silenziosa la porta dellappartamento e si diresse verso la stazione degli autobus. Si sentiva al contempo traditrice e prigioniera liberata.

Il primo squillo del telefono arrivò tre ore dopo.

«Dove sei?», tremò la voce di Stefania. ­ «Dove sei finita?»
«Me ne sono andata, mamma.»
«Come? Dove?»
«In unaltra città. Devo ricominciare da sola.»
«Non ne hai il diritto!», urlò la madre, così forte da far allontanare il telefono. ­ «Sono tua madre! Devi mantenere me!»
«No. Non devo.»
«Torna subito! Non puoi abbandonarmi!»
«Posso.»
«Sei come tuo padre! Egoista!»

Valentina spense il telefono, bloccò il contatto e mise le cuffie a tutto volume per coprire le voci nella sua testa.

La nuova città laccoglieva sotto una pioggia leggera e un vento freddoloso. La stanza in un dormitorio era minuscola: letto, scrivania, armadio. Ma era il suo spazio.

Valentina si sistemò sul letto. Da qualche parte, nella vita passata, rimaneva il padre che era fuggito quando aveva quattordici anni, e la madre che laveva trasformata in una mucca da latte.

Perdonarli? No. Non poteva perdonare il padre per averla lasciata con la madre. Se aveva visto che tipo di moglie era, perché laveva abbandonata? Perché non aveva portato via la figlia?

Perdonare la madre? No. Per anni aveva usato la figlia come sostituto del sostentatore mancante.

Valentina non aveva più una famiglia, ma aveva qualcosa di nuovo: il diritto di vivere come voleva, senza sentirsi in colpa per ogni centesimo speso per sé.

Si asciugò le guance bagnate, accese il laptop. Domani iniziava una nuova vita: difficile, spaventosa e piena di incognite, ma soprattutto libera.

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