**Diario di un uomo, 65 anni**
A 65 anni, mi ritrovo davanti a una domanda amara: i nostri figli, per cui io e mia moglie abbiamo sacrificato tutto, ci hanno davvero scartati come oggetti inutili? Tre figli a cui abbiamo dato gioventù, energie, e ogni ultimo centesimohanno preso tutto e se ne sono andati, senza nemmeno voltarsi. Mio figlio non risponde al telefono, e mi chiedo: nessuno di loro ci porterà un bicchiere dacqua quando saremo troppo vecchi? Questa domanda mi trafigge il cuore come un coltello, lasciando solo vuoto.
Mi sono sposato a 25 anni, in un paesino vicino a Firenze. Mia moglie, Sofia, era la mia compagna di classe, una romantica testarda che per anni ha cercato la mia attenzione. Si è iscritta alla stessa università solo per starmi vicino. Un anno dopo un matrimonio semplice, è rimasta incinta. Nacque la nostra prima figlia. Io lasciai gli studi per lavorare, mentre lei prendeva un anno sabbatico. Tempi durilavoravo in cantiere dallalba al tramonto, e lei imparava a essere madre mentre studiava per gli esami. Due anni dopo, unaltra gravidanza. Dovette passare alle lezioni serali, io accettai turni extra per mantenerci.
Resistemmo, nonostante tutto, e crescemmo due figli: la maggiore, Beatrice, e il nostro maschio, Matteo. Quando Beatrice iniziò la scuola, Sofia trovò finalmente un lavoro stabile. La vita migliorò: trovai un impiego fisso con uno stipendio dignitoso, sistemammo casa. Ma appena respirammo, scoprimmo che aspettavamo un terzo figlio. Un colpo. Lavorai il doppio per tirare avanti, mentre Sofia rimase a casa con la piccola Giulia. Non so come ce la facemmo, ma passo dopo passo, ritrovammo lequilibrio. Quando Giulia iniziò le elementari, per la prima volta mi sentii sollevatocome se mi fosse caduto un macigno dalle spalle.
Ma le prove non finirono. Beatrice, appena iscrittasi alluniversità, annunciò che si sposava. Non la scoraggiammoanche noi ci sposammo giovani. Matrimonio, aiuto con la casaci prosciugarono i risparmi. Poi Matteo volle un appartamento. Come dire di no? Chiedemmo un mutuo e glielo comprammo. Fortuna vuole che trovò lavoro in unazienda importante, e tirai un sospiro di sollievo. Giulia, però, al liceo, ci sconvolse con il sogno di studiare allestero. Un colpo al portafoglio, ma stringemmo i denti, raccogliemmo i soldi e la mandammo oltreoceano. Partì, e noi restammo in una casa vuota.
Con gli anni, i figli si fecero sempre più rari. Beatrice, pur vivendo nella nostra città, passava ogni sei mesi, declinando ogni invito. Matteo vendette lappartamento, ne comprò uno a Milano, e tornò ancora menouna volta allanno, se andava bene. Giulia, dopo la laurea, rimase allestero. Demmo loro tuttotempo, salute, sognie alla fine diventammo invisibili. Non chiediamo soldi o aiutoDio ce ne scampi. Vogliamo solo un briciolo di calore: una chiamata, una visita, una parola gentile. Ma neanche quello. Il telefono tace, la porta non si apre, e dentro di me cresce un freddo silenzio.
Ora siedo, guardando la pioggia autunnale fuori dalla finestra, e penso: è tutto qui? Dopo aver dato ogni respiro ai nostri figli, siamo condannati alloblio? Forse è ora di smettere di aspettare che si ricordino di noi, e voltarci verso noi stessi. A 65 anni, io e Sofia siamo a un bivio. Davanti a noi, lignotoma oltre lorizzonte, forse, brilla la speranza di una felicità nostra, non altrui. Per una vita intera ci siamo messi ultimi, ma non meritiamo anche noi un briciolo di gioia? Voglio credere di sì. Voglio imparare a vivere di nuovo, per noi due, finché i nostri cuori battono.
La lezione? Forse lamore per i figli non deve annullare lamore per sé stessi. E se la felicità non arriva da loro, dobbiamo avere il coraggio di cercarla altrove.






