La cosa più importante
La febbre di Caterina salì così in fretta che pareva impossibile. Il termometro indicava 40,5, poi le convulsioni iniziarono quasi subito. Il corpo della bambina si inarcava con tale violenza che Irene rimase immobile un istante, incredula, poi corse dalla figlia, trattenendo a fatica il tremito.
Caterina iniziò a schiumare dalla bocca, annaspava, come se qualcuno la stesse strangolando dall’interno. Irene cercava di aprirle la boccale dita scivolavano, non obbedivanoma alla fine ci riuscì. Allimprovviso il corpicino di Caterina si rilassò del tutto, sprofondando nellincoscienza. Cinque, forse dieci minuti, nessuno avrebbe saputo dire con certezza; il tempo passava non a secondi, ma a battiti di cuore scanditi nelle tempie di Irene.
Non distoglieva mai gli occhi, assicurandosi che la lingua non ostruisse il respiro, sorreggeva la testa di Caterina mentre le convulsioni la scuotevano come scariche di corrente. Per Irene, esisteva una sola cosa: Caterina doveva ricominciare a respirare. Doveva tornare.
Gridavaverso la cucina, le pareti, nel vuoto e verso il cielo. Urlava dentro al telefono 118 il nome della figlia con una disperazione così forte che pareva volerla trattenere in vita a forza di voce.
Quando chiamò Massimo, piangendo e singhiozzando, riuscì solo a sussurrare:
Caterina Caterina ha rischiato di morire
Ma allaltro capo, Massimo capì solo una parola, breve e tremenda: morta.
Sentì uno strappo al petto, il dolore acuto come una lama infuocata. Le gambe si piegarono, e lentamente, quasi senza suono, scivolò dalla poltrona al pavimento, come un uomo che improvvisamente ha esaurito tuttoforze, pensieri, futuro.
Cercavano di rialzarlo, di sorreggerlo, qualcuno gli avvicinava delle gocce, dellacqua, qualcun altro lo accarezzava sulla schienatutti dicevano parole di conforto, ma si infrangevano contro la disperazione di Massimo come onde contro uno scoglio.
Non riusciva a riprendersi. Le dita tremavano in preda ai crampi, il bicchiere batteva sui denti, e dalla gola uscivano solo frammenti confusi, come ingranaggi rotti:
C-ca… te… ri… na… mo… morta…
Le labbra livide, il respiro spezzato, le mani senza forza.
Il capo, Vittorio Benetti, non perse un attimo: sollevò Massimo sotto le braccia e quasi lo trascinò nel suo grande SUV. La portiera si richiuse così di scatto che tutto dentro risuonò deco.
Dove? Dove andiamo?! urlava cercando di scuotere la coscienza di Massimo.
Lui sedeva lì, come accecato, con gli occhi spalancati e vuoti. Rimase così per alcuni secondi, sospeso tra il reale e lincubo.
Lospedale pediatrico comunale sussurrò infine, come se ogni parola uscisse dalla gola a fatica, tra dolore e terrore.
Lospedale era lontanotroppo lontano per chi aveva appena sentito la peggiore delle notizie. Vittorio Benetti affondò il piede sullacceleratore; il SUV saltava da una corsia allaltra, i semafori erano solo colori sfocati. Rosso, verdenon importava.
A un incrocio sbucarono dimprovviso davanti a un grande fuoristrada nero che parve spuntare dal nulla.
Li separavano solo pochi centimetri dallimpatto. Vittorio Benetti girò di colpo, lauto sbandò, le gomme urlarono, scintille si sprigionarono dai freni.
Il secondo SUV sfrecciò via, lasciando dietro lodore acre della gomma bruciata e la sensazione che la morte fosse appena passata così vicino da sfiorarli.
Massimo non se ne accorse.
Le lacrime riversate senza sosta. Era piegato in avanti, il pugno sulle labbra per non piangere a voce alta.
E poi una scintilla di memoria. Come qualcuno che facesse scorrere un film nel suo cervello.
Caterina aveva tre anni. Unangina tremenda, il termometro segnava cifre che gelavano il sangue. Lambulanza fece uniniezione, consigliarono le supposte.
La piccola Caterina in piedi sul letto, la pigiama con i coniglietti, rossa e madida di lacrime. Irene la convinceva da mezzora. Caterina singhiozzava, si sfregava gli occhi, alla fine si arrese e disse mesta:
Va bene, basta che non la accendi!
Massimo quasi si accasciò dal ridere. Pochi giorni prima erano andati in chiesa, e lei aveva notato che le candele si accendono.
Vittorio guidò sul vialelungo, illuminato dalla luce dei lampioni, gelido come una lama.
E la memoria colpì ancora.
Dopo un paio di settimane, Caterina si arrampicava sullarmadio grande della camera. Una piccola scimmietta, agile e ribelle. Era quasi sotto al soffitto e strillava con orgoglio.
Ma larmadio iniziò a inclinarsi, lento e minaccioso. Boom. Il mobile cadde. Irene gridò, Massimo si lanciò avanti, ma troppo tardi. Il tonfo squarciò il silenzio della casa.
Caterina si salvò. Lividi, lacrime, spavento e una grossa tavoletta di cioccolato con cui cercarono di calmare il pianto.
Appena vide il cioccolato, Caterina si trasformò come se qualcuno avesse premuto un interruttore. Smise di piangere, si soffiò il naso e domandò:
Posso averne due?
Il cioccolatoera il suo bottone demergenza per la felicità.
Massimo pensò che se nelle corsie dospedale regalassero cioccolato, forse lumanità avrebbe già scoperto limmortalità.
Poi
La quiete serale in casa, la lampada che diffonde una luce soffusa.
Irene dice:
Domani andiamo in chiesa. Accendiamo una candela per la salute.
E Caterina, serissima:
Nel sedere, vero?
Irene si coprì il viso, Caterina li osservava con la sua aria: Beh, vi decidete o no a smettere di ridere?
E proprio quella frase buffa, ora, colpiva Massimo al cuore.
Perché era in quelle piccole assurdità che viveva lo spirito di Caterina.
La sua vita.
Il capo riuscì a portare Massimo allospedale. Arrivarono di scatto, come se la macchina stessa temesse di indugiare.
– Caterina è viva, – fu la prima cosa che gli dissero, – lhanno portata subito in rianimazione, i medici non parlano da ore.
Fecero entrare Irene. A Massimo non restava che aspettare e pregare
—–
Era luna di nottequando il mondo sembra fermo, sospeso in uninfinita solitudine. Massimo alzò lo sguardo e trovò la finestra al secondo piano dove la sua bambina lottava per vivere.
Come in una scena di un film che fa paura, apparve Irene alla finestra. Rimaneva ferma, le mani lungo i fianchi, lo sguardo fisso verso di lui, dritto attraverso il vetro. Nessun gesto, nessun respiro, nemmeno una mano al telefono.
Agitò la mano verso di lei, come per scacciare la paura che li univa. Chiamònon rispose. Solo lo guardava, come unombra, lo spettro di un amore che se si muove rischia di sparire.
Il telefono squillò di colpo. Breve, secco.
Dissero soltanto:
Entrate.
E riattaccarono.
Il terrore lo avvolse denso come il miele. Provò ad alzarsile gambe non rispondevano. Sembrava che la terra stessa lo tenesse fermo, per impedirgli di sentire la notizia che temeva.
Sapeva che doveva entrare, ma la paura lo paralizzava.
In quel momento uscì uninfermiera. Giovane, stanca, con i Crocs consumati. Si diresse verso di lui.
Massimo la guardava e dentro di sé tutto crollò.
Tutto. Fine. Ora parlerà.
Lei si avvicinò, si chinò un po e disse, con voce chiara e tranquilla, quasi come una sentenza luminosa:
Vivrà. Il peggio è passato
Il mondo sbandò.
Le labbra tremavano, ormai estranee, senza volontà, come se non fossero sue. Riusciva a malapena a muoverle, a dire grazie, o solo Dio, magari a respirare con normalità. Ma dalla bocca uscivano solo smorfie; le mani tremavano, e le lacrimecalde, verescorrevano sul viso.
—–
Dopo quella notte, molte cose persero senso per Massimo.
Non temeva più di perdere il lavoro. Non aveva più paura del ridicolo, della goffaggine, dello smarrimento.
Lunica cosa che davvero contava era il ricordo di quella notte. La consapevolezza che il mondo può svanire in un istante. Che una persona per cui daresti tutto può sparire in un respiro
Tutto il resto smise di avere peso.
Come se ci fosse una linea sottile tracciata dalla paura, a dividere il mondo di Prima e quello di Dopo.
Tutte le altre paure si dissolvettero nel nulla, lasciando spazio solo a ciò che è davvero importante: amare, ricordare, ringraziare ogni giorno e ogni respiro.
Perché la vita si misura nella luce che lasciamo nel cuore degli altri, e ogni momento, anche il più semplice, può essere un dono destinato a non tornare.






