Sotto consiglio della madre, il marito portò la moglie afflitta dalla malattia in una zona remota Un anno dopo, tornò solo per i suoi soldi.
Quando Valentina sposò Arturo, aveva appena ventidue anni. Giovane, splendente, con occhi grandi e il sogno di una casa dove lodore delle torte appena sfornate riempisse laria, dove si sentissero risate di bambini e tutto fosse avvolto dal calore. Credeva fosse il suo destino. Lui era più anziano, riservato, di poche parolema nel suo silenzio, Valentina trovò una roccia. Così pensava, allora.
La suocera la guardò con diffidenza fin dal primo giorno. Il suo sguardo diceva tutto: “Tu non sei degna di mio figlio.” Valentina si sforzò con tutte le sue forzepuliva, cucinava, si adattava. Ma non era mai abbastanza. Il minestrone era troppo liquido, stendeva i panni nel modo sbagliato, guardava il marito con troppo amore. Ogni cosa irritava la suocera.
Arturo taceva. Era cresciuto in una famiglia dove la parola della madre era sacra. Non osava opporsi, e Valentina sopportava. Anche quando si sentiva debole, quando perdeva lappetito, quando alzarsi dal letto era una faticaattribuiva tutto alla stanchezza. Mai avrebbe immaginato che dentro di lei si annidasse qualcosa di maligno, di inguaribile.
La diagnosi arrivò allimprovviso. Stadio avanzato. Inoperabile. I medici scuotevano solo la testa. Quella notte, Valentina pianse nel cuscino, nascondendo il dolore al marito. Al mattino sorrise di nuovo, stirò camicie, preparò il pranzo, sopportò le critiche della suocera. Arturo si allontanava sempre più. Non la cercava più con lo sguardo, la sua voce era diventata fredda.
Un giorno, la suocera entrò nella sua stanza e sussurrò:
“Sei ancora giovane, hai tutta la vita davanti. Lei è solo un peso. Che senso ha? Portala in campagna, da zia Donata. Lì cè silenzio, nessuno ti giudicherà. Potrai riposarti. Poi ricomincerai.”
Il marito non rispose. Ma il giorno dopo, in silenzio, fece le valigie, aiutò Valentina a salire in macchina e partirono verso lentroterradove le strade finiscono e il tempo scorre più lento.
Per tutto il viaggio, Valentina tacque. Niente domande, niente lacrime. Sapeva la verità: non era la malattia a ucciderla, ma il tradimento. La loro famiglia, il loro amore, le speranzetutto era crollato quando lui aveva acceso il motore.
“Qui avrai pace,” disse il marito mentre scaricava le valigie. “Sarà più facile così.”
“Tornerai?” sussurrò lei.
Non rispose. Solo un cenno del capo, poi partì.
Le donne del paese le portavano da mangiare, zia Donata passava ogni tantoper vedere se fosse ancora viva. Valentina rimase a letto per settimane. Poi per mesi. Guardava il soffitto, ascoltava la pioggia sul tetto, osservava dal finestrino gli alberi piegarsi al vento.
Ma la morte non aveva fretta.
Passarono tre mesi. Poi sei. Un giorno arrivò in paese un giovane infermiere. Aveva uno sguardo caldo, era gentile. Cominciò a farle visita, le somministrava flebo, le dava medicine. Valentina non chiedeva aiutosemplicemente non voleva più morire.
E accadde il miracolo. Prima poco a pocosi alzò dal letto. Poi uscì sulla veranda. Più tardi arrivò fino al negozio. La gente si meravigliava:
“Stai meglio, Valentina?”
“Non lo so,” rispondeva. “Voglio solo vivere.”
Passò un anno. Unauto arrivò al paese. Ne scese Arturo. Grigio, teso, con dei documenti in mano. Parlò prima con i vicini, poi si avvicinò alla casa.
Sulla veranda, avvolta in una coperta, con una tazza di tè tra le mani, cera Valentina. Con le guance rosee, viva, gli occhi chiari. Arturo si bloccò.
“Tu sei viva?”
Valentina lo fissò con calma.
“Ti aspettavi altro?”
“Credevo che tu”
“Fossi morta?” completò lei. “Quasi. Ma era quello che volevi, no?”
Arturo tacque. Il silenzio diceva più di mille parole.
“Volevo davvero morire. In quella casa, col tetto che perdeva, con le mani gelate, senza nessuno accantolì volevo finirla. Ma qualcuno venne ogni sera. Qualcuno che non aveva paura della tormenta, che non chiedeva gratitudine. Faceva semplicemente il suo dovere. Tu invece mi hai abbandonata. Non perché non potessi restarema perché non volevi.”
“Ero confuso,” sussurrò Arturo. “Mia madre”
“Tua madre non ti salverà, Arturo,” la voce di Valentina era dolce, ma ferma. “Non davanti a Dio, né davanti a te stesso. Prendi i tuoi documenti. Non avrai un centesimo. La casa lho lasciata alluomo che mi ha salvato la vita. Tu tu mi hai sepolta. Da viva.”
Arturo rimase a testa bassa, poi tornò allauto senza dire una parola.
Zia Donata lo guardò dalla soglia.
“Vattene, figliolo, e non tornare più.”
Quella sera, Valentina sedette alla finestra. Fuori, silenzio. Dentro, pace. Pensò a quanto fosse strano il destino: a volte non è la malattia a ucciderti, ma la solitudine. E non è la medicina a guarirti, ma un semplice gesto umano, una parola calda, la cura di chi non hai nemmeno chiesto.
Una settimana dopo la partenza di Arturo. Non disse nullasemplicemente se ne andò. Valentina non pianse. Era come se qualcosa dentro di lei si fosse spezzatola parte del cuore dove ardeva ancora un briciolo damore per lui. Rimase solo un silenzio sordo, come dopo una tempesta nel bosco: tutto era calmo, ma leco del vento vibrava ancora nellaria. Andò avanti, lasciandosi il passato alle spallelamore, il matrimonio, il tradimento.
Ma il destino aveva altri piani.
Un giorno uno sconosciuto si fermò sulla verandagiacca nera, valigetta consunta in mano. Non era linfermiere, ma un giovane notaio del capoluogo. Chiese se quella fosse la casa di Valentina Rossi.
“Sono io,” rispose cauta.
Il notaio le porse una cartella con dei documenti.
“Lei ha un testamento. Suo padre è deceduto. Secondo i documenti, lei è lunica erede di un appartamento in città e di un conto bancario. Una somma considerevole.”
Valentina si bloccò. Un pensiero le attraversò la mente: “Io non ho un padre.” Luomo che se nera andato quando aveva tre anni non era mai stato presente. E ora le lasciava tutto?
“Ma legalmente risulta come suo padre,” aggiunse il notaio.
La giornata passò come in una nebbia. Per la prima volta dopo un anno, Valentina prese il telefono e chiamò la sua vecchia amica Nina, che viveva ancora in città.
“Valentina?! Sei viva? Credevamo Arturo ha detto che eri morta! Hanno perfino fatto un funerale!”
Il cuore di Valentina si fermò un attimo.
“Un funerale?”
“Sì. Lha organizzato lui. Diceva che eri morta tra atroci sofferenze. Un mese dopo ha venduto il vostro appartamento. Diceva






