Un angelo peloso
12 settembre
Oggi, mentre tornavo a casa per le vie tranquille di Torino, mi sono trovato ancora una volta faccia a faccia con quel gigantesco cane che ormai compare tutte le sere sulla strada di casa mia. Sedeva in mezzo al marciapiede, impassibile e fiero, con lo sguardo fisso su di me e le orecchie attente a ogni rumore.
Buon cane, bravo… ho mormorato con un filo di voce, senza distogliere lo sguardo e mantenendomi calmo, come se bastasse sussurrare in dialetto piemontese per esorcizzare la paura. Fin da bambino, in verità, ho sempre avuto paura dei cani, anche dei più piccoli barboncini accucciati tra le braccia delle signore perbene sotto i portici di via Po.
Quel timore irragionevole mi aveva colto quando avevo solo quattro anni e papà e mamma mi avevano portato a trovare la nonna a Bardonecchia. Il vicino allevava cani, uno più grande dell’altro. Quel giorno nel cortile era scivolato un cucciolo irresistibile, e il piccolo Matteo curiosissimo, quale sempre ero, lo aveva preso fra le braccia senza pensarci troppo. Feci giusto pochi passi, e una grossa lupa, la madre del cucciolo, mi sbarrò la strada, inarcando il dorso, mostrando i denti e ringhiando a bassa voce. Bloccato dalla paura, sentii il terrore gelido serpeggiare lungo la schiena, e quella scena mi rimase impressa per tutta l’infanzia.
Da allora sono passati molti anni, ma la paura dei cani non è mai del tutto svanita. E adesso, proprio davanti a me, era tornato quel colosso peloso che da qualche settimana sembra essere diventato il mio angelo custode silenzioso. Ho scelto di aggirarlo, scivolando contro il muro, ma dopo pochi passi, con la coda dell’occhio, lho rivisto, sempre a distanza, seguire il mio cammino. Non si avvicinava mai troppo, camminava alcuni metri dietro di me, quasi volesse farmi capire che capiva la mia diffidenza.
Che bestia intelligente borbottavo tra i denti, lanciandogli uno sguardo ogni tanto. Ma chi se ne prende cura? E il padrone, dovè finito?
Appena arrivato davanti al portone di casa in via Cibrario, ho accelerato il passo, timbrato il badge ed è bastato un battito di ciglia per chiudere la porta alle sue spalle. Il cane restava là, seduto sul marciapiede. Non tentava mai di entrare, ma mi fissava con uno sguardo perspicace e sereno, come a volermi rassicurare che sarebbe rimasto di guardia.
Dentro casa regnava la pace: solo il brusio lontano della città filtrava dalla finestra. Preso dalla curiosità, mi sono affacciato per vedere: la figura pelosa era ancora lì. Quando si è accorto che lo stavo osservando, ha scodinzolato appena, poi si è incamminato via con passo calmo. Finalmente, quel giorno, sono riuscito a respirare di sollievo.
Da allora, il nostro incontro è diventato una sorta di rituale. Ogni sera, al rientro dal lavoro, il cane sbuca da dietro langolo e percorre il resto del tragitto con me. Allinizio manteneva le distanze, poi, con il passare dei giorni, ha iniziato ad accorciare le distanze, fino a procedere quasi al mio fianco. La mia paura di lui, invece, giorno dopo giorno è scivolata via, mitigandosi. Sentivo sì la tensione, ma il panico si è ridotto, lasciando spazio a una curiosità prudente.
Ho cominciato a notare altri dettagli di lui: la falcata dignitosa, le orecchie rilassate, lo sguardo penetrante ma non più minaccioso. Una sera ho deciso che meritava un nome: lho chiamato Pluto, come il cane dei cartoni ma con la dignità di un antieroe classico.
Pluto ho sussurrato, sorridendo imbarazzato tra me e me.
Sorprendentemente, ha reagito subito: al mio invito ha girato la testa, come se avesse capito che quello era ormai il suo nome. Mi ha strappato un sorriso sincero.
Il mio lavoro di project manager in una piccola agenzia pubblicitaria in centro mi prosciuga ogni energia tra riunioni, telefonate e clienti esigenti. La sera torno esausto, con un solo desiderio: togliermi le scarpe, farmi un buon tè e sprofondare davanti a una serie Netflix. Ma ora, il percorso verso casa ha assunto, grazie a Pluto, un sapore nuovo. La sua presenza discreta mi tranquillizza più di ogni medicina.
A volte rallento il passo, persevero il coraggio e lo osservo. Lui risponde guardandomi calmo come se capisse che la fiducia va costruita, piano piano. Così, tra uno scambio di sguardi, la paura comincia a lasciare posto a un rispetto sincero, e a una strana, sottile serenità.
Un venerdì di settembre, una giornata particolarmente pesante, era già buio quando uscii dallufficio. Intorno a me Torino stava cambiando pelle: le foglie dei platani sul corso vibravano di malinconica freschezza e unaria pungente avvolgeva la città. Ma quella sera Pluto non cera.
Vuoi vedere che gli è successo qualcosa? pensavo tra me, accelerando il passo, col cuore già un poco più in gola. Magari il padrone lha ripreso, magari sè perso per sempre
Più mi avvicinavo a casa, più mi sentivo vulnerabile. Ero quasi al bivio di via Garibaldi quando, da un vicolo oscuro, sbucò una voce di uomo:
Ciao, bella, ci conosciamo?
Suonava tutto molto torinese, ma quello sguardo non lasciava spazio alle battute ironiche. Sentivo la tensione salire e provai ad allungare il passo senza guardarlo. Ma sentii subito la sua mano afferrarmi con forza il braccio.
Parlo con te, non farmi il furbo! si avvicinò, col fiato pesante di vino cattivo.
In quel momento, vidi la lama di un coltello brillare sotto i lampioni. Il panico mi bloccava il respiro.
Ed è stato allora che il silenzio serale è stato squarciato dal latrato avvertito di Pluto. Luomo si voltò di scatto: una massa pelosa gli si avventò contro e lo buttò a terra, chiudendo con la bocca la sua mano armata. Il coltello cadde e io lo cacciai subito via con un calcio tra la siepe.
Bravo Pluto, tienilo docchio mormorai col cuore in gola, mentre chiamavo il 112. Non fargli scappare!
Il cane eseguiva come un vero mastino: seduto, gli occhi fissi sullaggressore, non sbagliava un colpo ogni suo tentativo di alzarsi veniva subito scoraggiato da un ringhio minaccioso. Solo con larrivo dei carabinieri e le manette, Pluto si calmò. Mi venne incontro, poggiando il muso pesante sulle mie ginocchia.
Mi sentivo sfinito ma anche incredibilmente sollevato. Ho abbracciato Pluto e finalmente mi sono lasciato andare a una lacrima. Quella sera è cambiato tutto: Pluto da allora è diventato il mio compagno inseparabile.
Lho portato nella mia casa, lho sistemato con una coperta accanto alla finestra del soggiorno e da quel giorno la sua presenza ha riempito un vuoto che nemmeno sapevo di avere.
Le prime notti, Pluto gironzolava diffidente per casa, annusava mobili e tappeti, tendeva le orecchie ad ogni rumore. Gli ho comprato una cuccia imbottita, una ciotola robusta, giochi nuovi. Con pazienza, gli ho dato il suo tempo per adattarsi. Si è scelto il suo posto preferito: vicino alla porta dingresso, con vista sulla strada, così da poter tenere tutto sotto controllo.
Verso sera, uscivamo insieme nel parco di piazza Statuto. Io camminavo lentamente, Pluto mi seguiva senza fretta, talvolta si fermava ad annusare unaiuola. La sua compagnia era diventata la mia più grande sicurezza. Così, passo dopo passo, la paura lasciava posto alla gioia. A volte mi sedevo sulla panchina e Pluto mi si accoccolava accanto, mettendomi il muso sulle gambe, tranquillo.
Un mattino ho notato che Pluto era strano: non mi veniva incontro, evitava il cibo, mostrava uno sguardo spento. Chiamai subito il veterinario la dottoressa Mancini arrivò il giorno stesso e, dopo una visita accurata, mi rassicurò:
Nulla di grave, è solo un piccolo malessere dovuto a una vecchia infezione, forse presa vagabondando. Bastano un po dantibiotici e tanto affetto.
Seguii meticolosamente le sue istruzioni, mescolando le pillole con il prosciutto e controllando che avesse sempre acqua fresca. Pluto mi ringraziava lambendo la mano, con quegli occhioni che sembravano parlare.
In pochi giorni tornò in forma. Ritrovò lentusiasmo, giocava, correva di nuovo per casa, e ogni sera mi aspettava dietro la porta, felice come solo i cani sanno essere.
Con il tempo, abbiamo trovato la nostra routine. Imparai a cucinare per Pluto pappe sane, lo iscrissi a un corso di addestramento dove apprese a sedersi, a dare la zampa, a seguirmi al fischio. Nei fine settimana, andavamo ancora insieme nel parco: Pluto correva felice tra gli altri cani o si fermava a fiutare le panchine. Io lo osservavo con orgoglio, sentendo crescere dentro un senso di appartenenza e protezione che non conoscevo.
A volte il passato ritorna. Una sera, tornando a casa, trovai un uomo ad aspettarmi nel cortile del palazzo. Aveva unaria familiare ma affaticata, il soprabito stropicciato.
Buonasera. Sei tu Matteo? chiese con gentilezza. Io sono Giorgio, il padrone di questo cane. Si chiama Pluto.
Rimasi senza parole. Mi spiegò la sua storia: aveva dovuto trasferirsi allestero per mesi, aveva affidato Pluto a un amico che, a causa della vivacità del cane e della scarsa pazienza, aveva finito per lasciarlo girare per le strade. Giorgio lo aveva cercato in lungo e in largo, poi laveva visto, finalmente, al mio fianco, in piazza Statuto.
Volevo solo sapere che stesse bene disse. Vederlo ora con te così sereno, mi fa pensare che hai saputo dargli quello di cui aveva bisogno. Forse è giusto che resti con te.
Lo ringraziai, con una stretta di mano, e lui se ne andò in silenzio.
Mentre rientravo, Pluto mi accolse come sempre, scodinzolando. In quel momento, ho capito che la paura può diventare coraggio, se impariamo a dare nome alle nostre emozioni e ad accogliere chi ci tende la zampa.
Stasera, ripensando a tutto questo, sento che la vita ogni tanto ti regala incontri inaspettati: basta aprire un po’ il cuore, e anche un vecchio timore si trasforma in una fedeltà senza condizioni. Pluto è diventato una parte di me: non solo un cane randagio salvato dalla strada, ma il mio compagno di vita, il mio angelo peloso.
E la lezione di oggi è questa: a volte la protezione arriva dove meno te laspetti e, se impari a fidarti, persino le paure di una vita intera lasciano spazio alla gratitudine.






