Ma chi ti credi di essere per darmi ordini? urlò Giuseppina, lanciando uno straccio sporco addosso alla nuora. In questa casa ci vivi tu, mangi quello che cucino io!
Beatrice si asciugò il viso, serrando i pugni. Sposata da tre mesi, ma ogni giorno era una battaglia.
Lavo i pavimenti, cucino, stiro! Cosaltro volete da me?
Voglio che chiudi quella bocca! Sei una raccattata! Sei arrivata qui con la figlia altrui!
La piccola Loretta sbirciò impaurita da dietro la porta. Quattro anni, e già capiva che la nonna era cattiva.
Mamma, basta! intervenne Marco, rientrando dalle campagne, ancora con la tuta sporca di terra. Che succede ora?
Succede che tua moglie mi risponde male! Le dico che la minestra è troppo salata, e lei mi manca di rispetto!
La minestra va bene, rispose Beatrice, stanca. Lo fate apposta per provocarmi.
Hai sentito? sbottò Giuseppina, puntando il dito contro di lei. In casa mia e mi manca di rispetto!
Marco si avvicinò alla moglie, cingendole le spalle.
Mamma, basta. Beatrice lavora tutto il giorno qui dentro. E tu hai sempre da ridire.
E tu ora ti rivolti contro tua madre? Ti ho cresciuto, dato da mangiare, e mi ripaghi così!
Giuseppina lasciò la cucina sbattendo la porta. Si fece silenzio.
Scusa, sussurrò Marco carezzando i capelli della moglie. Lei con letà è diventata insopportabile.
Marco, forse dovremmo cercare unaltra casa. Anche solo una stanza
Con quali soldi? Faccio il trattorista, non il direttore. Bastano appena per il pane.
Beatrice si aggrappò forte a lui. Era un uomo buono, volenteroso. Solo che la madre era un vero tormento.
Si erano conosciuti a una sagra di paese. Lei vendeva maglieria fatta a mano, lui comprò un paio di calze. Parlarono a lungo; fin da subito le disse che non gli pesava il fatto che avesse una bambina, anzi lui adorava i bambini.
Si sposarono con una festa semplice. Giuseppina, fin dal primo giorno, la nuora non la sopportava. Giovane, bella, laureata in economia, lavorava come contabile. E il figlio? Un umile trattorista.
Nonna, vieni a cena, le disse Loretta, strattonandole la gonna.
Arrivo subito, tesoro.
A tavola Giuseppina si mise in mostra, spingendo via il piatto.
Impossibile da mangiare. Nemmeno ai maiali si cucina così!
Mamma! Marco sbatté il pugno sul tavolo. Basta!
Dico solo la verità! Guarda che brava la Teresa, quella sì che è una donna di casa! E questa qui
Teresa era la figlia di Giuseppina. Viveva in città, tornava una volta lanno. La casa era intestata a lei, anche se non ci metteva mai piede.
Se non vi piace quello che cucino, potete anche cucinare voi, rispose Beatrice in tono calmo.
Come osi! la suocera si alzò in piedi Ti faccio vedere io!
Basta! Marco si mise in mezzo a loro. Mamma, o la smetti subito o ce ne andiamo. Adesso.
E dove andate? In mezzo alla strada? La casa non è neppure vostra!
Era vero. La casa era di Teresa. Loro ci vivevano per grazia ricevuta.
***
Un fardello prezioso
Quella notte, Beatrice non riusciva a dormire. Marco la abbracciava, sussurrandole:
Abbi pazienza, amore. Un giorno prenderò un trattore mio. Farò il lavoro in proprio. Ci compreremo la nostra casa.
Ma è costoso, Marco
Cercherò un usato e lo riparerò. So aggiustare tutto. Devi solo avere fiducia in me.
La mattina dopo, Beatrice si svegliò con un senso di nausea. Corse in bagno. Possibile?
Il test mostrava due linee.
Marco! irruppe in camera Guarda!
Lui, ancora mezzo addormentato, vide il test e improvvisamente la sollevò, girando insieme a lei.
Beatrice! Tesoro! Avremo un bambino!
Abbassiamo la voce, tua madre ci sente!
Ormai troppo tardi: Giuseppina era già sulla soglia.
Che succede qui?
Mamma, aspettiamo un bambino! esultò Marco.
La suocera strinse le labbra.
E dove pensate di farlo crescere? Qui siamo già stretti. Se Teresa viene, vi caccia tutti quanti.
Non ci caccerà! replicò Marco, imbronciato. È anche casa mia!
No, è della Teresa. Te lo sei scordato? Lho intestata a lei. Tu qui sei solo un ospite.
La gioia svanì dun colpo. Beatrice si accasciò sul letto.
Pochi settimane dopo, la tragedia. Sollevando un pesante secchio dacqua, un dolore lancinante, macchie rosse sui pantaloni
Marco! gridò disperata.
Un aborto. I medici dissero: troppo stress, troppo sforzo fisico, urgeva riposo.
Ma in casa di una suocera così?
Beatrice fissava il soffitto della stanza dospedale, in silenzio. Basta. Non ce la faccio più.
Lo lascio, confidò allamica al telefono. Non resisto più.
Bea, ma Marco è buono
Sì, ma con sua madre mi prosciugo.
Marco arrivò dal lavoro, stremato, con un mazzo di fiori di campo.
Bea, perdonami. È colpa mia. Dovevo proteggerti.
Marco, io non posso più stare lì.
Lo so. Farò un prestito. Prenderemo in affitto un appartamento.
Ma non te lo danno, la tua busta paga è troppo bassa.
Ci riesco. Ho già trovato un secondo lavoro in azienda agricola, di notte. Di giorno sto col trattore, la notte mungo le mucche.
Ma ti ammazzerai così!
Per te posso spaccare il mondo.
Beatrice tornò a casa dopo una settimana. Giuseppina la accolse sulla porta:
Non sei riuscita a tenerlo? Lo sapevo io. Sei troppo debole.
Lei la ignorò, passandole accanto senza lacrime.
Marco si spaccava la schiena. Trattore di giorno, stalla di notte. Tre ore di sonno a notte.
Trovo anche io lavoro, disse Beatrice. Cercano una contabile in paese.
Pagano poco.
Ogni euro conta.
E così, ogni mattina portava Loretta allasilo prima del lavoro, la sera la riprendeva, cucinava, stirava. Giuseppina non le dava pace, ma Beatrice aveva imparato a non sentire.
***
Un angolo tutto loro
Marco intanto metteva via ogni euro, sognando il trattore proprio. Finalmente ne trovò uno, vecchio e malridotto. Il proprietario glielo dava quasi regalato.
Prendi il prestito, lo incoraggiò Beatrice. Lo sistemi e lavoriamo in proprio.
E se non funziona?
Funzionerà. Sei un mago a mettere mano ai motori.
Ottenne il prestito. Presero il trattore che, nel cortile, sembrava solo ferraglia.
Che figura! rise Giuseppina Hai buttato i soldi! Da rottamare!
Marco, senza dir niente, cominciò a smontare il motore. Le notti le passava col cacciavite, sotto la lampada tascabile. Beatrice aiutava come poteva.
Vai a letto, sei esausta.
Abbiamo cominciato insieme, finiamo insieme.
Un mese. Due. I vicini ridevano: Il trattorista ha buttato soldi nellimmondizia!
Allalba, finalmente, il trattore si mise in moto. Marco non ci credeva.
Bea! Si è acceso, funziona!
Lei corse fuori, lo abbracciò:
Lo sapevo! Ho sempre avuto fiducia in te!
Primo lavoro: zappare il campo del vicino. Poi trasportare legna. Poi lavori a non finire I soldi iniziarono ad arrivare.
Di nuovo, una mattina, Beatrice si sentì male.
Marco aspetto un bambino.
Questa volta niente sforzi! Hai capito? Faccio tutto io!
La proteggeva come fosse di cristallo. Neanche un secchio le lasciava sollevare. Giuseppina brontolava:
Delicata! Io ho fatto nascere tre figli, non ho mai fatto tante storie! E lei
Marco non transigeva: Beatrice non doveva faticare.
Al settimo mese, Teresa arrivò da Milano con il marito e grandi progetti.
Mamma, vendiamo la casa. Offerta ottima. Vieni a vivere da noi.
E Marco e Beatrice? chiese Giuseppina.
Loro? Che si arrangino.
Teresa, qui sono nato! Anche questa è casa mia! gridò Marco.
Fa niente. La proprietà è mia, o hai dimenticato?
Quando bisogna lasciare? domandò Beatrice, calma.
Tra un mese.
Marco era furioso, ma Beatrice gli strinse il braccio: calma, adesso.
Quella sera, abbracciati sul divano.
Che si fa? Il bambino sta per nascere.
Lo troveremo, un altro posto. Limportante è stare insieme.
Marco moltiplicò i turni. Il trattore andava avanti e indietro da mattina a sera. In una settimana guadagnò quanto prima in un mese.
Una sera, telefonò Giuseppe, un contadino del paese vicino.
Marco, vendo la casa vecchia. È semplice, ma solida. Venite a vedere?
La visitarono. Era modesta ma sana: cucina con camino, tre stanze, un pollaio.
Quanto chiedi?
Luomo fece il prezzo. Ne avevano la metà.
Ti va bene a rate? propose Marco. Un acconto ora, il resto in sei mesi.
Per te sì. Sei un bravo ragazzo.
Tornarono a casa felici. Giuseppina li aspettava sulla soglia:
Dove eravate? Teresa ha portato i documenti!
Perfetto, rispose Beatrice, composta. Ce ne andiamo.
Dove? In strada?
Nella nostra casa. Labbiamo comprata.
La suocera rimase di sasso. Non se laspettava.
Bugiardi! Dove li avete presi i soldi?
Li abbiamo guadagnati, rispose Marco, abbracciando la moglie. Mentre tu parlavi, noi lavoravamo.
In due settimane si trasferirono. Poche cose: in una casa daltri non ti senti mai a casa.
Loretta correva per le stanze, il cane abbaiava felice.
Mamma, è davvero casa nostra?
Sì, tesoro. È finalmente nostra.
Giuseppina si fece viva il giorno dopo. Rimase ferma sulla porta.
Marco, ho pensato mi prendete con voi? In città non respiro.
No, mamma. Hai fatto la tua scelta. Ora stai con Teresa.
Ma sono tua madre!
Una madre non chiama altrui una nipote. Addio.
Chiuse la porta. Doloroso, ma giusto.
Marchetto venne al mondo a marzo: robusto, sano, urlava con tutto il fiato.
Uguale il papà! rise lostetrica.
Marco lo stringeva, commosso.
Bea, grazie. Di tutto.
No, grazie a te. Perché non ti sei arreso. Perché ci hai creduto.
Pian piano arredarono la casa. Piantarono lorto, presero le galline. Il trattore portava lavoro e pane. La sera seduti sulla soglia, Loretta giocava col cagnolino, Marchetto riposava nella culla.
Sai, disse Beatrice, sono felice.
Anche io.
Ricordi quando sembrava tutto impossibile? Pensavo di non farcela.
Ce lhai fatta. Sei forte.
No, siamo forti. Insieme.
Il tramonto arrossava gli alberi. In casa odorava di pane e latte fresco. Era davvero casa. La loro casa.
Dove nessuno li avrebbe potuti cacciare, o chiamare estranei.
Dove potevano vivere in pace, amarsi, crescere i figli.
Dove si può essere, finalmente, felici.
***
Cari lettori, ogni famiglia ha le sue prove, e non sempre è facile superarle. La storia di Beatrice e Marco ci mostra che la forza danimo può aiutare a vincere le avversità.
Così è la vita: si passa dalla fatica alla gioia, si inciampa e si sogna, fino a che la fortuna non bussa alla porta.
E voi, credete che Marco abbia fatto bene a sopportare così tanto la madre, o avrebbe dovuto tagliare prima il cordone e cercare un angolo per sé? Cosa significa, per voi, una vera casa: quattro mura, oppure il calore di chi ci vive dentro?
Raccontateci la vostra: ogni esperienza conta, perché la vita è una scuola dove ogni lezione insegna qualcosa di prezioso.






