Il cuore di una madre
Stefano sedeva al tavolo della cucina, racchiuso da una luce soffusa e tiepida che sembrava attenuare il confine tra sogno e realtà. Davanti a lui una fondina fumante di minestrone, quello che solo sua madre sapeva preparare: odoroso di basilico fresco, denso, con quel tocco di zucchina e sedano che sapeva farlo unico.
Il cucchiaio fluttuava dal piatto alla bocca, e i pensieri di Stefano si allontanavano leggeri come farfalle sopra Firenze al crepuscolo. Si domandava come la sua vita fosse cambiata negli anni. Ora poteva sedersi ai caffè del centro, sorseggiando cappuccini serviti su vassoi di marmo, pranzando tra pareti affrescate dove chef stellati si dilettavano in esperimenti cromatici. Poteva assaggiare ostriche dalla Bretagna, prosciutto di Parma, manzo Kobe tutto ciò che il cuore suggeriva. Eppure, in quellonirico regno del gusto, nessun piatto riusciva a sfiorare le profondità del minestrone di sua madre.
Le salse rare, le spezie introvabili, le composizioni bizzarre parevano prive di anima rispetto a quella minestra semplice, ma densa di ricordi. Nel minestrone cera la cura, il calore delle mani che lo preparavano, il luccichio dellargento familiare, le risate di pomeriggi spensierati. Stefano lo sapeva, come si sa a volte solo nei sogni: nessun ristorante, nessun banchetto raffinato avrebbe mai superato la cucina della madre.
Mentre i colori della cucina sfumavano come acquarelli bagnati, dalla porta apparve Maria. Posa piano davanti a lui una tazzina di tè, temendo che qualunque rumore potesse disturbare laria visionaria dellambiente. Aveva un volto inquieto, quasi spaesato, come se qualcosa lavesse risucchiata in una dimensione di ansie antiche.
Stefano, quando devi partire?
Lui alzò lo sguardo, sorrise assorto e rispose:
Domani mattina. Lauto è rotta, verrò accompagnato da un amico.
Osservò la madre con occhi nuovi, come in una realtà parallela: bella, rilassata, il colorito acceso sulle guance impastato con i raggi che entravano dalla finestra. Nessuno le avrebbe dato più di quarantanni, anche se il tempo la sfiorava già da un po.
Sono poche ore di viaggio, non preoccuparti aggiunse, cercando di rassicurarla.
Maria restò immobile, le dita che stringevano a sé il bordo del tavolo come chi si ancorasse a qualcosa in una corrente onirica. La cucina divenne irreale, sovrastata solo dal ticchettio di un orologio che sembrava scandire un tempo senza senso.
Con un amico ripeté, quasi senza voce. Il suo viso perse colore come una fotografia lasciata al sole. No, Stefano, è meglio se non vai con lui.
Stefano inarcò le sopracciglia. Non aveva mai visto sua madre così: la calma e il raziocinio sfumati via, sostituiti da unansia innaturale, venuta da un altro mondo. Depose il cucchiaio, guardandola negli occhi, come se dovesse scoprire il segreto degli incubi.
Ma non sai nemmeno di chi si tratta provò a spiegare, la voce attraversata da uneco di premonizioni. Cosa la turbava? È Paolo, un vecchio amico. Guida benissimo, non corre, la sua macchina è una tedesca robusta, il numero di targa è pure fortunato tre sette.
Maria si avvicinò in slow motion, affondando nella luce soffusa. Gli prese la mano: le sue dita erano gelide, come se avesse attraversato la nebbia.
Figlio mio, tremò la sua voce, che pure cercava fermezza prendi un taxi. Ho una brutta sensazione. Mi sento agitata, davvero.
E se il tassista avesse comprato la patente? scherzò lui, sorridendo piano, ma il riso si perdeva tra le strane prospettive della stanza. Mamma, ti chiamo subito appena arrivo, giuro. Neanche il tempo di sentire la mia mancanza!
Stefano baciò la madre, sentendo la sua paura inspiegabile penetrare un po anche dentro di sé. Labbraccio fu lungo, come se volessero entrambi trattenere qualcosa di prezioso prima che la scena svanisse. Maria lo strinse, cercando di imprigionare il calore delle sue mani.
Va tutto bene, mamma, ripeté, fissandola intensamente. Prometto.
Stefano uscì in una strada familiare, ma sfocata e lenta, sotto lampioni dal chiarore circolare e irreale sui sanpietrini levigati. Laria era dolce, leggermente fredda, il traffico sussurrava da lontano. Si addentrò nei vicoli fino a casa propria, attraversando scorci di Firenze che diventavano sempre più vaghi.
Arrivato, tutto era silenzio e calore ovattato. Si diresse verso la camera dove la borsa era pronta, stratificata come un ricordo di viaggi precedenti. Si assicurò che nulla mancasse, chiudendola come si chiude una porta dopo una notte di sogni. Prese il cellulare, controllò il tempo: le lancette segnano le 21:45. Alle sei sveglia. Ricordalo, non dimenticare.
Si spogliò, si sdraiò nel letto, la stanza oscillava tra ombra e fioca luce di città. I pensieri tornavano a Maria, probabilmente sveglia anche lei. Si immerse nei dettagli del mattino: sveglia, lavarsi, caffè, colazione, ripassare il discorso Poi le immagini persero contorno e scivolò infine nelle braccia del sonno.
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Lalba fu un lampo stonato e dissonante. Stefano socchiuse gli occhi, invaso da raggi impietosi che tagliavano le tende. Restò lì, tra sogno e veglia, cercando una ragione. Un istante dopo, la realtà lo colpì: le 8:55.
Merda! sfuggì dalle sue labbra.
Saltò giù dal letto, il battito accelerato, lansia che si arrampicava lungo le pareti della stanza. Raccolse la sveglia, la scagliò verso il cuscino, quasi che le sue lancette potessero ferirlo di proposito. Perché Paolo non mi ha chiamato? Doveva venirmi a prendere!
Sul comodino, lo smartphone era spento. Impossibile laveva messo in carica, ne era sicuro.
Premette il tasto daccensione. Una tempesta di notifiche iniziò a cadere come pioggia improvvisa: messaggi, chiamate perse.
Primo messaggio, ore 8.00:
Stefano, dove sei? Sto aspettando da un quarto dora sotto casa. Se tra dieci minuti non scendi, parto da solo. Cè troppa strada da fare.
Ste, stai venendo? Fammi sapere.
Ok, mi dispiace, ma parto. Non posso aspettare oltre.
Stefano rimase fermo, le parole rimbombavano nella testa. Paolo aveva aspettato, insistito per telefono e lui laveva lasciato lì. Gli ritornò vivido il volto preoccupato di Maria la sera precedente. Ma ormai era troppo tardi.
Si vestì di corsa, il nervoso che si faceva strada come unonda. Poteva ancora chiamare un taxi, ma ormai non aveva più senso. Tutto era saltato i piani, la logica mattutina, la linearità di un sogno che va in frantumi allalba.
Vide le chiamate perse: la mamma aveva tentato di raggiungerlo più di venti volte, senza sosta.
Un brivido di allarme lo scosse. Afferra le chiavi, esce di corsa, scendendo le scale come in una fuga lisergica. Percorre la strada di infanzia con un passo che non sente, tempo sospeso, come dentro un sogno al rallentatore.
La porta di casa di Maria, paradossalmente, è socchiusa. Entra, trafelato.
Mamma, tutto bene? urla, più forte del necessario.
Maria è lì, seduta in salotto come una statua scolorita. Il viso madido di lacrime, gli occhi gonfi di notti insonni. Quando lo vede, sembra non credere che sia davvero lì, come se lo stesse evocando nei suoi pensieri e lui fosse apparso dal fumo.
Stefano sei tu? Dio, grazie sussurra, alzandosi faticosamente.
Stefano si immobilizza, lindecifrabile paura materna lo blocca come la nebbia su Piazzale Michelangelo. In tv una voce monocorde annuncia:
Grave incidente sulla strada per Lucca. Coinvolte quattro automobili. Solo una persona è sopravvissuta il conducente di unAudi bianca con targa sette-sette-sette
Lo schermo lampeggia, fotogrammi di veicoli schiacciati, torce azzurre e rosse che bucano la realtà come incubi. Tra la ferraglia, improvvisamente riconosce quellAudi: lauto di Paolo.
Capisce allora cosa è successo Maria, vedendo la notizia, ha riconosciuto lauto dellamico. Lui non rispondeva, e lei aveva temuto il peggio. Un dolore feroce gli stringe il cuore.
Mamma, sono qui sono vivo, dice, e la voce gli trema come il fiotto di un violino. Aiuta Maria a sedersi, poi scatta in cucina, riempiendo in fretta un bicchiere dacqua. Ecco, bevi. Guardami: sono qui, tutto va bene.
Maria afferra il bicchiere, lo posa subito; poi trattiene il braccio di Stefano, non lasciandolo, come se la realtà nuova potesse dissolversi nellistante in cui smette di toccarlo. Lo abbraccia, il viso affondato nella sua spalla.
Ho avuto tanta paura sussurra quasi senza fiato. Dicevano che era sopravvissuto solo un conducente, e tu non rispondevi mai Ti ho chiamato, chiamato E nulla. Credevo di averti perso per sempre
Stefano la stringe, sussurrando parole rassicuranti che scivolano come piume sulle sue paure. Poi, con calma irreale, chiama il 118.
Pronto, serve aiuto, dice con voce ferma. Mio madre sta male, è molto agitata, il cuore Via dei Fiori numero 22. Aspettiamo.
Pochi minuti, che sembrano ore, sospese tra il battito di ciglia e il lampeggiare di unambulanza che si materializza dietro le finestre. Un dottore entra, spettrale nel camice bianco. Senza esitazioni, si rivolge a Maria.
Come sta? Sente vertigini? Nausea?
Maria annuisce, la voce strozzata. Stefano resta a lato, pronto a sorreggerla se il sogno dovesse dissolversi.
Dopo qualche minuto il dottore si rivolge a lui:
È meglio che la porti in clinica lo stress è stato tanto, meglio tenerla sotto controllo almeno ventiquattrore.
Sì, sì, certo, subito. La porto in una clinica privata, là saranno più attenti, annuisce Stefano senza esitazioni. Da qualche parte, la consapevolezza che la salute non ha prezzo.
Il medico non dice altro, compila una scheda, appone una firma, scruta il volto di Maria ormai rilassato dai calmanti.
Andrà tutto bene. Tranquilli.
Stefano lo ringrazia, aiuta la madre a prepararsi. Già pensa ai documenti, a come arrivare in fretta, cercando di fermare il tempo che ancora si distorce.
In clinica, Maria viene subito accolta da una giovane infermiera dal dialetto toscano, sorridente, che li accompagna tra corridoi troppo bianchi. Un medico dallaria gentile misura la pressione di Maria, verifica il polso, le fa qualche domanda dal tono ipnotico, da cui traspare però attenzione vera.
Nessun pericolo imminente, ma serve qualche accertamento.
Stefano resta accanto alla madre, stringendole la mano. Il suo volto è stanco, lo sguardo affaticato, e lui sente il cuore battere fortissimo, quasi a volerle donare un po della propria energia.
Va tutto bene, ripete instancabile. Tra poco torniamo a casa, promesso.
Maria prova a sorridere; ormai il terrore si scioglie poco a poco, le dita che trovano la forza di stringere quelle di Stefano.
Sapevo che cera qualcosa di strano, murmura lintuizione non mi ha mai lasciata.
Le sue parole attraversano Stefano come una lama di nostalgia. Capisce dun tratto quanto amore Maria gli abbia sempre dato: anni passati a sacrificarsi, a preoccuparsi, a costruire per lui giorni sereni E oggi per poco non le ha spezzato il cuore.
Scusami se ti ho fatto spaventare, mormora, la voce rauca per lemozione. Non ignorerò più quello che senti, te lo prometto.
Maria gli accarezza la guancia, un gesto antico e delicato.
Limportante è che sei vivo, dice semplicemente, ma in quella frase cè tutto lamore del mondo.
Rimangono insieme in silenzio, stretti luno allaltra, mentre fuori i passi e i suoni della clinica stanno sullo sfondo come eco di un sogno lasciato a metà.
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Stefano non lascia mai la madre. Solo ogni tanto manda un messaggio veloce al suo capo, spiegando senza indugi che resterà con Maria ancora qualche giorno.
Il capo risponde subito, solidale:
Vai tranquillo. Alla trasferta ci penso io. Limportante è che la tua mamma stia meglio.
Grazie, davvero, sussurra Stefano, mentre chiude la chiamata, lunica cosa importante è ora tenere la mano di Maria.
I giorni in ospedale si rincorrono come riflessi in uno specchio: visite, esami, chiacchiere tra pazienti che sembrano galleggiare uno accanto allaltro in una corrente di attesa ovattata. Maria si riprende: le guance riprendono colore, il respiro sallunga, negli occhi non cè più la paura dalba. I medici suggeriscono prudenza, qualche altro giorno sotto controllo, per sicurezza.
Stefano resta ogni notte su una sedia accanto al letto, dentro i rumori sommessi dellospedale. Tanto basta: ogni risveglio di Maria, lui è il primo volto che vede.
Una sera, col tramonto che disegna sulle pareti strisce arancio come una tavolozza, Maria gli parla piano, voce sospesa come se chiedesse un permesso al sogno stesso.
Ho sempre temuto che un giorno saresti andato via, senza più tornare.
Stefano la guarda sorpreso, come se di fronte avesse una donna mai incontrata prima.
Perché?
Perché sei sempre stato indipendente, risponde Maria con un sorriso leggero. Da piccolo ti facevi i lacci da solo, anche se si slacciavano subito. Alle elementari non volevi che ti aiutassi, e al liceo lo stesso Mi rendevi orgogliosa, certo, ma ogni tanto avevo paura che crescendo ti allontanassi, che voltassi le spalle al passato.
Stefano le sorride malinconico. Non aveva mai pensato che lindipendenza potesse ferire involontariamente chi lo amava di più. Tese le mani, stringendo forte le sue.
Non me ne andrò mai davvero, mamma. Sei la cosa più preziosa che ho.
Maria gliele accarezza, materna:
Ora che lo so sto meglio. Voglio solo che tu sia felice, che tu costruisca una famiglia Che ti fidi dellamore che ti circonda.
A Stefano torna in mente il volto di Lucia, la ragazza con cui usciva da poco. Precisa, dolce, una collega con cui condivideva caffè e progetti, ma sempre esitava a parlarne con Maria.
Cè una ragazza, dice infine, quasi timido. Si chiama Lucia. È gentile, comprensiva, credo davvero possa capirmi
Maria si illumina, un sorriso limpido le attraversa il viso.
Raccontami di lei, chiede, e Stefano si lascia andare. Parla lento, sognante, come si fanno le cose che si vogliono ricordare.
Quando finisce, sente di aver lasciato andare via un peso segreto.
Avevo paura che ti sentissi trascurata, che ti desse fastidio
Maria ride, stavolta per davvero.
Sciocco! Non ho mai desiderato ostacolarti, voglio solo la tua gioia. Ricordati solo che la tua mamma ti vuole bene, sempre. Anche quando sarai sposato, padre, o diventerai anche tu sogno per i tuoi figli.
Stefano ride, ride davvero, e in quellistante la stanza sembra espandersi fin oltre la finestra, fino sulle colline, nel cuore stesso della città.
Non ti dimenticherò mai. Grazie, mamma dice, stringendola forte, come solo nei sogni si può fare, dove niente davvero svanisce.






