Non seppellire il passato: il difficile ruolo di una seconda moglie nella famiglia italiana, tra spettro dell’amore perduto e conflitti mai sanati

Metti il cappello, fuori ci sono meno dieci gradi. Ti ammalerai.

Chiara tese il berretto di lana quello blu con il pon pon, che Beatrice aveva scelto da sola in negozio un mese prima.

Tu non sei mia madre! Chiaro?

Lurlo squarciò il silenzio dellingresso. Beatrice scaraventò il cappello per terra con una rabbia tale, quasi fosse velenoso.

Bea, io volevo solo…
E non lo sarai mai! Hai capito? Mai!

La porta dingresso sbatté. I vetri tremarono, e unondata gelida salì dalle scale per invadere la casa.

Chiara rimase lì, immobile. Il cappello ai suoi piedi stropicciato, inutile. Le saliva un nodo in gola, caldo, arrabbiato. Si morse le labbra, alzò gli occhi al soffitto. Non piangere, non adesso…

Sei mesi fa si era immaginata tutta unaltra vita, fatta di cene familiari serene, chiacchiere, gite nei dintorni di Firenze. Andrea raccontava di sua figlia con parole dolci intelligente, sensibile, solo un po chiusa dopo la morte della mamma. Deve solo avere tempo, diceva. Si scioglierà. Ma il tempo passava e Beatrice non si scioglieva.

Dal primo giorno in cui Chiara aveva varcato la soglia di quellappartamento non come ospite, ma come moglie, la ragazza aveva alzato un muro. Ogni tentativo di avvicinarsi finiva contro una barriera di ghiaccio. Offerta di aiuto per i compiti? Faccio da sola. Proposta di passeggiata? Non ho tempo. Complimento per il nuovo taglio? Sguardo lungo, sprezzante, silenzioso.

Io ho una mamma aveva dichiarato Beatrice al secondo giorno di convivenza. Erano a colazione, Andrea era in ritardo e beveva il caffè in fretta.

Cera e ci sarà sempre. Tu qui non sei nessuno.

Andrea aveva tossito. Aveva tentato una frase conciliante. Chiara sorrise un sorriso tirato, amaro e rimase zitta.

Da lì, le cose peggiorarono.

Beatrice smise di alzare la voce col padre. Divenne sottile. Passava accanto a Chiara senza guardarla. Rispondeva a monosillabi. Usciva dalla stanza ogni volta che lei entrava.

Papà era diverso prima aveva detto una sera a tavola. Prima di te era normale. Parlavamo. Adesso…

Non finì la frase, il viso immerso nel piatto. Ma Andrea sbiancò, e Chiara posò la forchetta, incapace di ingoiare un boccone.

Andrea rimbalzava tra loro come un animale in gabbia. Alla sera raggiungeva Chiara in camera la loro camera, anche se lei non era mai riuscita a sentirla propria e le chiedeva di avere pazienza.

È una bambina, soffre. Lascia che passi il tempo.

Poi andava da Beatrice e la pregava di sforzarsi.

Chiara è buona, fa del suo meglio. Prova ad accettarla.

Chiara sentiva tutto dalla parete. La voce stanca di Andrea, le risposte amare di Beatrice.

Lui era in bilico, si vedeva dalla ruga tra le sue sopracciglia, che sapprofondiva ogni giorno. Dai brividi nel suo viso quando madre e figlia si ritrovavano insieme. Dalla stanchezza che scuriva gli occhi.

Ma una scelta non la prendeva mai. O forse non voleva.

Chiara raccolse il cappello da terra, lo scosse e lo rimise al suo posto. Entrò in soggiorno e si bloccò, come ogni volta.

Fotografie. Decine di foto incorniciate: sulle mensole, alle pareti, sul davanzale. Una donna bionda dal sorriso dolce. La stessa donna con in braccio una Beatrice piccola. Con Andrea, giovane, felice, irriconoscibile rispetto a ora. Foto di matrimonio, di vacanze in Liguria, di feste. Silvia. La prima moglie. Quella che non cera più.

I suoi abiti ancora stipati negli armadi. Vestiti, maglioni, foulard tutti piegati e profumati di lavanda. I suoi trucchi avevano uno scomparto a parte nel bagno. Le sue pantofole rosa, pelose, ancora sulluscio. Come se dovesse rientrare da un momento allaltro, con il pane fresco.

La mamma cucinava meglio, diceva Beatrice a pranzo.
La mamma non avrebbe fatto così.
La mamma non lavrebbe voluto.

Ogni paragone, una coltellata. Chiara incassava un sorriso, annuiva, mandava giù lamarezza. E la notte restava sveglia, chiedendosi: come si fa a misurarsi con un ricordo? A prendere il posto di chi, per questa famiglia, sarà sempre la santa?

Andrea amava ancora Silvia. Chiara lo aveva compreso da tempo. Lui guardava quelle foto con una nostalgia che le stringeva il cuore. Ascoltava Beatrice parlare della madre, e il viso di lui cambiava, diventava chiuso, impenetrabile.

E allora, per lui, cosera Chiara? Lo sguardo verso il futuro? Un rimedio alla solitudine? O solo la donna più comoda arrivata al momento giusto?

Di sera, quando Andrea dormiva, lei fissava il soffitto. Un soffitto estraneo, in una casa che non sarebbe mai stata la sua. Sentiva che quel matrimonio si sfaldava ogni giorno di più. Andrea laveva sposata senza mai dire addio al passato. Beatrice non lavrebbe mai accettata.

E così Chiara si sentiva colpevole del suo errore più grande.

La consapevolezza la colpì tra le tre e le quattro del mattino, ancora una volta insonne, ascoltando il respiro regolare di Andrea. Lui crollava subito, si voltava e si rifugiava nel sonno. Lei invece restava sveglia tra le ombre dei lampioni e la foto di Silvia sul comò, che Andrea non aveva mai tolto.

Basta.

La decisione scese fredda, limpida: questa battaglia era impossibile. Non si vince contro la memoria. Nemmeno contro il mito di una donna diventata perfetta col tempo.

Chiara si mise a sedere. Andrea dormiva ancora.

Tre giorni dopo presentò la richiesta. Da sola. Niente avvocato, nessun avviso. Andò in Comune con carta didentità e certificato di matrimonio, compilò il modulo con scrittura ferma, firmò. La funzionaria allo sportello le rivolse uno sguardo di professionale compassione di donne così ne vedeva di continuo.

Chiara…

Andrea trovò i fogli la sera. Restò fermo in cucina, col documento tra le mani, pallido.

Cosa vuol dire questo?
È tutto scritto lì. Chiara continuava a lavare i piatti. Ho chiesto il divorzio.
Ma perché? Non ne abbiamo nemmeno parlato…
E cosa dovremmo dire, Andrea?

Chiuse lacqua. Si asciugò le mani. Si voltò verso di lui.

Sono stanca di vivere in un museo. Stanca di essere la seconda scelta. Sono stanca di vederti guardare sempre lei nelle fotografie. E di sentirmi dire da tua figlia che non significo nulla.
Beatrice è una bambina, non capisce…
Beatrice ha capito benissimo. E pure tu. Solo che hai paura di ammetterlo.

Andrea le si avvicinò. Le mise le mani sulle spalle, piano, temendo di romperla.

Chiara, parliamone. Sistemo tutto. Parlo con Bea, tolgo le foto, ricominciamo…
Tu la ami.

Non una domanda, un fatto. Chiara lo guardò negli occhi e trovò la risposta prima che lui parlasse.

Ami ancora Silvia. E io per te cosa sono? Unimitazione? Una compagna? Colei che apparecchia la tavola e lava le camicie?
Non è così…
Allora dimmi che non la ami più. Dimmi che lhai dimenticata. Su…

Silenzio.

Andrea lasciò le sue spalle. Fece un passo indietro. Il volto grigio, scavato, invecchiato improvvisamente.

Chiara annuì. Non si aspettava altro.

Beatrice stava nella sua stanza. La porta socchiusa per caso o per scelta chi può dirlo. Quando Chiara passò, la ragazza alzò lo sguardo dal telefono. Sorrise appena, solo allangolo delle labbra. Trionfante.
Aveva vinto.

Le ore successive furono solo azioni meccaniche. Larmadio. Le grucce. La valigia. Il vestito che Andrea aveva regalato per lanniversario, appena tre mesi prima ma sembrava passato un secolo. Il profumo scelto insieme, tra mille prove in profumeria. Il libro iniziato a leggere insieme e mai finito.

Chiara sistemava ogni cosa con cura, allisciando ogni piega. Non pensare. Non ricordare. Soltanto fare.

La sera sembrava infinita. Chiara sedeva sul letto accanto alle due valigie. Due sole valigie, tutto quel che restava del suo tentativo di casa.
Partì alle otto di sera.

Prenotò il taxi in anticipo, trascinò le valigie da sola lascensore scivolava silenzioso, nessuna porta cigolava nel palazzo. Lasciò le chiavi sul mobiletto dellingresso.
Lautista la aiutò a caricare, la vettura partì. Chiara non si voltò.

La città notturna, Firenze, era vuota e distante. I lampioni brillavano già, qualche passante frettoloso correva alla fermata della tramvia. Da qualche parte, alle spalle, era rimasto lappartamento pieno di ricordi e fotografie. Restavano Andrea con il suo amore mai dimenticato, Beatrice con la sua devozione furiosa per la madre.

Chiara guardava fuori dal finestrino e respirava. Per la prima volta in sei mesi un respiro libero.
La solitudine faceva paura. Ma continuare a vivere allombra di un fantasma faceva più paura ancora.
Stava iniziando da capo. Da sola. Senza marito, senza famiglia, senza illusioni.
Ma almeno, finalmente, senza il confronto eterno con una donna perfetta che ormai era solo memoria.

A volte, per ritrovare sé stessi e la pace, bisogna lasciar andare il passato e avere il coraggio di ripartire. E così, anche nella notte più buia di Firenze, Chiara comprese: solo chi sa chiudere davvero una porta può aprirne una nuova sulla propria felicità.

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