Senza dovere
Ricordo quel giorno come se fosse ieri, anche se ormai sono trascorsi tanti anni. Dovevo rientrare in casa dopo una lunga giornata e, aprendo la porta, fui accolto dal solito piccolo disordine familiare. Sul tavolo della cucina cerano tre piatti con resti di pasta ormai secchi, un barattolo di yogurt rovesciato e un quaderno a quadretti aperto. Lo zaino di Matteo era abbandonato in mezzo al corridoio, mentre Giulia era seduta sul divano, immersa nel suo telefono.
Appoggiai la borsa a terra, mi tolsi le scarpe. Mi venne voglia di dire qualcosa sui piatti, ma sentii un nodo di stanchezza nella gola. Andai semplicemente al tavolo, presi un piatto e lo portai al lavello.
Papà, adesso li lavo io disse Giulia, senza neppure distogliere lo sguardo dal cellulare.
Va bene.
Aprii il rubinetto e lasciai scorrere lacqua sul piatto. I resti di pasta si ammorbidivano scivolando via. Spensi lacqua e restai lì, osservando la stoviglia bagnata.
Giulia, dovè Matteo?
In cameretta, fa matematica.
E tu?
Ho già finito tutto.
Mi asciugai le mani col canovaccio, poi entrai nella stanza di Matteo. Lui era sdraiato sul tappeto, la testa appoggiata sul pugno, mentre sul quaderno erano svolti appena due esercizi.
Ciao, dissi.
Ciao papà.
Come va?
Tutto bene.
I compiti?
Li sto facendo.
Mi sedetti sul bordo del letto. Matteo mi lanciò unocchiata, poi tornò a fissare il quaderno.
Papà, che cè?
Non lo so, sospirai. Forse sono solo stanco.
Era la semplice verità. Quella mattina aveva telefonato la mamma, insistendo che andassi a darle una mano a sistemare larmadio; poi al lavoro la riunione era durata fino a sera; in metrò ero rimasto schiacciato contro la porta. E adesso ero lì, in cameretta, e sentivo che non volevo parlare di piatti da lavare, di compiti o di ordine. Non volevo essere solo una funzione che si attiva al rientro in casa.
Senti, che ne dite di venire un attimo in cucina? proposi. Tutti insieme.
Perché? chiese Matteo.
Per parlare.
Matteo fece una smorfia.
Di nuovo per il brutto voto in italiano?
No, no. Soltanto per parlare.
Papà, i compiti non li ho ancora finiti.
Li finisci dopo. Solo cinque minuti.
Mi alzai, chiamai Giulia dal salotto. Lei sollevò gli occhi, sospirò con stizza.
Sul serio?
Sul serio.
Poggiò il cellulare sul divano e mi seguì. Matteo uscì dalla stanza, restando titubante sulla soglia della cucina.
Mi sedetti al tavolo e tolsi di mezzo il quaderno. Giulia si mise di fronte, Matteo si appollaiò timoroso sullorlo della sedia.
Che succede? chiese Giulia.
Nulla, le risposi.
Allora che siamo qui a fare?
Guardai uno, poi laltra. Negli occhi di Matteo cera apprensione, come se attendesse una brutta notizia.
Voglio solo parlare, in sincerità. Senza il devi fare i compiti, devi sparecchiare, tutte queste cose.
Quindi i piatti restano lì? domandò sottovoce Matteo.
Poi li facciamo. Non parlo di quello.
Giulia incrociò le braccia.
Sei strano oggi, papà.
Sì, strano ammisi. Forse perché sono stufo di fingere che vada tutto bene.
Cera un silenzio pieno; cercavo le parole, ma nella mente cera solo vuoto.
Non so bene come dirlo, cominciai. Mi sembra che tutti recitiamo una parte. Io torno a casa, voi fate finta che sia tutto a posto, io faccio finta di crederci. Parliamo della scuola, del mangiare… ma, in realtà, non parliamo di niente.
Papà, ci butti giù, sussurrò Giulia. Perché?
Forse perché nemmeno io ce la faccio, e mi fa paura pensare che neanche voi ce la facciate. E magari non me ne rendo conto.
Matteo si aggrottò.
Io ce la faccio.
Davvero? Lo guardai negli occhi. E come mai, allora, sono due settimane che vai a dormire dopo mezzanotte?
Matteo distolse lo sguardo, fissando il tavolo.
Ti sento rigirarti nel letto continuai, piano. E la mattina ti svegli con la faccia di chi non ha chiuso occhio.
Semplicemente non riesco ad addormentarmi.
Matteo.
Cosa Matteo?
Dimmi davvero come va.
Lui strinse le spalle, ruotò la testa.
A scuola va tutto bene. I compiti li faccio. Che altro?
Intervenne Giulia:
Papà, ma perché lo interroghi così?
Non lo interrogo. Voglio solo capire.
Ma lui non vuole parlare. È un suo diritto.
Rivolsi lo sguardo a lei.
Va bene. Allora, tu, Giulia, come stai?
Lei fece un sorrisetto.
Io? Bene. Studio, sento le amiche, tutto come si deve.
Giulia.
Non rispose, guardò in basso.
Cosa?
È un mese che esci pochissimo. Le tue amiche ti hanno invitata due volte, e hai rifiutato.
E quindi? Non ne avevo voglia.
Perché?
Strinse le labbra.
Sono stufa di loro, di quelle chiacchiere infinite sui ragazzi e sulle solite sciocchezze, va bene?
Va bene, dissi. Mi sembri un po triste però.
Scosse la testa, come a scrollarsi un peso.
Non sono triste.
Ok.
Tacqui. La cucina era immersa in un silenzio scandito solo dal suono sommesso del frigorifero.
Sentite, iniziai piano, non voglio fare il genitore che insegna adesso. E non voglio neanche che siate voi a rincuorare me. Ve lo dico come stanno le cose: ho paura. Ogni giorno. Ho paura che i soldi non bastino, che la nonna si ammali e non dica niente, che al lavoro mi licenzino. Ho paura che viviate qualcosa di difficile e io nemmeno me ne accorga, perché sono troppo preso. E sono stufo di far finta che tutto sia sotto controllo.
Giulia sgranò leggermente gli occhi, scrutandomi.
Ma tu sei grande, mormorò. Dovresti farcela.
Lo so. Ma non ci riesco sempre.
Matteo sollevò la testa.
E se non ce la fai, cosa succede?
Non so, risposi sincero. Forse dovrò chiedere aiuto.
A chi?
A voi, magari.
Matteo si rabbuiò.
Ma siamo dei bambini.
Siete bambini, sì, ma siete parte di questa famiglia. E a volte ho bisogno che mi diciate la verità. Non tutto ok, ma comè davvero.
Giulia lasciò scorrere la mano sul tavolo, raccogliendo invisibili briciole.
E a cosa serve che lo sappia?
A non sentirmi solo.
Alzò lo sguardo, e vi lessi qualcosa che somigliava alla comprensione.
Mi fa paura andare a scuola, confessò improvvisamente Matteo. Cè un compagno che ogni giorno mi dice che sono stupido. E tutti ridono.
Sentii il petto serrare.
Come si chiama?
Non lo dico. Se vai a parlare, peggiora tutto.
Non ci andrò. Promesso.
Matteo mi osservò con diffidenza.
Davvero?
Davvero. Ma tu devi sapere che non sei solo.
Matteo annuì e chinò la testa.
Non sono solo. Cè anche Tommaso, lui è ok. Ci sediamo insieme.
Bene.
Giulia sospirò.
Non voglio andare alluniversità, disse piano. Tutti mi chiedono dove andrò e io non lo so. Ho limpressione di non saper fare niente, di non essere capace e di restare ferma così.
Giulia, hai quattordici anni.
E allora? Tutti hanno già deciso. Io, invece, no.
Non tutti.
Tutti quelli che conosco, sì.
Restai un momento in silenzio.
Alla tua età volevo fare il geologo. Poi cambiai idea, e la cambiai ancora. Ora faccio tuttaltro lavoro di quello che avevo immaginato.
E come va?
Va in modo diverso: a volte bene, a volte difficile. Ma la vita non è un sentiero già tracciato.
Lei annuì, ancora dubbiosa.
Ma tutti dicono che bisogna decidersi.
Lo dicono, confermai. Ma sono parole loro, non tue.
Mi fissò, quasi sorridendo.
Oggi sei diverso, papà.
Sono stanco di essere quello perfetto.
Matteo fece una risatina.
Posso farti una domanda?
Certo.
Hai davvero paura?
Sì, sul serio.
E che fai, quando hai paura?
Mi fermai a riflettere.
Mi alzo al mattino e faccio qualcosa. Anche quando non so se è giusto. Faccio e basta.
Matteo annuì.
Ho capito.
Restammo zitti, ma era un silenzio diverso. Io li guardavo e capivo che non avevo risolto granché, non avevo dato risposte né tolto preoccupazioni. Eppure qualcosa era cambiato: avevo mostrato loro che potevo essere non solo una funzione, ma una persona, e loro avevano risposto allo stesso modo.
Dai, disse Giulia alzandosi, andiamo a lavare i piatti.
Ti aiuto io, disse Matteo.
Anchio, aggiunsi.
Ci alzammo, Giulia aprì il rubinetto, Matteo prese la spugna. Io presi il canovaccio, pronto ad asciugare. Lavoravamo insieme, nel silenzio, ma era un silenzio pieno.
Quando lultimo piatto fu sulla griglia a sgocciolare, Giulia si asciugò le mani e mi guardò.
Papà, possiamo parlarci ancora così? Qualche volta?
Certo, risposi. Quando vuoi.
Lei annuì e sparì in cameretta. Matteo rimase un attimo, esitante.
Grazie per non andare a parlare con quel ragazzo, sussurrò.
Ma se starai proprio male, me lo dirai?
Lo dirò.
Allora, andiamo a finire la matematica.
Ci spostammo nella sua stanza, ci sedemmo insieme sul tappeto. Presi il quaderno, controllai gli esercizi. Matteo mi si avvicinò e iniziammo a risolverli insieme, con calma, come una piccola abitudine nata da poco. Ma ora sapevo che, dietro quei numeri, cera un ragazzo con le sue paure, e che anchio, papà, avevo le mie, ma continuavo comunque ad alzarmi ogni mattina.
Era poco, forse, ma era un inizio.






