Non la darò a nessuno. Racconto.
Il patrigno non le maltrattava. Almeno, non rinfacciava di mangiare, né si lamentava degli studi. Solo se Martina rientrava più tardi del solito, le urlava contro.
Ho promesso a tua madre che ti avrei tenuta docchio! gridava, quando Martina cercava timidamente di spiegare che ormai aveva diciotto anni. E sono io che so cosa puoi fare! Che ti credi, adulta perché hai il diploma? Prima trova un vero lavoro, poi pensaci a fare la grande!
Poi, calmato dal temporale del suo stesso carattere, abbassava la voce.
Quel ragazzo ti lascerà, eccome se lo farà! Non vedo chi ti accompagna a casa? Macchina costosa, viso da modello, cosa gli serve una semplice come te, Martina? Piangerai, lo so già.
Martina non gli dava retta. Certo, Lorenzo era bello: studiava al terzo anno alluniversità, a pagamento, ma anche lei avrebbe voluto studiare così, se ne avesse avuto i mezzi. Al concorso per luniversità non era passata; il tecnico non le piaceva, e ora distribuiva volantini, consegnava giornali, e soprattutto si preparava agli esami per lanno seguente. Proprio così aveva conosciuto Lorenzo: gli aveva allungato un volantino, lui ne aveva preso uno, poi un altro, poi ancora uno e disse:
Signorina, facciamo così: io prendo da lei tutti i volantini, lei vieni al bar con noi.
Non si capisce cosa le sia preso, ma Martina accettò. Imparata dallesperienza, non aveva buttato i volantini nel quartiere, li ficcò nello zaino e li gettò nel cassonetto solo tornando dal bar.
Al bar, Lorenzo la presentò agli amici, le offrì la pizza e il gelato. Lei e la sorella, Isabella, di solito mangiavano cose così solo al compleanno: soldi non ce nerano, e il patrigno non permetteva di toccare la pensione della mamma, diceva di risparmiarla per il giorno nero, se mai gli capitasse qualcosa.
In realtà, il suo stipendio era buono, ma metà finiva nel carrozziere perché la macchina si rompeva sempre e il resto lo giocava alle scommesse. Martina non si lamentava: almeno non le aveva sbattute fuori di casa. Lappartamento era il suo; quello della mamma, venduto quando lei si era ammalata. Certo, Martina avrebbe voluto cioccolatini, pizza, bibite dolci Ma quando capitava, li lasciava tutti a Isabella. Anche al bar chiese a Lorenzo: Posso portare un po di pizza a mia sorella? Lui la guardò stupito, poi le comprò tutta una pizza da portare via e una grande tavoletta di cioccolata con le nocciole.
Il patrigno sbagliava su Lorenzo. Lui era gentile. Martina, con lui accanto, sentiva ancora più forte il bisogno di migliorarsi, studiava con il doppio dellimpegno, trovò lavoro vero cassiera in supermercato. Pagavano bene, si comprò dei jeans decenti e si fece sistemare i capelli dal parrucchiere, tutto perché Lorenzo potesse essere fiero di lei.
Quando lui la invitò a casa in campagna, Martina capì subito cosa sarebbe successo, ma non aveva paura non era più una bambina. E si volevano bene, davvero. Allinizio temeva che il patrigno non la lasciasse andare, ma lui era sempre più assente, tornava tardi, a volte non tornava affatto. Martina sapeva dovera dalla zia Rosa, uninfermiera della zona, che da tempo lo faceva sorridere. Rosa non aveva mai voluto coinvolgersi troppo: due ragazze di un altro matrimonio, pure lei era divorziata. Ma stavolta cedette alle goffe attenzioni.
Per Martina era meglio così, anche se Isabella pianse quando seppe che sarebbe rimasta da sola a dormire. Ma Martina le comprò la cioccolata, le patatine e una Fanta, e Isabella accettò la sua sorte.
Quando si accorse di essere incinta, era già tardi. Il ciclo non è mai stato regolare, non cera nessuno che le insegnasse a controllare. Fu laltra cassiera, Veronica, che scherzando le disse:
Sei tutta splendente, ti sei arrotondata Non sarai mica incinta?
Risero, ma quella sera Martina comprò il test. Quando vide le due linee, non voleva crederci impossibile!
Lorenzo non fu contento. Disse che non era il momento e le diede dei soldi per il medico. Martina pianse tutta la notte. Ma era troppo tardi sedici settimane. Era successo in campagna, proprio lì; pensava che la prima volta non potesse capitare.
Per un po riuscì a nascondere la pancia al patrigno, ma cresceva visibilmente. Dovette confessare.
Lui urlò come non mai.
E dovè ora il tuo ragazzo? Vuole sposarti?
Martina abbassò gli occhi. Lorenzo non lo vedeva da un mese, da quando aveva saputo che il figlio non poteva essere abortito.
Lo sapevo disse il patrigno. Ti avevo avvisata, Martina
Non parlò subito. Forse chiese consiglio a zia Rosa.
Ormai, devi tenerla, la bambina. Ma lasciala in ospedale, non posso mantenere unaltra bocca. È così Mi sposo, Martina. Anche Rosa è incinta. Sono gemelli, pensa tu: tre neonati in casa sono troppi.
Ma lei verrà a vivere qui? domandò Martina incredula.
E dove dovrebbe stare? È mia moglie ormai, qui deve stare.
Credeva scherzasse, invece era serio. Ogni giorno lo ripeteva e minacciava di cacciarla insieme a Isabella se avesse portato la bambina in casa. Martina capiva che quelle parole non erano sue, ma di zia Rosa. Ma la situazione non cambiava: lei non poteva lasciare sua figlia.
Non ti angosciare disse zia Rosa. Questi neonati li adottano subito, saranno amati come figli.
Martina piangeva, chiamava Lorenzo, cercava soluzioni per vivere con Isabella e la piccola, ma non ne trovava. Poi un giorno Veronica, la cassiera, indicò una coppia:
Guarda, sempre in nero vengono. Da anni. Che dedizione al dolore Perché non fanno un altro figlio, o non adottano?
Quella coppia Martina la vedeva spesso. Entrambi gentili, volti belli e malinconici. Non sapeva cosa fosse successo.
La loro figlia è morta, ricordi? Quellincidente del pullman coi bambini. Andavano in gita in unaltra città, lautista si è addormentato. Morì lui e la bambina, poveretta. Lui medico, lei insegnante dinglese. Quando ero sposata, stavamo vicini. Allepoca portavamo loro angioletti. La figlia aveva comprato una statuetta in gita, ce laveva in mano Labbiamo recuperata a fatica. Non so chi ha iniziato a portare angioletti, poi tutti facevano così. Avevo paura che soffrisse di più, ma le ha fatto bene.
E Martina ricordò un film dove una ragazza affidava il proprio bambino a una coppia che non poteva avere figli. Questi due potevano, sì, ma forse una figlia sarebbe stata ciò che serviva. Pensava spesso a loro. Quando ormai era allottavo mese, lavorava ancora non voleva perdere il posto e una volta la coppia si mise alla sua cassa. Lui domandò:
Signorina, non sarà lora di andare in maternità? Qui partorisce!
Martina non si lamentava, ma la schiena era a pezzi, la gastrite la tormentava, le gambe si gonfiavano. Nessuno le aveva mai chiesto come stava, a parte il medico di zona. Quel gesto gentile la commosse subito; piangeva facilmente, ultimamente.
Poi, pochi giorni dopo, mentre tornava a casa con la spesa, il marito della coppia si offrì di aiutarle con le borse. Martina si sentì a disagio, ma le fece piacere. Pensò che era una brava persona.
Vide una statuetta dangelo in vetrina, in saldo è estate, nessuno ne compra. Martina, distinto, la acquistò e domandò lindirizzo a Veronica. Era decisa.
Quando suonò il campanello, tremava: forse era fuori luogo, forse nessuno portava più angioletti dopo tanto tempo.
Le aprì la porta una donna. Martina notò subito lo stupore nei suoi occhi. Velocemente, porse la statuetta, tenendo lo sguardo basso, temendo che la donna chiudesse la porta, o peggio, si arrabbiasse.
Invece niente di tutto ciò. La donna prese la statuetta, sorrise:
Vieni dentro. Ti va un tè?
Con calma, davanti al tè, le raccontò la loro storia più dura, più vera dalle sue labbra.
Ma perché non avete altri figli? sussurrò Martina.
Il parto fu troppo difficile, hanno dovuto operarmi. Non posso più averne.
Martina si sentì invadente. Voleva chiedere delladozione, ma le mancavano le parole.
Abbiamo pensato di adottare disse la donna, come leggendo i suoi pensieri. Abbiamo anche fatto il corso. Ma allultimo momento non ce lho fatta. Ho chiesto a mia figlia un segno. Niente. Assolutamente niente.
Proprio in quel momento si sentì un rumore in soggiorno, come un bicchiere caduto. La donna sobbalzò, Martina guardò là credeva che la casa fosse vuota.
Entrarono insieme. Martina temeva di trovare una stanza piena di candele e foto, ma trovò luce, una sola foto. Solo statuette di angeli. Una era caduta, rotta. La donna raccolse i pezzi e li osservò a lungo. Poi, con voce strana:
Questa è la sua statuetta. Quella.
Martina impallidì. Se non era un segno quello
La bambina nacque puntuale. Zia Rosa ormai viveva da loro, aveva già partorito prematuramente. I gemelli in ospedale, pronte due culle bianche con materassi di cocco. Per sua figlia, nulla: doveva lasciarla lì. Solo Isabella, la sera, chiedeva sottovoce:
Non si può nascondere da qualche parte? Così non sapranno che è qui, tua? Ti aiuto io.
A queste parole, Martina avrebbe voluto piangere, ma si tratteneva davanti a sua sorella.
Il biglietto per la coppia lo aveva già scritto. Che non poteva tenere la figlia, che era sana, che non si preoccupassero. Ricordò il segno: la statuetta caduta. Nel biglietto chiuse tutti i suoi risparmi dalla pensione. Doveva bastare, erano brave persone.
La dimissione dallospedale era al mattino, ma lasciare la piccola in pieno giorno la spaventava. Passò tutta la giornata nel centro commerciale, anche se stare seduta era difficile, la testa girava. Ma la piccola veniva prima, una famiglia che la amasse doveva trovarla.
Quando chiusero il centro, rimase ancora unora sulla panchina, il caldo laiutava. Solo quando calò la sera si decise, entrò nel portone quando un signore usciva col cane.
Portava la bambina nella navetta laveva comprata coi suoi soldi e aveva chiesto a Veronica di portargliela in ospedale. Nessuna domanda di troppo. Ora, sistemata la navetta al sicuro dalla porta, infilò sotto la coperta il biglietto e i soldi, pronta a suonare e scappare, ma la porta si aprì. Di fronte, luomo, il padre della bimba morta.
Che fai qui fuori così?
Martina trasalì dal terrore.
Lui vide la navetta.
Cosè questa?
Le lacrime scesero senza freno. Martina raccontò tutto: Lorenzo che laveva lasciata, il patrigno che già la manteneva insieme alla sorella da sette anni, poi il matrimonio nuovo e i gemelli, zia Rosa che voleva obbligarla a lasciare la bambina in ospedale.
Lui ascoltò con attenzione, poi disse:
Angela dorme, non voglio svegliarla. Parliamo domani. Vieni, ti preparo il divano.
Dormire nella stanza piena di angioletti era strano. Martina strinse forte la figlia e si addormentò subito.
Si svegliò per la mancanza fra le braccia. La bambina non cera. In quel momento, capì che non avrebbe mai potuto separararsene. Mai. Voleva correre, prenderla
Si alzò, ma prima che potesse fare un passo, entrò Angela. Aveva la bambina in braccio.
Tieni sorrise. Bisogna farla mangiare. Lho cullata io, così tu riposavi, ma serve la mamma.
Mentre la allattava, Martina non osava guardare Angela. Cosa le aveva detto suo marito? E se avessero deciso di adottare subito la bambina? Come dir loro che aveva cambiato idea?
Quanti anni ha tua sorella? domandò Angela.
Dodici rispose Martina, sorpresa.
Pensi che accetterebbe di venire a vivere con noi?
Era una domanda così strana che Martina la fissò.
Come? non capiva.
Sì, mio marito mi ha raccontato tutto. Che non avete dove andare, che il patrigno ti caccia. Ho pensato: se Isabella resta là, la faranno diventare una serva. Che venga qui anche lei.
Cosa vuol dire “anche lei”? balbettò Martina.
Angela indicò la statuetta, incollata, sulla foto della figlia.
Credo fosse un segno. Dobbiamo aiutarti disse piano. Abbiamo spazio, venite a vivere qui. Io ti aiuterò con la piccola. Smettila con queste follie tue. Non bisogna separare mamma e figlia.
Martina si riempì di una felicità e vergogna che le colorò le guance.
Allora, accetti?
Martina annuì, nascosta dietro la copertina della bambina, che Angela non vedesse le sue lacrime.






