Fuori da casa mia! — disse mamma con calma — Fuori, — ripeté con voce tranquilla la madre. Arina sorrise sarcasticamente, appoggiandosi allo schienale della sedia, convinta che la madre stesse parlando con l’amica. — Fuori da casa mia! — Natasha si rivolse invece alla figlia. — Lella, hai visto il post? — l’amica piombò letteralmente in cucina senza nemmeno togliersi il cappotto. — Arina ha partorito! Tre chili e quattro, cinquantadue centimetri. Copia sputata del papà, pure lui col naso all’insù. Ho già fatto il giro di tutti i negozi, ho comprato tutine a non finire. E tu perché hai quella faccia? — Congratulazioni, Natasha. Sono felice per voi, — Lella si alzò per versare il tè all’amica. — Siediti, su, togli almeno il cappotto. — Eh, non ho tempo di stare seduta, — Natasha si lasciò cadere sul bordo della sedia. — Qui c’è tanto da fare, tanto da fare. Arina è stata bravissima, ha fatto tutto da sola, solo sulle sue spalle. Suo marito è un tesoro, si sono presi casa col mutuo, stanno finendo i lavori. Sono orgogliosa della mia ragazza. L’ho cresciuta proprio bene! Lella appoggiò in silenzio la tazza davanti all’amica. Eh già, proprio bene… Se solo Natasha sapesse… *** Due anni prima, Arina, la figlia di Natasha, si era presentata da lei senza avvisare, con gli occhi gonfi di pianto e le mani tremanti. — Zia Lella, ti prego, non dirlo a mamma. Ti scongiuro! Se lo scopre, le viene un infarto, — piangeva Arina, stringendo un fazzoletto bagnato. — Arina, calmati. Racconta bene. Cos’è successo? — Lella era seriamente preoccupata. — Io… io al lavoro… — Arina singhiozzò. — Dal portafoglio di un collega sono spariti dei soldi. Cinquantamila euro. Le telecamere mi hanno ripresa mentre entravo nell’ufficio quando non c’era nessuno. Ma io non ho preso nulla, zia Lella, giuro! Ma mi hanno detto: o restituisco i cinquantamila domani a pranzo, o vanno dai carabinieri. Dicono che c’è un “testimone” che mi ha visto nascondere il portafogli. È una trappola, zia Lella! Ma chi mi crederebbe? — Cinquantamila euro? — Lella aggrottò la fronte. — E perché non sei andata da tuo padre? — Ci sono andata! — Arina si lasciò andare a un altro pianto disperato. — Ha detto che è tutta colpa mia, che soldi non me ne dà, che se sono così stupida, mi arrangio. Ha detto: “Vai dai carabinieri, che così impari”. Non mi ha nemmeno fatta entrare in casa, mi ha urlato dietro dalla porta. Zia Lella, non so a chi altro rivolgermi. Io ho ventimila euro, messi da parte. Ne mancano trenta. — E a Natasha? Perché non vuoi dirlo a lei? È tua madre. — No! Mamma mi ammazza. Dice sempre che la faccio vergognare, figuriamoci per una roba così… Lei insegna a scuola, la conoscono tutti. Ti prego, prestami quei trentamila, ti supplico! Ti giuro che ti restituirò tutto a rate, due-tremila a settimana. Ho già trovato un altro lavoro! Ti prego, zia Lella! Lella ebbe una fitta al cuore per quella ragazza. Vent’anni, la vita che inizia, e intanto già questa macchia. Il padre le aveva negato qualsiasi aiuto, la madre… beh, probabilmente l’avrebbe davvero fatta a pezzi. — Chi non sbaglia nella vita? — pensò Lella. Arina continuava a piangere. — Va bene, — disse allora. — Quei soldi ce li ho da parte. Dovevano servire per mettere a posto i denti, ma possono aspettare. Promettimi solo che sarà l’ultima volta. E con tua madre non dirò nulla, se la temi così tanto. — Grazie! Grazie, zia Lella! Mi hai salvato la vita! — Arina le si gettò al collo. La prima settimana Arina portò davvero duemila euro. Raggiante, disse che aveva risolto tutto, che la polizia non c’entrava più, che il nuovo lavoro andava bene. Poi… poi sparì dai radar. Un mese, due, tre. Lella la vedeva ai compleanni a casa di Natasha, ma Arina si comportava come se fossero appena conoscenti — un freddo «buongiorno» e basta. Lella non volle insistere. Pensò fra sé: — È giovane, si vergogna, ecco perché scappa. Alla fine quei trentamila li diede comunque per persi: non valevano di certo l’amicizia di una vita con Natasha. *** — Ma mi ascolti o no? — Natasha agitò la mano davanti al viso di Lella. — Dove sei finita? — Niente, stavo pensando agli affari miei, — Lella scosse la testa. — Senti, — Natasha abbassò la voce. — Ho visto Ksenija, ti ricordi la nostra vecchia vicina? Ieri mi si è avvicinata mentre ero in farmacia. Stranissima. Ha iniziato a chiedermi di Arina, se avesse sistemato con i debiti, com’era messa. Non ho capito il senso. Le ho detto che Arina è indipendente, che si mantiene da sola. E lei mi ha guardato strano, poi se n’è andata. Tu ne sai qualcosa? Arina le ha mai chiesto dei soldi? Lella sentì montare la tensione dentro di sé. — Non saprei, Natasha. Forse qualche spicciolo. — Va bene, io vado. Devo passare ancora in farmacia, — Natasha si alzò, le diede un bacio e se ne andò in fretta. Quella sera Lella non resse. Trovò il numero di Ksenija e la chiamò. — Ksenija, ciao. Sono Lella. Hai visto oggi Natasha? Che debiti le chiedevi? Dall’altra parte un lungo sospiro. — Eh, Lella… Pensavo che tu sapessi tutto, con quanto sei sempre stata vicina a loro. Due anni fa Arina viene da me, un fiume di lacrime, gli occhi gonfi. Mi racconta che l’hanno accusata di furto al lavoro. Diceva che, se non ridava trentamila euro, sarebbe andata in galera. Mi pregava di non dirlo a sua mamma, piangeva disperata. Io, rincitrullita, le ho prestato i soldi. Mi aveva promesso di restituirli in un mese. Sparita… Lella strinse il telefono. — Trentamila euro? — chiese di nuovo. — Proprio quella cifra? — Esatto. Diceva che le mancava giusto quella somma. Dopo sei mesi mi ha reso cinquecento euro, poi più nulla. Ho poi scoperto da Vera del terzo piano che pure lei aveva ricevuto la visita di Arina con la stessa storia. E Vera le ha dato quarantamila euro. E anche la professoressa Galina, la loro ex insegnante, ha “aiutato” Ari con cinquantamila euro. — Aspetta… — Lella si sedette sul divano. — Quindi lei ha chiesto a tutte noi le stesse cifre? Con la stessa storia? — Sembra proprio di sì, — la voce di Ksenija era dura adesso. — La ragazza ha fatto il giro di tutte le amiche di sua madre. A ciascuna da trenta a cinquantamila euro. Si era inventata la storia del furto per farci impietosire. Tutte volevamo bene a Natasha e abbiamo taciuto per non darle un dispiacere. E Arina? Se li sarà spesi, che dopo qualche mese pubblicava foto dalla Turchia su Facebook! — Anch’io le ho dato trentamila, — disse piano Lella. — E siamo a posto, — sospirò Ksenija. — Ci siamo dentro in cinque, sei almeno. Ormai è una professione, altro che errore di gioventù. Questo è truffare e basta. E Natasha continua a vantarsi della figlia-modello, mentre la figlia… ruba! Lella abbassò il telefono. Le orecchie le fischiavano. Dei soldi non le importava granché — già li dava per persi. La disgustava la freddezza con cui una ventenne aveva usato la fiducia di tutte loro, adulte, amiche della madre. *** Il giorno dopo Lella andò da Natasha. Non voleva scenate, voleva solo guardare negli occhi Arina. La ragazza era appena tornata dall’ospedale e, col cantiere in casa nuova, se ne stava provvisoriamente dalla madre. — Oh, zia Lella! — Arina fece il suo sorriso falso alla vista della madre della migliore amica. — Prego, si accomodi. Un tè? Natasha preparava da mangiare. — Lella, siediti. Non hai telefonato, come mai? Lella si sistemò davanti ad Arina. — Arina, — iniziò con calma. — Ho incontrato Ksenija. E Vera. E la professoressa Galina. Ieri sera abbiamo chiacchierato a lungo. Abbiamo fondato, diciamo così, il club “vittime del salvataggio”. Arina sbiancò e lanciò uno sguardo furtivo verso la madre, che aveva le spalle voltate. — Che stai dicendo, Lella? — Natasha si voltò. — Arina sa di che parlo, — rispose Lella fissando la ragazza. — Ti ricordi, Ari, quella brutta storia di due anni fa? Quando chiedesti a me trentamila euro? E a Ksenija trentamila. E a Vera quarantamila. E alla professoressa Galina cinquantamila. Ci hai chiesto aiuto a tutte, sempre con la storia della galera. Ognuna pensava di essere l’unica a conoscere il tuo segreto. La mano di Natasha tremò mentre appoggiava il bollitore e rovesciava acqua sul fornello. — Che cinquantamila euro? — Natasha guardò lentamente la figlia. — Arina? Di cosa parla? Hai chiesto soldi alle mie amiche? Perfino alla professoressa Galina?! — Mamma… non è come pensi… — Arina iniziò a balbettare. — Io… io li ho restituiti… o quasi… — Hai restituito niente, Arina, — tagliò corto Lella. — Mi hai portato duemila euro, giusto per salvare la faccia, e poi sei sparita. Hai raccolto con questa sceneggiata quasi duecentomila euro. Noi zitte, perché ti compativamo. Ma ieri ho capito che a compatire dovevamo essere noi – non tua madre. — Arina, guardami negli occhi. Hai estorto soldi alle mie amiche?! Hai inventato la storia del furto per rapinare chi veniva in casa mia? — Mamma, dovevo per forza trovare dei soldi per trasferirmi! — urlò Arina. — Voi non mi avete mai dato niente! Papà neanche un centesimo, e dovevo pur iniziare la mia vita! E allora? A loro quei soldi non mancano affatto, mica li ho ridotti in miseria! Lella si sentì invasa da un senso di disgusto. Ecco cos’era successo… — Ho capito. Natasha, scusa se ti ho scaricato questa cosa addosso, ma non posso più tacere. Non ho intenzione di fare finta di nulla davanti a questo comportamento. Ci ha preso tutte per delle sceme! Natasha rimase in piedi accasciata al tavolo. Le spalle le tremavano. — Fuori, — disse con voce impassibile. Arina sorrise con aria di sfida, pensava che ce l’avesse con Lella. — Fuori da casa mia! — Natasha si girò verso la figlia. — Prendi la tua roba e vattene da tuo marito. E non farti più vedere! Arina impallidì: — Mamma, ho un bambino! Non posso agitarmi! — Tu non hai più una madre, Arina. La madre ce l’aveva quella ragazzina che credevo onesta. Tu sei una ladra. La professoressa Galina… Oddio, mi telefonava tutti i giorni, e non mi ha mai detto niente… Come farò a guardarla negli occhi? Come?! Arina afferrò la borsa, gettò a terra l’asciugamano. — Tenetevi i vostri soldi! — urlò. — Vecchie streghe! Andatevene tutte quante all’inferno! Prese la carrozzina col bambino e se ne volò fuori dalla casa. Natasha crollò sulla sedia coprendosi il volto con le mani. A Lella venne da piangere. — Scusami, Natasha… — No, Lella… scusa tu me. Per aver cresciuto una… così. Ci credevo davvero che fosse diventata una brava ragazza, e invece… Dio, che vergogna… Lella la abbracciò, e Natasha scosse con i singhiozzi. *** Una settimana dopo il marito di Arina, pallido e tormentato, fece il giro di tutte le “creditrici”, scusandosi senza mai alzare lo sguardo. Promise di restituire tutto. E davvero cominciarono ad arrivare i bonifici — i cinquantamila alla professoressa Galina li pagò Natasha. Lella non si sentiva colpevole. Un’ingannatrice così va punita. O no?

Fuori da casa mia! disse mia madre.

Fuori, ripeté lei con una calma glaciale.

Non potevo fare a meno di sorridere. Ero convinta che mia madre si stesse rivolgendo alla mia amica.

Fuori dal mio appartamento! si girò invece verso di me.

Elena, hai letto il post? la mia amica bussò alla porta della cucina senza neppure togliersi il cappotto. Livia ha partorito! Tre chili e quattrocento, cinquanta due centimetri.

Identica al papà, con quel nasino allinsù. Ho già girato tutti i negozi, ho comprato una montagna di completini. Ma come mai sei così giù oggi?

Congratulazioni, Anna. Sono felice per voi, Elena si alzò per versare il tè allamica. Su, siediti e togliti almeno il cappotto.

Eh, non posso fermarmi troppo, si accomodò sul bordo della sedia. Ho mille cose da fare, mille pensieri. La mia Livia è proprio una ragazza in gamba, tutta sola, ce lha fatta con le sue forze.

Suo marito è doro, hanno appena preso casa col mutuo e stanno finendo la ristrutturazione. Sono orgogliosa di mia figlia. Lho cresciuta proprio bene!

Elena posò silenziosamente la tazza davanti allamica. Sì, proprio bene Se solo Anna sapesse

***

Esattamente due anni prima, Livia, la figlia di Anna, si era presentata da lei senza preavviso, con il volto gonfio di lacrime e le mani tremanti.

Zia Elena, per favore, non dirlo a mamma. Ti supplico! Se lo viene a sapere, le viene un infarto, singhiozzava Livia, tormentandosi un fazzoletto fradicio.

Livia, calmati. Raccontami tutto per bene. Che è successo? Allora Elena si era spaventata davvero.

Io… al lavoro… Livia singhiozzò di nuovo. Sono spariti dei soldi dalla borsa di una collega. Millecinquecento euro.

E le telecamere hanno ripreso che entravo io nellufficio quando non cera nessuno. Ma io non li ho presi, zia Elena! Te lo giuro!

Però loro hanno detto: o restituisco i millecinquecento euro entro domani a pranzo o fanno denuncia.

Dicono che cè anche un testimone che mi avrebbe visto nascondere il portafoglio.

Qualcuno mi ha incastrata, zia Elena! Ma chi mi crederà?

Millecinquecento euro? Elena si oscurò in volto. Perché non sei andata da tuo padre?

Ci sono andata! Livia scoppiò in un nuovo pianto. Mi ha detto che è colpa mia, che non mi darà un centesimo, che sono una sciocca.

Ha aggiunto: Vai dai carabinieri, così impari come si sta al mondo.

Non mi ha neanche fatto entrare in casa, urlava attraverso la porta.

Zia Elena, non ho nessun altro a cui chiedere. Ho messo da parte seicento euro, me ne mancano novecento.

E tua madre? Perché non ne parli con lei? È tua mamma.

No! Mamma mi distrugge. Mi dice sempre che la faccio vergognare, figurati adesso con unaccusa di furto…

Lavora pure a scuola, qui la conoscono tutti.

Per favore, prestami quei novecento euro, ti prego! Prometto che ti restituisco tutto, due-trecento euro a settimana. Ho già trovato un altro lavoro!

Ti prego, zia Elena!

Elena si impietosì. Venti anni, e la vita già così difficile addosso.

Il padre laveva allontanata, la madre le avrebbe davvero fatto una scenata terribile…

Chi non sbaglia nella vita? pensò allora Elena.

Livia non smetteva di piangere.

Va bene, disse. Io questi soldi li ho. Li avevo messi via dal dentista, ma i denti possono aspettare.

Promettimi solo che è lultima volta. E non dirò nulla a tua madre se hai così tanta paura.

Grazie! Grazie, zia Elena! Mi hai salvato la vita! Livia le si gettò al collo.

La prima settimana Livia portò davvero duecento euro. Era sollevata, disse che era tutto sistemato, niente denuncia, il nuovo lavoro andava bene.

Poi… poi smise di rispondere ai messaggi. Un mese, due, tre. Elena la vedeva alle feste a casa di Anna, ma Livia si comportava come se si conoscessero appena un freddo buonasera e via.

Elena non la incalzò. Pensava:

È giovane, si vergogna, normale che eviti.

Aveva deciso che nove cento euro non sarebbero mai valsi lamicizia di una vita con Anna. Cancellò il debito, lo dimenticò.

***

Mi stai sentendo? Anna sventolò la mano davanti a Elena. A cosa pensavi?

Oh, niente, Elena scosse la testa. Ai miei di problemi.

Senti, Anna abbassò la voce. Ho incontrato Carmen, ricordi la nostra ex vicina? Ieri mi ha fermata al mercato. Strana, eh.

Mi ha chiesto di Livia, come sta, se ha restituito dei soldi. Non ci ho capito nulla.

Le ho detto che Livia è indipendente, lavora sodo. E lei ha sorriso in modo strano ed è andata via.

Sai niente, Livia le aveva chiesto dei soldi?

Elena sentì un brivido dentro.

Non so, Anna. Magari poca roba.

Va bene, vado. Devo passare anche in farmacia, Anna si alzò, le diede un bacio sulla guancia e uscì come una folata.

Quella sera Elena non resistette. Trovò il numero di Carmen e la chiamò.

Ciao Carmen, sono Elena. Senti, oggi hai visto Anna? Perché le hai chiesto dei debiti?

Dallaltra parte un sospiro pesante.

Eh, Elena Pensavo che lo sapessi. Sei sempre stata la più vicina a loro.

Due anni fa Livia venne da me piangendo, con gli occhi rossi. Disse che lavevano accusata di furto al lavoro.

O restituiva novecento euro, o sarebbe finita nei guai. Mi implorava di non dirlo a sua madre.

Io, scema, glieli prestai. Prometteva di ridarmeli in un mese. E sparì

Elena strinse il telefono.

Novecento euro? Chiese. Proprio novecento?

Sì. Mi disse che era quella la cifra che le mancava. Dopo sei mesi mi ridiede cinquanta euro e poi basta.

Poi ho saputo da Paola del terzo piano che anche a lei Livia era andata con la stessa storia.

E Paola le ha dato milleduecento euro.

E perfino la professoressa Maria Grazia, la loro ex insegnante, salvò Livia da guai. Lei le diede addirittura millecinquecento euro.

Aspetta… Elena si accasciò sulla poltrona. Tu vuoi dire che raccontava a tutte la stessa storia? Sempre con la stessa cifra?

È così, il tono di Carmen divenne duro. La ragazzina si è presa una pequena tassa da tutte le amiche di sua madre. Da ciascuna novecento, milleduecento, millecinquecento euro.

Si è inventata la storia del furto, puntava sullaffetto che provavamo per Anna. E noi zitte, per non farla soffrire.

Poi, un mese dopo, ho visto le foto di Livia in vacanza a Mykonos sui social.

Anche io le ho dato novecento euro, sussurrò Elena.

Siamo almeno in sei ad averle dato dei soldi. Questa è una truffa bella e buona, Elena.

Non è più una sciocchezza da ragazza, questa. È solo truffa. E Anna non sa nulla. Se ne va in giro tutta fiera della figlia. E la figlia… Che vergogna.

Elena chiuse la chiamata. Le ronzavano le orecchie. I soldi non le dispiacevano li aveva già dati per persi.

La nausea era per come, con calcolo gelido, una giovane di ventanni avesse manipolato donne adulte, usando il loro affetto.

***

Il giorno dopo Elena si presentò a casa di Anna. Non voleva fare una scenata. Voleva solo guardare Livia negli occhi.

Proprio quel giorno Livia era tornata dalla clinica; in attesa che lappartamento comprato col mutuo fosse pronto, stava dalla madre.

Oh, zia Elena! Livia le sorrise tirata vedendola arrivare. Vieni, vuoi un tè?

Anna armeggiava ai fornelli.

Vieni, Ely, siediti. Perché non hai chiamato prima?

Elena si sedette davanti a Livia.

Livia, esordì calma. Ieri ho incontrato Carmen, e anche Paola e Maria Grazia. Abbiamo parlato a lungo. Direi che si è creato un club delle aiutanti disperate.

Livia si bloccò, impallidendo, poi guardò di sfuggita sua madre, che le dava le spalle.

Di cosa parli, Elena? Anna si girò.

Livia lo sa benissimo, Elena non toglieva gli occhi dalla ragazza. Ti ricordi quella brutta storia di due anni fa?

Quando da me hai chiesto novecento euro? E da Carmen novecento, da Paola milleduecento, da Maria Grazia millecinquecento.

Tutte ti abbiamo salvata da guai. Ognuna credeva di essere la sola a conoscere il tuo segreto.

Il bollitore nelle mani di Anna tremò, lacqua si rovesciò sulla stufa sfrigolando.

Quali millecinquecento euro? Anna posò lentamente il bollitore. Livia? Di cosa sta parlando? Hai preso soldi alle mie amiche? Anche alla professoressa Maria Grazia?!

Mamma non è come sembra Livia balbettava. Ho ho restituito tutto quasi

Non hai restituito nulla, Livia, Elena tagliò corto. Hai portato solo duecento euro e sei sparita.

Hai raccolto da noi tutte quasi seimila euro con una storia inventata. Noi non abbiamo detto nulla per non farti soffrire.

Ieri ho capito che era il caso di smettere di coprirti.

Livia, guardami. Hai veramente estorto soldi alle mie amiche? Ti sei inventata il furto solo per spillarci soldi?

Mamma, mi servivano per il trasloco! gridò Livia. Nessuno mi aiutava!

Papà non mi ha dato una lira, e io dovevo iniziare la mia vita!

E poi, loro questi soldi li avevano! Non ho mica preso tutto!

Ad Elena venne la nausea. Ecco dunque la verità

Ora è chiaro. Anna, scusa se ho tirato fuori tutto così, ma non posso più tacere.

Non posso continuare a incentivare questo comportamento. Ormai si è presa gioco di tutte noi!

Anna stava appoggiata al tavolo, le mani tremanti.

Fuori, disse fredda.

Livia sorrise sarcastica appoggiandosi allo schienale della sedia ancora convinta che la madre si rivolgesse a Elena.

Fuori da questa casa! Anna si voltò verso la figlia. Prendi le tue cose e vattene da tuo marito. Non voglio vederti più qui!

Livia si fece livida:

Mamma, ho un bambino! Non posso agitarmi!

Non hai più una madre, Livia. Tua madre era quella ragazza in cui credevo. Tu sei una ladra.

Maria Grazia oh Dio, mi chiamava ogni giorno, mai una parola come faccio a guardarla adesso negli occhi?

Livia afferrò la borsa, lanciò sul pavimento un asciugamano.

E tenetevi i vostri soldi! urlò. Siete solo delle vecchie ossute! Andatevene al diavolo!

Livia corse in camera, prese la culla del bambino e scappò fuori dallappartamento.

Anna si sedette e si coprì il viso. Elena si sentì piena di vergogna.

Scusami, Anna…

No, Elena Sono io che devo scusarti. Per aver cresciuto una ladra. Io davvero credevo ce lavesse fatta da sola. E invece Che vergogna…

Elena le accarezzò la spalla, e Anna scoppiò in lacrime.

***

Una settimana dopo, il marito di Livia, emaciato e sconvolto, fece il giro dei creditori, scusandosi senza mai alzare lo sguardo. Prometté che avrebbe restituito ogni euro.

E davvero cominciarono ad arrivare i bonifici: millecinquecento euro per Maria Grazia li saldò Anna di tasca propria.

Elena non si sentiva colpevole. Una bugiarda va punita, no?

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Fuori da casa mia! — disse mamma con calma — Fuori, — ripeté con voce tranquilla la madre. Arina sorrise sarcasticamente, appoggiandosi allo schienale della sedia, convinta che la madre stesse parlando con l’amica. — Fuori da casa mia! — Natasha si rivolse invece alla figlia. — Lella, hai visto il post? — l’amica piombò letteralmente in cucina senza nemmeno togliersi il cappotto. — Arina ha partorito! Tre chili e quattro, cinquantadue centimetri. Copia sputata del papà, pure lui col naso all’insù. Ho già fatto il giro di tutti i negozi, ho comprato tutine a non finire. E tu perché hai quella faccia? — Congratulazioni, Natasha. Sono felice per voi, — Lella si alzò per versare il tè all’amica. — Siediti, su, togli almeno il cappotto. — Eh, non ho tempo di stare seduta, — Natasha si lasciò cadere sul bordo della sedia. — Qui c’è tanto da fare, tanto da fare. Arina è stata bravissima, ha fatto tutto da sola, solo sulle sue spalle. Suo marito è un tesoro, si sono presi casa col mutuo, stanno finendo i lavori. Sono orgogliosa della mia ragazza. L’ho cresciuta proprio bene! Lella appoggiò in silenzio la tazza davanti all’amica. Eh già, proprio bene… Se solo Natasha sapesse… *** Due anni prima, Arina, la figlia di Natasha, si era presentata da lei senza avvisare, con gli occhi gonfi di pianto e le mani tremanti. — Zia Lella, ti prego, non dirlo a mamma. Ti scongiuro! Se lo scopre, le viene un infarto, — piangeva Arina, stringendo un fazzoletto bagnato. — Arina, calmati. Racconta bene. Cos’è successo? — Lella era seriamente preoccupata. — Io… io al lavoro… — Arina singhiozzò. — Dal portafoglio di un collega sono spariti dei soldi. Cinquantamila euro. Le telecamere mi hanno ripresa mentre entravo nell’ufficio quando non c’era nessuno. Ma io non ho preso nulla, zia Lella, giuro! Ma mi hanno detto: o restituisco i cinquantamila domani a pranzo, o vanno dai carabinieri. Dicono che c’è un “testimone” che mi ha visto nascondere il portafogli. È una trappola, zia Lella! Ma chi mi crederebbe? — Cinquantamila euro? — Lella aggrottò la fronte. — E perché non sei andata da tuo padre? — Ci sono andata! — Arina si lasciò andare a un altro pianto disperato. — Ha detto che è tutta colpa mia, che soldi non me ne dà, che se sono così stupida, mi arrangio. Ha detto: “Vai dai carabinieri, che così impari”. Non mi ha nemmeno fatta entrare in casa, mi ha urlato dietro dalla porta. Zia Lella, non so a chi altro rivolgermi. Io ho ventimila euro, messi da parte. Ne mancano trenta. — E a Natasha? Perché non vuoi dirlo a lei? È tua madre. — No! Mamma mi ammazza. Dice sempre che la faccio vergognare, figuriamoci per una roba così… Lei insegna a scuola, la conoscono tutti. Ti prego, prestami quei trentamila, ti supplico! Ti giuro che ti restituirò tutto a rate, due-tremila a settimana. Ho già trovato un altro lavoro! Ti prego, zia Lella! Lella ebbe una fitta al cuore per quella ragazza. Vent’anni, la vita che inizia, e intanto già questa macchia. Il padre le aveva negato qualsiasi aiuto, la madre… beh, probabilmente l’avrebbe davvero fatta a pezzi. — Chi non sbaglia nella vita? — pensò Lella. Arina continuava a piangere. — Va bene, — disse allora. — Quei soldi ce li ho da parte. Dovevano servire per mettere a posto i denti, ma possono aspettare. Promettimi solo che sarà l’ultima volta. E con tua madre non dirò nulla, se la temi così tanto. — Grazie! Grazie, zia Lella! Mi hai salvato la vita! — Arina le si gettò al collo. La prima settimana Arina portò davvero duemila euro. Raggiante, disse che aveva risolto tutto, che la polizia non c’entrava più, che il nuovo lavoro andava bene. Poi… poi sparì dai radar. Un mese, due, tre. Lella la vedeva ai compleanni a casa di Natasha, ma Arina si comportava come se fossero appena conoscenti — un freddo «buongiorno» e basta. Lella non volle insistere. Pensò fra sé: — È giovane, si vergogna, ecco perché scappa. Alla fine quei trentamila li diede comunque per persi: non valevano di certo l’amicizia di una vita con Natasha. *** — Ma mi ascolti o no? — Natasha agitò la mano davanti al viso di Lella. — Dove sei finita? — Niente, stavo pensando agli affari miei, — Lella scosse la testa. — Senti, — Natasha abbassò la voce. — Ho visto Ksenija, ti ricordi la nostra vecchia vicina? Ieri mi si è avvicinata mentre ero in farmacia. Stranissima. Ha iniziato a chiedermi di Arina, se avesse sistemato con i debiti, com’era messa. Non ho capito il senso. Le ho detto che Arina è indipendente, che si mantiene da sola. E lei mi ha guardato strano, poi se n’è andata. Tu ne sai qualcosa? Arina le ha mai chiesto dei soldi? Lella sentì montare la tensione dentro di sé. — Non saprei, Natasha. Forse qualche spicciolo. — Va bene, io vado. Devo passare ancora in farmacia, — Natasha si alzò, le diede un bacio e se ne andò in fretta. Quella sera Lella non resse. Trovò il numero di Ksenija e la chiamò. — Ksenija, ciao. Sono Lella. Hai visto oggi Natasha? Che debiti le chiedevi? Dall’altra parte un lungo sospiro. — Eh, Lella… Pensavo che tu sapessi tutto, con quanto sei sempre stata vicina a loro. Due anni fa Arina viene da me, un fiume di lacrime, gli occhi gonfi. Mi racconta che l’hanno accusata di furto al lavoro. Diceva che, se non ridava trentamila euro, sarebbe andata in galera. Mi pregava di non dirlo a sua mamma, piangeva disperata. Io, rincitrullita, le ho prestato i soldi. Mi aveva promesso di restituirli in un mese. Sparita… Lella strinse il telefono. — Trentamila euro? — chiese di nuovo. — Proprio quella cifra? — Esatto. Diceva che le mancava giusto quella somma. Dopo sei mesi mi ha reso cinquecento euro, poi più nulla. Ho poi scoperto da Vera del terzo piano che pure lei aveva ricevuto la visita di Arina con la stessa storia. E Vera le ha dato quarantamila euro. E anche la professoressa Galina, la loro ex insegnante, ha “aiutato” Ari con cinquantamila euro. — Aspetta… — Lella si sedette sul divano. — Quindi lei ha chiesto a tutte noi le stesse cifre? Con la stessa storia? — Sembra proprio di sì, — la voce di Ksenija era dura adesso. — La ragazza ha fatto il giro di tutte le amiche di sua madre. A ciascuna da trenta a cinquantamila euro. Si era inventata la storia del furto per farci impietosire. Tutte volevamo bene a Natasha e abbiamo taciuto per non darle un dispiacere. E Arina? Se li sarà spesi, che dopo qualche mese pubblicava foto dalla Turchia su Facebook! — Anch’io le ho dato trentamila, — disse piano Lella. — E siamo a posto, — sospirò Ksenija. — Ci siamo dentro in cinque, sei almeno. Ormai è una professione, altro che errore di gioventù. Questo è truffare e basta. E Natasha continua a vantarsi della figlia-modello, mentre la figlia… ruba! Lella abbassò il telefono. Le orecchie le fischiavano. Dei soldi non le importava granché — già li dava per persi. La disgustava la freddezza con cui una ventenne aveva usato la fiducia di tutte loro, adulte, amiche della madre. *** Il giorno dopo Lella andò da Natasha. Non voleva scenate, voleva solo guardare negli occhi Arina. La ragazza era appena tornata dall’ospedale e, col cantiere in casa nuova, se ne stava provvisoriamente dalla madre. — Oh, zia Lella! — Arina fece il suo sorriso falso alla vista della madre della migliore amica. — Prego, si accomodi. Un tè? Natasha preparava da mangiare. — Lella, siediti. Non hai telefonato, come mai? Lella si sistemò davanti ad Arina. — Arina, — iniziò con calma. — Ho incontrato Ksenija. E Vera. E la professoressa Galina. Ieri sera abbiamo chiacchierato a lungo. Abbiamo fondato, diciamo così, il club “vittime del salvataggio”. Arina sbiancò e lanciò uno sguardo furtivo verso la madre, che aveva le spalle voltate. — Che stai dicendo, Lella? — Natasha si voltò. — Arina sa di che parlo, — rispose Lella fissando la ragazza. — Ti ricordi, Ari, quella brutta storia di due anni fa? Quando chiedesti a me trentamila euro? E a Ksenija trentamila. E a Vera quarantamila. E alla professoressa Galina cinquantamila. Ci hai chiesto aiuto a tutte, sempre con la storia della galera. Ognuna pensava di essere l’unica a conoscere il tuo segreto. La mano di Natasha tremò mentre appoggiava il bollitore e rovesciava acqua sul fornello. — Che cinquantamila euro? — Natasha guardò lentamente la figlia. — Arina? Di cosa parla? Hai chiesto soldi alle mie amiche? Perfino alla professoressa Galina?! — Mamma… non è come pensi… — Arina iniziò a balbettare. — Io… io li ho restituiti… o quasi… — Hai restituito niente, Arina, — tagliò corto Lella. — Mi hai portato duemila euro, giusto per salvare la faccia, e poi sei sparita. Hai raccolto con questa sceneggiata quasi duecentomila euro. Noi zitte, perché ti compativamo. Ma ieri ho capito che a compatire dovevamo essere noi – non tua madre. — Arina, guardami negli occhi. Hai estorto soldi alle mie amiche?! Hai inventato la storia del furto per rapinare chi veniva in casa mia? — Mamma, dovevo per forza trovare dei soldi per trasferirmi! — urlò Arina. — Voi non mi avete mai dato niente! Papà neanche un centesimo, e dovevo pur iniziare la mia vita! E allora? A loro quei soldi non mancano affatto, mica li ho ridotti in miseria! Lella si sentì invasa da un senso di disgusto. Ecco cos’era successo… — Ho capito. Natasha, scusa se ti ho scaricato questa cosa addosso, ma non posso più tacere. Non ho intenzione di fare finta di nulla davanti a questo comportamento. Ci ha preso tutte per delle sceme! Natasha rimase in piedi accasciata al tavolo. Le spalle le tremavano. — Fuori, — disse con voce impassibile. Arina sorrise con aria di sfida, pensava che ce l’avesse con Lella. — Fuori da casa mia! — Natasha si girò verso la figlia. — Prendi la tua roba e vattene da tuo marito. E non farti più vedere! Arina impallidì: — Mamma, ho un bambino! Non posso agitarmi! — Tu non hai più una madre, Arina. La madre ce l’aveva quella ragazzina che credevo onesta. Tu sei una ladra. La professoressa Galina… Oddio, mi telefonava tutti i giorni, e non mi ha mai detto niente… Come farò a guardarla negli occhi? Come?! Arina afferrò la borsa, gettò a terra l’asciugamano. — Tenetevi i vostri soldi! — urlò. — Vecchie streghe! Andatevene tutte quante all’inferno! Prese la carrozzina col bambino e se ne volò fuori dalla casa. Natasha crollò sulla sedia coprendosi il volto con le mani. A Lella venne da piangere. — Scusami, Natasha… — No, Lella… scusa tu me. Per aver cresciuto una… così. Ci credevo davvero che fosse diventata una brava ragazza, e invece… Dio, che vergogna… Lella la abbracciò, e Natasha scosse con i singhiozzi. *** Una settimana dopo il marito di Arina, pallido e tormentato, fece il giro di tutte le “creditrici”, scusandosi senza mai alzare lo sguardo. Promise di restituire tutto. E davvero cominciarono ad arrivare i bonifici — i cinquantamila alla professoressa Galina li pagò Natasha. Lella non si sentiva colpevole. Un’ingannatrice così va punita. O no?