La nipotina.
Fin dal momento in cui era nata, Mariella non era mai stata desiderata da sua madre, Giada. La trattava come fosse un oggetto qualsiasi in casa. Che ci fosse o meno, per lei non cambiava nulla.
Litigava sempre con il padre di Mariella e, quando lui la lasciò per tornare dalla sua legittima moglie, Giada proprio perse la testa.
“Se nè andato, eh? Quella sua sguattera la voleva tenere dallinizio! Mi ha mandato fuori di testa! Mi mentiva!”, urlava nel telefono, “E ora mi lascia con questa sua creatura? La scaravento dalla finestra o la mollo alla stazione con i barboni!”
Mariella si tapò le orecchie e pianse piano. Lindifferenza della madre lassorbiva come una spugna.
“Fa quello che ti pare con tua figlia. Anzi, neanche sono sicuro che sia mia, a dire il vero. Addio”, rispose seccamente Carlo, il padre di Mariella, dallaltra parte della linea.
Giada, apparentemente impazzita, buttò alla rinfusa i vestitini di Mariella in una borsa. Ci infilò dentro anche i documenti e, prendendo la bambina di cinque anni per mano, la trascinò fuori, salendo in un taxi.
“Adesso ve la faccio vedere io! A tutti quanti!”, borbottava. Con voce aristocratica dettò allautista lindirizzo dove voleva andare.
Aveva deciso di lasciare la bambina alla madre di Carlo. Nonna Lucia abitava fuori città, in provincia.
Il tassista non la sopportava, questa ragazza arrogante che rispondeva stizzita e con cattiveria a ogni domanda della piccola spaventata.
“Mamma, mi scappa la pipì…”, bisbigliò Mariella, raggomitolandosi, certa che la reazione della madre non sarebbe stata buona.
Infatti, sentendo il bisogno della figlia, Giada la zittì in modo talmente brutale che il tassista dovette trattenersi dal protestare.
Lui stesso aveva una nipotina della stessa età. Sua nuora la trattava come la cosa più preziosa al mondo! Mica come questa, che nemmeno a voce sapeva parlare senza ferire.
“Stringi i denti! Tra poco vai al bagno da tua nonna, la professora!”, tagliò corto Giada, rigirandosi a guardare fuori dal finestrino, gli occhi pieni di rabbia.
“Signora, stia attenta. Potrei anche cacciare via lei e portare la bambina ai servizi sociali”, minacciò il tassista.
“Ma che vuole? Zitto! Cosè, ora si è messo a fare il difensore delle bambine? Che ne sa? Magari dico che lei guardava mia figlia con occhi strani e mi ha fatto delle avance. A chi crederebbero: a un tassista o a una povera madre sconvolta? È mia figlia, la educo come mi pare. Lei si faccia i fatti suoi”.
Il tassista strinse i denti. Meglio non discutere con certe persone. Ma la pena per quella bimba gli rimase sul cuore.
Dopo unora e mezza di viaggio arrivarono a destinazione.
“Fermati che scendo!”, disse Giada, e appena mise piede fuori si sentì il taxi sgommare via.
“Andatene a piedi, vipera!”, gridò luomo dal finestrino abbassato.
Giada sputò in terra stizzita e bestemmiò. Prese Mariella per il braccio e, con passo deciso, entrò nel piccolo cortile calcando la porta con il piede.
“Ecco qui! Tieniti il tuo tesoro, fanne quello che vuoi! Tuo figlio è daccordo, io non la voglio!”, strillò come un cane rabbioso, con la sua voce roca da fumatrice, e se ne andò sbattendo la porta alle spalle.
Nonna Lucia rimase a guardarla andare via, disorientata.
“Mamma! Mamma, non andare!”, pianse Mariella, disperata, strofinandosi le lacrime con i pugnetti sporchi.
La bambina corse fuori tentando di rincorrere la madre, che già era in strada.
“Lasciami stare! Vai da tua nonna, è con lei che devi vivere adesso!”, urlò Giada, staccando le manine della figlia dalla sua gonna a quadri.
I vicini iniziarono a guardare dalla finestra incuriositi. Lucia, con una mano sul cuore, come poteva, rincorse la nipotina in lacrime.
“Andiamo, tesoro. Vieni con la tua nonna. Piccolina mia”, sussurrò tra le lacrime che le rigavano il viso segnato.
Di lei, Mariella, non sapeva assolutamente nulla. Suo figlio Carlo non le aveva mai detto nulla di questa figlia fuori dal matrimonio.
“Non preoccuparti, non ti farò mai del male. Vuoi che ti prepari delle frittelle? Ho un po di panna fresca…”, la confortò teneramente mentre la portava in casa.
Fuori dal cancello Lucia si voltò e vide Giada salire su una macchina ferma lungo la strada, sparendo dietro una nuvola di polvere.
Non si seppe più nulla di lei. Ma Lucia accolse la nipotina con il cuore pieno di gratitudine, considerandola un dono dal cielo. Non ebbe dubbi che fosse sangue del suo sangue: era la copia di Carlo da piccolo! Anche se lui veniva a trovare la mamma in provincia così raramente che presto Lucia si sarebbe dimenticata persino il suo volto.
“Ti crescerò io, Mariella. Ti farò studiare, ti darò tutto quello che posso”, promise stringendola a sé.
E così fece davvero: la crebbe con tanto amore e attenzione. Laccompagnò il primo giorno di scuola; il tempo volava veloce.
Ecco che ormai Mariella era arrivata allultimo anno, mancava poco alla maturità. Era diventata una ragazza bellissima e gentile, piena di empatia, intelligente, con la testa sulle spalle. Sognava di iscriversi a medicina, anche se per ora aveva ottenuto solo un posto al liceo scientifico.
“Peccato che papà non voglia riconoscermi”, sospirava ogni tanto abbracciando la nonna. Le sere destate amavano sedersi sulle scale del terrazzo e guardare insieme il tramonto.
Lucia le lisciava i capelli setosi con mano tremante. Cosa poteva dirle? Suo figlio Carlo aveva sempre rifiutato di fare il padre. Con la prima moglie aveva recuperato larmonia e con il loro figlio era un papà presente e affettuoso. Mariella, invece, la disprezzava. E quando, durante le sue rare visite, le parlava con disprezzo, la chiamava barbone.
“Barbone sarai tu!”, aveva sbottato una volta Lucia, “Vieni qui solo il giorno che mi danno la pensione! Spremi soldi a me che sono vecchia e lavori tu e tua moglie. Fuori, Carlo! E non ti far mai più vedere. Meglio soli che trattati così!”
“Mamma, ma come parli? Vedrai che non tornerò neanche al tuo funerale!”, ringhiò lui, caricando in macchina il figlio Fabio, che nel frattempo prendeva in giro Mariella davanti casa. E davvero, da allora non lo si vide più.
“Ci penserà il Signore, Mariella”, sospirò nonna Lucia alzandosi, “dai, beviamoci una tazza di tè e andiamo a dormire. Domani ritiri il diploma!”
Lestate passò tra lorto e le mille cose da fare, poi arrivò il momento in cui Mariella dovette trasferirsi in città per studiare.
“Da sola non ce la faccio con tutte le valigie. Chiedo a Vittorio, il vicino, di darci un passaggio in collegio”, si affrettò Lucia, anche lei con la salute che ormai iniziava a traballare. Sapeva di dover mettere a posto alcune cose, finché ne aveva ancora il tempo.
Davanti al collegio, Mariella abbracciò la nonna forte a lungo.
“Studia, piccola mia. Ricordati che dovrai contare sempre sulle tue forze, perché io sono vecchia, ormai”
Mariella nascondeva le lacrime, “Basta, nonna! Vecchia chi? Sei una giovane donna in forma!”
Lucia le sorrise, la salutò e andò con Vittorio dal notaio. Pochi minuti e laffare si concluse; tranquilla tornò al suo paese.
Per un po, Mariella veniva ogni fine settimana a trovare la nonna, seguendo gli studi con impegno, sognando di laurearsi col massimo dei voti e iscriversi alluniversità di medicina. Era convinta che, col sapere, avrebbe allungato la vecchiaia della sua nonna.
Poi iniziò a venire meno spesso: si era innamorata di un compagno di corso, Andrea. Anche lui studioso, aveva il sogno di proseguire alluniversità.
Lucia era solo contenta per la nipote. Si sposarono appena terminato il liceo, avevano appena ventanni. Il matrimonio fu intimo, una festa semplice nella trattoria di paese: dalla parte della sposa, cera solo la nonna.
“Non sei solo la mia nonna ma anche la mia mamma, il mio papà, tutto insieme. In questi anni mi hai dato il calore e lamore che solo tu sapevi darmi. Mi hai cresciuta, mi hai nutrita, vestita, hai fatto tutto per me. Mi hai dato una casa. Una vera casa, piena daffetto. Ti voglio bene, nonna! Grazie di tutto!”, disse Mariella commossa, inginocchiata davanti alla sua nonna.
Gli invitati si asciugavano le lacrime, quasi piangevano con la sposa.
“Alzati, Mariella! Mi fai arrossire!”, sussurrava Lucia manco sapesse dove mettersi. Ma nel suo cuore gonfiava lorgoglio.
“Ma che è? Siete la protagonista qui! Vieni, siediti accanto a noi: ora sei il pilastro di questa famiglia!”, disse Andrea facendole spazio accanto.
Tutta la sera i brindisi celebrarono la felicità degli sposi e la salute e la bontà di Lucia che aveva cresciuto così bene la sua nipotina.
Pochi mesi dopo, Lucia improvvisamente si ammalò. Era come se avesse esaurito le forze, compiuto il suo dovere.
Mariella e Andrea facevano avanti e indietro tra la città e il paese, tra università e casa, per accudirla a turno.
Un giorno, la nonna le prese la mano e le disse:
“Appena non ci sarò più, tuo padre e la sua moglie si butteranno come avvoltoi. Difenditi! Ti ho fatto la donazione, anni fa ormai. Tutto è dal notaio, è in regola”.
“Nonna”
“Lascia stare. Tu non hai avuto dei genitori veri, io ho fatto quello che ho potuto. Presto dovrò andarmene, ma voglio andar via serena, sapendo che una casa tua ce lhai. Quando vorrai, vendi e compra un appartamento in città con Andrea”.
Mariella scoppiò in lacrime, non sapeva che dire, aveva un nodo in gola.
Grazie alle loro cure amorevoli, Lucia riuscì a vivere ancora un anno e mezzo, poi si spense nel sonno, senza soffrire.
Come aveva predetto, passato il quarantesimo giorno dalla morte, arrivò Carlo col nucleo familiare.
“Fuori da questa casa!”, comandò Carlo. “Mia madre ti ha dato il permesso finché era viva. Ora te ne vai”.
Mariella rimase di stucco a guardare quella faccia dura, la donna che la accompagnava, il fratellastro che metteva piede in casa masticando chewing-gum. Già si vedeva a convincere i genitori a vendere tutto per potersi comprare unauto nuova, magari non di lusso ma almeno non chiedere le chiavi ogni volta.
Andrea tornò dal supermercato e si trovò davanti tutti quegli sconosciuti.
“E questi chi sono? Ora porti maschi qui?”, urlò Carlo.
Andrea lo ignorò, mise la spesa sul tavolo e con calma rispose:
“Sono il marito di Mariella. E lei chi sarebbe? Non mi pare di conoscerla”.
Carlo, paonazzo, saltò su, “Via subito! Tutti e due!”.
“Un attimo, con che diritto urla in casa mia? Mariella è la legittima proprietaria. Vuole vedere gli atti della donazione?”, rispose Andrea con ironia.
“Q-Quale donazione?”, balbettò Carlo.
“Carlo, questa vipera deve aver intortato tua madre. Dobbiamo andare subito in tribunale!”, stridette la matrigna.
“Non gliela darò vinta! Dimostrerò che non sei mia figlia e nemmeno nipote di mia madre!”, sbraitava Carlo.
“Fatti le valigie, pezzente! Ti sbatteremo fuori!”, aggiunse il fratellastro, già imbronciato allidea di perdere la sua potenziale auto.
Se ne andarono così, lasciando solo il silenzio dietro di sé.
Mariella crollò a terra in lacrime. “Perché mi odiano così? Cosa ho fatto loro? Non mi hanno mai dato nulla, adesso vogliono togliermi pure la casa!”, sussurrava nel pianto.
“Ma vivono bene, non gli basta? Siamo solo rimasti con questa casa che mi ha lasciato la nonna!”, diceva tra le lacrime a Andrea.
Andrea la strinse forte: “Domani stesso mettiamo in vendita. Se no, questi non ci mollano finché non ti rovinano la salute. Ricordati che Lucia voleva che la vendessimo per trasferirci in città!”
“Sì, ma non pensavo così presto… Questo è stato tutta la mia infanzia”, sospirò Mariella.
La casa fu venduta in fretta. Arrivarono dei signori facoltosi che sognavano una villa in campagna, nemmeno contrattarono.
Il giardino era immenso, pieno di alberi da frutto. La casa in fondo al viale, con le finestre affacciate sul bosco di pini, la pergola coperta dalla vite. Un casale di mattoni che piacque subito ai nuovi proprietari.
Mariella e Andrea comprarono un piccolo appartamento accogliente nel centro città. Presto aspettavano un bambino, ed erano al settimo cielo. Era un bambino voluto, amato.
Ogni notte, Mariella, prima di addormentarsi, pensava alla nonna: Grazie, nonna. Mi hai dato la vita.






